Ma il cielo è sempre più blu – di Giuseppe (Alfio) Ciabatti

Il 2017 è stato un anno fra i meno piovosi (e nevosi) per la nostra regione con l’estate fra le più calde e secche. Una ulteriore conferma dei cambiamenti climatici?

Utilizzando il titolo di una vecchia canzone  Rino Gaetano, il 2017 passerà alla storia come una delle annate con minori precipitazioni e maggiori temperature nella nostra regione. Ma anche il resto dell’Italia non è stato da meno. Fenomeni estremi? Ne parliamo in due specifici interventi: In un’intervista di Alfio Ciabatti con il professor Giampiero Maracchi, Presidente dell’Accademia dei Georgofili nonché climatologo, fondatore e già direttore dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr 1 e del Lamma 2.  Un altro intervento è dei previsori del  Lamma: Giulio Betti e Giorgio Bartolini,    di  Bernardo  Gozzini  (Amministratore unico del Lamma) e di Daniele Grifoni Cnr) con un interessante contributo sulle misurazioni dei valori climatici nel periodo 1955 – 2016 in due località dell’Appennino: Vallombrosa e Abetone. Luoghi significativi per la frequentazione  della montagna da parte dei soci CAI e degli appassionati in generale.

Intervista con il  prof. Giampiero Maracchi

Professore, si parla di cambiamenti climatici, ci sono scuole di pensiero che affermano che sono indotti esclusivamente  dall’uomo e altre che affermano che i cambiamenti sono un fenomeno naturale.

Lei cosa ne pensa?

 Il mio punto di vista sul cambiamento climatico è che sia indotto dall’uomo, questo lo si ricava anche dai dati perché  negli ultimi 100 anni circa, dalla rivoluzione industriale in poi, la quantità di gas effetto serra che sono stati emessi all’utilizzo di combustibili fossili è aumentata e corrisponde a quello che è  l’incremento  della  temperatura  media del pianeta. Questa è la causa del cambiamento del clima. Quindi io credo che non ci siano dubbi che questi cambiamenti attuali siano dovuti all’attività antropica.

Ma il cambiamento del clima è anche un fenomeno naturale.

In tempi molto più lunghi sappiamo che il clima è cambiato in modo naturale. La paleoclimatologia nei decenni ha fatto tanti progressi e oggi riusciamo a ricostruire il clima anche dai ghiacciai, quindi da milioni di anni o centinaia di milioni di anni. Con tutta una serie di teorie sappiamo il perché del clima che cambia e certamente è cambiato tantissimo nel corso della storia del pianeta, ma in questo caso la ragione è l’impiego dei combustibili fossili. Non c’è motivo per andare a cercare un’altra causa.

Anche i ghiacciai alpini hanno avuto delle evoluzioni nel corso dei millenni.

Ma il clima è cambiato tantissimo nella storia del pianeta anche in tempi recenti, la Groenlandia si chiama così perché nel settecento d.C. era terra verde, il clima era molto più caldo ma le ragioni si spiegano con la teoria di Milankovic (3,) con l’inclinazione dell’asse terrestre e altri fenomeni naturali che nel passato ci sono stati e che oggi in questo momento non sono presenti e quindi non c’è ragione perché si debba addebitare questo cambiamento attuale a cose che al momento non sono in atto.

Bene…

Non è convinto?

Parlando della Groenlandia, in questo momento c’è un‘espansione dell’area glaciale, per contro nel resto del pianeta c’è una temperatura media molto più alta.

Questo a me non mi risulta; veramente i ghiacciai si stanno riducendo?

Ultimamente è stato fatto uno studio utilizzando le fotografie da satellite che hanno evidenziato nella Groenlandia un allargamento delle aree ricoperte da ghiacci. Sono dati abbastanza recenti, del 2017. Cerchiamo di capire queste contraddizioni…

Capire dai dati, si capisce solo se si guardano i dati. I numeri sono inconfutabili.

