• Cari soci e cari amici,pubblichiamo l'Annuario 2024 già distribuito ai soci a fine anno scorso. In esso troviamo articoli che rispecchiano la vita e l'attività della Sezione durante lo scorso[...]

Decennale di VOA VOA-AMICI DI SOFIA aps

di Raimondo Perodi Ginanni

Insieme per festeggiare 10 anni di impegno a fianco dei bambini affetti da patologie neuro degenerative. Lo scorso 23 ottobre il Coro La Martinella del CAI di Firenze diretto da Ettore Varacalli è salito sul palco del Teatro Le Laudi di Firenze con Fabio Baronti e gli attori della Compagnia delle Seggiole, per riportare in scena l’appassionante spettacolo “Parole e suoni della tradizione” e celebrare il decennale di Voa Voa Amici di Sofia Aps, impegnata nel sostegno a famiglie con figli affetti da patologie neuro degenerative pediatriche, orfani di cura ma non del diritto alla miglior vita possibile.

“Non è stato facile nascere dal niente – spiega Guido De Barros, presidente di Voa Voa e padre della piccola Sofia, uccisa[B1]  nel 2017 dalla Leucodistrofia Metacromatica (MLD) -. Eravamo e siamo un gruppo di genitori disperati, orfani di cure per i nostri figli, ma affiancati da soci volontari disposti a condividere la nostra lotta contro mostri incurabili. In questi anni abbiamo dato vita a progetti di tipo economico, psicologico e legale per le nostre famiglie, e sostenuto la ricerca scientifica finanziando in Toscana il primo progetto pilota italiano per la diagnosi precoce della MLD, attualmente in corso presso il Laboratorio di Screening neonatale dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, che da marzo 2023 ad oggi ha permesso di screenare gli oltre 4000 bambini nati nei 24 punti nascita della Toscana. La diagnosi precoce è un’operazione salvavita: se individuata alla nascita, la malattia risulta perfettamente curabile attraverso la terapia genica in atto all’Ospedale San Raffaele di Milano. Diversamente, il bambino che ne è affetto non potrà accedere alla cura e sarà condannato a morte, dopo anni di sofferenze. Oggi, grazie alla generosità di molti, ed all’impegno sociale di realtà sensibili come il Coro La Martinella e la Compagnia delle Seggiole, ce l’abbiamo fatta.”

I fondi raccolti per l’occasione, infatti, parteciperanno al finanziamento del secondo e terzo anno di sperimentazione del progetto pilota contro la MLD. A tale scopo, nel corso della serata, De Barros ha consegnato un assegno di 25.000 euro alla dottoressa Sabrina Malvagìa – in rappresentanza del Meyer –, alla presenza del Governatore della Toscana Eugenio Giani, degli Assessori comunali Sara Funaro e M. Federica Giuliani, della Presidente della Commissione Cultura del Consiglio Regionale Cristina Giachi e del Vice Presidente della Terza Commissione Andrea Vannucci.

Il Presidente del Coro La Martinella Raimondo Perodi Ginanni ha confermato l’importanza di essere presenti con orgoglio a questo evento e prendere parte a questo progetto: “Nel 2022 abbiamo portato questo spettacolo in tutti i quartieri di Firenze assieme alla Compagnia delle Seggiole, ottenendo un grande successo di pubblico. E’ stato emozionante tornare sul palco, tutti noi, attori e coristi, a conferma che, da sempre e con entusiasmo, il Coro ed il CAI si mettono al servizio di cause di grande solidarietà”.

(Caterina Ceccuti, mamma di Sofia)


 [B1]Cambierei questo verbo

170° dell’Istituto Farmaceutico Militare

di Raimondo Perodi Ginanni

“Mai più senza” è il titolo della rappresentazione che la Compagnia delle Seggiole ed il Coro La Martinella hanno tenuto durante tre partecipatissime serate (27, 28, 29 ottobre) presso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Miliare di Firenze – per i fiorentini semplicemente “il Farmaceutico Militare” – storica istituzione nata a Torino nel 1853 e trasferitasi nel 1931 a Firenze in via delle Panche, nella ricorrenza del 170° dalla fondazione.

Prendendo spunto da storie vissute abbiamo potuto rappresentare, con la consueta regia di Sabrina Tinalli, alcune letture che raccontano le esperienze di persone che han tratto grande (per non dire: unico) giovamento dalla meritoria opera del Farmaceutico Militare, che provvede alla produzione di farmaci destinati a curare o alleviare malati di patologie “rare”.  Queste malattie hanno una doppia faccia: se da una parte, per fortuna della popolazione, sono appunto rare, dall’altra questa rarità rappresenta un enorme problema per quelle poche, pochissime  persone che ne sono colpite, perché non trovano (o non trovano più) le medicine che aiuterebbero a risolvere o mitigare quelle problematiche. Le case farmaceutiche private, spesso veri e propri colossi multinazionali, data la scarsissima platea degli utilizzatori, non riescono a trarre profitto da produzioni minimali che dunque cessano, o non vengono neppure intraprese. E’ un fatto che con la sua caratteristica attività l’Istituto Farmaceutico Militare svolge un compito sociale di grande solidarietà, caratterizzando le Forze Armate nel ruolo di trovarsi a fianco della popolazione da vero servizio a disposizione della salute collettiva.    

Un grande ringraziamento va a chi ha reso possibile questo evento: il Colonello Gabriele Picchioni  direttore del Farmaceutico ed il Primo Luogotenente Camillo Borzacchiello, che ha voluto e creduto al 100% cento per cento nella riuscita del progetto; entrambi hanno aperte a noi ed al pubblico le porte di questo luogo d’eccellenza, per molti versi mitico.

Componente essenziale della riuscita del progetto è stato il gradito supporto dei valenti Coristi de La Martinella per inframezzare le storie raccontate con alcuni canti popolari compresi dolci ninne nanne, che in qualche modo si richiamassero ai sollievi riguadagnati dai malati ad un’esistenza meno faticosa. Del resto già lo scorso sanno abbiamo avuto modo di tenere ben 11 spettacoli a Firenze col Coro La Martinella, eventi (Parole e Suoni della Tradizione) nei quali abbiamo raccontato e cantato le novelle dei nostri nonni: ci fa piacere aver mantenuto ed approfondito il nostro ormai consolidato legame.

Queste particolare iniziativa conferma il DNA delle opere che da sempre la Compagnia delle Seggiole cura e rappresenta: rendere edotto il pubblico non su scenografie e apparenze, ma su fatti e circostanze magari meno note ma non per questo meno importanti e meritorie. E come dico io: “se vi è piaciuto, raccontatelo!”

(Fabio Baronti – Compagnia delle Seggiole)

In ricordo di Enzo Eredi

di Curzio Casoli

ENZO EREDI (Firenze 01/05/1942 Acone 06/09/2024)

La sua vetta è raggiunta!!
Enzo non è più fra noi. La sua lunga escursione si è conclusa la notte fra il 5 e 6
settembre scorso, accasciato contro uno sperone di roccia, nei pressi di casa sua ad Acone,
in una notte ancora piacevole di fine estate.
Così Enzo lascia questa terra come avrebbe voluto, in mezzo ad un bosco ceduo e non da
un letto d’ospedale. Il suo cuore malandato non ha retto ad un pur lieve sforzo.
Socio ultracinquantennale del CAI ha ricoperto varie cariche sia sezionali che regionali
nell’affascinante mondo dell’escursionismo.
Ma la sua storia, la sua vocazione è sbocciata nel seno del Gruppo Speleologico
Fiorentino. In quel contesto Enzo era un trascinatore, critico ma costruttivo, mai disfattista
ed animatore di tante iniziative far gli anni ’70 e ’90, trent’anni di passione, contatti e
amicizia.
Ciao Enzo continua ancora nel tuo cadenzato incedere questa volta fra i sentieri del cielo!

Due ragazze e un furgone

testo e foto di Ejona Boci e Chiara Niccoli

Giugno 2023, Ejona e Chiara partono per la loro prima via classica insieme, il primo spigolo alla Tofana di Rosez, aperta nel 1946 da Albino Alverà e Ugo Pompanin. 

Cosa c’è di speciale? Niente, per gli altri. Per loro invece è un fatto specialissimo.  

Ejona e Chiara alla fine del weekend in Dolomiti, in furgone

Infatti hanno pianificato questo fine settimana già da un anno; hanno pensato a tutto: hanno guardato tutti i meteo del mondo, preso tutte le guide, friend, dadi, cordini, martelli, santini e rosari presenti nelle case dei ragazzi, amici e fratelli, comprato un furgone appositamente (più o meno) per il miglior sonno ristoratore, anche se il furgone non passa dalla sbarra per il rifugio Dibona, quindi viva le sveglie assassine e gli avvicinamenti su asfalto.  

Chiara mentre scala un tiro in falesia ad Arco

Insomma, è già tutto deciso. 

Partono che Ejona si scorda le mezze a casa.  

Ejona è quella vestita di rosa, sempre. E quella che si scorda tutto, sempre.  

Chiara è quella vestita di turchese, sempre. E quella che rimedia alle dimenticanze di Ejona, ma le vuole bene lo stesso, quasi sempre.  

Tratta Firenze – Passo Falzarego fatto in 5/6 ore tra svariate fermate agli autogrill alla ricerca di acqua per il cucinotto, sudori freddi di Ejona che cerca di guidare il furgone di Chiara, noccioline super salate e chiacchere allo sfinimento.  

Finalmente al fresco, mangiano un bel piatto di pasta al sugo e poi filate a dormire nel comodissimo furgone, che per completezza diciamo che ha un nome pure lui: Anacleto. 

Il letto di Anacleto è comodissimo ma la mente è dura da convincere: una notte di pensieri ha reso il sonno tutto tranne che ristoratore, tra momenti di eccitazione e puro terrore.  

“…Ciao mamma, ti ho voluto bene, spargetemi in mare e donate i miei organi…” 

“…Dai però, fai il 7b, ci passerai su un quinto senza ucciderti?…” 

“…Com’era quella sosta su tre punti che avevo visto su youtube?…” 

“…Mamma che bicipite possente che ho, spigolo arriviamoooo…” 

“…Se il tin tin tin è squillante allora è entrato giusto…” 

Menomale che la notte è breve e le 4.30 del mattino arrivano molto presto. Colazione dei campioni, zaino in spalla e alle 5.30 partenza dalla strada direzione rifugio e poi oltre verso lo spigolo. Nessuno che abbia dato loro un passaggio (grazie, buoni di cuore proprio). 

Ejona sul primo Spigolo alla Tofana di Rozes

Arrivate all’attacco, quattro paia di occhi incuriositi le aspettano, già legati e in partenza. Forse le tute da power rangers in rosa e turchese hanno fatto fare un bel tuffo nel passato a questi signori, che per la cronaca non si erano presentati affatto in giacca e cravatta (quindi che avranno avuto da guardare?). 

Viste le occhiatacce, le power rangers decidono di assumere un atteggiamento un po’ scocciato: ma voi proprio questa via dovete fare eh?  

Peccato che non tengono di conto che non sono in compagnia dei loro forzutissimi maschi alfa, veloci, guizzanti e preparatissimi istruttori regionali CAI, ma sono solo loro due: tenere aspiranti istruttrici, con la loro giusta e parca dose di esperienza in ambiente, rigorosamente sempre accompagnate.  

Infatti in due tiri e mezzo di corda i signori curiosi si sono volatilizzati (potevamo risparmiare energie preziose). 

Ejona mentre arrampica una via nelle Alpi Apuane

La via procede liscia, tra le cordate davanti che si dileguano e il tappo che facciamo alla cordata dietro che intanto ci ha raggiunto. Ejona e Chiara si capiscono al volo, non esitano e fanno il loro dovere. In via come nella vita, sincronizzano i pensieri, e arrivano in cima.  

