L'Himlung Himal sullo sfondo, foto di M. Buffetti

Himlung Himal, la montagna incantata di Massimo Buffetti

Himlung Himal m 7126

Spedizione 5 Settembre – 4 Ottobre 2015 Kobler & Partner – Peter Schatzl Guide

Ci sono quei luoghi che difficilmente possono essere ricondotti a ciò che appaiono e basta. Forse questo vale per ogni sito. Le montagne in particolare assumono spesso significati e valenze particolari. Talvolta legate al sacro, altre a spavento e rispetto, spesso la poesia lascia spazio al mistero e viceversa.

Himlung, la prima volta che ho sentito questo nome è stato attraverso un annuncio apparso sulla rivista del Cai lo scorso 2014 in relazione ad un progetto di spedizione per una montagna ‘solidale’. La cosa mi ha da subito interessato. A parte il solidale, io sono profondamente innamorato del Nepal, dove sono stato già due volte. In particolare sono decisamente incantato da tutto ciò che è commistione tra questo paese e il ‘retaggio’ tibetano dopo le note vicende politiche risalenti ormai a più di cinquant’anni orsono in Tibet, e ahimè tristemente sempre più attuali.

Ero interessato ad un 7.000 da provare a salire, per certi versi ‘morbido’, adatto ad un cittadino, montanaro ‘amatoriale’, dopo la significativa e per me importante esperienza dell’attraversamento dei Tre Colli (Sherpani, West Col e Ampu Lapcha) compiuta nel 2014. Questo per saggiare e testare le possibili reazioni del mio fisico rispetto ad un impegno simile. E subito mi sono messo a cercare informazioni e immagini su questa montagna.

Il suo aspetto, da Signora dell’Alta Società, distinta, ma al tempo stesso dall’aria vagamente compassionevole, mi ha subito catturato. Le sue linee di salita, morbide, eleganti, a tratti sinuose, mi hanno affascinato e il fatto che alpinisticamente non fosse poi di così grande interesse, non è stato sufficiente a dissuadermi.

Meraviglia del non essere ‘alpinisti’ a tutti i costi: mi è parso di leggervi fin da subito un significato/richiamo recondito, difficile da spiegare.

Insomma l’intuito ha fin da subito tolto spazio alla ‘ratio’ e già mi vedevo lì a cercare di trovare tempo, forza e…risorse economiche per poter affrontare l’impegno.

L’approccio

Ma il progetto con il Cai non è decollato. Così mi sono messo a cercare online se e chi potesse essere intenzionato ad organizzare qualcosa da quelle parti. L’Himlung, si trova verso il centro del paese, leggermente verso ovest, a nord dell’area Annapurna, decentrato verso est rispetto al gruppo e il suo Base Camp dista due giorni di cammino dal confine con il Tibet.

Trovo un paio di agenzie nepalesi che riportano ‘in catalogo’ la possibile spedizione, ma non mi offrono sufficienti garanzie. Infine incappo in questa grossa e, almeno per me, costosa agenzia di guide svizzera, Kobler & Partner. L’Himlung appare essere uno dei loro punti di forza attuali. Li contatto e Kari (Kobler), il ‘Deus ex machina’ a capo dell’organizzazione ed accattivante ‘incantatore di serpenti’ mi circuisce e convince ‘…sai, a volte è meglio essere più avanti con l’età…, si corre meno e si hanno più possibilità di arrivare…, e poi hai fatto i tre colli…, tecnicamente siamo li…’.

Da lì a qualche giorno ricevo un vero e proprio contratto! Un impegno gravoso, almeno per me, sotto tutti i punti di vista, fisico, economico, organizzativo. Ma sento che devo farlo. Fa parte del mio percorso e non ho il minimo dubbio a riguardo, anche se mi fa un’enorme fatica. Quando da lì a qualche tempo mi arriva la conferma della spedizione con l’impegnativa da re-inviare firmata, confesso che mi si è preso un colpo. Tipo la ‘cartolina del militare’ (i più anziani capiranno…).

Mi alleno, il più possibile, cerco di prepararmi e procurarmi tutto l’occorrente. Vado perfino a Berna ad incontrare e conoscere l’organizzatore e qualche membro. Leggo, mi documento. La partenza è fissata per il 5 settembre e la durata prevista sarà un mese. Quindi niente ferie.