(Si riferisce ai ghiacciai che si stanno riducendo. n.d.r.)

Per questo motivo si sente dire sempre più spesso che le stagioni intermedie non ci sono più, voci di popolo.

Si, in modo così drastico non direi, diciamo che ci sono degli slittamenti: le stagioni intermedie di fatto non sono stagioni, ma sono il passaggio tra l’inverno e l’estate, che sono le uniche due vere stagioni, quindi la primavera e l’autunno sono fasi di passaggio. Queste fasi intermedie grazie ai cambiamenti climatici si stanno un po’ modificando e quindi questa interpretazione popolare ha un minimo di corrispondenza.

Quindi possiamo in qualche modo affermare che le stagioni intermedie si sono sicuramente ridotte.

Sono  cambiate  più  che  ridotte.  Sono cambiate perché se lei prende l’autunno per esempio, in prospettiva tende a essere sempre più caldo, la primavera invece più fredda, quindi sono spostate. Questo cambiamento porta anche ai fenomeni    meteorologici    particolarmente intensi, piogge alluvionali e ondate di calore.

Intanto vanno distinte le due cose: i fenomeni estremi quindi non sono solo le piogge alluvionali ma anche il vento. Sono dovuti al fatto che c’è una maggior quantità di energia sull’ Atlantico, per quanto ci riguarda. Poi questo lo si traduce anche nelle altre aree. I fenomeni meteorologici sono a base di energia,  l’aumento  dell’energia  aumenta l’intensità dei fenomeni. Quindi piogge intense e venti molto forti sono causati dall’aumento di temperatura dell’aria e del mare. Per quanto ci riguarda la situazione Italiana dipende dall’aumento della temperatura dell’oceano Atlantico che è di 0,8 – 0,9 gradi.

E in particolare?

Alle piogge e ai venti di grande intensità. Per esempio gli eventi che ci sono stati a Firenze nell’ agosto del 2015 e anche sulla riviera dove i venti sono arrivati a 130 – 140 km/h, che sono velocità significative anche storicamente, tant’è vero che i pini che c’erano a Firenze sud erano alberi che avevano 100 anni di vita e se non erano cascati prima vuol dire che il vento non c’era…

E le ondate di calore?

La  logica  del  cambiamento  climatico non è che fa più caldo sempre e dappertutto. Nell’idea della gente c’è  un po’ questo. É che cambia la circolazione generale cioè cambia la posizione dei grandi centri di azione climatica. Nello specifico le ondate di calore sono la sostituzione dell’anticiclone delle  Azzorre con quello della Libia che si sposta sempre più a nord. E quindi porta clima tropicale e il nostro paese assume caratteristiche sempre più tropicali.

Questi spostamenti a cosa sono dovuti?

Sono dovuti al bilancio termico radiativo della terra. L’anticiclone della Libia è il braccio discendente della cella di Hadley; se questa si allunga, il braccio discendente invece di essere a 23 gradi di latitudine diventa 30, 35, 40 gradi ecc. quindi questo sposta la posizione dell’anticiclone  e  determina  l’aumento delle ondate di calore.

Questo allora come si lega?

Si lega alla quantità di energia che c’è in più perché diciamo 0,8 gradi di aumento della temperatura dell’oceano sono come l’energia di milioni di bombe atomiche.

Fenomeni intensi legati quindi alla temperatura generale che aumenta.

C’è più energia e quindi questa grande cella tropicale si espande verso nord.

E la persistenza delle ondate di calore?

l lunghi periodi di siccità, come le piogge, da noi arrivano seguendo la circolazione generale. La circolazione generale sostanzialmente per quanto riguarda la longitudine con la cella di Hadley, per la latitudine con la circolazione a getto, la jet stream.

Le ondate di calore allora sono queste?