La cima sa di vittoria, di potere, di responsabilità e sa anche tanto di amicizia. Che senso ha arrivare in cima alle montagne se quando ci arrivi ti fa un po’ senso abbracciare il tuo compagno, o bere dalla stessa bottiglia o mangiare la stessa barretta? 

Ejona e Chiara si conoscono dalle superiori: hanno fatto sempre tutto insieme e pure a scalare hanno iniziato insieme. E’ iniziato così questo viaggio, pieno di novità, di paure, di set di arrampicata comprati su Oliunid, di scarpette della Simond e pomeriggi di luglio sotto il sole ardente di Monsummano, legate ai sommi capi della stessa corda. 

 Poi hanno trovato due compagni che le hanno prese per mano e hanno insegnato loro tutto sull’arrampicata e sulla montagna. 

Adesso Ejona e Chiara sono pronte per affrontare tutte le avventure insieme, senza accompagnatori. 

Chiara in arrampicata sul Monte Oddeu in Sardegna

Cos’ha di speciale questo racconto? Niente, per gli altri. Ma per noi, Ejona e Chiara, è specialissimo. 

Perché parla di paure, quelle che hanno in molti prima di spiccare il volo; parla di libertà, quella di capire quando è il momento e quando non lo è e di decidere per sé stessi; parla di felicità, quella del riuscire e realizzare dei piccoli grandi sogni; infine parla anche di amicizia, quella che quando ti leghi ai capi delle corde ti senti in cassaforte, e abbassi la testa alle soste;  

Noi sappiamo, e un po’ speriamo anche, di raccontare la storia di molte/i, ognuna specialissima a modo suo.  

Un giro di grappe… un’avventura nell’avventura

Testo di Carlo Barbolini, Foto: Archivio Spedizione El Chantel ’85

Rifugio Porro in Val Malenco corso INA 1884

Settembre 1984, corso per istruttori nazionali di alpinismo (INA), settimana parte ghiaccio Val Malenco. E’ il secondo corso al quale partecipo da istruttore. Durante i corsi si fa conoscenza e ci si confronta con alpinisti di tutta Italia e questo è un beneficio per tutti, istruttori e allievi. Di solito il dopo cena in rifugio è molto conviviale e in una di queste occasioni davanti ad un giro di grappe al mirtillo faccio amicizia con due allievi miei coetanei, o quasi: Angelo Pozzi (Kocis) di Mariano Comense e Mauro Petronio (Mauretto) di Trieste ed insieme cominciamo a fantasticare su viaggi e spedizioni alpinistiche nei luoghi più remoti del mondo. Ad un certo punto Mauretto, forse dopo la quarta o quinta grappa esclama: “perché non andiamo in Patagonia?” A fare che? Dopo altri giri di grappe l’idea è una via nuova al Fitzroy, El Chalten in lingua locale, una delle montagne simbolo della Patagonia e la più alta, anche se l’altezza di 3405 m non è significativa, ma si tratta di montagne molto impegnative, sia dal punto di vista logistico all’epoca, che da quello prettamente alpinistico. Il dado è tratto!

Hielo Continental

Nel corso dei mesi successivi cominciamo a crederci davvero e coinvolgiamo altri amici: Massimo Boni (Massimone) di Firenze e Mauro Rontini di Borgo San Lorenzo. Mauretto coinvolge Marco Sterni (Il Bambino) che era un  fuori quota. Noi cinque eravamo più o meno trentenni. Il Bambino ne aveva venti, decisamente fuori quota. Scopriamo che sulla parete nord non era ancora stata tracciata alcuna via. Bene, sarà il nostro obiettivo! “El Chalten ‘85”, questo sarà il nome della spedizione.

La brochure di presentazione della spedizione

Durante la fine dell’84 e per quasi tutto il 1985 ci siamo visti, arrampicato insieme, cercato sponsor, recuperato materiali, venduto cartoline (questo lo spiego tra un po’), organizzato il viaggio. Per i materiali occorrevano corde statiche, chiodi, friend, nut, ramponi, piccozze, scarponi, vestiario tecnico, alimenti, bombolette di gas senza considerare quello che già avevamo personalmente. Tutti ci siamo impegnati al massimo per reperire soldi e materiali e alla fine avevamo i 18 bidoni blu pronti per la spedizione, circa 500 kg di bagaglio oltre ai nostri zaini e bagagli a mano. Ci accordiamo con la compagnia aerea che il bagaglio avrebbe viaggiato con noi, ma come cargo per poter limitare la spesa. Ah, dimenticavo: le cartoline. Senza internet, social, tablet, cellulari ecc, una bella fonte di finanziamento era la vendita di cartoline ricordo, firmate dai partecipanti e spedite dal luogo di arrivo. Il lavoro consisteva nel firmarle, attaccare i francobolli (2 o 3 per cartolina) e andare in posta argentina per il timbro di partenza. Considerando che abbiamo venduto circa 2500 cartoline è stato un lavoro massacrante. Oggi c’è il Crowdfunding. Per documentare la spedizione Mauro aveva avuto in prestito una cinepresa 16 mm e Massimone porterà una super 8. Solo quest’anno 2023 siamo riusciti a far digitalizzare le immagini in 16 e super 8 condensate in un film che è stato presentato al teatro di Fiesole il 15 giugno, quasi 40 anni dopo! 

Arrivo a Buenos Aires

Finalmente arriva il grande giorno! E’ venerdì 29 novembre e, per la legge di Murphy «Se qualcosa può andare storto, lo farà», arriva un bel casino: Linate con la nebbia, ritardo del volo per Amsterdam e per un pelo presa la coincidenza per Buenos Aires. Arriviamo nella capitale argentina dove ci aspetta una brutta, bruttissima sorpresa. Solo 13 bidoni sono arrivati via cargo. Dopo lunghe ricerche e discussioni con la dogana e la compagnia aerea, viene fuori che i 5 bidoni persi sono a New Delhi, India, praticamente dall’altra parte del mondo. Ospiti dagli zii di Mauretto in un sobborgo di Buenos Aires passiamo un giorno in relax ma il tempo ci sfugge sotto i piedi.

Festa dagli zii di Mauretto

Decidiamo che tutti escluso me partiranno come previsto per Rio Gallegos, la capitale della provincia dei Santa Cruz nella Patagonia Argentina, punto di partenza per le spedizioni verso il gruppo Fitzroy/Cerro Torre. Rimango per diversi giorni a Buenos Aires per poter seguire la situazione dei bidoni persi e, da quel momento, non ho avrò più notizie dei miei compagni. Riesco ad organizzare il rientro del bagaglio perduto ma scalpito anch’io e metto in moto tutto un sistema perché il bagaglio possa arrivare quasi autonomamente al campo base. Finalmente parto via aerea per Rio Gallegos, con l’aiuto di Vittorio Gotti (scomparso il 4 aprile del 2004 a 72 anni insieme alla moglie Angela Mira e un argentino nei pressi di Punta Arenas mentre tornava a Rio Gallegos in un incidente stradale), imprenditore del luogo (famiglia di italiani emigrati), prendo un altro aereo per Comodoro Rivadavia, circa 1300 km più a nord, dove mi aggrego ad una spedizione che si dirige nello stesso gruppo montuoso.

Arrivo all’estancia

La spedizione è diretta da Graziano Bianchi e composta da altri giovani alpinisti. Rimaniamo qualche giorno ospiti della missione salesiana Don Bosco di Padre Corti e continuo a non avere notizie della sorte dei miei compagni, so solo che a El Calafate ci sono arrivati. Si parte con un aereo militare della Fuerza Aerea Argentina con una tappa a Gobernator Gregores e dopo una notte passata nel piccolo aeroporto della cittadina ripartiamo con un bimotore militare e dopo aver fatto un giro spettacolare dentro il gruppo montuoso, atterriamo su pista in terra battuta e ad un’ estancia  (fattoria) non lontana dal villaggio dove c’è una posada (locanda) e la casa del guardiaparco.

Durante il trasferimento
A Comodoro Rivadavia da Padre Corti
Pozzi di petrolio Comodoro Rivadavia

Vagando per il luogo finalmente incontro i miei compagni che stanno trasportando il materiale al di là del Rio Fitzroy guadandolo fino alla vita con l’acqua veramente fredda. Tutti insieme trasportiamo poi il materiale alla capanna del Gaucho Guerra che dovrebbe portarci alla Piedra del Fraile. (Nell’aprile del 1983 aveva iniziato a lavorare come trasportatore per gli scalatori.  Molte persone venivano dall’Europa. Aveva costruito un Puesto.. La gente diceva che era famoso allora, ma lui diceva di essere rimasto lo stesso Guerra di sempre). Nel luogo del guado e della capanna oggi ci sono il ponte sul Rio Fitzroy e una vera e propria città, El Chalten, che conta qualche migliaio di abitanti.

Dove ora c’è la città di El Chalten

Ancora una notte e partiamo con Mauro che si è preso una bella distorsione ad una caviglia per cui viaggia su un cavallo, noi a piedi, il Gaucho Guerra con Jorge che si definisce “il Gaucho Moderno” e i carichi trasportati dai cavalli. Poco dopo la partenza il “Moderno” inscena un teatrino che fa imbizzarrire un cavallo che perde il carico. Il risultato finale è che non ritroviamo tutto, capiremo più avanti che il “Moderno” ha fatto un “robo” (un furto). Io, Mauro, il cavallo e Massimone rimaniamo indietro, sembriamo l’Armata Brancaleone, sbagliamo itinerario e, nel tentativo di guadare il Rio de Las Vueltas, Massimone viene portato via dalla corrente e per pura fortuna non ci rimette la pelle. Il materassino sullo zaino lo tiene a galla ed un’ansa del fiume lo fa arrivare sulla riva opposta alla nostra, bagnato ma sano e salvo. Troverà rifugio in un “Puesto” della gendarmeria che si trova a 2/3 km a monte. Io, Mauro ed il cavallo bivaccheremo sotto la pioggia fino al giorno dopo, quando un paio di gendarmi riporteranno a cavallo Massimone dal nostro lato del fiume indicandoci l’itinerario giusto.

Il gaucho Guerra
Massimone ritorna da noi

Finalmente siamo al Campo Base: La Piedra del Fraile dove ora c’è un rifugio gestito. Inizia la vera spedizione alpinistica anche se mutilata dei bidoni che mancano all’appello. Il tempo è molto variabile con giorni di tempo orrido e vento impetuoso, alternati a giorni belli anche se comunque il vento c’è quasi sempre. La permanenza obbligata al campo base per il tempo brutto ci fa consumare molti, troppi alimenti e in poco tempo i viveri scarseggiano e la situazione tra di noi comincia ad essere  “nervosa”. Come scrive Chris Bonington nell’appendice del suo libro “Everest” “L’importante del mangiare è che ce ne sia” ed è quello che a noi manca. Cominciamo a controllare reciprocamente le razioni ed arriviamo a fare una specie di marmellata con delle bacche rosse che troviamo vicino al campo base. Kocis arriva a provare a fumare il tè…aveva finito anche le sigarette. Una sera dopo cena Kocis rimane dentro la baracca per leggere qualche pagina di un libro, tenta di cambiare la bomboletta di gas alla lampada e, per vederci meglio, si avvicina al fuoco che arde nello pseudo caminetto che abbiamo.

Il caminetto dentro la baracca

Per farla breve da fuoco alla baracca e solo il mio intervento, insieme ad un amico di Kocis, permette di limitare i danni ma stava per bruciare l’intero campo base. Kocis si brucia un po’ di capelli e le ciglia. Alla fine non è andata malissimo. Facciamo molti viaggi per portare il materiale alla base della parete. L’itinerario non è né banale né breve: si tratta di salire fino a un passo per una lunga pietraia, si scende dall’altro lato e poi per un ghiacciaio tormentato si arriva a salire un pendio di neve che ci porta alla base.