Agosto lavoro, ma questo, lo scoprirò più tardi, avrà il suo peso nella scarsa forma fisica che patirò durante l’impegno successivamente svolto.

La partenza

Eccomi il 6 settembre a Kathmandu, per la terza volta nella mia vita. In serata incontro gli altri membri della spedizione, la guida, Peter, un ragazzone austriaco quarantaquattrenne trapiantato a Monaco di Baviera, la sua compagna, Ulla, tedesca di Monaco, trentasettenne, una coppia di svizzeri, Max e Maria, sui 54 – 56 anni e altri due tedeschi, Frank e Karstern 35 e 51 anni.

La mattina dopo subito in viaggio per Besisahar, in circa 6 ore con un pulmino, da dove, l’indomani ci trasferiremo in Jeep fino a Koto.

Viaggio di circa 8 ore a dir poco ‘movimentato’. Una volta perfettamente ‘shekerati’, dopo la prima notte in lodge, ormai senza più ‘rete’ e comodità varie, inizia il cammino che in tre giorni, oltre 70 km di sviluppo per più di 3500 m di dislivello, percorsi in circa 18 h complessive, ci condurrà al Campo Base, 4830 m. A questi va aggiunto un giorno di riposo/acclimatamento a Phu, 4000 m, da dove hanno inizio i pernottamenti in tenda.

Il campo base

Mi accorgo immediatamente che rispetto alle mie precedenti esperienze nepalesi, qui la musica è cambiata. Innanzi tutto non sono più sulla strada, cioè ‘a casa’, per dirla alla maniera del famoso detto Sherpa. Sono in un ‘avvicinamento’ prima di una salita. Un pò come quando si va ad arrampicare. Solo che è tutto dilatato, a dismisura. Distanze, emozioni, difficoltà, possibili appigli… E poi il gruppo è ‘tedesco’. La lingua, il modo di comportarsi, il cibo, lo spirito. Che ci fa un italiano, per di più di Firenze, con trascorsi romani, là in mezzo? Mi chiedo…e mi sa che se lo chiedono anche loro.

 

Il risultato è una certa distanza, acuita dai problemi della possibile lingua comune, l’inglese, che non è così ‘masticata’, essendo utilizzata al massimo per un 10%.

Questo si concretizza da subito, per quanto mi riguarda, in un certo struggimento emotivo, ‘leit motiv’ durante tutto il corso della spedizione.

 

L’Himlung resta nascosto tra le nuvole. Fa capolino… è il più distante tra le montagne che ci circondano. Impossibile raggiungerlo, penso.

Distolgo subito lo sguardo da lì.

Come quando si commette l’impunità di guardare il sole. Cosa ci sono venuto a fare qui? Stiamo scherzando?

Ma il campo base è un bel pratone verde che pian piano ti ammorbidisce l’animo.

 

Il campo 1

In un paio di giorni e qualche passeggiatina ad ‘annusare’ i 5000, siamo pronti per andare a scoprire dove è piazzato il campo 1 e portarvi le prime cose. Per farlo dobbiamo attraversare una morena glaciale, su cui scendere e poi risalire attraverso orridi ghiaioni terrosi scuri, ripidi e faticosissimi. L’attraversamento stesso della lingua morenica è interamente su massi e sassi e sembra non finire mai. La prima volta ci impieghiamo oltre un’ora e mezza prima di riguadagnare la medesima quota dalla parte opposta!

 

Di li, dal così detto ‘Campo base dei francesi’ collocato in posizione ben più comoda per gli alpinisti, ma complicata per portatori e carovane, parte un ripido ma agevole pendio che in breve porta ad una aerea e piacevole cresta che conduce all’ultima impennata, a tratti su pietraia attraverso la quale si arriva al pianoro su roccia dove è piazzato il campo 1, a quota 5400 m, che raggiungiamo in poco più di tre ore. Ecco la prima neve, qualche chiazza. Mi guardo attorno, a 360 gradi.

A parte tornare non saprei proprio dove poter passare per progredire e andare oltre. Impossibile, penso.

 

L’Himlung e il campo successivo da lì non si vedono. Solo roccia e lingue glaciali terminali, tormentatissime, del ghiacciaio sovrastante. Ogni tanto si odono fragori spaventosi, come treni in partenza e/o arrivo alla stazione oppure aerei in fase di decollo e atterraggio: valanghe. Più o meno distanti. È la montagna che vive. E quello è uno dei suoi tanti modi di esprimersi. E te sei lì, tenuto a stabilirci un rapporto, uno modo di intesa.

