“I boschi dell’Appennino Toscano” di Sergio Cecchi

Annuario 2006

Con questo articolo, vorrei riprendere un discorso iniziato qualche mese fa con i lettori di “Alpinismo fiorentino” per osservare l’ambiente che ci circonda e comprendere come cambia in relazione alla quota. Se risulta troppo lungo e noioso, si può sempre leggerlo un po’ per volta.Avevamo parlato della distribuzione della vegetazione naturale, e l’abbiamo schematizzata come se si succedessero, dal basso in alto in senso altimetrico, tre “orizzonti” che sono i seguenti: 1) il livello delle piante a foglie persistenti (sempreverdi) mediterranee, che rappresenta il piano basale della Toscana; 2) il livello delle latifoglie decidue, corrispondente al piano montano nella catena appenninica e a quello montano inferiore per le Alpi; 3) il livello delle conifere montane, che però è esclusivo delle Alpi. Qui vogliamo scrivere due parole solo sulle zone “alte” e quindi ci muoveremo quasi esclusivamente all’interno del secondo orizzonte, trascurando la pianura toscana e le colline più vicine al mare.

Superficie boscata (da Regione Toscana Web)

Ripeto un concetto che è già stato illustrato nel precedente articolo, vale a dire che gli elementi principali da considerare per capire come cambia la vegetazione in rapporto al clima sono: le temperature medie, la media del mese più caldo e la media del mese più freddo, le precipitazioni totali annue, le precipitazioni nel periodo estivo, la media dell’umidità atmosferica, le gelate precoci e tardive. Ma siccome non vogliamo perderci in complicate definizioni, passiamo senz’altro alle descrizioni. Dalle quote collinari a quelle più elevate sì può individuare la seguente successione della vegetazione forestale: boschi di querce caducifoglie, boschi misti di carpino nero e querce, bosco misto di caducifoglie varie con faggio, bosco di faggio con abete bianco, faggete di crinale, brughiera con intrusioni di piante arboree di basso fusto. Oltre a queste formazioni più o meno naturali, si vedono spesso piccoli o grandi rimboschimenti di pino, di abete, e anche di specie esotiche come la douglasia; di queste piantagioni accenneremo alla fine. Inizieremo invece con le specie collinari, per poi “salire” di quota. Ma prima un po’ di dati

Dal rapporto 2005 Regione Toscana – ARSIA: la Toscana è la regione più boscata d’Italia, coperta per il 50% della superficie (per la precisione 1.086.000 ettari) da aree forestali che contribuiscono a fissare anidride carbonica (oltre 130 milioni di tonnellate all’anno). E’ un ambiente che sa accogliere, senza snaturarsi, la presenza attiva dell’uomo, sia per gli interventi selvicolturali, che per la raccolta dei prodotti del sottobosco (basti pensare ai 40.000 raccoglitori di funghi) che, infine, per turismo. L’opera di prevenzione, di repressione dei comportamenti a rischio e di spegnimento degli incendi ha un ruolo fondamentale per la tutela dell’ambiente boschivo e assorbe una notevole quantità di risorse umane ed economiche. Tra i problemi figurano l’accrescersi delle avversità fito-sanitarie (probabilmente legate ai cambiamenti climatici in atto), e il bisogno di una maggiore professionalità per i lavori forestali, non sempre eseguiti in maniera qualificata. Intendiamoci, in Trentino o in altre regioni del Nord i boschi sono più belli che da noi, dove gran parte del patrimonio boschivo è rappresentato da ceduo o addirittura da macchia impenetrabile, ma per ogni cittadino della Toscana ci sono mille alberi! I boschi toscani sono per l’80% di proprietà privata, purtroppo spesso abbandonati, anche se il settore forestale impiega 4.700 lavoratori (di cui 995 pubblici). Sotto il profilo produttivo, i boschi toscani forniscono legname (per l’85% da ardere), ma anche una serie di prodotti non-legnosi: funghi, mirtilli, castagne, tartufi e …… aria buona, panorami e attività ricreativa, aspetti non certo secondari.
In Toscana ci sono 220.250 ettari di aree protette, in gran parte su territori forestali; ci sono 6.000 km di sentieri che ne facilitano la fruibilità, 364.000 persone ogni anno frequentano il bosco per una o più volte, 200.000 persone visitano le aree protette. L’Amministrazione delle foreste demaniali, la Regione e le Comunità montane pongono grande attenzione per questo aspetto, allestiscono aree di sosta, cartelli illustrativi, visite guidate, attività di educazione ambientale e così via.

