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Sogni e vecchi muri di Adolfo Ciucchi

DSC00404Annuario 2014 (foto di Gianna Ceccantini) 

Sabato 8 marzo, secondo le previsioni la giornata dovrebbe essere bella, ma non qui. Cielo grigio, a tratti pioviscola, è quasi freddo, è senz’altro il giorno meno adatto per fare una camminata.
Ma oggi il meteo non ha importanza, questa non è una camminata qualunque bensì l’opportunità di assistere alla realizzazione di un sogno.

Montemignaio, frazione Forcanasso. Alzando gli occhi al colle che domina dall’altra parte del torrente Scheggia, ci si sente schiacciati dal Castello e soprattutto dal suo cassero che svetta ferrigno e ben conservato a ricordare un passato piuttosto turbolento. Ancora, come nel medioevo quando apparteneva ai Conti Guidi col nome di Castel Leone e aveva il compito di proteggere la via ghibellina che portava a Poppi, è il punto di riferimento di tutto il paese che si spande con le sue frazioni su i poggi intorno. Di fronte a Forcanasso, dalle mura del Castello, il colle più che scendere dirupa verso il torrente. Solo la determinazione e la fame endemica degli uomini del paese riuscirono a domare la china creando delle terrazze con muretti a secco usando le pietre ricavate dal macigno che punteggia tutta la zona. Si trattava per lo più di minuscoli fazzoletti di terra che non superavano i tre metri di profondità, tutti muniti di un terrazzamento a secco. Muretti che ancora oggi, dopo tanti anni di abbandono, resistono alla meglio. Solo poche pietre, scalzate dalle radici di una vegetazione inselvatichita, sono cadute. Furono fatti a regola d’arte da uomini che lavoravano per il futuro, non per l’oggi. Tante famiglie vi coltivavano delle viti per ottenere un vinello brusco e leggero, pochi ulivi o alberi da frutti, il tutto era ben soleggiato e protetto dai venti del nord. Almeno fino ai primi anni settanta dovevano essere coltivati. Immaginate la fatica, le ore di lavoro per tirare su i muretti, portarci la terra e cercare di farci crescere qualcosa. Vi assicuro che solo il pensiero di arrivarci dal torrente fa sudare.

Sarà bene fare un passo indietro, perché i sogni anche quelli più velleitari, hanno un’origine. Nel nostro caso tutto cominciò quando qualcuno si ricordò di aver visto una mappa appesa nel corso di una mostra, tenutasi anni fa nei locali del Comune, che verteva sul Casentino, e Montemignaio in particolare, fra le due guerre. Era una carta catastale del 1824 in cui erano segnati con precisione maniacale tutti i piccoli appezzamenti che costellavano il versante sud del colle, quello che ci interessa. Da questa carta si scoprì che esisteva uno stradello vicinale che scendeva fino al torrente, lo costeggiava per un pezzo fino a un ponte che permetteva l’attraversamento e la risalita fino a Forcanasso. Pochi si ricordavano di questo stradello, sicuramente per averlo percorso non per svago, ma per duro lavoro.

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Un tratto dell’itinerario – il ponte ormai ultimato

Quello che stiamo facendo, cominciò forse allora a prendere forma, o forse ci volle il giusto tempo d’incubazione perché nascesse in seno al Gruppo l’idea di fare qualcosa per il paese, qualcosa che ci ricordasse. Non è detto che tutte le idee arrivino a compimento, ma forse è scritto nel DNA del nostro Gruppo che un progetto come questo si debba realizzare anche se il sacrificio richiesto, economico e d’opera, è notevole, direi velleitario per una piccola entità come siamo. Il tutto si è messo in moto, ha iniziato a prendere corpo, ha coinvolto anche dei non appartenenti al Gruppo affascinati dall’idea. I problemi non hanno tardato a presentarsi è vi assicuro che erano bei grossi. Non saprei dirvi quanti anni sono passati dall’ultima volta che lo stradello è stato percorso in maniera continua. Se la parte che scende al torrente era in buono stato, il tratto che lo costeggia era divenuto un intricato prunaio e i quercioli avevano un bel tronco. Anche se Namasté non è nuovo alle realizzazioni di sentieri, ne abbiamo già realizzati quattro: il “Giro delle Frazioni”; il “Namasté” che dalla frazione del Mulino porta alla Croce Vecchia e di lì a Secchieta; il “28B” una variante del “28” che porta al Varco di Reggello e infine quello denominato “Sentiero Natura”, adatto a tutti, bisogna riconoscere che un simile impegno di disboscamento non era nelle nostre corde. È stato necessario ricorrere a una persona che avesse esperienza in questi lavori, tempo e voglia per farlo e il tutto nella maniera più economica visto la continua e cronica mancanza di fondi che la nostra cassa accusa. Poi c’era anche da sistemare il ponte sul torrente. Realizzato alla fine degli anni sessanta molto coscienziosamente tanto che i costruttori pensarono anche a fare i fori nel cemento per una futura protezione. Abbiamo interpellato il Comune, ci ha concesso gratuitamente il legname per realizzarla, a noi l’onere di trovare chi la mette in opera. Il progetto, il sogno dico io, prevedeva il ripristino della Strada Vicinale della Girandola, questo è il suo nome sulla cartina, per poi inserirlo nel giro delle Frazioni che così si sarebbe arricchito e completato. Se fosse solo questo lo scopo, per quanto meritevole di apprezzamento, a parer mio sarebbe molto riduttivo. Sono sicuro che il vero scopo, oltre a quello più attinente alla nostra passione, sia recuperare e mantenere in vita la memoria di tutti quelli che lavorarono a questo stradello che era importante per tutta la comunità. Si prova ammirazione e rispetto nel vedere questi muri, incrostati di licheni e con l’erba che spunta dagli interstizi, ma saldi come quando li eressero. Il tempo passato, l’usura di tutte le stagioni passate, non li ha scalfiti più di tanto, uno solo ha ceduto, ma scommetto con l’onore delle armi. Per me sono, pur nella loro semplicità, monumenti silenziosi che onorano coloro che li tirarono su lavorando non con lo scopo di un guadagno ma per la soddisfazione di avere fatto una cosa giusta. E sono sicuro che questi uomini di cui nessuno ha più memoria né del nome né di com’erano, rivivano solo quando qualcuno passando esprime il suo compiacimento per la loro opera. Solo così si arriva a capire che è giusto che qualcuno abbia voluto il ripristino dello stradello.