Ridiscendiamo in giornata, per poi risalire con parte del materiale d’arrampicata, dopo un giorno di riposo e dopo aver espletato il rituale della ‘Puja’, caro agli Sherpa, con la ‘benedizione’ di tutto il materiale d’arrampicata.

È’ una cerimonia semplice, ma ricca al tempo stesso, con una giovane donna, forse una suora laica, che legge salmodiando passi in sanscrito, compiendo una serie di gesti e rituali, anche con del burro (piccole ‘noci’ apposte sul materiale, sui bordi delle tazze di thè e infine sulle nostre teste, tra i capelli!), del riso e della tchampa.

Gli Sherpa in parte ridono e scherzano, a tratti si uniscono, almeno alcuni, alla salmodazione. Vengono offerti snack e dolcetti, thè e bevande e il tutto finisce con un assaggio comune dallo stesso tappo di una bottiglia di vodka, non dopo aver piazzato a raggiera intorno ad una sorta di ‘chorten’ /colonna in pietra, detto ‘apsù’, impiegato a mò di altare, le tipiche e suggestive bandierine della preghiera.

Ma ne resto profondamente colpito al punto di provare l’assoluta certezza che in quel giorno, in quel momento, non avrei potuto che trovarmi in quel luogo, impegnato in quello che stavo facendo.

Possiamo salire una seconda volta al campo 1 e questa volta dormirci. Abbiamo un aiuto cuoco che ci dà la cena in una tenda apposita dove ci sistemiamo la sera, in circolo, per riscaldarci e mangiare, prima di ritirarci nelle nostre tendine doppie.

La notte mette giù due dita di neve (era già successo anche al Base Camp). L’indomani scendiamo nuovamente al CB senza avventurarci in alto come inizialmente ipotizzato da Peter, la guida.

Ridiscendendo la mattina mi sparisce quel leggero cerchio alla testa comparso nel frattempo.

Pomeriggio di riposo e l’indomani nuova partenza per il campo 1, dove dormiremo, salvo poi raggiungere il campo 2 nella giornata seguente.

Il Campo 2

Questa volta nessun cerchio alla testa e il gruppo è pronto per andare a scoprire dove è piazzato il secondo campo.

Il 19, una settimana esatta dal nostro, approdo al Base Camp.

Già la sera prima ci eravamo issati circa 2/300 m in direzione del ghiacciaio, per saggiare il terreno, dare un’occhiata e fare un deposito di piccozze e ramponi. Indossati gli imbraghi, riprendiamo lo stesso percorso, tra rocce e sfasciumi, che si inerpica attraverso un ripido e scosceso accenno di traccia dove a tratti gli sherpa hanno piazzato delle corde fisse, soprattutto nella parte in alto prima della congiunzione con la lingua terminale del sovrastante ghiacciaio, più che altro per poterci assicurare.

Proprio al termine della parte rocciosa, recuperiamo il nostro materiale lasciato la sera precedente, indossiamo i ramponi, e saliamo sulla neve, aggirando un’infinità di piccoli crepacci, seguendo traccia e corde fisse, a cui ci assicuriamo, piazzate a tratti dagli Sherpa in precedenza. Si tratta di una parte delicata. Gli scricchiolii sordi e in parte sinistri ci dicono che l’assestamento di neve e ghiaccio è in corso e che sarà meglio tenere gli occhi aperti e passare in fretta.

Da lì a breve riguadagniamo il pianoro del ghiacciaio superiore da cui si apre davanti a noi lo splendore del successivo ripiano che in continua ascesa conduce al plateau dove è piazzato il campo 2, a circa 6000 m, che raggiungeremo in poco più di quattro ore.

Ecco di fronte a noi l’Himlung. Apparentemente leggermente reclinato su un lato. Ora è lì. Sembra di toccarlo.

Non paiono esserci grossi impedimenti al suo raggiungimento, se non una salita indecifrabilmente lunga e impegnativa.

È un pò un M. Bianco… Ma un vero rapporto non si è ancora stabilito. C’è molta timidezza e riservatezza, da entrambe le parti.