1 – Quercete
I boschi a prevalenza di querce caducifoglie hanno preso il sopravvento nelle colline comprese fra la Maremma e l’Appennino, in pratica in quella parte della toscana che da più tempo è stata sottoposta all’azione dell’uomo con la trasformazione a coltura agraria dei terreni più fertili. L’azione dell’uomo ha dunque influenzato la composizione di questi boschi; in pratica le querce decidue della Toscana si riducono a due sole specie: la roverella e il cerro. Altre specie più pregiate, la rovere e la farnia sono state ridotte dall’azione dell’uomo allo stato di residui. In breve, la rovere e la farnia hanno una netta preferenza per terreni molto freschi e umidi, mentre la roverella e il cerro si adattano anche a terreni più aridi; l’uomo ha preso i terreni migliori per le coltivazioni agrarie, togliendoli alle specie più esigenti e ha così favorito le due specie più resistenti.

2 – Carpinete

Carpino Nero (da Hempel e Wilhelm)

Il carpino nero è l’ospite più frequente dei boschi di querce di cui si è detto sopra, arrivando a formare superfici più o meno grandi di carpinete quasi pure. Da quando l’uomo ha allentato la pressione sui boschi, la presenza del carpino è in espansione e lo troviamo spesso come “invasore” dei boschi di querce e di castagno. Il carpino nero, detto anche ostria, fa parte della famiglia delle Corilacee, insieme al carpino bianco e al nocciolo, piante di non grandi dimensioni caratterizzate da una specie di riccio o cupola che circonda il frutto. Il carpino nero si trova spesso negli stessi terreni che sono adatti al cerro, a volte misto alla roverella, altre volte al castagno, ma si fa notare in primavera perché mette le foglie venti giorni prima. In Toscana si trova in Mugello, in Lunigiana, in Chianti, a Monte Morello e in varie zone del sub-Appennino; spesso lo vediamo intercalato alla roverella, occupando i versanti esposti a Nord e i terreni con una certa umidità, lasciando alla roverella le esposizioni più soleggiate.


