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Terre rare di Andrea Tozzi

minerale InGaCa 1downloadAnnuario 2014 – Durban, 1870
Era arrivato in città da appena un giorno, letteralmente scaricato dal ponte di una una nave mercantile battente bandiera olandese sulla quale si era imbarcato come mozzo giusto un mese prima per una paga di appena tre dollari al giorno. L’ingaggio teoricamente sarebbe dovuto durare almeno sei mesi, ma già al ventesimo giorno di navigazione era risultato essere il più fastidioso e inadeguato mozzo dell’intera flotta mondiale, fiumi compresi. Fu inevitabile dunque ritrovarsi a girare per le bettole del porto in cerca di un posto caldo in cui ripararsi, lontano dall’umido appiccicoso e malsano del luogo.

Gli ultimi centesimi erano finiti dentro un bicchiere di pessimo “scotch” che di scozzese aveva solo il sentore di bruciato che neanche lontanamente poteva competere con il suo amato Laphroaig e con gli afrori torbati che pervadevano le distellerie dell’isola di Islay dove s’era ritrovato per anni a svolgere il suo mestiere di geologo, almeno finchè anche la passione per il wort non l’aveva definitivamente screditato agli occhi dei proprietari delle Miniere McDonnel. Ben attento a passare inosservato Diedrick, questo il suo nome, teneva la testa incassata fra le spalle, il bavero del pastrano, liso fino alla trasparenza, rialzato e berretto di lana ben calcato sul capo. Ma si sa… al destino non si sfugge! Le voci acidule e alterate dei tre ceffi seduti accanto al suo tavolo arrivavano appena a fargli vibrare i suoi timpani ancora rintronati dallo schiaffo che lo aveva fatto passare dal ruolo di mozzo a quello di vagabondo, con tanto di volo inaugurale a festeggiare la sua nuova carriera. ”Quell’idiota di Frank non si fa vedere” esclamò uno dei tre ceffi. ”Il whisky cala e qui di giocare non se ne parla!”.

Mountain Pass
Mountain Pass

Hey, tu…” lo apostrofò un secondo ceffo “ci manca il quarto per giocare! Il nostro amico si dev’esser perso nei vicoli”. Diedrick non si voltò neppure, ma di sicuro non si perse lo sguardo maligno e compiacente che il tipo che aveva parlato aveva rivolto al suo compare sulla destra. Il rischio di farli alterare accampando una scusa qualunque era decisamente una certezza e dopo tutto da perdere non aveva proprio niente a parte la vita, della quale in quel momento non coglieva bene il valore. Strascicò la sedia al loro tavolo ritrovandosi le carte già sul tavolo. “Che cosa ci giochiamo oltre le pulci?” Chiese con una voce roca ed impastata. “Il tuo bel berretto e un giro di whisky o qualunque cosa sia questo schifo! Le fiche ce l’hai sotto il naso: ogni cinque un whisky! Facile, no?” Abbaiò il tipo alla sua sinistra.

Certo come la morte seppe subito come sarebbe finita. Suo malgrado, testa bassa e con lentezza, prese le carte in mano e gettò una fiche sul piatto. Un pensiero lo assalì istintivamente partendo dalla punta delle dita su per il braccio fino al cervello e facendogli mettere a fuoco, non senza sforzo, il sasso che aveva appena lanciato. Il suo biancore satinato risaltava sul tavolo lercio e scurito da una vita di bicchieri rovesciati. Con calma, reggendo le carte con una mano, mosse l’altra a toccare le fiche che gli erano rimaste: il cuore cominciò a battergli forte nel petto. Le candele sul tavolo messe a rischiarare l’atmosfera lugubre del luogo, eran fatte chiaramente di sego grezzo, come ben lasciava intuire il loro odore acre e nauseabondo: una fortuna! Una pozza di birra annacquata alla sua sinistra era l’altro ingrediente per il test che il suo passato da geologo gli imponeva.

Andrea Tozzi
Andrea Tozzi

Con calma prese una fiche e distrattamente la prese in mano come se volesse tenersi pronto al rilancio, ma in verità la immerse discretamente nella chiazza giallastra: la birra annacquata scivolò via dalla superficie del sassolino. Il cuore sembrò fermarsi. Un rigo di sudore cominciò a scendergli dalla fronte. L’aria gli si bloccò nei polmoni.

