SOGNANDO LA CALIFORNIA di Roberto Masoni

Annuario 2011

SOGNANDO LA CALIFORNIA
La straordinaria stagione di Warren Harding e Royal Robbins

Per i miei coetanei, ancorché “diversamente giovani” per definizione dell’amico Fabio Azzaroli, Sognando la California fu uno dei brani più odiati dai mangiadischi, un arnese fatalmente preistorico al cui interno prendevano magicamente forma i suoni dei 45 giri, dischi che all’epoca mostravano un’estrema modernità. Sognando la California, interpretato dal complesso dei Dik Dik, leggi “gruppo” nella moderna accezione linguistica, scalò vertiginosamente la hit parade emergendo fra i dischi più venduti del periodo. Era la versione italiana, oggi la chiamano cover, di California dreaming, brano inciso nel 1965 dai Mamas & Papas, qualcuno se li ricorderà sicuramente.A completare il quadro dipinto sulle note provenienti dagli USA, vera delizia per le nostre orecchie rockettare dell’epoca, giunsero, anche se in verità qualche anno dopo, le prime notizie sull’arrampicata californiana.

Erano voci provenienti da qualche sporadico magazine americano di alpinismo commentate sulle pagine della “Rivista della Montagna”, unico periodico di settore allora presente in edicola, o dagli articoli di Gian Piero Motti pubblicati sulla “Rivista” del CAI trovata talvolta distrattamente abbandonata sui tavoli di qualche autentico rifugio alpino, come ce n’erano una volta. Voci che parlavano di grandi pareti, di elevati livelli di difficoltà, d’innovazione. Per molti alpinisti della mia generazione la California è stata davvero un sogno. Un sogno a lungo coltivato, un innamoramento ispirato dal fascino che pareti come El Capitan, l’Half Dome, il Sentinel Rock o dal fascino che alpinisti come Harding, Robbins, Bridwell generavano in noi.

Suggestioni la cui origine credo stesse tutta nel particolare contesto nel quale questo fenomeno si manifestò, i primi anni ‘70. L’alpinista americano incarnava il cambiamento, un modo di essere e di pensare che andava a modificare le regole d’approccio alle difficoltà tecniche che andavano assumendo, in tal modo, una diversa fisionomia, l’espressione di un nuovo modo di vivere la montagna che faceva delle linee guida californiane il veicolo di quell’inevitabile metamorfosi che improvvisamente andava trasformando costumi che odoravano severamente di antico. Probabilmente dal punto di vista tecnico gli americani non avevano molto di più di quello che avevano molti fuoriclasse di scuola europea. Warren Harding non era certo migliore di Walter Bonatti così come Royal Robbins non lo era di René Desmaison – due nomi a caso, anche se di paragoni se ne potrebbero fare molti – avevano tuttavia un modo talmente anticonformista di vivere e confrontarsi con le pareti di Yosemite Valley che non trovava paragoni sulle Alpi dove continuava a dominare una certa lotta con l’Alpe, una certa rigidità di stili. I racconti di Bonatti, di Rebuffat, di Desmaison avevano toni drammatici, commoventi e talvolta teatrali. Le voci che provenivano da oltre oceano odoravano di piacere allo stato puro, d’incontrollato desiderio e tutto ciò avveniva in un particolare momento dell’alpinismo nostrale, quello interessato dal movimento del “Nuovo Mattino”. Più di dieci anni fa, sul nostro Annuario 2000, scrissi un articolo dal titolo “Dai falliti ai forzati del fallimento” che prendeva in esame questo aspetto e che rimane, a mio modesto ed esclusivo parere, uno dei miei migliori contributi per Alpinismo Fiorentino. Il termine “falliti” celebrava l’analogo articolo di Motti pubblicato sulla Rivista del 1972, mentre “forzati del fallimento” si sforzava di comprendere il circolo vizioso nel quale era caduta, di fatto, la pratica dell’arrampicata libera. Scrissi: “Il maggior merito dei vari Harding … Robbins, Chouinard, Roper, Steck è secondo me quello di avere favorito e anticipato certi modelli comportamentali che sono, poi, andati affermandosi nel tempo. Ma se trasportiamo su un piano strettamente tecnico il bilancio che il loro contributo ha dato all’arrampicata in generale è lecito affermare come esso non sia superiore a quello europeo”. Sono ancora di quest’opinione e non a caso. Il livello raggiunto dai “californiani” nella chiodatura delle vie era evidentemente elevato ma non possiamo dimenticare come anche in Europa non eravamo certo scarsi in materia. La filosofia del “clean climbing” arrivò successivamente e in questo caso gli alpinisti americani furono, indubbiamente, degli innovatori.

