Lagazuoi

Le marmotte del Lagazuoi di Sergio Cecchi

Nel 2015 le marmotte del Lagazuoi si sono spostate a quota 2.700 metri, dove fa meno caldo; questo è uno degli episodi che raccontano le conseguenze del cambiamento climatico in Italia

Non spaventiamoci di fronte ai temi ambientali e cerchiamo di capire cosa accade sulle nostre montagne.

Introduzione

Cominciamo con la spiegazione del termine: per diversità biologica o biodiversità si intende la varietà di organismi viventi presenti entro un determinato ambiente. In alternativa si potrebbe definire biovarietà o varietà della vita presente sul pianeta; ma il termine biodiversità si è ormai consolidato e viene comunemente utilizzato nei diversi ambiti scientifici e culturali.

Le specie viventi sono decine di milioni sulla Terra e di queste solo una parte è stata classificata dalla scienza. Si definisce come ecosistema un ambiente, sia esso una sterminata foresta oppure un piccolo stagno, nel quale specie animali e vegetali interagiscono fra di loro e con l’ambiente fisico … ecco, è lapalissiano però un ecosistema ricco funziona meglio di uno povero!

Vediamo un po’ quale è l’utilità (anzi direi il bisogno) della biodiversità, peri una serie di motivi. La perdita di alcune specie animali o vegetali comporta una serie di danni, che possono essere di tipo ecologico, perché diminuisce la funzionalità degli ecosistemi, di tipo culturale, dal momento che si perdono conoscenze e tradizioni popolari e infine di tipo economico, perché calano le risorse agro-alimentari con le loro potenzialità di dare reddito. Come si vede, non si tratta di commuoversi a distanza per il destino dell’orso polare ma di comprendere come si sta concretamente evolvendo l’esistenza sulla Terra degli esseri viventi.

A questo proposito, andrei avanti facendo degli esempi legati all’agricoltura e alla nostra vita, perché quello che mangiamo viene sempre dalla terra e dalla natura: 1) la diversità genetica dell’uva determina le differenze fra i diversi vitigni coltivati nella stessa zona, così che si possono avere diversi tipi di vino; 2) la specificità genetica dei microrganismi di alcune grotte determina il sapore caratteristico di alcuni formaggi, per esempio la vera fontina della Val d’Aosta; 3) la diversità ecologica e paesaggistica può orientare le nostre scelte in campo turistico.

Da almeno diecimila anni, da quando la specie umana ha iniziato a coltivare la terra per trarne i prodotti che servono per nutrirsi, è stata curata e difesa la fertilità della terra, senza distruggere le risorse. Per secoli, la ricerca e l’innovazione in campo agricolo hanno tenuto conto della necessità di produrre di più sì, ma senza consumare il bene primario. Poi verso i 1850, in corrispondenza con la rivoluzione industriale, anche le pratiche agricole si sono modificate nel senso dell’aumento rapido delle produzioni. Sono velocemente scomparse quelle nobili pratiche come le rotazioni dei terreni, il riposo, le consociazioni di specie, le sistemazioni dei pendii. Si sono considerate la terra, l’acqua, le piante come semplici fattori produzione soggetti a consumo; si somministrano al terreno dei diserbanti ad ampio spettro e di conseguenza il terreno si impoverisce, e quando il suolo è quasi del tutto sterile si deve intervenire con massicce concimazioni.

Cosa voglio dire con questo? Terreni in cui ci sono monoculture, chimicamente diserbati e concimati, non sono più ecosistemi in cui possono convivere l’agricoltura produttiva e gli insetti, gli uccelli, i roditori; sono biologicamente dei deserti su cui si sviluppa la produzione agricola imposta dall’uomo e basta.

Il mantenimento di ecosistemi sani invece aiuta a mitigare le conseguenze estreme dovute al clima; nelle città, la vegetazione protegge dal calore eccessivo, sulle coste la vegetazione delle dune protegge dal vento salmastro e dalle burrasche, e così via. Più generalmente, si può dire che la presenza di una ricca varietà di specie in un habitat ne aumenta la sua capacità di “rimettersi a posto” dopo aver subito uno stress, capacità che si indica con il nome di “resilienza”.

