Dentro la montagna di Fabio Azzaroli

Annuario 2011

“Ragazzi, che ne direste di andare a rotolarci nel fango e ad insudiciarci ben bene col permesso dei vostri genitori?”

E così è cominciata, nell’entusiasmo generale, un’uscita del corso di Alpinismo Giovanile del tutto fuori del comune. Non è la prima volta che portiamo i nostri ragazzi a visitare delle grotte, ma questa è stata la prima volta che abbiamo affrontato un vero percorso speleologico, non turistico. Con lo scopo di offrire ai nostri ragazzi anche un altro aspetto della montagna: non solo sui suoi fianchi, non solo sulla sua cima, ma anche dentro di lei, alla scoperta di un mondo tutto nuovo e impensato. Grazie alla piena disponibilità degli amici dell’Alpinismo Giovanile e del Gruppo Speleologico della Sezione di Jesi, la prospettiva che avete letto in apertura è potuta diventare realtà.

Personalmente ero già stato a fare quello stesso percorso durante un aggiornamento per Accompagnatori Nazionali e mi ero entusiasmato all’idea di poterci portare i nostri ragazzi: un percorso senza grandi difficoltà oggettive ma molto remunerativo come scenari e come passaggi tecnici. Naturalmente ove opportunamente accompagnati da chi se ne intende, visto che avevo già avuto la netta e chiara percezione di come mi sarei inesorabilmente perso nella grotta nel giro di pochissimi passi: diversi scenari, diversa prospettiva, diverso terreno di gioco, tutto che cambia ad ogni minimo mutare dell’angolatura della luce della frontale. Così, presi tutti gli accordi del caso con gli amici di Jesi, siamo partiti con i ragazzi più grandicelli (da 11 anni in su) alla volta di Genga. Lì ci siamo fermati a un piccolo albergo molto ospitale (ed economico, il che non guasta!), dove abbiamo cenato in maniera eccellente e dormito.

La mattina dopo, sveglia presto: alle 8 avevamo appuntamento nella piazzetta di S. Vittore con gli amici di Jesi: Giorgio (speleologo e Presidente della Sezione), con la figlia Francesca (speleologa e operatore di Alpinismo Giovanile), Toni (speleologo), Giancarlo e Barbara (Accompagnatori Nazionali di AG ed esperti speleologi anche loro). Noi eravamo in 13 (Flavia, Nicco ed io, oltre a 10 scalpitanti giovanotti). Sul piazzale la preparazione per affrontare la grotta: tuta “insudicereccia”, stivali di gomma con suola artigliata, guanti di gomma, casco, lampada frontale e tanto entusiasmo.

Alle 9 ci muoviamo alla volta dell’ingresso della grotta di Frasassi: breve sosta nella galleria di accesso per le prime illustrazioni del caso (cosa è una grotta, come ci si comporta, cosa troveremo, come è stata scoperta, ecc.) e poi via all’interno. Per accedere al percorso speleologico vero e proprio dobbiamo percorrere un buon tratto dell’itinerario turistico, e lo scenario è veramente affascinante: il sapiente gioco di luci, le eccezionali spiegazioni di Francesca, tutti i ragazzi sono ammutoliti dalla bellezza del luogo. In poco raggiungiamo l’apertura della ringhiera che dà accesso al “fuori pista” e subito, accese le frontali, ci immergiamo in un percorso rischiarato soltanto dalle nostre lampadine. Metto un piede in quella che credo una pozzanghera, e affondo fino al ginocchio prima di rendermi conto che è una buca bella fonda: per tutta la giornata continuerò a camminare facendo cic-ciac dentro lo stivale, che ovviamente ha pensato bene di riempirsi di acqua fangosa. Pensieri irripetibili.

In un continuo di saliscendi, camminiamo, strisciamo, ci divincoliamo sia in orizzontale che in verticale, scivoliamo su belle placche fangose lisciate dall’acqua, ci riempiamo fino in posti inenarrabili di una mota bigia, fine e impalpabile che tende alla cementificazione non appena accenna ad asciugarsi.

Ma ogni passo è uno spettacolo nuovo, un’esperienza da ricordare, uno scenario unico: piccolissime stallattiti tubolari, sottili quasi come capelli; canne d’organo che quando ci bussi sopra con le nocche suonano come strumenti ben accordati, veli di calcare appesi al soffitto che sembrano fette di pancetta (e si chiamano proprio così, essendosi costituite in diversi periodi di concrezione che hanno visto gocciolare anche piccole parti di ferro), stupende cascate immobili di un bianco fulgido e immacolato, che brillano di mille scintille alle luci delle nostre frontali.

Poi, arrivati a una grande sala occupata da una frana, ci mettiamo a sedere, spengiamo tutti le lampade, e rimaniamo a guardare e ad ascoltare. Un buio totale che, guardandolo, ti rendi conto che il nero più nero è un colore: quello che è davanti ai nostri occhi è un nero opaco, denso, sembra di poterlo tagliare a fettine. E nel silenzio ascoltiamo il rumore della grotta: sommesso, quasi impercettibile, ma continuo, cullante, vivo. Torniamo indietro per un percorso un po’ diverso, e ancora a strisciare, a divincolarsi, a camminare a due, tre, quattro zampe, testate qua e là, qualche parola non proprio commendevole sottolinea quelle più dure. E poi di nuovo la luce del percorso turistico; un’ennesima conta, non manca nessuno, anche questa volta è andata bene.

Torniamo all’aria aperta e con un gran sollievo risento finalmente il vento sulla faccia: cominciavo ad avere una certa fame d’aria, in grotta non si muove in alito, l’umidità dell’aria rasenta il 100%, è un’aria fresca e pura ma anche pesante, bagnata. Alla partenza avevamo qualche preoccupazione per come avrebbero reagito i ragazzi più piccoli: temevamo che avrebbero potuto spaventarsi, o comunque sentirsi a disagio. Ed invece non eravamo ancora finiti di passare dalla porta di uscita che una vocina, accanto a me, mi fa: “Fabio, ma l’anno prossimo si ritorna, vero?”.

Tornando verso S. Vittore facciamo una breve deviazione verso la sorgente di acqua sulfurea a darci una sgrossata alle maschere di fango, dice che fa anche bene alla pelle… Sarà, ma il puzzo è notevole! Un rapido pic nic sul piazzale accanto al parcheggio turistico, e poi subito in macchina per cercare di essere a Firenze all’ora prevista, prima di cena

Il ronzio del motore viene presto sovrastato da un più insistente rumore di segheria; non appena messi a sedere, tutti si sono addormentati come angioletti: la levataccia, un po’ di fatica, tante emozioni e il gioco è fatto.

Gli amici di Jesi sono rimasti colpiti dalla bravura dei nostri cuccioli, tanto che loro stessi mi hanno proposto di far fare loro anche un altro percorso, leggermente più impegnativo ma, pare, ancora più divertente. Vedremo l’anno prossimo… In tanto grazie agli amici di Jesi che hanno reso possibile tutto questo, grazie alle mamme che ci hanno affidato i loro ragazzi pur consapevoli del gran lavoro che le avrebbe aspettate al momento della riconsegna di quei blocchetti di fango semiaddormentati e sorridenti, grazie ai ragazzi per la luce felice dei loro occhi.

 

 

 

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