La jet stream negli ultimi anni spesso è stata molto più a nord in modo più lineare e non circonflessa quindi ha portato meno perturbazioni nei mesi autunnali sul bacino del Mediterraneo. E quando queste arrivano sono tutte concentrate nella fine di ottobre e inizio di novembre anche se quest’anno è stato un po’ meno definito. Si assiste perciò alla siccità nei mesi successivi. Siccità che è largamente prevedibile. Io ho fatto un’intervista a marzo in cui dicevo «guardate che non ci sarà una goccia d’acqua». Non ci volevano delle grandi intelligenze per capirlo. Erano piovuti il 60% del normale.

L’autunno (2017) è stato particolarmente siccitoso.

Anche quest’anno c’è stato un grosso gradiente termico fra il nord e il sud dell’Europa. Anche ora (26/9/2017 n.d.r.) abbiamo delle temperature dell’aria sotto la media tipica per questa stagione perché sta arrivando l’aria fredda dai Balcani.

Oramai sono vari anni che puntualmente per vari episodi meteorologici estremi, siccità o piogge violente che generano danni, si decreta l’emergenza. La prevenzione forse non è sufficiente o dobbiamo adattarci prendendo atto di questi cambiamenti?

La prevenzione è determinante ma è costosa e spesso non rende dal punto di vista politico. L’adattamento è la parola chiave per affrontare il cambiamento climatico ma i fenomeni diventano sempre più intensi con il risultato che siamo sempre in emergenza.

Siamo abituati a sentire dire in continuazione emergenza.

Emergenza vuol dire rischio, e non è detto che l’emergenza sia ogni volta che piove come a Livorno 200 mm di acqua, vuol dire che c’è il rischio che piova 200 mm.

Manca la consapevolezza dei cambiamenti.

Ma è 30 anni che lo dico, le prime interviste le ho fatte nel ’90!

Quindi non è più emergenza ma è la normalità.

È la normalità, basta guardare i dati del Lamma: dal 2000 a oggi abbiamo avuto 20 eventi sopra i 200 mm di acqua. In passato succedevano una volta ogni 20 anni.

È necessario che la politica faccia interventi…

È necessario soprattutto che la gente lo capisca.

Gli ultimi inverni sono stati particolarmente avari di neve. Questo ha creato anche situazioni di crisi del turismo invernale nella montagna toscana oltre che nazionale. Un’industria che deve riconvertirsi?

Le precipitazioni nevose si sono spostate temporalmente a fine gennaio e anche a febbraio e marzo, per lo spostamento delle stagioni intermedie che si diceva. L’industria della neve deve riconvertirsi. Io non sono particolarmente molto sensibile all’uso dell’acqua per fare la neve artificiale perché questa determina dei danni ambientali.

La riconversione allora in cosa?

In agricoltura.

Ma si dice che l’agricoltura in montagna non sia conveniente…

In varie zone delle Alpi le situazioni sono diverse. Ma se guardiamo i dati degli ultimi anni il fatturato dell’esportazione dell’agricoltura è stato maggiore di quello dell’industria. Se si guarda al fatturato del primario che sono 45 Md ma su tutta la filiera dalla funzione primaria, alla trasformazione industriale, alla commercializzazione, alla distribuzione, sono oltre 290 Md, subito dopo l’industria che è di 300 Md.

Anche le montagne soffrono del riscaldamento complessivo. I ghiacciai, serbatoi di acqua per la collettività, si stanno riducendo moltissimo, il permafrost tende a sparire permettendo lo sfaldamento di grandi montagne. Sulle Alpi questa estate una parte del Pizzo Cengalo in Svizzera è  franato.  Fortunatamente  queste  cose non accadono in Toscana. Cosa possiamo aspettarci per il futuro?

La situazione andrà sempre più a peggiorare, addirittura In Austria il governo di Vienna ha giudicato che certe zone non sono più adatte per la costruzione. Come cittadino, non  amo  molto li sport invernali, per cui consiglio di continuare ad andare in montagna ma d’estate.

Sarà molto difficile…

Sono un appassionato anch’io di montagna, ci sono sempre andato con i figlioli e i nipoti

Ma quest’anno come si prevede la stagione invernale prossima?