Gruppo del Fitzroy

La parete è imponente e forse capiamo il perché ancora non sia stata tracciata alcuna linea di salita. Per poter stare “comodi” alla base scaviamo una grotta nella neve e nel ghiaccio per mettere le tende al riparo dal vento, ma solo alcuni di noi hanno gli scarponi per il bagaglio ancora perso, che arriverà al campo base solo il 28 di dicembre. Iniziamo la vera e propria scalata e abbiamo la fortuna di trovare un bel posto comodo a metà parete che chiameremo “il Grand Hotel”. In due periodi di quattro giorni in parete, intervallati da molti giorni di tempo pessimo e vento impetuoso, riusciremo a terminare la via il 17 di gennaio 1986 per una parete di 1900 m e un totale di 46 lunghezze di corda, tutti noi sei siamo arrivati su, nessuno è rimasto indietro! La chiameremo via del Tehuelche, tribù di nativi americani stanziata in Patagonia, quasi estinta per la “colonizzazione” degli spagnoli. Solo un aneddoto: arrivati alla fine delle difficoltà in piena bufera Mauretto mi chiede di tenergli i calzari di piuma mentre cercava qualcos’altro nello zaino. Uno di questi mi vola via e sparisce. Sistemiamo gli zaini e ci prepariamo per continuare la salita. Magicamente dopo qualche minuto il calzare torna da noi dopo chissà quale volo in parete. La discesa risulterà veramente impegnativa per la tempesta che era arrivata alla fine della salita e che ci ha costretti a passare una notte praticamente insonne a metà parete, con un vento fortissimo e una bufera di neve. L’intero giorno successivo lo impiegheremo per raggiungere, stanchi ma felici, il campo base.

Mauro alpinista e cineoperatore
Attraversamento del ghiacciaio
Attraversamento del ghiacciaio
Parete nord Fitzroy via del Teulelche
Il Grand Hotel nella tempesta
Tende tenute in terra per il vento
Il Bambino nel tratto più impegnativo della salita
Il bambino un un momento di riposo
In parete Kocis e Mauretto
Il Grand Hotel con caldo e sole
Massimone nella grotta di ghiaccio alla base della parete
Il Grand Hotel a metà parete
Il sottoscritto con il maltempo

Meno male che avevamo preparato tutte le soste in modo da non doversi preoccupare della loro tenuta anche in caso di maltempo, cosa che è regolarmente avvenuta, ma tutta l’avventura della salita e della discesa è un’altra staereooria. Siamo stati sicuramente fortunati, ma anche molto testardi visto come era cominciata tutta la storia. Non ho raccontato la scalata, ma il condensato del viaggio e avvicinamento alla parete, tutte cose che per certi versi sono state forse più impegnative della salita, un’avventura nell’avventura durata quasi tre mesi. 

Panorama del gruppo Fitzroy Cerro Torre

Durante il lockdown dovuto al covid 19, ho trascritto il mio diario che avevo tenuto durante la spedizione. Ho riportato solo alcuni tratti del diario che ho condiviso con tutti i miei compagni di avventura e con la famiglia degli zii di Mauretto che ci hanno ospitato a Buenos Aires.   

Sicuramente è stata la più importante esperienza alpinistica extraeuropea della mia vita e delle 12 volte che sono stato in giro sulle montagne del mondo. Tutti noi abbiamo partecipato con passione anche se, come normale che sia, non sono mancate accese discussioni e litigate, prima, durante e dopo, ma quelle fanno parte del gioco. Siamo partiti amici e siamo tornati amici. Alla serata del 15 giugno a Fiesole eravamo tutti presenti 37 anni dopo. 

 E pensare che è stata tutta colpa delle grappe al mirtillo del rifugio Porro.. 

Finalmente al termine della via

Via dell’Arno

testo e foto di Jacopo Cellini

“Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona e cento miglia di corso nol sazia”    Dante Purgatorio canto XIV 

290 km attraverso la Toscana tra parchi naturali e città d’arte

Ho scelto di tracciare un percorso pedonale che seguisse da vicino il corso del più importante fiume toscano: l’Arno. L’Arno nasce alle pendici del monte Falterona e, dopo aver compiuto un’ampia curva verso sud (Arezzo), attraversa Firenze, scorre verso Pisa e sfocia nel mar Tirreno dopo 240 km. 

Pochi metri a valle della sorgente: l’Arno comincia la sua corsa

Il percorso vuole evitare le strade asfaltate a favore di sentieri, argini, piste ciclabili, collegamenti e strade di servizio lungo i campi. Nasce così un tracciato di circa 290 km per l`84% su terra battuta (meno di 50 km su asfalto), con un dislivello positivo di 2800 m e dislivello negativo di 3500 m. 

Anche se si attraversano ben 4 parchi naturalistici (delle Foreste Casentinesi, di Ponte a Buriano, della Valle dell’Inferno e Bandella e di San Rossore), non si tratta esclusivamente di un percorso naturalistico in quanto, durante il cammino, si incontrano anche citta` d`arte e piccoli paesi ricchi di tradizioni in cui ci si può soffermare per approfondirne le bellezze. 

Sentiero verso Subbiano

Cominciamo dicendo che il punto di partenza del cammino, “Capo d’Arno”, non è direttamente raggiungibile con i mezzi pubblici in quanto si trova alle pendici del monte Falterona, all`interno del Parco delle Foreste Casentinesi. E` quindi necessario fare una tappa di “prologo” da Castagno D’Andrea. 

La suddivisione in sezioni che viene descritta non vuole indicare una vera e propria divisione in “tappe” ma è frutto di come ho suddiviso il percorso per studiarlo con attenzione, per raccogliere i dati e per poi avere un buon supporto logistico per percorrere ogni tratta in mezza giornata.  

  • Castagno d`Andrea – CAPO D`ARNO
  • Capo d`Arno – Corsalone 
  • Corsalone – Subbiano 
  • Subbiano – Ponticino 
  • Ponticino – Montevarchi 
  • Montevarchi – Rignano 
  • Rignano – Compiobbi 
  • Compiobbi – Rovezzano 
  • Rovezzano -Firenze 
  • Firenze – Signa 
  • Signa – Montelupo 
  • Montelupo – Castelfranco 
  • Castelfranco – San Frediano a Settimo 
  • San Frediano a Settimo – Pisa 
  • Pisa – BOCCA D`ARNO  

Giunti a Pisa ci sono 2 possibilità: quella che ritengo la naturale conclusione di un percorso a contatto con la natura, ovvero restare sulla sponda destra e concludere  la via all’interno del parco di San Rossore, ma essendo consapevoli che, per la presenza di una base militare vicino alla foce, non sempre è permesso giungere fino al mare. Oppure, se si vuole avere la certezza di arrivare a toccare il mare Tirreno, da Pisa si deve percorrere la meno interessante, più noiosa e completamente asfaltata variante sulla sponda sinistra. 

Ansa dell’Arno nella “riserva naturale valle dell’Inferno a Bandella,” fra Ponticino e Montevarchi
Antico edificio sulla sponda tra Rignano e Compiobbi

Le varie sezioni sono molto diverse fra loro e consentono di accontentare tutti: ce ne sono di monotone a fianco dell’autostrada, altre tutte diritte, alcune di difficile orientamento, alcune attraversano borghi e città d’arte, altre restano solitarie nella natura, alcune non toccano mai l’asfalto, altre sono completamente pianeggianti. Tra le sezioni che mi sono restate impresse, sicuramente c’è la sezione di prologo che ci guida nelle foreste Casentinesi fino a dove nasce l’Arno: è emozionante. 

ll tratto fra Ponte a Buriano e Rondine (sezione Subbiano-Ponticino) è immerso nella natura, ben segnalato ed una delle parti più belle. Veramente suggestivo, tagliato per lunghi tratti sui ripidi versanti creati dall’incisione del fiume e degli affluenti; si cammina sempre immersi nel bosco fitto, in vista del corso d’acqua, e si attraversano i diversi affluenti che spesso, prima di gettarsi in Arno, formano piccole cascate.  

Parco dell’Anconella a Firenze

La sezione Signa-Montelupo è varia e divertente, siamo appena fuori Firenze e si percorrono suggestivi i sentieri nei canneti, soprattutto quello stretto e tortuoso, poco prima di raggiungere l’Ombrone. 

Ponte Vecchio

Particolare anche la sezione Montelupo-Castelfranco che si sviluppa quasi interamente su argini alti ben tenuti. Stupendo quando, risalendo un argine, si apre davanti al nostro sguardo l’ampio bacino di Roffia. 

Ponte di Mezzo a Pisa

PERIODO 

A mio avviso i periodi migliori sono la primavera (prima del caldo intenso) e l’autunno (fino alle prime nevicate). 

Anche se non ci sono periodi assolutamente sconsigliati, è preferibile evitare la percorrenza del tracciato in piena estate in quanto quasi la totalità del percorso è in campo aperto e dunque esposto al sole e l’acqua, seppur presente, non è poi abbondantissima. La parte da Subbiano in poi è percorribile anche in inverno; mentre nel tratto precedente si potrebbe incontrare neve nel periodo invernale a causa della quota più elevata. In questi ultimi casi, anche se i sentieri sono fattibili, si potrebbero avere maggiori difficoltà.  

PRO 

-Facile e pianeggiante: sopratutto dalla fine del Casentino in poi. Un po’ più complessa e con qualche salita in più’ la prima parte. 
-Collegamenti: complessivamente ben servito dai mezzi pubblici con fermate talvolta proprio a ridosso del tracciato. 
-Durata: percorribile a sezioni singole anche da chi non avesse a disposizione 7-10 giorni consecutivi 
-Sterrato: 84% dell’intero percorso 
-Sicuro: pur passando nella natura e lontani dal traffico si è sempre vicini ad aree abitate per ogni necessità; sono stati evitati attraversamenti pericolosi di torrenti o binari  
-Fango: anche in caso di pioggia nel corso del giorno precedente non ho mai trovato zone fangose 
-Periodo: percorribile quasi tutto l’anno  
-Natura: si attraversano quattro parchi e/o riserve naturali con possibilità’ di vedere animali nel loro ambiente. 

CONTRO 

-Partenza: non raggiungibile direttamente con i mezzi, è necessario fare una tappa di prologo  
-Asfalto: ovviamente le aree cittadine sono molto urbanizzate, talvolta anche fino all’argine, proprio qui i brevi tratti asfaltati  
-Argini: non sempre sono ben tenuti, dipende dalla varie amministrazioni comunali  -Bocca d’Arno: per avere la certezza di toccare il mare si deve percorrere la variante asfaltata dell’ultima sezione 

MEZZI PUBBLICI  

La parte Casentinese è collegata da una rete di bus, la ferrovia la troviamo solo a partire da Stia, anche se qui i treni sono meno frequenti. Da Arezzo, verso per tutto il Valdarno fino a Firenze e da quest’ultima città verso Pisa è invece servito ottimamente dalle ferrovie regionali che sembrano proprio seguire il corso del fiume con numerose fermate.  

Mappa dei mezzi pubblici lungo il percorso

CONSIDERAZIONI FINALI 

Durante questo lungo percorso ho avuto la fortuna di incontrare: aironi cenerini, cavalieri d’Italia, cinghiali, daini, germani, fagiani, topolini, aculei di istrice, volpi. 
Chi intraprende questo cammino vuole massimizzare il contatto con la natura, ma anche lasciarla godibile anche da chi verrà dopo: smaltendo correttamente i rifiuti (anche organici), lasciando l`ambiente come trovato, rispettando la natura, gli animali e le proprietà private. 
Si incontrano numerose fontane proprio sulla traccia percorsa. Ma poichè si attraversano alcuni centri abitati sicuramente è possibile trovarne altre uscendo dal percorso segnato. 
E` possibile scaricare gratuitamenta la traccia gpx, importante poiché la via non è segnalata,  sul sito:  
https://www.wikiloc.com/hiking-trails/via-dellarno-da-capo-darno-a-bocca-d-arno-136390532 

Aree di miglioramento: 

-ricerca maggiori punti acqua vicino al tracciato 
-pulizia di alcune zone trattate come discariche 
-inserimento segnaletica 
-ridurre i tratti da percorrere su asfalto 
-tracce da migliorare: alcune sono poco evidenti e/o da battere meglio 

È possibile scaricare
gratuitamente
la traccia gpx,
importante poiché la
via non è segnalata:

La Bonatti – Mazeaud 

Una via quasi per caso

testo e foto di Jacopo Baldi

Non tutte le avventure nascono sempre nello stesso modo, questa ad esempio è una di quelle nata per me quasi per caso.  

