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Bivacco Sberna, 20 anni dopo di Neri Baldi

Fabrizio Darmanin©-25072014_FBR1472Annuario 2014

Sberna: un cognome per me denso di significati.
Con Francesco Sberna ho cominciato ad avvicinarmi allo scialpinismo all’epoca in cui eravamo davvero pochi a praticare questa disciplina, decisamente contro tendenza al tempo del “tutti in pista”, con code memorabili all’ovovia dell’Abetone. Nelle nostre avventure eravamo spronati da suo babbo Paolo, che in più di un’occasione ci fece aggregare a gite organizzate da Andrea Bafile. C’era poi il nonno Sebastiano, per me una sorta di intangibile mito, in quanto avevo saputo che a lui era stato intitolato un bivacco, di proprietà della sezione CAI di Firenze: si tratta di una struttura probabilmente ai più sconosciuta perché posta fuori dagli itinerari maggiormente battuti, sul colle orientale del Gran Neyron, a quota 3.414, all’inizio della cresta sud dell’Herbetet. Non sono uno storico della montagna ma credo che a suo tempo fosse stato realizzato come punto di appoggio proprio per la salita dell’Herbetet e che poi abbia perso gran parte della sua importanza con l’apertura del rifugio Chabod, se pur situato a quota inferiore, più comodo da raggiungere e decisamente più confortevole.

Sono passati venti anni da quando ci sono andato la prima volta, dopo aver frequentato il corso di scialpinismo. Non ricordo bene chi fosse l’organizzatore della gita; mi ricordo invece bene che una volta raggiunto lo Chabod fu deciso di non proseguire per il Gran Paradiso – meta originaria della gita e nonostante il fascino del 4000 – ma di raggiungere il bivacco perché a detta di chi c’era già stato ne sarebbe valsa la pena in quanto gita meno monotona e più remunerativa. Ricordo bene la progressione sul ghiacciaio, legati, l’emozione a fare il traverso ghiacciato prima di arrivare al colle e la soddisfazione di entrare nel bivacco, dall’alto, dopo aver scavato per liberare la porta dalla copiosa neve ancora presente. Poi la sosta nel tepore interno, in un ambiente lindo e ben tenuto, fumando un sigaro toscano preso dai generi di conforto lì trovati. E per finire una discesa mozzafiato.

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Con Francesco ne avevamo parlato più volte, ma non c’era mai stata l’occasione di andarci insieme. In primavera parlando del più e del meno, ributtai li l’idea: “perché non torniamo al bivacco del nonno?”. Detto e fatto: insieme a Gigi e a Fabrizio organizziamo il fine settimana nonostante le previsioni del tempo non siano delle migliori.

Viaggio in camper, arriviamo la serra tardi al parcheggio di Pont. La mattina, di buonora, preparati zaini e materiale partiamo per il Vittorio Emanuele. C’è il sole, ma sappiamo bene che il tempo per l’indomani non promette niente di buono … staremo a vedere. In breve – nonostante le numerose soste fotografiche – siamo al rifugio. Passiamo il pomeriggio a esercitarsi con un po’ di paranchi e manovre di corda su un nevaio lì vicino … non si sa mai, meglio ripassare e tenere le mente allenata.

La mattina ci alziamo di buonora: come volevasi dimostrare, piove. In tanti partono per il Gran Paradiso; sapremo poi che ritorneranno tutti indietro per la pessima visibilità. Dopo una breve consultazione tra di noi e col gestore del rifugio decidiamo che non è il caso di tentare la via alta, dallo spallone del Gran Paradiso, per poi il traversare sul ghiacciaio di Montandayné. Decidiamo comunque di provare a raggiungere lo Chabod, seguendo il sentiero basso a mezza costa, confidando in un’anticipazione del miglioramento del tempo previsto per il giorno successivo. Arriviamo al rifugio sotto la pioggia; la voglia di tornare giù al camper sarebbe molta. Un thè caldo ci rinfranca; fuori è però freddo e umido: “che si fa?”. –“Proviamo, domani dovrebbe esser meglio!”. Usciamo imbacuccati nelle mantelle e in breve siamo sulla morena sotto una fitta e fredda pioggerella, poi il ghiacciaio, il meteo peggiora; siamo nella nebbia e nevischia, visibilità 10 metri; c’è una debole traccia … procediamo d’intuito, carta alla mano; cerco un po’ di conforto nella memoria della salita di vent’anni prima; ricordo che il ghiacciaio era tranquillo, come del resto ci ha confermato il gestore.

Luigi Bardelli - IMG_0101

Mentre procediamo con cautela ripenso tra me e me al tempo trascorso dalla volta precedente, alla titubanza con cui avevo superato la crepaccia terminale prima di raggiungere il bivacco e all’emozione provata nella discesa sci ai piedi. Son cambiato, la barba è imbiancata, ho più esperienza ma meno fiato. Mi chiedo se come sono invecchiato io sarà invecchiato anche il bivacco.

