di Neri Baldi
Non sono d’accordo e lo dico: il politically correct non mi piace, denota un’ambiguità di fondo a cavallo fra la ricerca di un consenso facile e il timore di parlar fuori dal coro.
Per migliorare occorre sempre un cambiamento; però non è affatto detto che ogni cambiamento porti a un qualcosa di migliore rispetto a ciò che c’era prima. Il cambiamento non va subìto in modo passivo; se non va, è onesto dirlo.

Cos’è il CAI di oggi?
Dilagano precetti e prescrizioni burocratiche, spesso pensate da strutture amministrative che si moltiplicano e si inventano la loro competenza per darsi una ragion d’essere. Pensiamo al COVID: ma c’era davvero bisogno di formalizzare così tante regole – spesso inutili e/o ripetitive – a fronte di quanto già disposto in modo esplicito da chi aveva il potere/dovere di farlo in via generale per tutti i cittadini?

Penso poi al cervellotico e stereotipato formalismo delle linee guida per i corsi di escursionismo, in cui è stata sostanzialmente soppressa la libertà di insegnamento: dire in modo rigido cosa e come insegnare equivale a dire che gli insegnanti a cui ti rivolgi non sono in grado di gestire la didattica che chiedi loro.
C’è un equivoco di fondo: non è affatto detto che a fronte della moltiplicazione delle indicazioni fornite consegua un aumento della conoscenza: si confondono i concetti di nozionismo, insieme di dati, e cultura, cioè la formazione progressiva della consapevolezza; si trasmettono informazioni ma ci si astiene dalla formazione, cioè la metabolizzazione di valori cui conformarsi e criteri di giudizio.
Detto in altre parole, si privilegia la forma a scapito della sostanza, con un evidente scollamento dalla realtà della montagna e della sua corretta frequentazione. Piace davvero tanto metter paletti su come agire invece che insegnare a ragionare, e quindi comportarsi in modo adeguato.
Certo, le regole ci vogliono, ma devono essere il mezzo per raggiungere un risultato e non precetti fini a se stessi. L’inflazione delle regole ha come conseguenza inevitabile l’involuzione del ragionamento di chi agisce; le prescrizioni danno assuefazione al divieto, ma azzerano il ragionamento: vogliamo tanti semafori rosso/verde o imparare a dare la precedenza?
Vogliamo pecore da “accompagnare” al pascolo o “insegnare” a frequentare le terre alte in modo consapevole? È forse banale, ma l’insegnamento non lo si fa solo con i corsi, la miglior lezione è l’esempio, che poi chi vuole può approfondire in modo specifico. Mi chiedo: ma c’è davvero bisogno di un corso per imparare a calzare i ramponi o usare la bussola?
Incredibile è poi l’affermazione di cui sono stato testimone nell’ambito del congresso di aggiornamento dei titolati di escursionismo che nessuno della platea nazionale ha smentito (ergo: o era d’accordo o non aveva le palle per dire che non lo era): la medesima ferrata se percorsa dall’alpinista è “atletica” mentre invece per un escursionista sarebbe “ambientale”!
Ma perché mai non ci si può riconoscere in un valore comune invece di cercare sempre distinguo, personali e di categoria? Mi pare evidente che occorra una Scuola Centrale unica che individui le imprescindibili regole tecniche – uguali per tutti – a cui tutti si dovranno attenere, ovviamente per quanto rilevante e pertinente in ciascuna disciplina. E poi corsi più snelli, da adattare alle singole realtà.

Base allargata, ma con scarsa permeabilità alle novità e un non mai confessato complesso di inferiorità di troppi rispetto al mondo degli alpinisti (intendo non il Barbolini di turno che fa la nord delle Jorasses, ma chi più banalmente frequenta l’“alpe” per fare i Denti della Pania Secca piuttosto che la normale al Cevedale, cioè mete che chi ha un minimo di esperienza e bastevole sale in zucca può fare) relegati in un cantuccio a celebrar se stessi sommersi dalla fiumana del Sentiero Italia.
Numeri grandi, qualità sempre più scarsa: per far saltare tutti si abbassa l’asticella, invece che insegnar a saltare più in alto. Microcosmo autoreferenziale e chiuso nel proprio ambito che non guarda al di fuori: piuttosto, perché non si parla della sentenza di Pila e degli insegnamenti che se ne possono e devono trarre?
Poi il sostanziale silenzio per la tutela delle terre alte intese come contesto complessivo in cui siamo ospiti e non come parco di divertimento degli umani. E allora passa per buono il messaggio dell’orsa assassina che è come la montagna assassina quando qualcuno rimane sotto una valanga. Io la butto là: e se l’orsa di Trento fosse solo una mamma impaurita che ha cercato si difendere i cuccioli dall’escursionista di turno che correva nel bosco con una bella mise fluorescente e magari smanettando come un forsennato? Chi è fuori posto/fuori luogo?

E noi a Firenze?
Un esempio per tutti: Bafile, quando ci parlavo io era il futuro; ora si parla di lui al passato, autorevolissimo, ma sempre passato è. Ci stiamo forse trasformando in un cineforum di élite per vecchi nostalgici di Charlie Chaplin che rimpiange il tempo andato senza capire il presente?
Se uno mi chiede perché associarsi al CAI, sinceramente mi riesce difficile dargli una risposta convincente. A ben vedere la cultura della montagna sta diventando un po’ diafana relegata sullo sfondo dal palcoscenico su cui primeggiano numeri e appoggi, magari politici, quando invece la base (cioè i soci) potrebbe (o dovrebbe) essere educata a comprendere i valori del Bidecalogo che è un po’ come la Costituzione della Repubblica: spesso se ne ignora il contenuto o – peggio – se ne parla per sentito dire.

Se il popolo vuole gli impianti di risalita… e diamoglieli! L’importante è passare una giornata senza pensare a quel che si fa o capire dove si è… È il concetto delle ferrate: perché devo imparare a fare una sosta o mettere un friend quando col cavo è già tutto bell’e pronto e basta il solo sforzo atletico? Anche il sentiero Italia è un po’ la stessa cosa: in tanti tutti insieme nello stesso posto pensato da altri… e se puoi vien fuori un orso o un lupo sono un fuor d’opera: gli si spara!
In questo contesto la contraddizione fra l’infatuazione per il GPS e l’ostentata diffidenza verso l’ARTVA in realtà solo apparente: basta non pensare e divertirsi, con la tecnologia si spenge il cervello e poi se qualcosa va storto è la montagna assassina, così come è assassino l’orso.

Se non si fa cultura e formazione resteremo annacquati nell’universo delle altre associazioni di montagna, che però sono molto più snelle e duttili: provate a chiedere in giro se per fare un corso ferrate occorra la previa frequentazione di 2 (due!) corsi propedeutici di escursionismo: se voglio sapere come fare in ragionevole sicurezza la ferrata del Procinto, mi iscrivo ora e me lo insegnano – se va bene – nel 2025…
Vogliamo rincorrere numeri e consensi o vogliamo farci promotori di una “nostra” cultura e una consapevolezza matura delle terre alte?
La butto là, soprattutto ai giovani: proviamo a leggere carta e territorio come si faceva un tempo, invece che fidarci ciecamente delle tracce preimpostate sul GPS; detto in altre parole cerchiamo di capire con la nostra testa cosa vogliamo fare “da grandi”, invece che dar per buone le scelte altrui, perché così è più semplice…