Il sofferente e tormentato ghiacciaio del Freboudze sormontato dalla parete Sud delle Petites Jorasses

È un normale mercoledì pomeriggio di luglio. Complice il caldo e l’intensa giornata di lavoro, la mente inizia già a fantasticare sui programmi del fine settimana. Il meteo è buono e le Apuane sembrano proprio la meta perfetta per una bella arrampicata in cerca di fresco. Unica conditio sine qua non – giusto per rispolverare un po’ il latino del liceo – è fare qualsiasi cosa purché facile. Tanta corsa e tanta palestra infatti, ma per quest’anno ancora niente roccia… meglio non esagerare!  

Son convinto del programma, così rientrando a casa chiamo subito Nicco per proporgli un bel giro in Apuane, certo che rimarrà anche lui in zona. “… veramente vado sul Bianco a fare la Bonatti-Mazeaud, partenza comoda Sabato mattina. Ti unisci?”. Panico. Attimo di silenzio. Encefalogramma piatto. Poi la mente dà piccoli segni di vita e senza troppa lucidità balbetto un timido “OK!”. 

… Ok?! … ma che mi passa per la testa?! … fortuna che dovevo fare qualcosa di facile in zona e per di più in giornata!  

… ed è proprio così – quasi per caso – che a volte nascono le avventure. 

Nel 2020 provai in realtà già un tentativo della via in compagnia di Carlino e l’Ilaria. Le pessime condizioni della crepaccia terminale ci obbligarono purtroppo a una triste ritirata senza nemmeno riuscire ad assaporare quel bellissimo granito. La voglia di tornare però è sempre rimasta, c’era solo da aspettare il momento giusto per una bella rivincita. 

La cordata è sempre la stessa. Il solito trio ormai collaudato da anni con Nicco e Carlino. Questa volta però il gruppo si allarga e a farci compagnia si aggiunge anche il fortissimo Lorenzo Toscani, conosciuto da tutti come Dodo. Giovane promessa della scuola Tita Piaz, è entrato da poco a far parte dei 12 giovani alpinisti selezionati per l’ambito progetto Eagle Team ideato dal fortissimo Matteo Della Bordella. Che dire… un vero fuoriclasse! 

La via Bonatti-Mazeaud è diventata ormai una pietra miliare della val Ferret. Una via bellissima con difficoltà mai estreme né banali, immersa in un ambiente selvaggio e isolato. Un’incessante alternanza di placche e diedri, alla continua ricerca dei punti più deboli della parete Sud-Est delle Petites Jorasses, con un crescendo di difficoltà e bellezza che culmina col superamento dell’enorme diedro che caratterizza la parete. Per gli amanti dei numeri, la via ha uno sviluppo complessivo di circa 500 m ed è classificata come ED- con difficoltà su roccia fino al VIII (6c). Una salita insomma che merita sicuramente di entrare nel proprio curriculum personale! 

Densa di significato storico, la via porta il nome dei due grandissimi alpinisti – Walter Bonatti e Pierre Mazeaud – legati tra loro dalla tragica vicenda del Freney. Chiamata infatti anche col nome di “Via dell’amicizia”, venne aperta nel 1962 ad appena un anno di distanza dalla terribile vicenda che vide coinvolti i due alpinisti insieme ad altri 5, in quella che comunemente oggi chiamiamo la tragedia del Freney.  

Era l’estate del 1961 quando Walter Bonatti insieme ai compagni Andrea Oggioni e Roberto Gallieni decisero di tentare la salita dell’allora inviolato Pilone Centrale del Freney. Una via di altissimo impegno tecnico e fisico, tutt’ora una delle più ambite tra le grandi classiche del massiccio del Monte Bianco.  

Arrivati al bivacco della Fourche – recentemente franato nell’estate del 2022 – i tre italiani incontrarono la cordata francese costituita da Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Robert Guillaume e Antoine Vieille. Le due cordate decisero così di unire le forze e tentare insieme l’ambizioso tentativo, ma a pochi metri dalla vetta del Pilone il gruppo venne colto da una violenta tempesta di neve che durò per diversi giorni. Stremati dalla tormenta, i sette alpinisti decisero di tentare la disperata discesa verso valle, ma solo in tre – Bonatti, Gallieni e Mazeaud – riuscirono a sopravvivere. 

L’eco della tragedia fu enorme e i tre sopravvissuti – in particolare Bonatti – furono posti al centro di polemiche e accuse. La via aperta l’anno successivo sulle Petites Jorasses fu così l’occasione per rafforzare i legami tra i due e soprattutto per ricordare gli amici scomparsi.    

Il tipico “mercatino dell’arrampicatore” che caratterizza l’inizio di ogni nuova avventura

… Pronti! Non resta che decidere le cordate. L’idea di concludere insieme il progetto già iniziato ci piace molto e così io e Carlino optiamo per legarci nuovamente insieme, lasciando Nicco con il fortissimo Dodo. 

L’avvicinamento fino al bivacco Gervasutti scorre tranquillo tra guadi, nevai e corde fisse. Il bacino del Freboudze – sorvegliato dall’imponente parete Est delle Grandes Jorasses – è qualcosa di meraviglioso. Folti prati verdi – puntinati da sporadici nevai – si arrampicano ripidi dal fondovalle ad inseguire le pareti rocciose; timidi ghiacciai – ormai strozzati dall’incessante caldo estivo – fanno capolino invece dall’alto delle balconate rocciose, mentre ruscelli ricolmi d’acqua precipitano nel vuoto per superare i vertiginosi precipizi che circondano la valle. In tutto il bacino regna la pace. 

Risalendo il ghiacciaio del Freboudze in vista del Bivacco Gervasutti arroccato sugli speroni rocciosi ai piedi delle Petites Jorasses

… però… che affollamento al Gervasutti! Il bivacco è al completo e tra le chiacchiere davanti ai tortellini fumanti cerchiamo di fare il punto della situazione per il giorno successivo: una cordata tenterà la salita della via Gervasutti sull’imponente parete Est delle Grandes Jorasses, una guida col cliente andrà sulla cresta delle Petites Jorasses, mentre tutti gli altri affronteranno con noi la parete Sud. Saremo ben in sette, suddivisi in tre cordate ad affrontare la mitica Bonatti-Mazeaud! 

L’avveniristico bivacco Giusto Gervasutti installato su un isolotto roccioso nell’Ottobre 2011 a guardia del Ghiacciaio del Freboudze e puntato come un enorme cannocchiale sulla Val Ferret

Il sole riposa ancora sotto l’orizzonte e illuminati dalla fredda luce delle frontali guadagniamo rapidamente quota lungo il ghiacciaio del Freboudze. La crepaccia terminale si supera agevolmente e in breve siamo pronti ad attaccare. Dodo è il primo e Nicco lo segue, poi parto io ancora un po’ intorpidito dal freddo, mentre Carlino mi assicura dalla sommità del ghiacciaio.  

Dodo mentre muove i primi passi lungo la via in cerca della giusta direzione da seguire

La linea è logica e l’arrampicata sempre entusiasmante. Come piccoli puntini su un foglio bianco, il tracciato intercetta tutti i maestosi diedri della parte bassa della parete e la linea di salita ricorda un po’ il gioco “unisci i puntini e scopri la figura” che da bambino mi divertivo a completare nelle ultime pagine del giornale. Questa volta non compare alcuna figura, ma solamente una via meravigliosa dal vero gusto alpinistico. 

Il gruppo lungo i primi divertenti diedri che caratterizzeranno tutta la via

La scalata prosegue tranquilla a comando alternato. I chiodi scarseggiano ad eccezione delle soste, ma l’ottimo granito lascia spazio alle protezioni veloci. In breve arriviamo alla base dell’enorme diedro dove si concentrano le maggiori difficoltà. Visto dal basso è davvero impressionante: due enormi piani intersecati tra loro e puntati contro il cielo, una struttura talmente perfetta che sembra proprio l’opera di un abile scultore.  

Diedri a volontà!

Ci rimbocchiamo le maniche e saliamo questi tre spettacolari tiri dal gusto yosemitico. Supero a vista il primo e Carlino fa altrettanto col secondo. Il terzo invece è purtroppo talmente bagnato che siamo tutti costretti a salire l’ultima parte in artificiale su friend… o come si dice al giorno d’oggi “mungendo i rinvii”.  

Nel cuore dello yosemitico diedro fessurato (Foto N. Raffaelli)

Con un acrobatico tiro da contorsionisti esco dalla zona strapiombante e mi addentro nell’articolato sistema di placche e fessure che occupa la sezione centrale della parete. Ancora qualche bellissimo tiro e arriviamo con un lungo e facile traverso alla terrazza che immette sulla compatta e rossa cuspide sommitale. Il tracciato originale – ormai abbandonato e non più percorso – proseguirebbe verso destra lungo un orrido colatoio, oggi si preferisce fermarsi qui o in alternativa proseguire sugli ultimi due tiri della via Manera e uscire lungo il classico spigolo Riviero che conduce in vetta. 

L’orologio spacca le 11. La tabella di marcia è rispettata in pieno e la salita è corsa veloce in appena 6 ore. Raggiungere la vetta sarebbe sicuramente la ciliegina sulla torta, ma il rientro a piedi verso valle e poi in macchina fino a Firenze ci suggeriscono di desistere e iniziare la lunga discesa in doppia sulla vicina via Pantagruel. 

Alle 16.30 siamo alla macchina, felici e soddisfatti per la bella salita appena compiuta. … adesso non rimane altro che fermarsi a Courmayeur per una buona pizza più che meritata! 

Da sinistra a destra: Jacopo, Nicco, Carlino e Dodo

Tra natura e storia nel selvaggio Mercantour 

testo di Lapo Gambassi
foto di Francesco Superchi

Vista sul Vallon de la Fous
Il Pas de la Fous

Per la fine di Agosto 2022 il programma del Gruppo Juniores “Pane e Vette” prevedeva l’uscita “Giro del Civetta in tenda”, dal lato opposto dell’arco alpino rispetto al Parc National du Mercantour, essendo situato quest’ultimo nel versante francese delle Alpi Marittime, al confine col Piemonte. Una serie di eventi ha reso però possibile avventurarsi in questo angolo delle Alpi: Il maltempo sul Monte Civetta e la fortunata circostanza di trovarsi già in zona, precisamente vicino Briançon, ospiti del mitico Jeremy. L’uscita sul Civetta sarebbe saltata pure nel Giugno successivo e sarei arrivato a toccarne la cima solo nell’Agosto 2023, ma questa è un’altra storia. 