Uno sprazzo fra le nuvole: eccolo, ci siamo, eccolo lì nella posizione che mi ricordavo, ancora semisommerso dalla neve. Superato il traverso di sfasciumi marci, cerchiamo di liberare la porta di ingresso, ma senza risultati tangibili a causa sella abbondante neve gelata che vi si è addossata; decidiamo di calarci dall’alto reggendoci con le braccia all’asta trasversale che regge le brande. Fa freddo, tira vento, ma con sollievo ci troviamo nell’umido riparo offerto da questa scatoletta che si regge in bilico a 3500 m. Non vedo niente, accendo la frontale … poi mi rendo conto che non ho tolto gli occhiali da sole … in una risata generale prendiamo possesso delle brande. Purtroppo le coperte sono umide e non c’è il fornellino a gas che ricordavo aver trovato la volta precedente. L’ambiente è pulito ma decisamente trasandato. Siamo comunque contenti, siamo arrivati. Sgranocchiando qualcosa ragioniamo di ciò che avremmo fatto il giorno dopo, se tornare indietro fino a riprendere il sentiero estivo e la ferrata che scende nella valle di Leviona, oppure andar direttamente giù sul ghiacciaio. La variabile in definitiva è il tempo, vedremo domattina. Una telefonata veloce a Brenno (rimasto a Firenze in convalescenza, ma bisogna tornarci!) che ci esorta comunque a tornare in valle passando da Leviona. Il libro del bivacco ci conferma che son pochi i frequentatori, ci sono però alcuni russi e un gruppo di israeliani … oltre alle periodiche visite del Barbolini e del Passaleva!

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Fuori è ancora giorno ma decidiamo di andare a dormire per riposarci al meglio e alzarsi il prima possibile. Stupidamente ho deciso di non portare il sacco a pelo confidando nelle condizioni generali del bivacco (però c’ho due litri d’acqua, tanti moschettoni e fettucce e cordini di tutti i tipi … ), devo coprirmi con le coperte, purtroppo sono tutte umide, ne prendo tre, mi ci rannicchio sotto e mi appisolo. Mi sento bene, nonostante le quota non proprio da Monte Morello e due giorni di cammino nelle gambe. La notte passa lentamente; mi sveglio in continuazione per la sensazione generale di umido addosso.

Chiarore dallo spiffero della porta, esco per primo: non c’è una nuvola in cielo, il panorama è spettacolare; calzo i ramponi per fare qualche passo a causa di un bisogno non più rimandabile, torno al bivacco decisamente più leggero ed esorto gli altri a venir fuori; la decisone è unanime: “si va giù dal ghiacciaio”. In quattro e quattr’otto gli zaini son pronti; imbraco addosso e materiale a portata di mano. Il mio suggerimento di scendere sulla destra, errato per quanto potremo verificare poi da sotto, non viene condiviso da Francesco che al contrario propone di andare in avanscoperta sulla cresta verso ovest per poi, se del caso, scendere sul ghiacciaio per un bel pendio tutto innevato. Lo seguo; la neve è decisamente bella; Gigi e Fabrizio restano un po’ indietro. In breve – dopo qualche accortezza sulla cresta di misto – ci troviamo tutti e quattro a scendere faccia a monte verso il ghiacciaio. Ci leghiamo e, dopo aver superato la crepaccia terminale, scendiamo ancora puntando al nevaio sovrastante il laghetto glaciale in mezzo alla valle, che prendiamo come punto di riferimento. Dal plateau del ghiacciaio abbiamo ora conferma che la via seguita è stata la più corretta perché l’altro itinerario finiva su un balzo di rocce che senza neve non sarebbe stato facilissimo superare: vedete, è sempre bene parlarne, valutare, valutare e poi valutare ancora!

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La valle è spettacolare, non c’è nessuno. Procediamo ormai slegati e con qualche incertezza dal nevaio recuperiamo il sentiero che scende giù dalla ferrata. La giornata scorre poi tranquilla a fare fotografie ad una natura incontaminata così bella che le parole non bastano a descriverla. Le nuvole che si addensano sull’Herbetet e qualche tuono in lontananza ci consigliano infine di affrettare il passo.

In sintesi, una gita forse mediocre dal punto di vista alpinistico, però davvero bella nonostante la mancata “conquista” di una cima vera e propria. L’invito a tutti è a prendere in considerazione l’itinerario, magari come scialpinistica o percorrendo la via alta sul ghiacciaio sotto la becca di Montandayné … sarebbe bello che ogni anno qualcuno di noi raggiungesse il bivacco Sberna, tutto sommato parte integrante e “concreta” della storia del CAI di Firenze … sarebbe davvero un peccato se fosse inghiottito dall’oblio o – peggio ancora – cadesse in rovina: io son testimone di come era venti anni fa ma con molta probabilità non potrò vedere che ne sarà fa venti ancora … posso però – come suol dirsi – “lanciare il sasso nello stagno”.

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