”Guardate!” fece il ceffo di fronte a lui “Già si sente male! Suda…” Non riuscì neppure a replicare: un solo gesto con la testa fu l’unica cosa che riuscì a far fare ai suoi muscoli. Doveva fare ancora una prova. Cambiò lentamente le carte dalla mano destra alla sinistra, imponendosi caparbiamente di non farle tremare. Lo sforzo fu enorme e la sua fronte cominciò a grondare ulteriori gocce di sudore. Con la destra prese una seconda fiche e l’avvicinò alla candela di sego, come se non si fosse accorto della sua presenza: il sassolino si attaccò al grasso. Subito ritrasse la mano, il cuore in gola, il fiato grosso, la fronte sudata. Sentiva uno strano calore salirgli addosso. ”Sta per sentirsi male…!” scoppiò a ridere uno dei tre ”Forse non sa come fare a buttar giù un poker d’assi e a raggiungere la porta del locale subito dopo…” fu la velata minaccia del tizio alla sua sinistra.

Anche fosse” s’impose di dire Diedrick “ci stiamo giocando dei sassi! Ma già… magari li avete trovati a costo di anni di scavo!”.
Figurati! L’ultima volta che ho lavorato è stato un anno fa e i sassi l’ho raccattati in spiaggia”.

Diedrick alzò di scatto la testa, guardando con gli occhi spalancati e un ghigno malefico i suoi compagni di gioco: le pupille allargate quasi avevano fatto sparire il blu delle sue iridi. Gli occhi iniettati di sangue parevano quelli d’un pazzo pronto a lanciarsi: i tre ceffi rimasero senza parole, increduli di quella trasformazione, sorpresi dal suo sguardo trionfante. Diedrick si alzò violentemente gettando la sedia indietro e corse verso la porta. “Ma dove vai?” Fece uno rivolto a Diedrick che già aveva raggiunto la porta. I tre si guardarono basiti. “Ma quello era matto! Hai visto che occhi! Mahh… niente whisky stasera!”. Rasseganti raccattarono le carte volate vie. ”E come ha detto di chiamarsi quel matto?”. ”mmhhh… De Beers, ha detto”.

La storiella mi è stata raccontata da un’anziano amico di famiglia quando ero un ragazzino. Dubito della sua veridicità, ma ci sono alcuni aspetti veritieri e che possono servire di spunto per parlare di “terre rare”.

Alla fine del XIX secolo di sicuro gli unici materiali che valeva la pena cercare in giro per il mondo anche a rischio della propria vita, erano quelli preziosi: oro, argento, diamanti. Di diamanti, appunto, parla la storiella: della loro proprietà chimico fisica che fa si che anche allo stato grezzo siano idrofobi e si attacchino ai grassi. E’ anzi il modo, insieme alla caratteristica fluorescenza che emettono quando illuminati con luce ad alta frequenza (raggi X o anche ultravioletti da vuoto), con cui vengono separate le tonnellate di materiali inutili dai pochi grammi di prezioso carbonio monocristallino, direttamente nelle cave. Dubito che la De Beers Diamond Jewellery sia nata così casualmente… ma è pur sempre vero che fino a che non vennero scoperti, i diamanti li si trovavano sulla spiagge del Sud Africa e Namibia, disponibili per chi li avesse saputi riconoscere.

produzione

Ah! Ovviamente i diamanti grezzi non nascono brillanti e sfaccettati come capita ai Sette Nani dei Fratelli Grimm: assomigliano molto a sassolini bianchi smerigliati. Se pensate che oggigiorno le prime voci della lista “wanted” siano occupate ancora dai metalli preziosi, dalle gemme o dagli idrocarburi siete in errore: oggigiorno la caccia ai materiali preziosi si è trasformata in caccia alle cosiddette “terre rare”. Letteralmente trattasi di quegli atomi con peso atomico compreso tra 57 e 71: sono quindici elementi e son chiamati lantanidi.