3 – Castagneti
Il castagno è una specie forestale un po’ particolare, da molto tempo coltivata anche per il frutto, è diffusa anche al di fuori della sua zona originaria; spesso i boschi a base di castagno sono dei “marroneti” abbandonati. Il castagno selvatico si trova in genere governato a ceduo (molte latifoglie, se tagliate in inverno-primavera, ributtano molti polloni dalla ceppaia; spesso se ne ricava legna da ardere, dal castagno invece si ricava paleria per recinzioni, sostegni e altri usi in cui si richiede materiale robusto e resistente agli attacchi del tempo).
Castagneto da frutto
Il castagno vegeta normalmente in una zona altimetrica compresa fra quella caratterizzata dalle querce e dall’olivo e quella del faggio; per questo si parla di “zona del castanetum”, ma per essere più precisi si dovrebbe parlare di “zona delle latifoglie con marcate esigenze di luce (eliofile)” rappresentate da querce, tigli, frassini, aceri, e infine castagni. Il castagno cresce bene in zone con estate calda e senza gelate primaverili e/o autunnali; la media montagna si presta bene, meglio se i terreni sono in grado di conservare l’umidità primaverile. Per questo in Toscana il castagno si trova sulla gran parte dell’Appennino e delle sue propaggini (M. Giovi, Pratomagno, Pizzorne, Alpe Catenaia, Mugello, Alto Mugello, monte Amiata).
4 – I boschi di faggio
In Toscana il faggio è la pianta tipica dei boschi di montagna sopra i mille metri fino a raggiungere i 1.600 – 1.800, insieme all’abete bianco o da solo. I boschi toscani sono stati spesso trattati a ceduo; le faggete di alto fusto si trovano all’interno delle foreste demaniali, per esempio all’Abetone e sulle pendici del monte Amiata. Il faggio è molto diffuso in tutta Europa, è una specie che desidera un clima atlantico, in altre parole elevata umidità e temperature livellate. È una specie tollerante dell’ombra e sviluppa una folta chioma; sotto una fitta faggeta cresce un basso sottobosco per esempio di asperula, cardamine, geranium, senecio, fino ai mirtilli. Allo stato isolato un faggio espande molto la chioma, e forma un tronco di grande diametro, mentre nel fitto del bosco ha forma più slanciata. In natura i boschi di faggio dovevano essere misti con l’abete bianco, che vive alle stesse quote; i tagli dell’uomo avrebbero gradualmente portato via gli abeti, utilizzati come legname da costruzione; alle quote inferiori, i tagli avrebbero eliminato anche altre specie che costituivano i boschi misti, per esempio aceri, frassini, tigli, il ciliegio, ecc. Salendo di quota, il faggio ha una certa resistenza al vento: le piante crescono più piccole e contorte ma resistono al forte vento del crinale. Una causa di danni è invece il ghiaccio che si può depositare sulle piante sotto due forme: la galaverna e il gelicidio o bruscello; per fare un esempio di una zona conosciuta, nella valle del Reno, indicativamente ogni 10 anni, si verificano gravi danni agli alberi. Al di sopra della zona del faggio si trova il limite della vegetazione arborea e si passa direttamente alla zona caratterizzata da vegetazione arbustiva e erbacea.
5 – I boschi di abete
L’abete bianco è la principale componente delle foreste demaniali di Vallombrosa, di Abetone e di Camaldoli; è stato inoltre utilizzato per rimboschire le zone di Maresca e Badia Prataglia; si trova anche alla Verna e sul Pratomagno. In Europa e in Italia è evidente la sovrapposizione del faggio e dell’abete bianco, ma questo ultimo avrebbe una preferenza per posizioni leggermente meno umide e anche un minimo di tolleranza per gli sbalzi di temperatura. Sulle Alpi l’abete arriva ad altitudini superiori al faggio. La mescolanza tipica di faggio e abete è in equilibrio solo su territori ripidi o rocciosi, dove l’abete può avvantaggiarsi dei vuoti nella copertura del faggio; questo perché l’abete, pur avendo buona tolleranza per l’ombra, trova eccessiva quella del faggio e per sopravvivere gli abeti crescono di solo uno o due centimetri l’anno. E’ sorprendente che questi alberi, al momento di un taglio a carico del faggio, reagiscono subito alla luce incominciando a crescere rapidamente. Contrariamente al faggio, l’abete bianco trova un limite nella scarsa resistenza al vento forte invernale. In natura i boschi di abete bianco erano misti con il faggio; nei periodi più recenti il clima ha preso un’evoluzione sfavorevole alla conifera e propizia per il faggio, ma sappiamo che è stato l’intervento antropico a far precipitare le cose. Storicamente, l’abete è citato in luoghi da dove è in seguito scomparso: nel ‘400 furono tagliati gli ultimi abeti di Monte Morello, c’erano abetine al Monte Amiata e a Piancastagnaio, oltre che a Vallombrosa e Camaldoli (dove però sono state impiantate di nuovo), in tutti questi casi per ricavare legname da costruzione. Tutte le travi dei monumenti fiorentini sono di abete, le foreste di Abetone, Vallombrosa, Camaldoli e Amiata hanno nei secoli dato legname, addirittura la marina inglese si riforniva di antenne di abete presso il porto di Livorno. Quindi il valore economico del suo legname prima è stato causa di abbattimento di abetine, poi di un ritorno tramite la coltivazione.

6 – Le pinete
I boschi di pino sono in genere artificiali, derivanti da rimboschimenti a scopo produttivo e/o di protezione del suolo. Nei primi decenni del ventesimo secolo, molti dei nostri territori montani erano in gravi condizioni di dissesto, i terreni gravemente erosi, delle vere pietraie come si può vedere in certe foto del primo dopoguerra; il pino nero permetteva in pochi anni la copertura di questi suoli, alle quote comprese nella zona delle latifoglie eliofile, fino a una quota massima di 1.110 – 1.200. Il pino nero (con le sue principali sottospecie: pino austriaco, laricio e di Villetta Barrea) è stato usato come specie molto frugale, capace di sopravvivere in terreni scadenti; però si notano enormi differenze di sviluppo, su terreni molto fertili il pino nero ha un grande accrescimento. Il primo grande rimboschimento con pino nero in Toscana è quello di monte Morello: i lavori iniziarono nel 1909. Negli anni dal 1928 al 1940 l’opera di rimboschimento si intensificò e, dal 1960 in poi, ebbe un netto calo. Le principali zone di rimboschimento con pino nero nella regione sono le seguenti: Montignoso, Fivizzano, Comano, Sillano e Pizzorne nelle zone apuane; Gavinana, Orsigna, Acquerino, Limentre e Croce delle Lari nel pistoiese; Calvana, Morello, Giogo, Futa, Consuma e altri minori in provincia di Firenze; Alpe Catenaia, Scopetone, Pratomagno e altri minori in provincia di Arezzo; e altri in provincia di Siena e di Grosseto. Queste pinete pure possono in seguito essere state “invase” da sottobosco arbustivo e da altre specie arboree come il carpino nero, l’olmo campestre, l’orniello e l’acero campestre, quando non addirittura da querce.