Ma a prescindere da tale convinzione di natura squisitamente tecnica, credo che buona parte delle diversità che alimentavano il “sogno”, influenzandolo peraltro notevolmente, stessero tutte nell’ambiente. Un ambiente sensibilmente diverso dal nostro a cominciare da quello naturale che era poco conforme ai gruppi montuosi di casa nostra, anche se sempre di granito si trattava; nella Sierra Nevada, specialmente quella sud orientale dove si trova Yosemite, vi sono, infatti, condizioni molto più confortevoli rispetto a quelle alpine. L’altro ambiente su cui vale la pena soffermarsi è quello sociale, molti degli alpinisti – e tuttavia non tutti – che hanno frequentato la Yosemite in quegli anni erano un gruppo palpabile, gente laureatasi nei campus universitari degli Stati Uniti, tant’è che molti di loro sarebbero in seguito divenuti professionisti di successo, registi, scrittori, sono diventati leader delle prime “consultants” commerciali, alcuni di loro sono fondatori di grandi aziende di settore (Patagonia, The North Face, Royal Robbins Outdoor, Black Diamond, Frostworks Climbing, Esprit). E per quanto, negli anni d’oro della Yosemite, non avessero grande disponibilità economica, ciò non limitò imprese divenute leggendarie così come non precluse gigantesche sbornie e, come molti hanno sottolineato con malignità che rasenta l’invidia, non limitò disinvolti contatti umani (inutile spiegare …) e nemmeno l’uso di qualcosa di più forte, di più trasgressivo. Erano fatti così, non furono certo degli esempi di virtù, degli stili di vita da seguire ma furono sicuramente l’ago di una certa mentalità che ancora oggi fatica ad essere abbandonata.

 Abitavano sotto le stelle a “Camp 4”, un’area libera adibita a campeggio a pochi passi dal Merced River, fiume che scivola lentamente sotto le enormi pareti di cui parlavo poc’anzi. Erano gente geniale, credo non ve ne sia uno, uno soltanto, che non abbia inventato qualcosa o quanto meno che non ci abbia provato. A cominciare da Salathè, leggendario pioniere della valle, che inventò, in anni non sospetti, il primo “bolt”, cioè il tassello a espansione, a Chouinard e Frost, inventori per antonomasia fra le cui scoperte cito il primo RURP (realized ultimate reality piton), a Bill “Dolt” Feuerer che inventò probabilmente il primo fix, a Jardine che inventò il primo friend. All’invenzione di tutta una serie di “arnesi” dai nomi impossibili eppure, in quel contesto, dall’utilità reale: il chinc hanger, il circle head, il copper head, il micro hook, il tallon, lo standard chouinard, il grapplin pointed, il pika spoonbill, il captain hook, l’exentric, il vermin hook, il key-hole hanger. Insomma gente che, nonostante la loro vita fatta di poche regole e di pochi tormenti, non aveva niente da invidiare a nessuno. Anzi … almeno per quanto riguarda l’alpinismo erano vent’anni avanti.