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Per dovere di completezza sono: Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Promethio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio e Lutezio. Da aggiungere, anche se chimicamente non sono più da definirsi Terre Rare, l’Ittrio e lo Scandio.
Diciassette elementi che possono essere trovati in molti minerali, dai nomi ancora più esotici e credo sconosciuti alla maggior parte della popolazione umana, che rappresentano sempre di più elementi strategici e fondamentali per la nostra vita moderna, almeno così come la conosciamo. Se a questi diciassette sommiamo altri metalli la cui richiesta è sempre più in crescita e che sono Litio, Berillio, Gallio, Germanio, Rubidio, Zirconio, Niobio, Cesio, Afnio e Tantalio raggiungiamo la quota di ventisette elementi “rari” di cui la nostra società ha sempre più necessità.

Curiosamente la nostra evoluzione tecnologica è andata nel verso di doverci costringere a scavare il pianeta in cerca di materiali sempre più strani e rari. E’ difficile comprenderne il motivo e di sicuro ci sono molte spiegazioni, ma ritengo che la prima fra tutte sia di carattere antropologico. Mi spiego: la nostra conoscenza del vasto mondo dello scibile è estremamente limitata e di sicuro lo è non perchè la Natura sia cattiva e abbia nascosto le soluzioni (anche se devo dire che ogni tanto m’assale il dubbio!), ma perchè sono limitate le nostre conoscenze. Tanto è vero che possiamo replicare i processi che naturalmente avvengono ovunque attorno a noi solo in rari, rarissimi casi.

Per fare un esempio noto, molto abusato, è facile alzare la testa e trovare un mini laboratorio di sintesi energetica che trasforma anidride carbonica e acqua in zuccheri e cioè in un combustibile perfetto per gli organismi viventi nelle foglie e nell’erba. E’ la sintesi clorofilliana, ma siamo ben lungi da, non dico replicarlo, ma anche solo comprenderlo.Per trasportare l’energia elettrica usiamo il costosissimo rame (inseriamo anche questo nella lista degli elementi rari, vah!) mentre la Natura usa una miriade di soluzioni basate su materiali ben più comuni quali il carbonio. Per trasportare informazione, noi che adesso siamo evoluti, usiamo la luce incanalata in misteriose fibre ottiche fatte di materiali a bassissimo assorbimento che arrivano a far uso di zirconio, indio, erbio mentre la Natura usa al più sodio e potassio oltre il solito carbonio e un pò d’acqua. Per produrre energia non ne parliamo proprio! Nel solare se il silicio ci pareva troppo comune e poco efficiente adesso si va verso pannelli solari che usano Gallio, Indio, Cadmio, Tellurio: sono evolutissimi e se addirittura impacchettate Indio Gallio Fosforo con Arsenico e Germanio ottenete un ricco 30% di efficienza di conversione dell’energia solare! Per un annetto di lavoro, beninteso… che poi dovete sostituire ogni cosa.

USA mine
USA mine

Ma adesso si “ricicla”: la magia della parola che tutto mette a tacere. E l’energia per riciclare? Verde, verdissima: solare, senz’altro. Il Sole non piace? Volete energia anche di notte? Non ci son problemi: usa il nucleare. L’Uranio l’andiamo a cercare con il lanternino in qualche provincia della Cina, perchè mica penserete che con un grammo di Uranio si illumini Los Angeles per i prossimi cinquant’anni! Diciamo che per far funzionare una centrale da 1GW per un anno ci vogliono 35 tonnellate di uranio eallora inseriamo anche l’Uranio nella nostra lista delle terre rare, vah! Dimenticavo: per la centrale servono anche Erbio, Europio, Samario, Olmio, Disprosio che non è il nome di un farmaco contro la dispepsia. Per i dispositivi tecnologici, civili o militari e l’entertaiment le terre rare la fan da padrone: schermi piatti, cellulari, computer, tablet usano tutto il bestiario degli elementi mai sentiti. L’Indio per esempio sta avendo un grande successo, oltre ad essere un materiale molto curioso: assomiglia allo stagno, ma ancora più morbido. Avendone sotto mano un panetto tipo burro e una guardia del corpo a lato, visto il costo, lo si può tagliare con il coltello.