Lac Vert e Refuge Valmasque
Lac Vert scendendo verso il Rifugio Valmasque
Bivacco presso il Lac des Mervailles

Saputo della cancellazione della gita sul Civetta, il 17 Agosto ci dedichiamo dunque alla progettazione del giro sul Mercantour, grazie a Mapy.en ed all’esperienza di Andrea (detto Pelle), già stato in quei luoghi; il gruppo è composto da Niccolò, Diana, Francesco, i già citati Jeremy e Pelle, oltre che dal sottoscritto. Il giorno successivo ci dedichiamo al trasferimento in macchina, che si rivela piuttosto avventuroso a causa della chiusura del tunnel di Tenda: dobbiamo così percorrere una stretta strada sterrata a senso unico alternato, ma riusciamo ugualmente ad arrivare a Tenda. Lasciamo le macchine vicino al Lac des Mesches e dormiamo al rifugio “Neige e Meraveilles”, che peraltro è un’ex caserma militare italiana: infatti la zona dove svolgeremo tutto il nostro percorso appartenne all’Italia fino al 1947 e venne ceduta alla Francia con il trattato di pace. Il 19 iniziamo il trekking vero e proprio risalendo una splendida valle sotto l’imponente Monte Bego, luogo di antiche incisioni rupestri, fino ad arrivare al “Refuge des Marveilles”, accanto al

Bivacco presso il Lac des Mervailles

quale dormiremo in tenda. Il giorno seguente risaliamo la “Val des Mervailles”: così definita, a ragione, per il paesaggio, l’abbondante fauna e le antiche incisioni presenti. Finita la valle arriviamo ad una sella ed iniziamo a scendere verso la meta della giornata: il percorso per arrivare fino al “Refuge de Nice” si rivela impegnativo a causa del precario stato dei sentieri ma sicuramente appagante. Il 21 Agosto l’itinerario si rivela ancora più faticoso; dal Refuge De Nice proseguiamo su sentieri poco segnati, tracce, lastroni ed immancabili “facili roccette ” fino a Cima Viglino (2910 m) sul confine franco-italiano, da cui scendiamo fino al piccolo e scenografico “Refuge de Valmasque”, affacciato sul “Lac Vert”.

Sullo sfondo il Lac du Basto e il Lac Noir

Nel percorso troviamo una discreta quantità di camosci e stambecchi; si rimane impressionati dall’abilità di questi animali di arrampicarsi sulle rocce ed anche dai loro occhi piuttosto inquietanti. I giorni seguenti si rivelano più riposanti: il 22 costeggiamo il Lac Vert e Lac Noir, entrambi sfruttati per l’energia idroelettrica, per poi scendere al “Refuge de Fontanalba”.

Vicino al Refuge de Fontanalba

Nella valle prima di quest’ultimo ci fermiamo anche a curiosare presso un’antica postazione militare, presumibilmente costruita dalle forze armate italiane negli anni 20/30 del secolo scorso; lo stesso rifugio Fontanalba riporta la data del 1938 incisa su un muro. In questi giorni abbiamo incontrato pochi turisti, perlopiù francesi e qualche italiano; a volte mi fermo a pensare al fatto che un’ottantina di anni fa proprio su queste montagne italiani e francesi si fecero la guerra, come ci ricordano le numerose costruzioni militari, mentre adesso camminano insieme nelle stesso zone: sicuramente un progresso. La giornata del 23 Agosto è quella conclusiva del giro, dedicata a tornare alle macchine nel minor tempo possibile, in gran parte rifacendo in discesa l’itinerario del primo giorno.  

Lac Vert con vista dal Rifugio

Si è trattato di un percorso intenso e soddisfacente, una grande avventura con una bella compagnia; utile ricordare che non ci sono né internet né segnale telefonico in questi posti. 

Torre Baracca a Monte Morello

testo, foto e disegni di Lorenzo Baldi

Cominciamo dalla fine: l’elaborato della mia tesi di laurea in Architettura, con cui sostenevo la possibilità di dare un futuro alla Torre Baracca a Monte Morello terminava con queste parole: “Una sorta di nemesi a fronte del sostanziale disinteresse e dell’oblio patiti troppo a lungo. 

Non è facile, l’importante è crederci: i sogni sono il motore della realtà”. 

L’idea della tesi mi era venuta in mente dopo aver osservato con curiosità la ripulitura dalla vegetazione infestante di quel complesso edilizio parzialmente diruto che un po’ tutti conoscono, almeno per sentito dire. 

Vediamo un po’ di che si tratta. 

Monte Morello è il rilievo di origine calcarea che sovrasta da nord la piana fiorentina e la separa dal bacino idrografico della Sieve. Abitato sin da epoca remota, presenta ancora oggi un notevole interesse paesaggistico ed ambientale, non solo per la posizione panoramica e la consistenza e la varietà del patrimonio boschivo, ma anche per la presenza di significative testimonianze storiche. Una di queste è l’agglomerato rurale comunemente detto “Torre Baracca”, ubicato nell’impluvio del torrente Zambra fra Monte Acuto e Poggio al Giro, a valle della Fonte dei Seppi. 

La Torre Baracca a fine ottocento (dal sito Sesto com’era – Foto e altro https://www.facebook.com/groups)

Scarse sono le notizie in proposito, praticamente niente di carattere specifico; la documentazione disponibile è limitata, integrata peraltro da significative testimonianze orali. Non constano progetti, rilievi o raffigurazioni storiche; l’insediamento è però censito nel Catasto Lorenese. Le prime foto conosciute sono della fine del XIX secolo. 

Il principale corpo di fabbrica dell’agglomerato, costituito dalla torre in senso stretto, risale verosimilmente al XII secolo. L’edificio, realizzato in pietra alberese, secondo la tradizione venne costruito dalla famiglia guelfa dei Consigli per controllare la mulattiera che, passando per Rifredi, Castello, Casale e Carmignanello, portava da Firenze al Mugello. A seguito della sconfitta del Guelfi nella battaglia di Montaperti del 1260 la torre fu saccheggiata e semidistrutta dai Ghibellini. 

Il complesso della Torre come appare oggi

Nel XV secolo, si dice sia stata trasformata in casa da signore dalla famiglia Cioni. Passò poi agli Strozzi e infine ai Ginori, proprietari della maggior parte dei terreni di Monte Morello, che in più riprese ampliarono il fabbricato originario costruendovi intorno una cascina, chiamata in loco “Casa Ginori”. L’intervento si dimostrò fallimentare a causa della conformazione del suolo, inadatto alla coltivazione, oltre che alla inadeguatezza dei collegamenti tipicamente rurali. Vi è testimonianza indiretta attraverso narrazione di alcuni contadini che abitavano lì e che raccontano di aver ricevuto dal fattore in più occasioni il grano necessario alla sopravvivenza, vista l’esigua quantità prodotta in loco; il podere, infatti, sostanzialmente sopravviveva grazie all’alleva-mento del bestiame e alla modesta vendita di latte e derivati che con non poca fatica dovevano esser portati a piedi giù a valle. 

Per cercare di comprendere almeno l’evoluzione della consistenza abitativa dell’agglomerato ho fatto riferimento alla documentazione ecclesiastica; ho così appurato che era inizialmente compreso nel territorio della Parrocchia di San Bartolomeo a Carmignanello, soppressa nel 1730 a causa dell’esiguo numero di abitanti (appena 66) ed accorpata al quella di San Silvestro a Ruffignano. Nell’archivio diocesano ho rinvenuto parziale documentazione relativa all’intero territorio della parrocchia di San Silvestro dalla quale risulta che dal 1730 al 1907 si è verificato un costante e progressivo decremento della popolazione desumibile dal saldo negativo nascite/decessi. 

Il Catasto Lorenese della prima metà del XIX secolo ci dà una prima indicazione grafica della consistenza edilizia dell’agglomerato rurale, indicato con il generico nome “La Torre”, con rilievo in data non specificata ma anteriore al 1832. Sono correttamente graficizzati, oltre alla torre vera e propria, l’aia centrale con la scala di accesso al livello superiore e gli edifici laterali, di cui quelli di sinistra non ancora uniti per formare un tutt’uno. 

Dai dati del censimento generale del 1862 risulta che il complesso della Torre era abitato da un’unica famiglia colonica di 9 persone, articolata su tre generazioni, tutte ovviamente dedite all’agricoltura. Risulta inoltre che nel vicino borgo rurale di Carmignanello e nei suoi pressi erano presenti altri 5 nuclei familiari, per un totale di 41 individui. Se si incrocia tale dato con quello del 1730, secondo cui gli abitanti erano 66, si conferma un progressivo spopolamento della zona. 

Dagli atti del censimento del 1936 non risulta invece alcun soggetto stabilmente residente; la circostanza peraltro non esclude che fossero comunque abitati in modo saltuario. La popolazione della zona, infatti, all’epoca si trovava concentrata nell’agglomerato di Carmignanello (complessivamente 54 persone su 7 nuclei familiari), dato che conferma implicitamente la marginalità degli insediamenti abitativi in tutto il complesso rurale di Monte Morello. 

In anni recenti ho verificato – per testimonianza diretta – la presenza più o meno stabile di soggetti di incerta provenienza e occupazione precaria che hanno usato gli edifici ancora agibili come ricovero provvisorio. Oggi la Torre è del tutto disabitata. 

Nonostante l’ampliamento e i cambi di destinazione d’uso, il complesso conserva tuttora alcuni caratteri propri del castelletto medievale e antemurale. 

La torre in primo piano

L’evoluzione storica è correlata con l’aspetto silvestre che un tempo caratterizzava Monte Morello, ricco di abeti secolari. La montagna fu pesantemente disboscata all’epoca di Cosimo I, per realizzare le travi di tetti e solai di Palazzo Pitti e degli Uffizi. Nel XVIII secolo i medici dell’epoca erano convinti che le frequenti epidemie in città fossero dovute al ristagno di aria; per questo motivo, ma anche per l’interesse dei proprietari a vendere il legname e coltivare i terreni, si decise di eliminare completamente il manto arboreo di Monte Morello, così da permettere alla Tramontana di bonificare l’aria cittadina. 

La torre vista da sud

Ovviamente il disboscamento non apportò alcun beneficio alla salute pubblica; innescò invece un pericoloso dissesto idrogeologico a cui si è cercato di porre rimedio con un intervento pluriennale terminato soltanto negli anni settanta del secolo scorso. In particolare, nel 1881 alcuni soci CAI posero l’attenzione sul delicato e urgente tema del rimboschimento di Monte Morello, che stentava a ricevere un significativo impulso. È in questo contesto che il 16 Novembre 1899 si celebrò la prima “Festa dell’Albero” presso la Torre Baracca, evento che per qualche tempo portò il complesso alla ribalta e che ha consentito la realizzazione della poca iconografia esistente. 

Il lungo e lento declino della Torre era tanto evidente quanto inevitabile, tale da farne presagire l’abbandono ben prima della fine della mezzadria. 

Interno della Torre vera e propria

L’intera area di Monte Morello fu però assoggettata a vincolo paesaggistico con d.m. del 23 dicembre 1952, favorendo il mantenimento dello stato dei luoghi, oggetto anche di specifica disciplina urbanistica da parte del Comune di Sesto Fiorentino: i vincoli e la tutela imposta hanno inibito una possibile valorizzazione della Torre in chiave turistica. 

Interni della stalla e dell’alloggio colonico

Monte Morello oggi è di fatto il principale polmone verde della Città Metropolitana di Firenze, la montagna contrapposta all’urbe. Scampato il rischio della cementificazione selvaggia degli anni settanta, è assiduamente frequentato per diletto, soprattutto d’estate e nelle giornate festive in genere: è in questo contesto che la Torre Baracca potrebbe acquisire una sua ragion d’essere attuale, un suo attivo ruolo peculiare, sia come punto d’appoggio per le attività ricreative all’aria aperta che come struttura didattica per la miglior comprensione del contesto circostante. 

Il patrimonio boschivo di Monte Morello è in fase di profonda rinaturalizzazione attraverso la sostituzione con specie autoctone dei vasti insediamenti di pino nero – ormai giunti al termine del loro naturale ciclo vegetativo – a suo tempo utilizzati per il rimboschimento. Il Comune di Sesto Fiorentino ha ideato e finanziato un interessante progetto di risistemazione delle sorgenti/fonti presenti sul territorio, importante sia per la conservazione delle poche emergenze antropiche che per la tutela di una rilevante risorsa primaria indispensabile per qualsiasi attività umana. L’intervento è stato portato a termine da poco tempo e inserito nel programma “I cammini dell’acqua”, ideato da Publiacqua come rete di percorsi in Toscana che mettono al centro l’acqua e i suoi legami ambientali, culturali, sociali e storici con le comunità locali. 