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Torniamo a sabato 8 marzo. Il lavoro è a buon punto, ma ci vorranno ancora giorni di lavoro per terminarlo, sento però che è giusto andare a vedere quello che è stato fatto, sono anche molto curioso e non mi basta più il rapporto telefonico. Ci accolgono i nostri amici, loro sono più dentro di tutti al progetto per l’aiuto materiale che forniscono all’incaricato del disboscamento e con la ricerca di fondi per portarlo avanti. Carla è quella che rende facili le cose difficili con la determinazione e la passione che mette in quello che fa, Giancarlo è la memoria storica di Montemignaio perché c’è nato ma non solo per quello. È uno dei pochi che abbia avuto modo di vedere com’era lo stradello quando era ancora usato. Ambedue amano la natura e il paese. Hanno scelto di abitarci anche d’inverno quando sono quasi soli nella frazione, con solo la compagnia, molto interessata, di tutti i gatti della zona.

Dalla strada provinciale che porta a Castel San Niccolò si dirama una strada che scende al torrente, molto più in basso. Il terreno è allentato dalle piogge e il passaggio del trattore non l’ha certo migliorato. La stagione è ancora invernale, gli alberi spogli senza foglia, ma si ha già un’idea che il luogo sarà molto bello nella prossima primavera-estate. Arriviamo al ponte sul torrente, è chiamato “delle vigne” e il nome richiama alla mente lo scopo cui era destinato. Fatto in cemento è abbastanza largo e anche le future spallette non porteranno via molto spazio. Il torrente che scorre sotto di lui è uno spettacolo. Porta sempre acqua, anche nelle stagioni più siccitose, ora la portata è abbastanza copiosa, l’acqua è limpida come cristallo e lascia vedere i sassi del fondo.

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Sotto il ponte si è creato un piccolo tonfo, più calmo, ma al di sotto il torrente a scorrere veloce, è tutto un saltare da roccia a roccia con la spuma bianca che s’illumina al sole. Il letto del torrente è in forte discesa per cui sono pochi i posti dove può calmarsi, l’aria risuona del suo frastuono ma non disturba. Io sono sempre stato affascinato dal movimento dell’acqua che si ammira in ruscelli o torrenti come questo, mi da sollievo. Scatto diverse foto e sono sempre più convinto che valesse la pena portare avanti questo progetto, perché anche altri possano avere il piacere di un simile spettacolo e di tanta pace. Il lavoro di disboscamento è iniziato subito dopo il ponte e così, lasciatolo, s’inizia a camminare sullo stradello ripulito. Il giovane ha fatto un buon lavoro, ha tagliato i rovi, i quercioli che erano cresciuti fino a divenire piccoli alberi, tutto quello che ingombrava la strada. Il contributo di Carla e Giancarlo si vede nella legna più grande accatastata ordinatamente da parte, nelle ramaglie spinte oltre lo stradello. Si cammina su un fondo in cui affiorano massi di macigno e in falso piano mentre il torrente scende sempre più fino a infossarsi per molte decine di metri. Dalla parte della parete ci sono molti muri a secco, costruiti dove mancano i macigni. Si sono conservati bene e si ancorano ai massi.

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Dopo una stagione molto piovosa come questa, è logico che vi siano rivoli d’acqua che attraversano lo stradello, ma non creano problemi. A volte tracce di sentieri s’inerpicano verso l’alto e Giancarlo mi spiega che portano alle terrazze più sopra. Ovunque si nota l’opera dell’uomo che integra il paesaggio naturale senza snaturarlo. Anche le pietre che sono servite a costruire questi muri provengono da qui, frutto della fatica di chi ripuliva il terreno per piantare qualcosa, hanno assunto il colore del tempo e hanno cortine di licheni a ingentilirli. Il rumore del torrente che proviene dal basso è attutito ma sempre continuo segno della sua vitalità. Si arriva fino al punto, dove si è fermato nella sua opera il lavorante, addirittura un pezzo ancora non è stato ripulito e si può vedere la quantità di materiale che ha dovuto togliere. Non so quanto ancora manchi ad arrivare al punto in cui lo stradello è già ripulito, spero poco perché il lavoro di chi deve tagliare e di chi dietro ripulisce è veramente gravoso.

Ci fermiamo, commentiamo il lavoro fatto e quello che rimane, dove mettere i segnali, cose così. Da parte nostra non abbiamo che parole di lode per quello che ci è stato permesso vedere, per quello che hanno fatto. Si torna indietro, si risale verso la strada asfaltata e mentre si cammina, Carla lancia l’idea che questa visita possa divenire oggetto di un pezzo che poi possa essere pubblicato. Ho raccolto la sfida, ho cercato di mettere nero su bianco le impressioni che ho provato, spero di esserci riuscito. Più importanti, secondo me, saranno i giudizi di chi vorrà percorrere questo stradello rinato per volontà di persone che amano la natura, rispettano le memorie e le radici di coloro che ci hanno preceduto. Per terminare perché non usare una frase molto abusata ma non per questo meno vera: non ci può essere futuro se non c’è passato.

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