La biodiversità non è un valore permanente, infatti in un dato ambiente essa può diminuire o aumentare nel tempo, a causa di fattori di tipo naturale oppure antropico e qui entra in ballo l’uomo.

News del 21° secolo

Nell’articolo che ho scritto per l’annuario del 2015, non so se vi ricordate, avevo illustrato una buona notizia, cioè le nuove foreste che sono un polmone ausiliario per l’Italia. Oggi invece sono a raccontare un aspetto negativo dei tempi che viviamo.

È lo stambecco (insieme ad altre specie di montagna come la stella alpina e la pernice bianca) il primo simbolo della minaccia che i cambiamenti climatici stanno portando alla diversità ecologica in Italia.

Succede questo: c’è un innalzamento delle temperature, la primavera nelle aree montane si anticipa; il parto delle femmine e la crescita dei cuccioli di stambecco segue la tempistica di sempre, invece la stagione vegetativa per le piante inizia più presto. Quando i “capretti” (gli stambecchi cuccioli) si trovano nel periodo critico dello svezzamento, i pascoli d’alta quota non offrono il foraggio tenero adatto a loro, perché le erbe sono già cresciute e sono troppo coriacee per i piccoli. La loro sopravvivenza era del 50% negli anni 80, invece adesso è scesa al 25%, questo significa che muoiono 7-8 piccoli ogni 10 nati. Tutto questo solo perché le piante erbacee spuntano più presto, quando essi sono ancora in fase di allattamento.

Questa rappresentazione è esposta nel dossier “Biodiversità e cambiamenti climatici” elaborato dal WWF e presentato alla Conferenza di Parigi che si è svolta nel 2015 e alla quale tutte le associazioni ambientaliste hanno chiesto un accordo sul clima che fosse giusto ma anche efficace. Nel frattempo, la conferenza di Parigi ha stabilito, con una convenzione dell’ONU, di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi. Ogni paese che avrà ratificato questa intesa  dovrà ridurre le emissioni di gas serra e gli impegni per questa riduzione saranno soggetti a revisione ogni 5 anni a partire dal 2023, questo nell’ottica di aumentarne progressivamente l’ambizione; infatti l’obiettivo dei 2 gradi dovrebbe in seguito essere portato a uno e mezzo. Ci sono anche dei finanziamenti per mettere in atto le misure di taglio delle emissioni e per aiutare i paesi poveri vittime di catastrofi ambientali.

I cambiamenti climatici, sempre secondo questo dossier del WWF, possono portare ad alterare il ciclo vitale delle specie animali e vegetali, che si chiama fenologia; possono modificare la fisiologia e il comportamento stesso degli esseri viventi; possono modificare la distribuzione geografica delle specie. Inoltre, lo scenario dell’aumento delle temperature potrebbe portare a un mondo popolato decisamente da specie più adattabili delle altre, magari specie invasive come le zanzare e, in mare, le meduse.

Fra queste possibilità, l’avvenimento più caratteristico è che diverse specie di animali e piante, per fuggire al fatto che la zona in cui sono cresciute è diventata più calda, si stanno spostando: o verso quote più elevate, oppure verso latitudini più alte cioè verso il nord. Si muovono verso quote più alte alcune specie che vivevano in zone di media montagna e che negli ultimi anni hanno conosciuto un clima più caldo. Si spostano invece verso il nord alcune specie che vivono in ambienti che un tempo erano semi-aridi e che adesso sono diventati propriamente desertici.

Ma per le specie d’alta quota non esistono vie di fuga. Si riduce il periodo di innevamento, si ritirano i ghiacciai, salgono le temperature in primavera-estate, e molte specie, sulle montagne di tutto il mondo, sono minacciate.

Al mondo esistono molte specie che vivono nella cosiddetta “criosfera” ovvero le zone di alta quota: mammiferi, uccelli, pesci, piante e funghi specializzati a resistere al freddo. Alcuni esempi: il leopardo delle nevi in Tibet, l’orso polare, le varie specie di pinguini, trichechi e foche, il krill (che è quel miscuglio di minuscoli esseri del mare che è alla base delle catene alimentari). Nelle nostre zone abbiamo alcune specie animali che fanno parte di questo gruppo, fra cui quelle che abbiamo già citato: gli ungulati come lo stambecco e il camoscio, la pernice bianca, le marmotte. Inoltre, specie vegetali come la stella alpina, il pino mugo e l’abete rosso.