Assai importante è pure il contributo del CAI che non solo cura la manutenzione e la segnaletica della fitta rete di sentieri esistente, ma ha anche tracciato specifici itinerari destinati alle MountainBike, intercettando con non comune lungimiranza l’interesse per questa nuova disciplina sportiva in fase di forte espansione. Da non dimenticare l’assidua presenza dell’associazione La Racchetta (vigilanza antincendio) che garantisce un presidio pressoché costante a tutela dell’integrità dei luoghi, utilizzando a tal fine anche un’altana di avvistamento in prossimità del crinale. 

Alla Torre Baracca si accede a piedi, da valle partendo dalla chiesa di San Bartolomeo a Carmignanello, seguendo il sentiero CAI n.3, e da monte imboccando davanti a Piazzale Leonardo il sentiero 2B, sempre del CAI. Esiste anche un mediocre e precario collegamento carrabile che dalla Torre porta alla sovrastante strada panoramica in prossimità della Fonte dei Seppi. In prossimità della Torre transitano gli unici sentieri che risalgono dalla pianura verso il culmine orografico: per questo motivo potrebbe acquisire un importante ruolo di cerniera con la piana dell’Arno, in modo tale da favorire la frequentazione dei luoghi senza ricorrere a veicoli a motore. 

La massiccia struttura perimetrale della torre che appare ancora oggi in accettabili condizioni

Dunque, il complesso della Torre Baracca nasce come struttura a difesa del territorio, un avamposto sostanzialmente militare pensato per controllare l’accesso alla piana fiorentina. Successivamente ha perso questa sua funzione originaria ed ha cercato di sopravvivere in un contesto ambientale all’epoca ritenuto – e forse non a torto, secondo i canoni di riferimento – ostile ed inadatto ad un insediamento abitativo. 

Oggi è proprio quel contesto, rimasto ostile e quindi naturale, che può stimolare un intervento di restauro e recupero funzionale, pensando alla conservazione proiettata verso il futuro; una struttura nell’ambiente e per l’ambiente, che fa tesoro delle sue origini storiche per il rilancio in un territorio collinare, montano per certi aspetti, fortunatamente non degradato: la voglia di natura e il desiderio di sperimentare e consolidare esperienze all’aria aperta caratterizzano la società in cui viviamo e ben possono costituire un volano per il rilancio in chiave attuale della Torre Baracca. 

Intendiamoci, è un intervento non facile. 

Io non ci sono più. 

La Torre è ancora lì che aspetta. 

Naturkosovo 2023 

testo e foto di Giovanni Berti

L’unico rifugio del Kosovo

Mi fa piacere ricordare sulle pagine di Alpinismo Fiorentino, un’esperienza che ho potuto provare nei Balcani nel giugno di quest’anno, grazie al Club alpino. Da dicembre del 2022, faccio parte del Gruppo di lavoro giovani del Cai, come referente del Tavolo Cultura. A gennaio, sento dire dal coordinatore del Gruppo, il valtellinese Stefano Morcelli, durante una videochiamata, che sarebbe andato in Kosovo (o Cossovo secondo la grafia di una volta) insieme ad Alessio Piccioli, responsabile della Struttura operativa sentieri e cartografia (SOSEC) per qualche sopralluogo e un po’ di scialpinismo. Da qualche tempo, infatti, il Club alpino italiano, insieme all’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, collabora per un miglior funzionamento della Via Dinarica, itinerario escursionistico che collega Trieste con Atene, per quanto riguarda lo Stato kosovaro: si tratta del. progetto chiamato Natukosovo. Fortunatamente, non molto tempo dopo aver inviato la domanda ho avuto risposta favorevole e ho quindi saputo che avrei passato nove giorni a giugno nei Balcani. Avevo visitato città e boschi di quelle montagne, negli anni passati, ma rimanendo per lo più su itinerari conosciuti e quindi sono stato assai lieto di questa opportunità.  

Installazione paletti segnavia tra Kosovo e Albania

Sono Atterrato a Pristina il pomeriggio del sette giugno, siamo stati accolti da vari appassionati di montagna kosovari, tra cui il presidente della Federazione alpinistica del Kosovo. La storia recente del Kosovo dovrebbe essere ben nota in Italia, dato che diversi militari italiani sono stati e sono presenti in questa parte di mondo, che purtroppo ha visto diverse pagine tragiche. Facendo campo base a Peje, seconda città del Paese, il cui centro storico è stato completamente ricostruito, anche col sostegno italiano, dopo le devastazioni del 1999, abbiamo aiutato alcuni kosovari nella manutenzione dei sentieri, con teoria e pratica. Ogni squadra era composta da un esperto kosovaro, un esperto italiano, un giovane kosovaro e un giovane italiano. La municipalità a me inizialmente assegnata è stata quella di Junik, a sud di Decani, teatro di aspri combattimenti. Montagne meravigliose e poco frequentate tra Kosovo, Albania e Montenegro, nelle quali ancor presenti tante tracce della guerra, un fatto che ancora non riusciamo a relegare tra i ricordi. Nonostante alcune preoccupazioni, la convivialità dei balcanici ha vinto ogni timore. L’esperto kosovaro della mia squadra, per esempio, non parlava inglese, oltre all’albanese, ma solo il francese e ho dovuto perciò rispolverare le mie conoscenze della lingua d’oil. In un pomeriggio di pioggia, ho potuto visitare il monastero ortodosso di Decani, raggiunto dai miei genitori quarant’anni prima e grande è stata l’emozione di parlare in un fluente italiano con un monaco e altri frequentatori, sebbene le camionette dell’esercito all’ingresso richiamino alle incertezze del presente.

Tra Montenegro e Kosovo
Sul picco Heila

Dopo la conferenza stampa con le autorità, è stato possibile raggiungere il picco Heila a 2430 m, al confine col Montenegro, e pernottare nell’unico rifugio del Kosovo, con una serata indimenticabile. I giovani partecipanti italiani sono stati dodici, con un numero di domande inferiore alle aspettative; e alla SOSEC, per la primavera del 2024, confidano in un numero maggiore di richieste, poiché l’esperienza sarà riproposta. Fino a oggi, se per gli italiani non serve il visto per entrare in Kosovo, pari trattamento non è riservato ai kosovari verso l’area Schengen, rendendo, per loro, specialmente gradite le occasioni di scambio e conoscenza. Il ritorno in Italia è avvenuto con un volo da Tirana, raggiunta partendo con un minibus da Peje alle 4 del mattino, attraverso l’affascinante paesaggio delle montagne albanesi che mi riprometto di conoscere meglio. Vorrei proprio concludere con un invito a conoscere e scoprire le montagne dei Balcani, così vicine eppure così lontane. 

All’ostello Bora col presidente generale-foto di Veronica Pierotti

Incontro con l’orso

testo di Duccio Berzi

Il racconto di un incontro in nordamerica per riflettere sulla convivenza con il plantigrado sulle nostre Alpi

L’estate di 25 anni fa ero con l’allora fidanzata nella Lamar Valley, nel Parco di Yellowstone. Durante un trekking di più giorni, in solitaria, incontrammo un grosso grizzly che senza fare tanti discorsi, ci aggredì. Per fortuna avevamo qualche decina di metri di vantaggio, eravamo giovani e atletici, scappammo, riuscimmo a inerpicarci su una scarpata, li passarono pochi interminabili minuti durante il quale l’orso snasava l’aria muovendo il testone prima che partisse di corsa a cercarci nella direzione sbagliata, ingannato probabilmente da giochi, per noi salvefici, delle correnti d’aria. Io ingenuamente avevo preso un bastone, per difendermi, esattamente come il povero Andrea Papi. 
La paura che ti prende quando un grosso predatore ti sta cercando per mangiarti è qualcosa di atavico che non è descrivibile, che ti fa fare cose senza senso e a volte pericolose. Non comandi il tuo corpo quando sei inseguito da un fulmine di agilità e forza come un orso. 
Il trekking ovviamente si concluse li, tornammo di corsa all’auto, psicologicamente devastati, poi andammo alla stazione dei rangers per segnalare l’episodio. Su quell’orso pesavano già diverse segnalazioni simili, non aveva mai ucciso ma ci era andato vicino in più occasioni e quindi stavano valutando di spostarlo in una zona remota (a Yellowstone ci sono zone davvero remote) o abbatterlo. Li non si fanno grossi scrupoli, sono pragmatici, hanno obiettivi ben chiari e condivisi. Ma ti insegnano come comportarti durante una escursione e ti fanno firmare una liberatoria. Le persone sono quindi formalmente consapevoli che muoversi in quei boschi comporta regole e rischi. Possono portare con se lo spray alla capsaicina, che chiaramente noi (eroi) non avevamo. 
Dopo questo episodio tutto il viaggio nel nord ovest degli Stati uniti prese una piega diversa, eravamo entrati nella consapevolezza che quella natura era profondamente diversa dalla nostra, gli animali lì si sentono sicuri e non percepivano noi come dei pericoli. Che fossero bisonti o castori, lontre o mule deer, erano facili da avvicinare e a volte per niente timorosi. Ti studiavano. La sicurezza che offre il nostro Appennino o le nostre Alpi, dove ogni animale ha una paura atavica, frutto di una persecuzione portata avanti da sempre dall’uomo, li non esiste. Le regole per muoversi sono necessariamente diverse. Emozioni e rischi, a voi la scelta. 
Non so che fine abbia fatto quel grizzly. Prima dell’attacco lo guardammo per qualche minuto che ravanava dentro una ceppaia di un abete bruciato, maestoso, con le mosche che ronzavano intorno al muso. Era senza dubbio il padrone di quei boschi, noi eravamo a casa sua, due stupidi giovani italiani a fare “trekking”, lui abitava selvaticamente quella vallata da chissà quante generazioni, d’estate e d’inverno, era tutt’uno con quel bosco e giustamente si comportava da padrone di casa, magari un po’ suscettibile, magari irritabile perché un dente gli doleva, come nella canzone di Bobo Rondelli. 
Un confronto con i fatti di cronaca del Trentino non è possibile, la storia degli orsi è diversa, gli orsi sono diversi, il territorio non è confrontabile, in termini di antropizzazione e pressione turistica, di storia e di cultura. La convivenza con gli orsi, anche quando sono sempre vissuti nei propri boschi e non sono frutto di una reintroduzione come in Trentino, non è una passeggiata. La paura non ha una ragione statistica. La paura, anche senza esperienze negative dirette, ti può condizionare psicologicamente la vita. 
Ma la convivenza passa attraverso dei compromessi, delle limitazioni, degli interventi, come accade a Yellowstone o in praticamente tutti i posti dove vivono orsi, che possono o meno piacere. Passa anche attraverso una crescita culturale, che è quella della consapevolezza che la montagna è bella perché ci emoziona e ci emoziona perché contiene delle sorprese e degli elementi di rischio, quali le pendenze, le rocce, le valanghe, i temporali, il ghiaccio e anche gli animali selvatici, pucciosi o meno, pericolosi o meno, che inevitabilmente comportano dei rischi e che solo in parte possono essere gestiti, prevenuti o rimossi. 
Ma fanno parte del gioco, siamo in Trentino, ma non siamo in una pista da sci. 
L’orso è stato riportato, forse senza una reale consapevolezza e condivisione da parte dei locali, forse certe previsioni erano sbagliate, sicuramente qualcosa in più poteva essere fatto per evitare l’incidente, ma ormai volenti o nolenti c’è, non si toglie e vanno necessariamente accettati dei compromessi, da tutte le parti. 
Consapevolezza e compromesso, ecco, io credo che siano queste le due parole chiave di tutta questa vicenda. 

