Una traversata fantastica

Articolo non disponibile sulla rivista cartacea. Solo online.

La Carcaraia

Testo e foto di Alfio Ciabatti @tutti i diritti sono riservati

Abbiamo lasciato la macchina poco sopra Gorfigliano, spostando un grosso sasso. Quando abbiamo montato la tenda il cielo era sereno ma qualche piccola nuvola faceva capolino dalla cima del Pisanino.
Ieri sera alla trattoria siamo stati proprio bene, tortelli e carne alla brace accompagnato da una caraffa di vino rosso che benché non fosse di qualità eccelsa, ben si accostava alle pietanze.
Il posto per la tenda è un ripiano erboso sul bordo destro, quello esterno della strada. Oltre non si può andare perché c’è ghiaccio sulla strada.
Siamo in tre e abbiamo deciso di salire la Tambura di notte con gli sci. Vogliamo raggiungere la cima per vedere l’alba. Sono contento e emozionato per questa avventura sulle montagne a cui sono particolarmente affezionato.
Le condizioni della neve appaiono buone, è freddo e la neve è trasformata. Dovremmo trovare neve dura che durante la discesa dovrebbe mollare per la presenza del sole.
Gli sci con le pelli già montate sono fuori della tenda. Dentro abbiamo messo solo gli zaini e gli scarponi per non farli raffreddare troppo. Il cielo nero è impressionante per il numero di stelle che si vedono anche se filtrate dai rami degli alberi. La luna dovrebbe spuntare verso metà nottata.
Vorrei addormentarmi ma il solito sassolino che non avevo visto nel montaggio, mi punta sul fianco. Ma poco importa, mi sposto un poco. Parlo un po’ ma mi accorgo di non essere ascoltato. Gli altri ronfano già.
Ascolto i rumori del bosco e ad un tratto sento un rumore di rami che si spezzano che si allontana. Qualche timore inconscio ma poi razionalizzo pensando che probabilmente è solo un animale. Ecco, ora il verso della civetta che cessa alla svelta.
Nel silenzio del bosco, mi addormento, ma mentre passo nelle braccia di Morfeo, mi pare di ascoltare un profondo boato molto lontano, sembra un tuono di un temporale ma forse non è nulla.
Forse sogno. Dopo un po’ nel torpore sento gli altri che si alzano e iniziano a prepararsi.
Fai presto. Noi siamo pronti – mi dicono –Facciamo colazione quando saremo in alto
Arrivo subito– rispondo.
-Noi ci incamminiamo
Ok, vi raggiungo
Mi sembra di riassopire. All’improvviso mi sveglio di soprassalto. Gli altri si sono già incamminati. Mi vesto rapidamente con quel poco che serve. Infilo gli scarponi, prendo gli sci e lo zaino. La tenda la smonteremo al ritorno.
Mi incammino in un silenzio avvolgente. Sento un’aria strana, una luce particolare. Il cielo è stellato ma non sembra quello di quando mi sono addormentato. La luna è sorta e illumina con una luce pallida tutt’intorno. M’incammino su una traccia sulla neve. Strano, non ricordavo che ci fosse la neve fuori della tenda. Mah, forse ieri sera nel buio non l’avrò vista.
Entro nella galleria e trovo una strana nebbia. Fitta, penetrante, opprimente. All’uscita ancora nebbia. Sento ancora quel rumore profondo, di crollo lontano.
Mah, -sarà qualche frana di sassi- penso. -Gli altri dovrebbero essere non molto lontani. Dovrei intravedere le luci delle loro frontali-
Ho messo le pelli e inizio a salire lentamente. Gli altri continuo a non vederli. Eppure sarebbero dovuti essere poco più avanti.
Dopo poco la nebbia comincia a diradarsi. Resto sbalordito da quello che sto lentamente vedendo.
Un biancore appare alla mia destra mentre salgo. Saranno le cave, penso. Ma dopo poco mi assale lo sgomento.
-È tutto bianco! È neve! La vallata non c’è più e c’è solo un immenso pendio di neve inframezzato da alcuni spaccature di ghiaccio. Mio dio, sono su un ghiacciaio! Ma non dovevo essere in Apuane sul versante nord della Tambura, la Carcaraia? Non è possibile! –
Lentamente salgo sulla grande distesa di neve tenendomi sulla sinistra, ricordando a memoria l’itinerario di salita.
Il sole non è ancora visibile ma una luce strana inizia ad illuminare l’ambiente con un chiarore particolare.
Inizio a rendermi conto sconcertato e sbigottito di cosa mi circonda. Ma ecco le cime che cominciano a delinearsi. Riconosco la cima affusolata e inconfondibile del Pisanino, riconosco il profilo del Cavallo con le sue gobbe. A sinistra la cresta con punta poco accentuata della Tambura, e ancora a sinistra riconosco la Roccandagia di cui appare il ripido crinale e il Dente di Grondalpo. Non si vedono alberi, ne vegetazione.
Con stupore capisco il perché del boato che avevo sentito in precedenza. È un crollo di un blocco di ghiaccio, parte di un seracco che precipita nel ghiacciaio sottostante proprio nel punto dove sono passato poc’anzi.
Lentamente salgo fra lo sbigottimento e la paura. Non è freddo e la neve è in buone condizioni permettendomi di salire tranquillamente. Ma forse sogno? Mi viene in mente di aver visto tanto tempo fa una vecchia carta con la ricostruzione dei ghiacciai delle Alpi Apuane. E ora sono lì? Ma quel periodo risale a 50.000 anni fa! Non so cosa pensare.
Il sole sta sorgendo alle mie spalle e ora vedo con chiarezza tutto ciò che mi circonda. Continuo a salire, anche perché scendere a questo punto mi costringerebbe a passare sotto la seraccata che con il sole forse potrebbe scaricare ancora di più. Decido di arrivare sulla cima della Tambura dove da lì dovrei rendermi conto meglio della situazione.
Sto bene, salgo con passo regolare con varie inversioni. In un punto sulla cima di un cucuzzolo mi fermo per riprendere fiato e faccio un breve spuntino. Mi guardo intorno. Il sole comincia ad essere alto nel cielo. È un paesaggio surreale, ma anche affascinante. Non ci sono boschi ma solo rocce, neve e ghiaccio. La vallata bassa alle mie spalle ancora non si intravede.
Non si vedono animali, ne uccelli, né tanto meno persone. Riprendo la salita con uno stato d’animo diverso. Mi sento più tranquillo con una serenità sconosciuta. Salgo lungo l’itinerario che conosco ma in queste condizioni riesco a salire più direttamente verso la cima.