A titolo storico dirò che a scoprire Yosemite fu un tale dal nome John Muir, fondatore del Sierra Club, oggi la più importante organizzazione per la conservazione della natura negli Stati Uniti. Visionando l’area delle Sierras, ancora abitate dai pellerossa, si persuase, sublimando spiritualmente la salvezza dell’ambiente naturale, della necessità di salvaguardare queste aree. Nel 1903, accompagnando il Presidente Theodore Roosvelt attraverso lo Yosemite mosse le giuste corde. Accamparsi nella valle, toccare con mano il piacere di vivere nella natura, sedere in contemplazione accanto a un fuoco, gustare il senso di libertà che quel luogo infondeva, crearono nel Presidente sensazioni di cui mai si sarebbe dimenticato. E’ a Muir che dobbiamo realtà come lo Yosemite National Park, come il Sequoia National Park. Per chi non l’ha letto consiglio vivamente un libro affascinante scritto nel 1911 da John Muir dal titolo My first summer in the Sierra, pubblicato in italiano per i tipi Vivalda nel 1995.

Racconterò un po’ della storia di El Capitan. Racconterò soprattutto di due alpinisti, due personaggi tanto diversi da incarnare nell’immaginario il diavolo e l’acqua santa: Warren Harding, il diavolo, e Royal Robbins, l’acqua santa. Due uomini, prima che alpinisti, dalle abitudini e dagli stili di vita così diversi da lasciarci sorpresi dalla forza del loro unico interesse in comune, quel sogno, divenuto poi realtà, di riuscire a salire le più grandi e difficili pareti di granito della Yosemite. Due uomini circondati da altri uomini che coltivavano il medesimo sogno, che avevano, probabilmente, le loro stesse capacità, eppure sopraffatti dalla loro personalità, dal loro intuito non comune, dalla loro capacità di coinvolgere e sconvolgere. Anche i loro nomi sono scritti su quelle pareti: Tom Frost, Yvon Chouinard, Bill Feuerer, TM Herbert, Chuck Pratt, Jim Bridwell, Tom Higgins, Ron Kauk, Wayne Merry, Galen Rowell, Rich Calderwood, Mike Powell, Steve Roper, John Gill, Layton Kor, Don Wilson, Lito Tejada-Flores, Charlie Porter, Joe Fitschen, Glen Denny, Pat Ament, Douglas Tompkins, Allen Steck, Jim Baldwin, Dean Caldwell, potrei seguitare. Una monotona serie di nomi che in quanto tali possono anche non suscitare alcuna emozione, eppure credetemi non ve n’è uno, uno soltanto, che non fosse formidabile, straordinario.