Ora non voglio portare il solito esempio degli orsi polari che vedono assottigliarsi sempre di più il ghiaccio marino artico e diminuire le “isole” di ghiaccio e che quindi sono costretti a nuotare per grandi distanze insieme ai loro piccoli; ci sono altri casi simili di cui non si parla quasi mai. I cetacei bianchi detti “beluga”, che sono delle specie di piccole balene, pacifici e indifesi, vivono in zone di mare meno settentrionali rispetto alle orche che sono carnivore; l’aumento di temperatura del Mare Artico facilita l’ingresso delle orche nelle acque frequentate dai beluga con conseguente esposizione agli attacchi del predatore.

Inoltre, ci sono altri cambiamenti che avvengono negli oceani, e qui necessariamente devo riassumere per non stancare, però non dimentichiamo che la pesca è l’alimentazione di base di quasi tre miliardi di persone. A grandi linee è così: aumenta negli oceani la temperatura e anche la presenza di anidride carbonica; il mare è più acido, prima le barriere coralline si sbiancano e poi i coralli e i molluschi muoiono. In questo modo è a rischio l’intero ecosistema delle barriere coralline, che come le grandi foreste equatoriali, sono un grandissimo contenitore di vita.

Aumento delle temperature

Secondo uno studio pubblicato in aprile 2016, un effetto delle estati divenute più calde e più lunghe porta gli alci a migrare verso zone più settentrionali dell’Alaska. L’alce vive nella “tundra” (territorio con scarsa vegetazione che si trova fra le foreste boreali e i ghiacci polari) ma dal 1860 a oggi si è verificato uno spostamento di centinaia di miglia verso nord.

Un altro avvenimento curioso è lo spostamento degli alberi di ciliegio, che nel corso del tempo si sono spostati in alto, dove la temperatura è inferiore di 1-2 gradi; ma come hanno fatto? Gli orsi e le martore hanno fatto da mezzo di trasporto per i semi di ciliegio verso quote più elevate, portandoli nell’intestino.

Il terzo esempio che voglio portare è frutto di un altro studio scientifico del 2016, che dimostra come, in mare, l’acqua più calda (anche solo di 2 gradi) fa accelerare il bisogno metabolico di ossigeno degli animali acquatico a tal punto che li porta a soffrire di una difficoltà respiratoria.

Ci sono poi, al contrario, le specie adattabili, che si avvantaggiano del clima più caldo e specialmente dalla riduzione delle punte di freddo durante l’inverno. Vi sarete già accorti che le zanzare sono ormai diffuse a Firenze in tutte le stagioni, il 30 dicembre muore l’ultima e il 2 gennaio nasce la prima dell’anno nuovo. Ma specialmente le zanzare sono portatrici di malattie che nel ventesimo secolo sembravano sconfitte per sempre, come la malaria.

Altre specie adattabili sono alcuni coleotteri che si alimentano degli alberi in America e in Europa e altri insetti come la vespa cinese che è responsabile della malattia di quasi tutti i castagni d’Italia, ragione per cui c’è stato il crollo della produzione dei marroni in Toscana.

E veniamo alle marmotte

Al rifugio del Lagazuoi, l’anno scorso, il gestore mi ha raccontato che le marmotte, che vivevano nelle pietraie a metà fra il passo Falzarego e l’altopiano dove sorge il rifugio stesso, negli ultimi anni si sono spostate a quota 2.700 metri dove d’estate fa meno caldo.

La marmotta alpina vive in tane scavate nel terreno, che si trovano nelle pietraie e nelle praterie di alta quota, in particolare sui pendii esposti a sud e dove terreno e massi sono ben stabilizzati.

Tutti abbiamo avuto occasione di sentire il fischio, tipico segnale di allarme, che però serve anche a mantenere un livello di collegamento fra gli individui dello stesso gruppo.

La sua alimentazione consiste essenzialmente di erbe, radici e semi; nel periodo estivo le bestiole si nutrono oltremisura per accumulare il grasso necessario per affrontare l’inverno.