É difficile, ma se dovessi dire qualcosa da come sono i campi di pressione potrei dire che forse quest’anno dovrebbe nevicare un po’ di più, però

Speriamo.

Analisi climatica   degli ultimi   50  anni sullappennino tra Vallombrosa e Abetone

 Bernardo Gozzini e Giorgio Bartolini, Lamma, Giulio Betti e Daniele Grifoni Cnr

Tra il 1968 e il 2016 la temperatura media globale è aumentata di 0.83 °C (dati NOAA, National Oceanic and Atmospheric Administration, www.noaa.gov), un incremento senza precedenti da quando vengono registrati sistematicamente  i dati meteorologici. Gran parte dell’aumento è stato osservato negli ultimi 25 anni e in particolare tra il 2003 e il 2016, periodo durante il quale si sono registrati gli anni più caldi dell’intera serie storica (su 12 record termici, 11 sono stati registrati a partire dal 2003) confermando così una delle caratteristiche più evidenti di questo cambiamento, e cioè la sua rapidità. L’incremento di temperatura è stato particolarmente evidente nelle aree montane di tutto il mondo, con effetti talvolta osservabili anche a occhio nudo: per quanto riguarda l’Italia basti pensare alla marcata riduzione dei ghiacciai alpini e l’ormai cronica carenza di neve nelle aree appenniniche.

Le montagne toscane, ovviamente, non sono sfuggite al cambiamento climatico e, come molte altre zone del pianeta, ne hanno subito gli effetti. Per dare un’idea dell’impatto riportiamo alcuni dati relativi a due note località appenniniche: Vallombrosa (Firenze), posta a 980 metri di altitudine ed inserita in una riserva biogenetica di alto valore ecologico e storico, e Abetone (Pistoia), 1340 metri, nota per essere una delle più importanti località sciistiche dell’Italia peninsulare.

Per quanto riguarda le temperature, dall’analisi della serie storica di Vallombrosa (periodo 1955-2016) è emerso un chiaro trend al rialzo: nel periodo considerato la temperatura media è aumentata di 1.1 °C passando da 9.0 a 10.1 °C (grafico 1). I dati di Vallombrosa confermano che l’aumento riguarda maggiormente le temperature minime che evidenziano un aumento di

1.2 °C, mentre le massime hanno segnato un incremento di 0.9 °C, passando, rispettivamente, da 5.3 °C a 6.5 °C e da 12.7 °C a 13.6 °C. Osservando il grafico 2 si può notare come gran parte dell’aumento sia avvenuto a partire dalla fine degli anni ottanta e come, intorno al 2006-2007, le temperature si siano stabilizzate su valori ben più elevati rispetto a quelli degli anni ’60-’70.