Sul palco di quell’incredibile palcoscenico che è Yosemite, Warren Harding incarnava semplicemente il contrario, il contrario di tutto, il figlio che nessun genitore vorrebbe: affatto diligente, ribelle, insensibile alle regole della rispettata società, ubriacone, perditempo, sciupa femmine e chissà cos’altro. Una cosa certo non gli mancava, l’incredibile abilità di trascinare, di influenzare, di suggestionare che ha fatto di lui un mito, una leggenda, come se paradossalmente la legge del contrario avesse capovolto il significato e il valore dei suoi vizi e dei suoi difetti trasformandoli in discutibili qualità. Harding coltivava tre passioni, alcool a parte: la roccia, le Jaguar e le donne, tre passioni che avevano molto in comune: l’estetica, le forme, le curve. Tre passioni che gli procuravano un totale e affine appagamento a prescindere dall’obiettivo finale: l’immaginario disegno di una nuova via sul Capitan, l’accarezzare la carrozzeria di un’auto piuttosto che quella vellutata di una donna o quella ruvida di una placca di granito. Harding ha avuto qualche Jaguar e ha disegnato molte vie, non ci è noto quante donne abbia avuto ma sufficienti a muovere la nostra invidia maschile. Ai tempi del Nose, di cui parlerò fra breve, si accompagnava, tanto per dirne una, con una ex Miss Cuba e girava su una Jaguar colorata completamente di viola, tutti elementi che fanno parte del suo mito. Aveva, per lo più, un gran caratteraccio, cosa che, sicuramente, gli ha impedito di stringere un vero rapporto di amicizia con i suoi compagni di cordata, per lui l’uno valeva l’altro, l’unico requisito richiesto era che sapessero tenere bene in mano una corda. Ha scritto un unico libro “Downward bound: a mad guide to rock climbing”, un libro ironico e autoironico che parla anche della sua prima ascensione del Nose. Ho acquistato recentemente negli Stati Uniti, a un prezzo decente, una copia della seconda edizione di questo libro firmata peraltro da Robbins, pensate che una copia della prima edizione può costare anche 500.000 dollari. All’apice della sua voglia di affermarsi Warren creò una linea di attrezzi per l’arrampicata che chiamò B.A.T, nome che induceva a straordinarie similitudini con la figura di Batman, anche se così non è. B.A.T significa Basically Absurd Tecnology, la consueta provocazione. Così come fu una provocazione la sua Rivista di montagna che chiamò “Descent” parafrasando l’affermato magazine creato da Steve Roper e Chuck Pratt che si chiamava, anzi si chiama, “Ascent”. Era fatto così, per questo amo Warren. Il 27 febbraio 2002 “Batso”, da “bat” pipistrello, così si faceva amichevolmente chiamare, è morto di cirrosi epatica all’età di 77 anni, praticamente senza una lira anche se sono certo non gliene potesse fregare di meno.

Giuseppe “Popi” Miotti ha scritto, almeno per me, dieci righe bellissime su Harding: “Per alcuni di noi basta quel nome a suscitare emozione. Nei nostri occhi passa un lampo d’intesa ed un sorriso malizioso. A volte sbirciando chi ci sta vicino, ed arrampica, il sorriso diventa complicità: noi sappiamo, noi capiamo, noi in qualche misura abbiamo condiviso e condividiamo. Guardiamo l’appiattito mondo della scalata moderna e nella nostra mente, per quanto non voluto, si fa strada un misto di orgoglio e sconsolatezza.[…] il vecchio “Batso” ritorna nelle nostre menti e nei nostri cuori affaticati di montagna, di passioni, di amori e malumori… di sogni; monumento ribelle contro i benpensanti, le morali e i moralisti, contro tutti i buoni propositi, le chiese e le parrocchie, contro i farisei ed i conflitti d’interesse di tasca e di spirito. Stella fissa per chi non vuole mollare e crede che ci sia sempre una via d’uscita anche nella situazione più disperata. Caro Warren, protagonista di monumentali scalate e alluvionali bevute, sei di un’altra epoca, di un’altra cultura, ma per molti di noi questo non fa differenza. Ci insegni la tranquilla, pervicace resistenza alla stupidità, compresa la nostra, e il tuo messaggio resterà per tutti quelli che lo vorranno cogliere. Harding il selvaggio, Harding che ha aperto la sua Via a colpi di martello, Harding il cocciuto, arido e duro come il granito, Harding che sapeva ridere dei golden boys dell’arrampicata come di se stesso”.(http://www.intraisass.it/warren_harding.htm)