La ferrovia della Lama, il percorso ciclabile più bello d’Italia

di Nelusco Paoli

In una tipica giornata autunnale, con nubi e sole a sprazzi, infreddoliti per i  calzoncini estivi, abbiamo noleggiato le e-bike a Badia Prataglia e raggiunto, pedalando per circa tre chilometri sulla strada provinciale 71 dei Mandrioli, il piazzale del Cancellino (1073 m). Siamo qui, in questo ampio piazzale dove si trova ancora l’edificio che faceva da ricovero per le locomotive, per percorrere il tracciato della dismessa ferrovia della Lama.  Iniziamo a pedalare appena traversata la sbarra che preclude il transito alle auto e ci imbattiamo in un cartello che recita: “la pista forestale più bella d’Italia”. Sono sufficienti pochi colpi di pedale sulla pista per immergerci nell’atmosfera fiabesca della foresta. La vegetazione indossa lo smagliante costume autunnale; il suolo è ricoperto da un tappeto rossiccio, reso più vivido dall’umidità della nebbia ed i faggi sono ancora ornati dalle ultime foglie gialle e marroni. In questo luogo incantato appare romantico e affascinante immaginare la “caffettiera” che all’inizio del secolo scorso, fra sbuffi e cigolii avanza faticosamente in un bosco di faggi secolari trascinando alcuni vagoncini. Purtroppo la realtà era ben lontana dall’immaginazione; oltre ai cigolii ed allo sferraglio del treno avemmo inteso anche il rumore delle seghe e delle accette, il vocio degli operai che tagliavano la legna, i tonfi degli alberi abbattuti e, saltuariamente, anche gli spari dei cacciatori. Purtroppo il trenino della Lama è stato il simbolo di maggiore invasività da parte dell’uomo, quello che ha provocato gravi danni al patrimonio forestale. 

Lo sfruttamento delle foreste Casentinesi nei secoli è stato intenso; sul versante toscano della foresta l’Opera di Santa Maria del Fiore aveva disboscato alacremente per alimentare la costruzione della nuova cattedrale di Firenze ed anche fra la fine del ‘700 e dell’800 il granduca Pietro Leopoldo aveva concesso larga libertà di taglio. Solo il successore, il Granduca Leopoldo II, aveva posto fine a questi scempi; con la collaborazione del botanico Karl Siemon si era assunto l’onere di ricostruire il patrimonio depauperato ed aveva importato  e trapiantato dall’Austria e dalla Germania piante ed immesso animali.  

Nel 1859 Leopoldo II d’Asburgo Lorena fu costretto  “pacificamente” a lasciare il Granducato e fare ritorno in Austria.  

La Foresta Casentinese con l’attigua tenuta di Badia Patraglia era proprietà personale del Granduca e questi intavolò vari tentativi di compra-vendita con il neonato Stato italiano che non ebbero esito positivo. Nel 1900 Ferdinando IV, divenuto proprietario vendette la foresta della Lama ad un imprenditore, il cavalier Ugo Ubaldo Tonietti, già proprietario di miniere all’isola d’Elba, che tornò a sfruttarla e per meglio trasportare i tronchi tagliati impiantò la ferrovia. Era una cosiddetta “ferrovia portatile”, una piccola ferrovia a scartamento ridotto, costituita da binari prefabbricati di facile posa in opera e dismissione, inventata nel 1873 da un ingegnere francese Paul Decauville. Il tracciato era lungo venti chilometri e vi operavano tre piccole locomotive a vapore del tipo Mallet, che gli operai avevano battezzate Saba, Fioia e Archiana. 

Oggi possiamo godere ed usufruire della foresta perché nel 1914  tornò di proprietà dello Stato. La vegetazione iniziò a crescere e ad infoltirsi grazie all’intenso lavoro profuso dall’amministratore forestale Livio Varoli, che nel 1929 fece smantellare la ferrovia. 

La ciclabile ricalca esattamente il tracciato della ferrovia. All’inizio procediamo in falsopiano e leggera ascesa nella folta foresta di faggi maestosi intervallati da abetaie e dopo quasi tre chilometri (ai lati della pista si trovano le pietre che indicano i km percorsi e quelli rimanenti) raggiungiamo il Passo del Lupatti a quota 1171, dove si incrocia il sentiero 00. Da qui pedaleremo sempre in discesa, a pendenza pressoché costante, priva di sbalzi ed impennate, attraverso le pendici del monte Cucco e del Poggio Rovino. Nei pressi del chilometro 6 giungiamo a Pian della Saporita (quota 1051), dove avveniva lo scambio tra i convogli provenienti da sensi opposti grazie al raddoppio dei binari. Proseguiamo ed arrivati quasi al km.14, a quota 840, notiamo che il ponticello che traversa il fosso di Ponte Camera, ha dei parapetti particolari. Osservando attentamente ci accorgiamo che sono stati costruiti con le rotaie della vecchia ferrovia. Riprendiamo il cammino e all’incirca al km. 18,5 della strada incontriamo un cartello che ci segnala la presenza di una fonte solforosa. Siamo a quota 711  e dopo poco arriviamo in un pianoro aprico, con grandi alberi che insistono su un ambiente paludoso unico; abbiamo raggiunto la Lama 694 m, la nostra meta. Sul luogo si trova un grande edificio della “forestale”, una chiesetta, un arboreto e alcuni tavoli e panche sui quali consumiamo, un po’ ritemprati dal pallido sole autunnale, le nostre provviste. 

Dopo esserci rifocillati non ci resta che ripetere in salita il percorso fatto all’andata e abbandonare a malincuore questa foresta incantata. 

Dislivello: dal Cancellino Salita e discesa 575 m  
Lunghezza: dal Cancellino 20Km 
da Badia Prataglia al Cancellino salita e discesa 238 m lunghezza 3 Km 
Note. Per maggiori informazioni sulla foresta si può consultare: Gianni Chiari – La foresta della Lama nel periodo di proprietà privata dal 1900 al 1914. 

Il Tonietti (seduto al centro), in una foto d’inizio 900, porta i suoi ospiti in giro per la foresta, utilizzando la ferrovia Decauville, altrimenti impiegata per l’esbosco del legname. Foto da: La Lama nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi – Gianni Chiari – arti grafiche Cianferoni , Stia (AR) Ottobre 2010

Campolino… profondo rosso

testo e foto di Marco Bagnoli

Cosa c’è dentro quell’area (dietro quei cartelli di divieto rossi) lungo il bordo della quale passiamo percorrendo l’ex pista azzurra di Campolino, o che sfioriamo nella parte alta salendo al Poggione da Pian di Novello?

E’ la Riserva Naturale Orientata e Biogenetica di Campolino.

Vista della riserva dal crinale

E’ stata istituita nel 1971 per conservare nuclei di piante che sono gli unici Abeti Rossi autoctoni (naturali) in tutto l’Appennino, ed è quindi il luogo più meridionale dove essi si trovano.

Durante le glaciazioni le piante si sono spostate verso sud lungo l’Appennino per trovare climi più caldi dove sopravvivere. Alla fine di queste glaciazioni, le piante montane hanno invertito il percorso e sono tornate verso nord. Qui, nella valle del Sestaione, l’Abete rosso è rimasto trovando in questo versante nord un clima ancora compatibile con le sue esigenze.

Apparentemente sono Abeti rossi uguali a tanti altri che troviamo in Appennino; quest’ultimi però sono stati piantati dall’uomo con varietà provenienti dalle Alpi. Quello autoctono di Campolino, rimasto isolato, ha caratteristiche differenti.

Gironzolandoci spesso intorno, a piedi o con gli sci, ma non avendo avuto mai l’opportunità di entrarci, mi è venuto voglia di visitarla coinvolgendo un po’ di amici, per la maggior parte del CAI.

Quando ho chiesto l’autorizzazione alla visita al Reparto Carabinieri Biodiversità di Pistoia, non avevo tenuto però conto che il 30 settembre è pieno periodo di funghi. Questo fatto ha abbastanza condizionato la nostra visita: prima la difficoltà a parcheggiare a causa di  un affollamento di auto mai visto prima all’Orto Botanico, poi, appena entrati nella riserva, ci imbattiamo in cercatori di funghi ai quali i due Carabinieri Forestali, nostri accompagnatori, devono fare un verbale (e non saranno gli unici) per essere penetrati nella Riserva.

Lago del Greppio

La sosta forzata per questa operazione si prolunga: si chiacchera, qualcuno addirittura inganna il tempo facendo ginnastica. Nel mentre, ad uno dei carabinieri, giunge notizia del ritrovamento in zona di un ordigno bellico; iniziamo a temere seriamente che la visita possa saltare, ma per fortuna poi riprendiamo il nostro cammino.

La prima fermata è al Lago del Greppo (Fig. 1), tanto bello quanto importante da un punto di vista ecologico anche per la presenza dello Sfagno, rara pianta di zone umide.

Iniziamo ad entrare nella parte più interessante dell’ambiente della riserva, che, anche ai non esperti, appare particolare e affascinante, con il suo bosco misto nel quale il Faggio si mescola all’Abete bianco e all’Abete rosso.

Il monumentale Abete rosso (foto: Neri Baldi)

Procediamo (in fila indiana) ma fuori sentiero perché all’interno dell’area protetta non ce ne sono e raggiungiamo un esemplare ultracentenario di Abete rosso tra i più grossi ed alti, che colpisce per la sua maestosità. Alla base del tronco ci sono i segni di fuochi accesi dai pastori di quando ancora si praticava questa attività.

Il ripiano interrato delle Lamacce

Incontriamo altri due ripiani che erano paludosi ma che sono ormai interrati; infatti iniziano ad essere colonizzati da giovani alberi. E’ molto bello il contrasto di luce e colori di queste radure con il bosco circostante.

Nelle brevi soste i Carabinieri, con le loro spiegazioni appassionate, ci aiutano a comprendere meglio quello che stiamo vedendo e in particolare alcune problematiche di quest’area.

Gli alberi insediati sui balzi rocciosi

A cominciare dal fatto che con l’abbandono della pastorizia, il bosco sta conquistando tutti i prati, risalendo verso il crinale e chiudendo tutte le radure, riducendo così l’erba disponibile per la fauna selvatica (come caprioli, lepri ecc.). Le ripuliture delle ex piste fatte nel recente passato, avevano infatti lo scopo di mantenere un minimo di aree pascolabili. La brucatura delle pecore inoltre contribuiva a controllare il falso mirtillo perché lo gradivano. Alcuni esempi di come non sempre l’attività umana, è negativa per gli ambienti naturali.

Ci addentriamo ancora. La morfologia è accidentata, con balzi rocciosi sui quali si arrampicano le piante e corsi di acqua che solcano il versante.

Arriviamo ad una delle poche piante di Abete rosso autoctono che al momento sono state colpite dal Bostrico tipografo, che è un insetto dannoso che si insedia sotto la corteccia e che porta alla morte della pianta. E’ noto come esso negli ultimi anni, abbia fatto danni notevolissimi in alcune zone delle Alpi. Anche al di fuori di questa Riserva nella valle del Sestaione, i rimboschimenti con Abete rosso sono stati colpiti, per cui si stanno effettuando tagli per eliminare le piante malate e limitare la sua diffusione.

Un abete colpito dal Bostrico

Si pone ora il problema di come intervenire invece su queste poche piante all’interno della Riserva in un ambiente molto delicato.

Il ricco sottobosco

Dopo un altro incontro con cercatori di funghi che avevano sconfinato (con relativa sosta e verbale), usciamo dalla riserva riportandoci sulla ex-pista azzurra che la lambisce. Qui salutiamo i nostri accompagnatori che rimangono a pattugliare l’area. Vista l’ora di pranzo una buona parte del gruppo conclude la giornata con un pranzo presso un ristorante della zona….naturalmente a base di funghi.