Gli inverni più miti e le estati più calde hanno contribuito in buona parte all’aumento dei valori minimi e dei valori massimi descritto precedentemente; particolarmente indicativo, a tal proposito, l’incremento del numero di giorni «caldi» (temperature massima uguale o superiore all’80° percentile) e «molto caldi» (temperatura massima uguale o superiore al 95° percentile) nel periodo giugno-settembre. I grafici 3 e 4 mostrano evidenti trend al rialzo sia del numero di giorni caldi che di quelli molto caldi, passati, rispettivamente, da 25 a 35 (+29%) e da 4 a 9 (in quest’ultimo caso sono più che raddoppiati). Si noti come, per i valori massimi estremi (95° percentile), tutti i picchi si registrino tra il 1993 e il 2016, col dato eccezionale del 2003 (ben 26 giorni sopra soglia). Quanto emerso dall’analisi è in linea con numerose evidenze scientifiche che mostrano, non soltanto un generale aumento delle temperature estive, ma anche un significativo incremento delle ondate di calore. Relativamente alle temperature minime, il sensibile aumento osservato tra il 1955 e il 2016 è coinciso con un calo evidente del numero medio annuo dei giorni di gelo (temperatura minima minore o uguale a 0 gradi): da 67 a 56 giorni. Interessante notare come, anche in questo caso, i picchi negativi assoluti cadano tutti in anni recenti: 1989, 2000, 2002, 2014 e 2016; viceversa gli inverni caratterizzati dal maggior numero di giorni di gelo sono quasi tutti compresi nei primi trenta anni della serie (1956, 1962, 1963, 1969, 1973, 1980); successivamente si osservano soltanto due punte significative, nel 2005 e nel 2010. Un altro dato che fornisce un quadro esaustivo degli effetti del cambiamento climatico recente è la variazione del numero di «giorni senza disgelo», o di «ghiaccio», vale a dire le giornate in cui la temperatura massima non supera 0 gradi. I dati a nostra disposizione indicano un chiaro trend verso una diminuzione, col numero medio di giorni senza disgelo ridotto di un terzo, da 12 a 8. Per quanto riguarda le precipitazioni l’analisi della serie storica di Vallombrosa non mostra variazioni significative relativamente alla quantità di pioggia media che cade annualmente, mentre si riscontra una diminuzione del numero medio di «giorni piovosi» (giorni in cui cade almeno 1 mm di pioggia. In pratica negli ultimi 60 anni la quantità di precipitazione è rimasta la stessa, ma si distribuisce in un numero inferiore di giorni. Anche in questo caso i picchi negativi assoluti si concentrano nell’ultimo trentennio (1998, 2003, 2011 e 2012).

Andando ad analizzare i dati relativi dell’Abetone si riscontra, da un punto di vista precipitativo, lo stesso andamento osservato per Vallombrosa, sia per quanto riguarda il quantitativo medio di pioggia annua, che per il numero di giorni piovosi. Oltre a ciò si è riscontrata una diminuzione nella quantità di neve, in centimetri, che cade annualmente nella località in oggetto. Tra la stagione 1969/1970 e la stagione 2016/2017, nel periodo novembre-aprile, la neve cumulata al suolo è passata da circa 480 a 370 centimetri, con una riduzione superiore al metro (110 cm – grafico 5) Analizzando l’andamento nei singoli mesi vediamo che quelli in cui la riduzione è stata più marcata sono stati dicembre, marzo e aprile, con cali, rispettivamente, del 50%, del 29% e del 72%, grafico 6. Osservando il grafico riferito ad aprile spicca la pressoché totale assenza di cumulati significativi a partire dalla stagione 2006/2007, mentre per quanto concerne dicembre su 4 anni senza neve al suolo 3 cadono nel periodo 2007-2017. Sebbene meno evidenti anche nei restanti mesi si osservano riduzioni della nevosità con la sola eccezione di febbraio, che segna un lieve incremento.

Traducendo in termini meteo-climatici quanto in qui riportato possiamo affermare che sulle nostre montagne il clima è decisamente cambiato rispetto ad appena trenta anni fa: ad un aumento generalizzato delle temperature, infatti, fanno da sfondo picchi di calore estivo sempre più frequenti ed estremi e ondate di freddo più rare e più brevi. La nevosità è diminuita considerevolmente, mentre le precipitazioni, pur non mostrando variazioni significative nella loro quantità, si concentrano in un numero minore di giorni.

1 Il Cnr è un Ente di ricerca, con la missione di realizzare progetti di ricerca, promuovere l’innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l’internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato.

2 Lamma, Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale per lo sviluppo sostenibile, è un consorzio pubblico tra la Regione Toscana e il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Dal punto di vista giuridico si configura come organo inhouse della Regione Toscana, secondo quanto stabilito dalla Legge regionale 39/2009

3 Milutin Milanković; Dalj, 28 maggio 1879 – Belgrado, 12 dicembre 1958 è stato un ingegnere, matematico e climatologo serbo. Diede fondamentali contributi alle Scienze e in particolare al nascente studio della climatologia.

 

Condividi questo articolo attraverso i tuoi canali social!