In montagna, “Batso” ha sempre avuto una sua filosofia: salire senza contare quanti chiodi a pressione devi usare, mettendo in campo tutto ciò di cui sei capace senza curarsi se fai un buco in più o in meno, magari salendo e scendendo a più riprese sulle corde fisse. Tesi discutibili che richiedono tuttavia grande coraggio. In una delle rare occasioni nelle quali hanno arrampicato insieme Royal Robbins gli urlò indispettito “Mio Dio, Harding, non puoi fare niente!”, “Lo so – gli rispose – però posso farlo per sempre”. Ammettere la sconfitta era per lui insopportabile, nel 1970 durante l’apertura di una nuova via a El Cap, quando erano ormai 27 i giorni di permanenza in parete in compagnia di Dean Caldwell e con le scorte di cibo ormai agli sgoccioli, la valle si animò di colpo di curiosi, rangers, soccorritori, gente allarmata per le condizioni dei due alpinisti e sul punto di organizzare un disperato soccorso. Il mitico “Batso”, accortosi dell’involontario trambusto, buttò giù dalla parete una scatoletta vuota con dentro un biglietto intriso nell’unto del tonno, i cellulari erano ancora di là da venire. Il messaggio era chiaro: “Un soccorso è ingiustificato, non voluto e non sarà accettato”. Naturalmente concluse l’apertura di quella nuova via … era la Early Morning Light Wall, forse la più bella e la più difficile del Capitan.

Seguendo il filone fin qui utilizzato dirò che Royal Robbins era l’esatto contrario di Harding. Predicava un’arrampicata pulita, niente corde fisse, uno stile che noi europei definiamo “stile alpino”, di piastrine a espansione nemmeno a parlarne. L’alpinismo di Robbins doveva essere pulito, senza artifici e al contrario di “Batso” era in individuo colto, diligente, educato, aveva un approccio mentale votato alla perfezione, al calcolo, a valutazioni matematiche. Vedeva l’arrampicata come una terapia per lo spirito, la interpretava come un esercizio mistico, spirituale, alla ricerca di se stessi in un mondo costellato di ignoto. Le corde fisse, i tasselli a espansione erano considerati strumenti inibitori di quella gioia più sublime che scaturiva, e doveva scaturire, dalla pratica dell’alpinismo, le certezze che questi strumenti regalavano erano per lui limitazioni all’intima ricerca di qualcosa di più profondo, di più interiore. Robbins e Harding incarnarono due distinte scuole di pensiero, distinte a tal punto che, nella gran parte dei casi, ognuno andò creandosi un proprio entourage unito dalla condivisione di quelle filosofie che erano prerogativa dell’uno o dell’altro ma con una differenza sostanziale. Robbins, a differenza di Harding, aveva carattere e comportamenti poco vistosi, da qui il rifiuto alla spettacolarità, e dava spazio ai propri compagni dimostrando loro la sua considerazione. Harding sarà spesso accusato di porre sempre se stesso al centro dell’attenzione, il suo carattere di commediante, di pifferaio magico, lo spingeva a condurre sempre la cordata lasciando poco spazio ai meriti dei suoi compagni, sarà spesso accusato di “vendere” le sue prodezze scegliendo con largo anticipo sui tempi un filone del quale si sarebbe servito anche Reinhold Messner, tanto per fare un esempio. Questione di punti di vista.

THE NOSE

Parlerò quindi di El Capitan. Di due vie in particolare, due vie simbolo: il Nose, la prima via aperta a El Capitan ad opera di Warren Harding, e la Salathè Wall, aperta da Royal Robbins. El Capitan ha due pareti: la sud ovest e la sud est. I restanti versanti sono uno splendido terreno per amanti dell’ambiente naturale. Fra le due pareti vi è una evidente linea di divisione che si riesce a cogliere solo mettendosi di fianco; un “naso” appunto, quasi 1.000 metri che salgono verso il cielo terminando su un falsopiano ricco di vegetazione. Quando Warren decise, dentro di se, di accettare la sfida con El Capitan, l’ultimo problema alpinistico di Yosemite, fece la cosa più razionale che potesse fare; l’aria era calda quando si sdraiò sull’erba accanto al Merced ad osservare quel muro di granito ancora inviolato, era l’estate del 1957. Quel “naso” gli parve di una bellezza estetica esaltante, di un’armonia sconcertante, talmente bello da essere un’ideale linea di congiunzione fra due colossali muri di granito. Studiò metro dopo metro, immaginò una linea che salisse lungo quell’affilata prua, calcolò le difficoltà, vere o presunte, che presentava. Commise un unico errore, quello di pensare che il grande tetto, poi chiamato Great Roof, potesse essere superato solo aggirandolo lungo alcune fessure alla sua destra. Di fatto i tiri del tetto non furono nemmeno quelli più impegnativi. Sì … si può fare – avrà pensato – ma a modo mio, prendendomi il tempo necessario ed attaccando la parete a più riprese dando così il via ad una tecnica d’assedio mai utilizzata prima. Una tecnica che solo John Salathè e Allen Steck avevano sperimentato nel salire la Sentinel Rock, ma erano stati solo cinque giorni in parete. Scrive Steve Roper: “Era stato un visionario in anticipo su i tempi? Harding era sì un visionario ma appena in anticipo sui tempi. Il Cap, l’ultimo grande problema della Yosemite. Dodicimila ettari di granito verticale e compatto, esisteva una via possibile?”.