Gli Sherpa lì devono ancora arrivare, ma decidiamo ugualmente di tentare la cima per l’indomani. Colazione all’una e partenza alle due.

Armeggiamo tutta la sera con i fornellini per sciogliere la neve e prepararci qualcosa da mangiare.

A dormire presto, attenti a non scivolare sul ghiaccio dai nostri baldacchini fatti di sacco a pelo e materassini gonfiabili dentro le tende.

Assaggio alla vetta

Partenza. Il mio imbrago è indossato di fretta e malissimo. I ramponi reggeranno? Ma perchè sono sempre in affanno in questi frangenti? Sarà per la scarsa neve a cui siamo abituati a Firenze?

La leggera depressione iniziale e il successivo traverso lo facciamo di notte. Non fa molto freddo. C’è una leggera nebbia.

Le due cordate in cui siamo organizzati si ritrovano all’attacco del pendio centrale, sui 40 gradi circa, alle prime luci dell’alba. Da lì non più corde fisse e niente traccia. Solo 20-30 cm di neve fresca, non trasformata. Più si va avanti e più si fatica. Un passo avanti e due indietro.

Ormai è giorno, ma la salita appare interminabile. Giunti a circa tre quarti ci rendiamo conto che la sfida è improba. Non ce la possiamo fare. Peter improvvisa un punto di sosta. Ci parla e opta per il dietro front.

Siamo ad una quota stimata pari a 6800 m.

In poco più di tre ore siamo di nuovo al Camp 2. Breve sosta per poi ridiscendere prima al Camp 1 e infine al Base Camp lasciando su tutto il materiale necessario per riprovare al più presto.

Penso che in fondo il pallino in mano, con tutto il rispetto per la nostra attenta guida Peter, lo abbiano gli Sherpa. E non succede niente, da quelle parti, che loro non vogliano.

Questo tentativo è arrivato troppo presto, rispetto ai normali tempi previsti.

Loro non erano pronti e comunque non avevano nessuna intenzione di accellerare oltre modo i tempi. E tra di noi, sebbene credo si sia stati un buon gruppo, tosto e veloce, non c’è nessun Bonatti.

E neanche Messner.

Forse qualche Yeti sotto mentite spoglie…

Secondo tentativo

Pian piano, almeno per me, il mistero della salita si è svelato.

Il luogo risponde e invia i suoi segnali/messaggi. Soprattutto nel sonno, in più di una circostanza. Perfino io, Massimo da Firenze/Roma, alla fine ho incredibilmente capito la via di salita.

Ci toccherà risalire per la quarta volta, che sarà comunque l’ultima, indipendentemente da come andranno le cose, per limiti di tempo.

Durante i due giorni di riposo al CB prima di riprovare, oltre a scrivere i nostri report e inviarli con le relative foto al sito delle guide svizzere, Peter ci coinvolge nell’analisi delle previsioni meteo arrivate dall’Europa attraverso anche grafici e immagini. Il tempo sembra essere tutto sommato in miglioramento, ma è previsto un sensibile progressivo aumento del vento e una certa conseguente diminuizione della temperatura.

E questo Himlung? Beh, non è più uno sconosciuto, certo. Forse me lo sarei aspettato infinitamente più ‘amico’, fin da subito. Invece resta sulle sue, ‘difficile’, ma assolutamente ‘tibetano buddista’, nel senso più profondo del termine.

Il 23 decidiamo così di ripartire, puntando direttamente al campo 2, per riprovare la vetta il successivo 24, ma anticipando la partenza all’una, per cercare il più possibile di sfruttare le ultime ore, si spera, prima del previsto aumento del vento.

La sera prima, arrivati al Campo 2, Peter ci chiede di essere capaci di dare tutto l’indomani. È’ tutto sommato una bella serata, ripulitasi dopo l’arrivo in mezzo a nebbia e nuvole.

Io penso che non avremmo potuto prepararci meglio, indipendentemente dall’allenamento specifico di ognuno.

L’acclimatamento è ottimo e ormai conosciamo la ‘strada’. Sappiamo piuttosto bene cosa dobbiamo fare e come, cosa ci aspetta. Questa volta gli Sherpa ci sono: cinque e alcuni di loro in particolare piuttosto forti.