7 – I rimboschimenti di douglasia
I rimboschimenti di specie “esotiche” a rapido accrescimento, contrariamente ai precedenti, si localizzano in terreni buoni, già destinati all’agricoltura oppure a boschi di castagno, così come nella pianura padana si coltiva il pioppo. Il cosiddetto “abete di Douglas” proviene dall’Oregon e dalla California; in Toscana è stato introdotto addirittura nell’800 ed è molto diffuso in piccoli gruppi dispersi: a Vallombrosa, nelle foreste casentinesi, a Stia, alla Consuma, a Rincine, al Giogo, a Montepiano, a Maresca, a Firenzuola, ecc.

Con questo spero di avere dato agli interessati qualche notizia utile per capire meglio l’ambiente che ci circonda. Per scrivere queste note ho scopiazzato qua e là da varie pubblicazioni, sia tecniche che divulgative, ma ho voluto evitare termini professionali, cercando vocaboli simili nel linguaggio comune, a costo di risultare a volte un po’ impreciso e di scandalizzare i veri esperti. Ringrazio l’amico Giancarlo Campolmi che, con pazienza e competenza, ha rivisto lo scritto e suggerito diverse correzioni.

Testi che si possono leggere se incuriositi dall’argomento, e alle correlazioni fra clima e vegetazione:

-Odum, Principi di ecologia. Edizioni Piccin, Padova
– Fenaroli, Note illustrative sulla carta della vegetazione reale d’Italia. Min. A.F. Collana Verde 28
– Tomaselli, Note illustrative carta vegetaz. naturale potenziale d’Italia. Min. A.F. Collana Verde 27
– De Philippis, Classificazioni e indici del clima in rapporto alla vegetaz. for. Nuovo Giorn. Botan. It. 37
– Gellini, Botanica forestale. Edizioni Clusf, Firenze
– Bernetti, I boschi della Toscana. Edagricole, Bologna

Appendice: specie  citate  nel  testo:

– Roverella (Quercus pubescens Wild.) alto fino a 20 metri, con fusto contorto, rami sottili e sinuosi. Corteccia solcata. Foglie alterne, semplici, lobate, verdi nella parte superiore, chiare e con peluria di sotto, restano fino a primavera, secche, sui rami.
– Cerro (Quercus cerris L.) alto fino a 35 metri con tronco diritto e chioma ovale. Corteccia costoluta. Foglie verdi coriacee, semplici, generalmente lobate ma con grande varietà di forme.
– Rovere (Quercus petraea Liebl.) alto fino a 35 metri con tronco robusto e dritto, chioma ampia e regolare. Corteccia grigia. Foglie verdi, coriacee, semplici, con 5-8 paia di lobi arrotondati.
– Farnia (Quercus robur L.) alto fino a 35 metri con tronco robusto e ramificato dal basso, chioma ampia. Foglie verdi morbide, semplici, con 5-7 paia di lobi ampi.
– Carpino nero (Ostrya carpinifolia Scop.) somiglia a un piccolo faggio, alto 15-20 metri, fusto dritto, corteccia liscia. Foglie alterne, distiche, semplici, seghettate, con picciolo corto.
– Carpino bianco (Carpinus betulus L.) alto 10-12 metri, fusto eretto, scanalato, corteccia simile al faggio. Foglie alterne, distiche, semplici, seghettate, lunghe 4-10 cm.
– Tiglio (Tilia cordata Mill.) alto fino a 25 metri, con chioma ovoidale molto densa. Corteccia grigia. Foglie a forma di cuore.
– Castagno (Castanea sativa Mill.) alto 15-20 metri (ma esemplari centenari raggiungono dimensioni notevoli) fusto tozzo, chioma tondeggiante. Foglie caduche, lunghe 12-20 cm., di colore verde intenso nella parte superiore.
– Ontano nero (Alnus glutinosa Gaert.) alto fino a 30 metri con tronco diritto e rami sottili ascendenti. Corteccia bruno scura. Foglie caduche, alterne, rotonde, di colore verde scuro nella parte superiore e verde-azzurro in quella inferiore.
– Acero montano (Acer pseudoplatanus L.) alto fino a 35 metri, con fusto dritto e chioma ampia. Corteccia grigia. Foglie biancastre di sotto, a cinque lobi con insenature acute.
– Acero riccio (Acer platanoides L.) molto simile al precedente, ma con foglie verde scuro con insenature poco profonde.
– Betulla (Betula pendula Roth.) alto fino a 25 metri con chioma ovoidale, leggera e rami molto lunghi. La corteccia è liscia, bianca e si stacca in placche orizzontali. Foglie sottili alterne e triangolari. Spontanea nelle radure e ai margini dei boschi di faggio e di castagno. Ha bisogno di molta luce e sopporta benissimo il freddo.
– Orniello (Fraxinus ornus L.) piccolo albero, corteccia liscia, rametti di 5 – 9 foglioline ovato-lanceolate.
– Frassino maggiore (Fraxinus excelsior L.) grande albero, corteccia liscia, rametti di 9 – 15 foglioline ovali.
– Olmo (Ulmus minor Mill.) grande albero, corteccia molto scura, foglie verde lucente, ovali, dentate, asimmetriche alla base.
– Faggio (Fagus silvatica L.) alto fino a 30 metri, con tronco tondeggiante, chioma ampia e ramificata, corteccia liscia grigio chiara. Foglie caduche, di color verde-scuro lucente nella pagina superiore e più chiaro in quella inferiore.
– Pino marittimo (Pinus pinaster Ait.) albero sempreverde alto fino a 35 metri, con fusto leggermente curvato “a sciabola” e chioma piramidale. Corteccia spessa e profondamente fessurata, rossastra. Aghi riuniti a due nel fascetto, lunghi fino a 20 cm, robusti, acuminati, verde scuro. Coni lunghi, riuniti a due intorno al ramo, larghi da 5 a 7 cm.
– Pino nero (Pinus nigra Arn.) albero a fusto diritto, con corteccia scagliosa bruno-grigiastra, aghi in fascetti di 2, lunghi da 8 a 18 cm, strobili conico-ovoidali lunghi da 4 a 8 cm. Sotto il nome di pino nero sono comprese varie sottospecie o razze geografiche, con diversi nomi.
– Pino mugo (Pinus montana Mill.) pino che ha portamento molto diverso a seconda delle varietà, da eretto a prostrato con tutte le forme di passaggio; nelle forme arboree può raggiungere anche i 20-25 m. Corteccia grigio-nerastra, aghi di 3-8 cm, coni ovali di 2-7-cm.
– Abete bianco (Abies alba Mill.) albero sempreverde a portamento eretto e di grandi dimensioni, corteccia liscia e argentea che si screpola con l’età. Chioma slanciata di forma piramidale, di colore verde scuro. Aghi inseriti sul rametto in modo da assumere l’aspetto a pettine (da cui ha avuto origine il sinonimo di Abies pectinata); piatti, arrotondati all’apice, di colore argenteo nella pagina inferiore. Strobili cilindrici, lunghi da 10 a 18 cm, rosso-bruni, che in ottobre non cadono al suolo ma si sfaldano.
– Abete rosso (Picea abies K. = P. excelsa Link.) albero di grandi dimensioni, che può raggiungere l’altezza di 50 m ma con circonferenze inferiori all’abete bianco; chioma triangolare, corteccia rossastra, squamata. Rametti di colore rosso, con aghi disposti a spirale; appuntiti. Strobili “a forma di banana” lunghi da 10 a 15 cm, penduli, cadono in autunno.
– Douglasia (Pseudotsuga menziesii Fr. = Ps. douglasii Carr.) albero di imponenti dimensioni; altezze fra 50 e 75 m e diametri fra 1,20 e 1,80; il più alto esemplare negli Stati Uniti era alto circa 116 m. Chioma piramidale, ma generalmente i rami bassi si seccano. Corteccia grigia o rossiccia, liscia da giovane poi screpolata. Aghi disposti in due serie con diversa inclinazione; di consistenza erbacea, verde brillante ma chiari di sotto. Strobili solitari, lunghi da 6 a 8 cm, ovali e pendenti, cadono in autunno.
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