Le tane delle marmotte spesso sono divise in un certo numero di camere, con corridoi che le uniscono e magari con più di una uscita. Durante il giorno l’animale esce dalla tana per nutrirsi, lavarsi, sostare al sole e stare insieme agli altri, attività importante dato che si tratta di un animale sociale. Nella stagione fredda, tutti i componenti della famiglia si riuniscono nella “camera” più profonda della tana, si stringono gli uni agli altri e entrano in letargo.

Il letargo consiste in questo: il metabolismo degli animali rallenta notevolmente, la temperatura corporea scende dai 38 a 5-6 gradi (e quindi al limite del congelamento) le pulsazioni cardiache si abbassano a 4-5 al minuto. Ma durante i lunghi mesi di letargo (da ottobre a aprile) gli animali hanno dei periodici risvegli seguiti da breve attività; questo allo scopo di tenere sotto controllo la temperatura corporea, specialmente dei piccoli, i quali altrimenti correrebbero il rischio di morire di ipotermia. Mi spiego meglio: nella famiglia di marmotte, gli individui adulti ogni tanto “mettono la sveglia” e chiamano gli altri, fanno un po’ di movimento (senza uscire) per intiepidire un po’ il corpo e gli arti e poi ritornano in letargo.

Guardate la foto pubblicata in queste pagine: in alto si vede l’arrivo della funivia, sulla sinistra la Cengia Martini, ma al centro, a fianco della pista da sci (che si riconosce dai canali di drenaggio) c’è una pietraia dove vivevano le marmotte fino a pochi anni fa. Adesso si sono spostate più in alto, quasi in cima all’altipiano, dove evidentemente le condizioni climatiche sono più adatte a loro; parlo dell’estate, perché ovviamente in inverno tutta la zona è innevata e gli ingressi delle loro tane sono ostruiti dalla neve. E pensare che la marmotta è una specie adattabile: in altre zone delle Alpi, in seguito all’abbandono delle attività agricole e pastorali, le marmotte si sono spostate più in basso andando a colonizzare i terreni lasciati liberi dall’uomo.

Gli incendi

C’è un’altra emergenza sulla Terra, questa però non è legata strettamente alla biodiversità, e sono gli incendi boschivi. Dalla Siberia all’Australia, dall’Alaska alla California, ogni anno l’estensione delle foreste carbonizzate si allarga. In particolare, la foresta boreale, cioè quelle grandi distese di conifere che si trovano in Canada, Scandinavia, Siberia e Mongolia, sta arretrando sotto l’avanzata del fuoco, ma incendi enormi e catastrofici si sono avuti anche in altre zone.

Gli scienziati sono concordi: questa è un’altra conseguenza del cambiamento climatico; in Canada e negli U.S.A. gli esperti sostengono che gli incendi diventano più frequenti, più lunghi e più nocivi perché il cambiamento climatico ha ridotto le difese naturali.  Si tratta di una spirale perversa perché a loro volta gli incendi producono nuove emissioni di CO2 e quindi aggravano “l’effetto serra”, che può portare un ulteriore aumento delle temperature.

Oltre tutto, l’aumento delle temperature fa venir meno il manto protettivo delle nevi sulle foreste del Grande Nord. La ritirata dei ghiacci e delle nevi perenni dalle regioni nordiche è una condanna per la foresta boreale, la quale – ricordiamo – produce il 30% dell’ossigeno della Terra.

E con quest’ultima catastrofe planetaria abbiamo finito questa rassegna di sventure. Ripeto che indagare sulle origini dei cambiamenti climatici non è lo scopo di questo scritto; non è mia intenzione fare filosofia spicciola o propaganda di nessun tipo; vorrei solo che ci guardassimo intorno in modo consapevole, rilevando quello che succede senza fingere di non vedere.

 

Definizioni

Biodiversità = la varietà di organismi viventi presenti entro un determinato ambiente.

Ecosistema = un ambiente in cui vegetali e animali interagiscono fra di loro e con l’ambiente fisico.

Criosfera = le zone di alta quota oppure oltre il circolo polare artico.

Resilienza = la capacità di regolarsi dopo aver subito uno stress dall’esterno.

Fenologia = il ciclo vitale delle specie animali e vegetali.

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