Ma su dobbiamo comunque andarci con le nostre gambe, testa, fiato e corpi. Certo le corde fisse che troveremo saranno un valido aiuto, psicologico, ma anche per l’assicurazione e il sostegno, quando necessario, a causa delle condizioni della neve, che comunque, pur non terribili, restano non certo ottimali.

La vetta

Il vento comincia a farsi sentire. E anche il freddo. Io non sento la ‘gamba’, come direbbero i ciclisti. Sento da subito che qualcosa non va: è il mio allenamento.

Cerco di capire. Progredire? Come fare? Comincia quel progressivo discostamento da tutto ciò che è collegato all’aspetto emotivo dentro di me.

Progressivamente la mia mente si distacca dal mio corpo. Quasi si ferma, fa come per tornare indietro. Ma le mie gambe continuano a marciare, nel ghiaccio.

Dopo circa un’ora dalla partenza, nel buio, vedo uno di noi, il più giovane del gruppo, nella cordata che ci precede, abbracciarsi e salutarsi con i compagni. Capisco che ha deciso di tornare indietro. Capisco che intende farlo da solo, rinunciando all’aiuto degli Sherpa. Resto sorpreso. Io non ne sarei capace, penso.

Penso anche che forse avrei voluto compierlo io, quel gesto. Ma Frank è molto meno pigro del sottoscritto.

Ci fermiamo spessissimo, per rifiatare, penso, o forse per qualche altro problema che non capisco. Ogni volta quella pallida idea di sollievo che ne scaturisce lascia subito il posto alla sensazione di grande freddo e non vedi l’ora di ricominciare a muoverti.

A differenza del primo tentativo, durante il quale cercavo di controllare e monitorare le reazioni delle mie dita, mani e piedi, muovendole continuamente, ora l’attenzione è rivolta alla mia faccia. Non ho gli occhiali e non ho messo su nessuna crema.

Il passamontagna devo presto strapparmelo via da naso e bocca. Mi sembra di soffocare.

I miei umori che colano dal naso sono delle piccole stalattiti che devo rimuovere in continuazione.

In pratica sto decidendo di fermarmi, ma la cosa mi fa molta fatica. Comunicarlo ai compagni. Slegarmi, capire con chi e come tornare…

Il mio corpo, svuotato dalla mente e da tutto ciò che è razione intanto progredisce. Ma chi lo guida? Non certo io.

Ma come è possibile che sia ancora buio! Mi chiedo. Le lucine degli sherpa al lavoro in alto sopra e ben distanti da noi non devo più guardarle. Son già due/tre volte che mi illudono su possibili avvicinamenti che invece non arrivano mai.

Devo concentrarmi sulle punte dei miei scarponi, non un centimetro oltre, e se riesco a guadagnare la cresta, li mi fermo di sicuro. Quel che resta alla vetta non mi interessa. Credo di aver fatto fin troppo.

In pratica son quasi sulla via del ritorno, contento della decisione presa. Mi guardo accanto e vedo superarci da dietro dall’altra cordata ormai composta dai soli Peter e Ulla.

La nostra resiste con me, o meglio il mio corpo, per ultimo, che segue i due coniugi svizzeri e il capocordata, lo sherpa Kharma. Quindi del nostro gruppo siamo rimasti in cinque compresa la guida, oltre gli Sherpa.

Bene, sta albeggiando, non so quanto manchi ancora alla cresta. Sono contento di sentirmi già sulla via del ritorno, ma il mio corpo, le mie gambe continuano a progredire, nonostante io cerchi quasi di fermarle. Non riesco a spiegarmi questa cosa.

Spesso in montagna ho provato, come tanti immagino, intense emozioni, nel vedere certi panorami e/o di gioia nel vedermi ormai prossimo alla meta prefissata per l’occasione, ad una cima.

Ma in questo momento non provo assolutamente niente. Non riesco a sorridere, a gioire. Niente! Arrivati quasi in cresta Peter cerca di scuotermi, stimolarmi per sincerarsi delle mie/nostre condizioni. Io rispondo. La voce è andata, ma non ho difficoltà a interloquire. Mi dice di mangiare e bere qualcosa durante una breve sosta in prossimità della cresta.

Lo faccio, ma lucidamente più per accontentare lui e far vedere che reagisco, che per reali esigenze. Tra l’altro il thè che mi ero preparato faceva davvero schifo e di mangiare ho solo fatto finta.