Mi concentro solo sulla progressione che resta comunque faticosa cercando di non pensare ad altro e arrivo sulla cima della Tambura direttamente con gli sci. Speravo di scoprire qualcosa nel lato verso il mare ma una coltre fitta di nuvole che arriva proprio da lì, mi impedisce la visuale.
Guardo meravigliato il panorama dalla parte opposta e fra le nuvole vedo la catena dell’Appennino innevata. Il fondovalle della Garfagnana è di un colore verde chiaro con sfumature diverse, come fossero praterie irregolari. Non vedo boscaglie ne alberi, ne segni di costruzioni, ne strade. Guardando verso la Roccandagia riesco a scorgere fra le nuvole un’altra grande distesa glaciale nella vallata dell’Arnetola. E immensa! Spuntano in mezzo al ghiaccio le cime inconfondibili del Sumbra, del Fiocca e del Macina che contornano il ghiacciaio. Che spettacolo!
Devo scendere. Mi impensierisce il fatto di dovere ripassare sotto la seraccata del Pisanino. Potrei scendere nel versante dell’Arnetola ma per raggiungerla dovrei scendere il ripido versante est che non mi attira per niente. Comunque devo scendere. Guardando verso il Cavallo mi sembra di intravedere che il ghiacciaio di Gorfigliano (così l’ho chiamato io) arrivi all’altezza della Foce di Cardeto o per lo meno il valico lo possa raggiungere senza difficoltà. Da lì potrei scendere verso il fondovalle di Gramolazzo e raggiungere qualcosa. Non so cosa. Ma certamente non posso stare quassù.
La sosta sulla cima è breve, faccio un altro piccolo spuntino e dopo un ulteriore sguardo sorpreso e meravigliato, tolgo le pelli, blocco gli scarponi, mi sistemo la giacca chiudendo le varie zip, indosso lo zaino stringendo le cinghie e mi preparo a scendere. Sotto la cima ora non c’è lo scivolo ripido ma solo un pendio dolce e regolare. La prima curva è sempre la più emozionante ma è anche quella cui devo fare più attenzione ma con questa neve eccezionale sono tranquillo. Via con la prima curva, poi la seconda, poi ancora un’altra in libertà. Sono talmente concentrato sulla discesa che non penso a nient’altro per godere di questo momento fantastico ma surreale. Mi lascio andare e inanello una successione di curve entusiasmanti.
Facendo attenzione a non perdere troppo quota, scendo traversando verso sinistra. Passo sotto il passo della Focolaccia, poi sotto le gobbe del Cavallo dove riconosco il ripido e stretto canal Cambron e raggiungo quasi in piano la Foce di Cardeto senza fare alcuno sforzo.
Sono alla testata di un altro grande ghiacciaio. Forse ancora più grande di quello di prima. Ma soprattutto ancora più dolce e regolare come pendenza. È grandissimo. Dovrebbe essere il ghiacciaio che scende a Gramolazzo.
Davanti svetta in evidenza il Pizzo d’Uccello con il ghiacciaio che lambisce Foce a Giovo, poi la cresta Garnerone, alla mia destra gli Zucchi di Cardeto che coprono la vista del Pisanino. Che emozione ma anche che sconcerto. Il sole è ancora alto ma devo scendere per sperare di raggiungere qualche posto dove poter capire qualcosa di più di questa situazione assurda.
Oramai gli altri due non li penso più ma sicuramente avranno trovato il modo per raggiungere un luogo tranquillo e sicuro.
Comunque la distesa di neve è ideale, è quanto di meglio uno scialpinista potrebbe trovare. Un firn da sogno.
Inizio la discesa. Le curve si susseguono in leggerezza. Mi fermo ogni tanto per guardarmi intorno. Sogno o son desto? Scendo ancora ma urto con uno sci la punta di un sasso che fa scintillare la lamina e quasi casco. No, son desto. Mi fermo ancora per riprendere fiato. Sono all’altezza delle cime del Garnerone, la cima del Pisanino ora è in tutta la sua imponenza anche se emerge dal ghiacciaio solo insieme alle punte degli Zucchi. Continuo a scendere, la discesa è da urlo come avrei detto in altri momenti.
Il ghiacciaio ora ha poca pendenza, immagino che dovrei essere all’altezza di Orto di Donna perché poco sopra sulla sinistra vedo il colle della Foce a Giovo e a destra il ripido pendio brullo del Pisanino. La neve è scorrevole e non offre resistenza, quindi riesco a fare con soddisfazione ancora delle belle curve larghe. La distesa ghiacciata ora comincia a stringersi. Dovrei essere nella valle verso Gramolazzo. Scendendo dovrei raggiungere qualcosa, non so cosa ma qualcosa sicuramente.
I pendii accanto sono aridi, rocciosi, senza alberi, solo radi ciuffi d’erba. Scendo ancora ma ecco che la pendenza del ghiacciaio aumenta e inizio a vedere qualche fenditura scura nella neve. Alcune piccole e altre più larghe. Sono crepacci! Devo fare massima attenzione. Scendo molto lentamente facendo poche curve per volta, non ho alcuna possibilità di errore e di avere alcuna sicurezza se non quella dell’attenzione e della fortuna.
La vallata con il ghiacciaio è sempre più stretta e i fianchi diventano alti e ripidi. Mi tengo sul lato sinistro e entro nell’ombra del sole che sta calando. Mi fermo un attimo per guardare con attenzione il fondovalle. Dietro non vedo più la cima del Pisanino, ma solo i contrafforti del Pizzo d’Uccello e del Baldozzana. Davanti intuisco la fine del ghiacciaio con il cambio dei colori. Scendo ancora lentamente con curve più strette su un pendio che ora è diventato po’ più ampio anche se mantiene ancora una notevole pendenza. Qua e la vedo ancora qualche crepaccio. Mi rendo conto che se dovessi cadere sarebbe un bel problema per fermarmi quindi devo stare particolarmente attento. Poco più avanti al termine del pendio, dovrebbero esserci dei seracchi che segnano la fine del ghiacciaio. Dopo ci sarà il lago terminale. La neve si mantiene ancora stranamente in buone condizioni.
Scendo lentamente ora su un pendio meno pendente rispetto a prima. Mi sembra di vedere qualcosa il lontananza, sembrano delle forme regolari, forse potrebbero essere delle capanne. Vedo le forme sul bordo del ghiacciaio, nei pressi della morena. Forse trovo qualcuno. Speriamo.
Lentamente scendo derapando puntando a quello che ho intravisto per capire meglio di cosa si tratta.