Se vi domandate qual’è il problema con le terre rare, dopo tutto son solo materiali come altri tanto vale utilizzarli, la risposta è che sono, appunto, “rari”. E come tutte le cose rare non sono uniformemente (stavo per scrivere equamente) distribuite sul pianeta e quando le si trova non si può guardare troppo per il sottile, tanto sono introvabili: si tiran via del tutto senza prestare attenzione a dove siano, di chi siano, gli effetti collaterali, le spese di estrazione inclusi i costi sociali. Una frase per tutte. Nel 1986, Deng Xiaoping, varando il “programma 863”, mirato a conquistare il controllo del mercato del settore dichiarò: “I paesi arabi hanno il petrolio, la Cina ha le terre rare” (fonte Limes), quasi il 50% delle riserve planetarie, se vi state domandando quante. L’artefice della “via cinese al Socialismo” sarebbe soddisfatto dell’attuazione pel programma 863.

E poi, questi rari elementi, hanno una grande proprietà intrinseca: non li si trova mai puri! Ciò vuol dire che per estrarli non basta il piccone e che per trasformarli non basta una fornace, ci vuole molta tecnologia e questo fatto è di per se una manna per le industrie Hi-Tech e tutto il loro indotto. Se si considera che la Russia, principalmente con i suoi giacimenti a Kola sul confine lappone e Cina, con i giacimenti di Batou, detengono il 60% delle terre rare … c’è di che stare poco allegri visto anche il recente ritorno delle mire espansionistiche della Russia.
E l’estrazione non è priva di per se di effetti collaterali: i minerali di queste terre rare sono molto belli a vedersi, ma poco sani ad estrarsi. La devastazione ambientale del territorio è quasi una certezza e spesso è accompagnata da un’analoga devastazione politico sociale: basta dare uno sguardo alla lista dei paesi che esportano tali materiali per rendersi conto che ci sono la quasi totalità dei paesi sub sahariani con Cina e Russia in testa e Stati Uniti senza giacimenti locali significativi anche perchè sono stati i primi a sfruttare questi elementi dando fondo ai loro giacimenti, in particolare quello di Mountain Pass adesso quasi chiuso per motivi ambientali.

Ci arrovelliamo la testa a cercare nuovi giacimenti ai confini del mondo, ipotizziamo sfruttamenti di giacimenti extraterrestri magari attaccando sonde robotizzate su asteroidi di passaggio, ma la soluzione è a mio avviso solo una: non usarli. Per fare questo o torniamo a non usare nessuno dei dispositivi tecnologici cui siamo abituati e rinunciamo a molti processi industriali usati anche in farmacologia o impariamo ad usare altri materiali. Il fatto che ci troviamo ad utilizzare le proprietà sorprendenti degli elementi rari non è legato alla mera sfortuna o alla già citata cattiveria della Natura, ma è legata al fatto che siamo a un punto della nostra evoluzione in cui i materiali comuni e le loro comuni proprietà non ci bastano più.

Finita l’era del rame, bronzo e ferro adesso comincia l’era dei nuovi materiali, ma non siamo così evoluti da poterne progettare di nostri, inventati da noi, affinchè facciano le cose di cui abbiamo bisogno: è un pò come facciamo andando in giro per la foresta dell’Amazzonia a parlare con gli sciamani perchè aiutino le case farmaceutiche a trovare principi attivi che curino le malattie, sapendo che una volta trovati i rimedi non solo rimarremo sorpresi dalla modalità del loro funzionamento, ammesso si arrivi a comprenderlo, ma non saremo neppure in grado di sintetizzarli, a parte taluni rari casi commercialmente proficui oltrechè tecnicamente producibili.

E’ frustrante ma se non si comprende la natura intima delle cose si è sempre costretti a ricorrere al supermarket della Natura e ai suoi inesauribili scaffali: è che per adesso stiamo depredandolo il supermarket, senza pensare a riempirne gli scaffali un pò come un bambino troppo calato nella modernità che arrivi a pensare che il latte nasca nel tetrapack del supermercato.

 

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