Ecco la cresta: bene, ora posso davvero fermarmi. Ma…niente! Le gambe vanno, legnose, lentissime, quasi non vere, ma vanno, mentre io sono lì a elucubrare, pensare e fare tutt’altro.

Ma cosa mi sta succedendo?

Trovo tutto ciò inspiegabile, come trovo incredibile vedere di fronte a me l’ultima salita per arrivare in vetta.   Ma senza un moto di entusiasmo, gioia, un gesto…, niente! Ma dove ero in quel momento? Eppure ero lucido. Peter torna a parlarmi. Si congratula con noi. Ormai ci siamo. Siamo arrivati. Davanti a me il vuoto a precipizio sull’altro versante, quello verso lo sconfinato altopiano tibetano. Peter mi esorta ancora a mangiare e bere qualcosa.

Questa volta cerco di farlo davvero, come faccio quasi sempre, al termine di una salita. Faccio le mie foto, i miei video, anche loro svuotati, privi di segno. Mi guardo attorno, lo spazio è poco, lo skyline di montagne nella direzione del versante da cui proveniamo è comunque impressionante. Mi rendo conto che non so se e quando potrà mai capitarmi di nuovo di assistere ad un simile spettacolo. Ma decido di accucciarmi, per sicurezza. C’è molta confusione. E anche un bel vento gelido, sebbene la giornata sia bella.

Incredibile: questa vetta è compassionevole. Mi sembra di esserci salito da sempre, tale è la confidenza, seppur improntata al massimo reverente rispetto, che provo. Chiedo aiuto a dei compagni per farmi una foto, ma il soggetto principale resta il dito dell’autore incaricato della foto stessa.

Sono lì, ma potrei essere in qualunque altro luogo.

Continuo a non provare emozione alcuna e quasi mi scuso per aver deciso di raccontarlo.

Tant’è che è ora di ridiscendere. Ancora uno sguardo troppo distratto intorno e quasi con un moto di fastidio per tutte quelle persone che mi paiono vagamente agitate (noi cinque più i cinque sherpa).

Lascio la vetta, attendo i compagni per ricomporre la cordata e iniziare la discesa. Sono circa le 9,30.

Rientro al Campo 2

La neve resta pessima, soprattutto ora che si è scaldata. Scendiamo con grande attenzione e in meno di quattro ore riguadagniamo il campo 2 dove Peter, saggiamente, propone di fermarci per passare la notte. Sono molto stanco, ma in tutti i sensi. È’ comunque stata per me un’esperienza probante, per tutta una serie di motivi, non solo fisici. Ci metterò sicuramente un pò a capire. Sta di fatto che non ricordo più nulla di quella giornata, da quel momento in poi, fatto salvo il risveglio all’alba del giorno successivo.

Il rientro al campo base.

La mattina del giorno dopo mi sveglio prima di tutti. Del resto dormivo da una vita! Sta albeggiando e non c’è una nuvola. Mi sembra di essere quasi a casa.

Finalmente ritrovo in quel posto ciò che avevo visto nelle prime foto cercate su Internet all’inizio di questa esperienza.

L’Himlung è li, placido e bonario. Per carità, sempre con il dovuto rispetto.

Però ora credo di aver capito cosa significa salire una montagna in Himalaya. Salire almeno un certo tipo di montagna: un settemila forse potrebbe essere considerato un ‘mini-ottomila’ o forse sto dicendo una sciocchezza.

Bisognerebbe chiederlo ad un Alpinista, magari italiano questa volta, per poterne cogliere tutte le sfumature che il fatto di parlare la stessa lingua potrebbe regalarti.

Comunque grazie al mio corpo e a quella incredibile macchina perfetta di cui siamo stati dotati, senza il quale non avrei potuto presentarmi, puntuale, almeno credo …, all’appuntamento che avevo.

Mio padre senz’altro capirebbe…

Massimo Buffetti

9 Ottobre 2015

Dati

Dislivello totale compiuto 13.500 m.

11 notti al Base Camp

2 notti al Camp 1

3 notti al Camp 2

7 rest days

5 gg per avvicinamento (di cui 2 con i mezzi)

4 gg per il rientro a Kathmandu (di cui due con i mezzi)

2 gg Kathmandu

2 giorni viaggio (volo)

Condividi questo articolo attraverso i tuoi canali social!