Che sgomento e che delusione! Sono solo dei grandi massi erratici!
All’improvviso mi sento precipitare, scivolo e vedo tutto buio. Ruzzolo, rantolo, urlo.
Cerco di aprire gli occhi ma non ci riesco. Mi muovo ma non riesco ad aprire gli occhi. Urlo tra la disperazione e la paura.

I miei compagni mi toccano, mi scuotono.
Che cos’hai? Stai male? – Apro gli occhi e mi vedo nella tendina arancione.
No, non è nulla– dico ma ho il fiatone dell’ansia.
Dai, svegliati– mi dicono, –manca poco alla partenza, alziamoci e cominciamo a prepararci-.
Mi metto a sedere sul sacco piuma e lentamente riprendo il contatto con il mondo reale.
Ho fatto un sogno, surreale ma fantastico anche se a momenti angosciante.
Ho salito la Tambura e attraversato due fra i ghiacciai più belli delle Alpi Apuane alcune decine di millenni di anni fa. In un altro mondo, quando c’era davvero tanta neve.

12 aprile 2020

Ps: i nomi citati sono montagne e altri luoghi delle Alpi Apuane.

Il percorso scialpinistico fantastico è illustrato sulla carta tratta da: http://www.stsn.it/AttiA1986/braschi-del_freo-trevisan.pdf

RICOSTRUZIONE DEGLI ANTICHI GHIACCIAI SULLE ALPI APUANE S. BRASCHI, P. DEL FREO, L. TREVISAN.

Atti Società. Toscana. Scienze Naturali, Memorie, Serie A, 93 (1986) pagg. 203·219, figg. lO, lavo f.l. l Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Pisa.

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