Ombre del Tempo

Gli orologi solari e le meridiane per la misura del Tempo. 

testo e foto di Alfio Ciabatti

Tante volte anche noi in montagna nonostante i moderni orologi, guardiamo l’altezza del sole per valutare il tempo di luce che rimane facendo così una misura del tempo con il sole. Di seguito una breve descrizione per comprendere la storia degli orologi solari comunemente chiamati meridiane, con le particolarità dei vari tipi di quadranti e come si leggono.    

ll particolare quadrante solare equinoziale adiacente l’antico Eremo di Gamogna situato nei pressi di Marradi. La solitaria costruzione dedicata a San Barnaba, è dell’anno 1050 ed è gestita attualmente monastica di Gerusalemme


Nel parlare comune dell’orologio solare, oggi si pensa immediatamente ad un orologio elettronico alimentato dal sole. Ne esistono anche da polso. Sono una piccola e recente meraviglia della tecnologia. Ma nella realtà gli orologi solari sono ben altro. Sarà capitato sicuramente di vedere su qualche campanile o in qualche luogo particolare un quadrante solare con le linee dalla logica non immediata da capire. A me è capitato nei pressi dell’Eremo di Gamogna, immerso nei boschi dell’Appennino, di vedere un interessante orologio solare in campo aperto a doppio quadrante equatoriale inclinato. Le ore sono leggibili sul quadrante superiore rivolto a Nord durante il semestre primavera-estate e nel semestre autunno-inverno sul quadrante inferiore. È una realizzazione che richiede particolari conoscenze che si tramandano da tempi lontani. É necessario premettere che correntemente i termini meridiana e orologio solare sono utilizzati per tutti gli strumenti che utilizzano il sole per indicare l’ora. Ma fra l’orologio solare e la meridiana esiste una sostanziale differenza. La meridiana ha il compito di indicare solo il preciso istante del mezzogiorno (cioè il momento in cui il Sole è sul meridiano locale). L’orologio solare a quadrante, fornisce invece oltre al mezzogiorno, le varie ore della giornata.  

Non c’è una data di nascita di questi strumenti ma si può pensare che l’uomo primitivo nella trasformazione da cacciatore ad agricoltore, abbia avuto la necessità di organizzare l’attività agricola con i ritmi del sole e della luna. Probabilmente si accorse che l’ombra di un bastone piantato verticalmente per terra, si spostava e cambiava la lunghezza regolarmente con il passare del tempo. Da allora quelle osservazioni furono elaborate realizzando orologi solari e astronomici di forme e dimensioni più svariate, anche per la misurazione degli anni e dei mesi. Peraltro esistono anche luoghi naturali che con i raggi del sole assumono importanza in significativi momenti dell’anno. Nelle Alpi Apuane un esempio è l’arco del monte Forato. Nel paese di Pruno nell’Alta Versilia, durante il Solstizio d’estate si può osservare il sole che sorge esattamente nell’arco del monte Forato. L’immediata scomparsa del raggio luminoso per il passaggio dietro l’arco di roccia, realizza una sorta di suggestiva doppia alba che nel tempo ha dato luogo a leggende. Analogamente nel versante della Garfagnana delle Alpi Apuane il solito arco del monte Forato, visto dalla cima del monte Palodina, nei giorni 25 febbraio e 15 ottobre si può assistere al doppio tramonto. Anche in altre zone italiane esistono luoghi i cui nomi sono legati al Tempo. Famosi sono gli speroni rocciosi sul versante nord della Marmolada che si chiamano appunto Sas da les Undesc (sasso delle undici) e Sas da les Doudesc (sasso delle dodici) che indicano approssimativamente l’ora se viste dalla zona dell’attuale diga del lago Fedaia, dove erano presenti i pascoli.   

Un singolare orologio solare inciso su una statua all’interno di Castel Coira a Sluderno (BZ)

 Ma se i luoghi naturali potevano segnare solo momenti significativi della giornata, fu necessario in particolare nelle città disporre di strumenti di maggiore precisione. Fu chiaro fin da subito che il controllo della misura del Tempo era fondamentale per esercitare il potere sia religioso che temporale. Da qui si può capire che i luoghi della misura del Tempo coincisero in genere con i luoghi del potere, quindi gli edifici del governo e dei nobili da una parte e le chiese e i conventi dall’altra in una sorta di contrapposizione.  

Orologio solare a Castel Coira. Un bel quadrante solare interno di Castel Coira a Sluderno (BZ). L’orologio solare riprende i colori araldici unendo la funzionalità all’eleganza.

Fino al 1200 non ci furono sostanziali novità nel campo della gnomonica e la misura del Tempo. Solo nel Rinascimento con il risveglio delle arti ci fu un nuovo interesse verso questi studi. Nel 1500 furono ideate le grandi meridiane a camera oscura. A Firenze si ricorda la meridiana e l’orologio solare a raggio luminoso della chiesa di Santa Maria Novella e della basilica di Santa Maria del Fiore. Altre meridiane sono presenti in città e su Palazzo Vecchio. Gli orologi solari peraltro continuarono ad essere realizzati anche quando arrivarono i grandi orologi meccanici che li affiancarono nella funzione.  

Sul campanile dell’Abbazia Benedettina di Mustair (Svizzera) del IX secolo, oltre all’orologio solare è presente il grande orologio meccanico. (Foto Alfio Ciabatti) – Particolare del grande quadrante solare sul campanile dell’Abbazia di Mustair (Svizzera).

Si può osservare curiosamente che le regioni italiane col maggior numero di quadranti solari sono quelle del nord e nelle vallate alpine. Non c’è una spiegazione tecnica ma si può supporre che al nord, dove la durata delle ore di sole è minore che al sud e quindi i tempi per lavorare all’aperto sono più brevi, ci fosse una maggiore necessità di misurare con precisione il tempo di luce solare.  

Un interessante e elegante quadrante solare su una casa a Bolzano. Si può notare lo stilo parallelo alla parete.

Le ore canoniche, babilonesi, italiche e francesi nei quadranti orari  

Uno dei primi sistemi più antichi di misura e forse il più intuitivo, fu quello dividere il tempo dall’alba al tramonto, in 12 ore uguali, le ore canoniche, denominate ora prima, ora seconda, ecc…. La denominazione canoniche fu dovuto al fatto che i monasteri scandivano i propri ritmi di preghiera e lavoro come recitava la regola benedettina “ora et labora”. Questa suddivisione delle ore, dal momento che la durata del giorno durante l’anno non è costante, aveva una durata dell’ora non uguale. Un concetto di tempo diverso da quello attuale ma comunque funzionale per allora. 

Successivamente, dopo il 1300, dietro l’influenza orientale e con l’avvento dei primi orologi meccanici ad acqua, si definirono i quadranti che prevedevano 24 ore giornaliere. Nel sistema orario babilonese il sorgere del sole segnava la fine del giorno trascorso e l’inizio del nuovo giorno. Invece nel sistema a ore italiche, diffuso appunto maggiormente nella penisola italiana, l’inizio e la fine del giorno era al tramonto del sole come da tradizione della Bibbia. Questo sistema di misura che potrebbe sembrare strano, si può spiegare tenendo presente che il lavoro era normalmente fuori delle città fortificate ed era necessario conoscere le ore restanti al tramonto, per rientrare prima che venissero chiuse le grandi porte delle mura appunto al tramonto. 

Orologio e quadrante solare sul grande campanile dell’Abbazia Agostiniana di Novacella, Vipiteno (BZ). Il convento del 1200, era una tappa importante per i pellegrini che dal nord Europa si recavano a Roma e Terrasanta lungo la via Romea Germanica. Gli orologi solari affiancarono quelli meccanici quando questi iniziarono ad essere realizzati.

Nel settecento fu individuata una rappresentazione diversa delle 24 ore seguendo gli sviluppi degli orologi meccanici. Si tratta delle ore denominate francesi introdotte in Italia nella fine del settecento dagli austriaci e dai francesi sull’onda innovatrice di Napoleone. Questi orologi solari si affiancarono a quelli meccanici e sono ancora oggi realizzati. I quadranti a ore francesi dividono il giorno intero ancora in 24 parti uguali, l’ora 12 coincide con l’istante di massima elevazione del sole nel cielo (meridiano locale) e l’ora zero coincide con la mezzanotte. Si tratta delle ore corrispondenti a quelle attuali. Questo tipo di orologio solare si riconosce perché le linee orarie convergono tutte in un unico punto che coincide con la base dello stilo a differenza di quelle babilonesi o italiche o canoniche le cui linee orarie non convergono da nessuna parte.  

La lettura dell’ora e della stagione   

La lettura dell’ora essendo antica, è immediata e intuitiva. È sufficiente leggere dove si proietta l’ombra dello stilo sulle linee orarie numerate. L’ombra ruota in senso antiorario attorno alla base dello stilo chiamato anche gnomone. Lo stilo, nei quadranti con ore babilonesi o italiche, è perpendicolare al quadrante. Nei quadranti con le ore francesi lo stilo è inclinato rispetto al quadrante verticale (di 23°, parallelo all’asse terreste). Lo stilo a volte è sostituito da una lama triangolare con la stessa lunghezza e inclinazione. Sono presenti anche stili con disco forato sull’estremità.  

Orologio Solare sul frontale della cappella di Sant’Anna sulla testata della val Bellino (valle laterale della val Varaita, CN). Nei vecchi orologi solari non era presente la linea degli equinozi

È importante sapere che quasi mai l’ora segnata dall’orologio solare (Tempo Vero Locale) corrisponde esattamente con quella dei comuni orologi che segnano il tempo civile (Tempo Vero Civile). Si spiega con il fatto che in un luogo il tempo di luce solare dipende dalla latitudine ma non è quindi applicabile in pratica nella realtà odierna dove è necessario l’uniformità dell’orario stabilito con i fusi orari. Questo errore può essere compensato nei quadranti francesi tramite un fattore di correzione che si chiama equazione del tempo. Il fattore di correzione viene rappresentato in genere con una curva a forma di otto che si chiama Analemma o Lemniscata oppure con una tabella a fianco del quadrante. Naturalmente la correzione con l’equazione del tempo è una precisazione importante ma non indispensabile per lo scopo per cui sono stati concepiti gli orologi solari per le necessità dei nostri antenati.    

Se in un orologio solare le linee delle ore sono indispensabili non lo sono altrettanto le linee che indicano la stagione e quindi possono essere presenti o meno sul quadrante. Infatti i quadranti solari più antichi non riportano tali linee. La linea tracciata più comunemente è quella degli equinozi detta equinoziale. Si tratta di una linea retta che incrocia le linee orarie. Altre linee comunemente presenti sono le due linee curve (iperboli) che incrociano le linee orarie. Sono la linea del solstizio invernale (21 dicembre) nel Tropico del Capricorno e quella del solstizio estivo (21 giugno) nel Tropico del Cancro. Corrispondono ai momenti di minima e massima altezza del sole sul luogo. Un accessorio non indispensabile ma generalmente presente è il motto. È una semplice frase che a volte esprime saggezze o ironie e negli orologi più antichi esprime concetti religiosi legati all’essenza della vita e della morte.  

Si può concludere affermando che la misura del Tempo pur nella immediatezza della percezione, ha spiegazioni non semplici che hanno da sempre affascinato ma anche turbato l’essere umano. Gli orologi solari come primordiali strumenti di misura del Tempo, hanno racchiuso per secoli una cultura antica di astronomia, matematica, storia e arte. Oggi sono rimasti soltanto come muti custodi di una memoria millenaria. Sono realizzazioni uniche che proiettando le suggestive ombre ancora oggi emozionano assolvendo la loro funzione in silenzio, senza incertezza e senza richiedere alcuna energia.