Attaccò il 4 luglio 1957 in compagnia di Bill “Dolt” Feuerer e Mike Powell. La prima settimana se ne andò senza sussulti, al settimo giorno trovarono di fronte a loro una serie di lunghe fenditure inclinate a 80 gradi. D’altronde Warren le aveva già individuate dal basso ma non immaginava certo quella loro larghezza che non permetteva alcuna protezione. Quella serie di fessure diverranno leggendarie e saranno in seguito unanimemente riconosciute con il nome di “Stoveleg Cracks”, da “stove” stufa, fornello da cucina e “leg” gamba. Non senza motivo. Rimessi i piedi a terra, Harding si rivolse a Frank Tarver, un tizio con il quale aveva talvolta arrampicato, chiedendogli di risolvere il problema. Tarver non perse tempo prezioso, dotato del singolare intuito degli arrampicatori di Yosemite andò in una discarica e si procurò quattro gambe smaltate di una vecchia stufa, un vecchio fornello da cucina (marca Hotpoint per l’esattezza). Le smontò, le pagò i quattro soldi che valevano, ne spiattellò la punta, le forgiò a forma di U, praticò un foro e v’introdusse un anello saldato. Pesavano quattro etti ciascuna, non poco quindi. Quattro zampe smaltate che sono entrate nella leggenda della storia dell’alpinismo, la scalata del Nose potè così proseguire, ma non per molto.

La voce del tentativo di Harding si era sparsa con incredibile velocità. Un passaparola che aveva raccolto ai piedi della parete le persone più disparate: villeggianti, alpinisti, turisti, semplici curiosi che attratti dalle gesta dei tre alpinisti sul Nose intendevano vivere quel sorprendente avvenimento in prima persona. A Warren non dispiaceva certo tutta quella pubblicità, non gli dispiaceva essere al centro dell’attenzione. Quando, anni dopo, uscì dalla Down Wall, altra via da lui aperta al Capitan, trovò ad attenderlo un nugolo di giornalisti, televisioni, cameramen. Da consumato uomo di spettacolo qual’era seppe condurre il suo show catturando, come di solito gli riusciva, l’attenzione e l’ammirazione di chi gli era davanti, fossero o meno suoi ammiratori. L’ultima cosa che poteva preoccuparlo, quindi, era quel putiferio che si stava svolgendo ai piedi del Capitan. Purtroppo non la pensavano allo stesso modo le Autorità del Parco infastidite dall’insolito disordine che, in breve, invitarono Harding a rimandare il suo tentativo a dopo il Labour Day, cioè al termine della stagione turistica.

 “Batso” tornò al Capitan solo dopo la Festa del Ringraziamento, una festa che cade nell’ultimo giovedì di novembre. Tornò al Nose portando con sé una brutta notizia, Mike Powell si era infortunato in un incidente di montagna e meditò sicuramente a lungo prima di individuare qualcuno che potesse sostituire Powell. Un nome, un nome soltanto, continuava ossessivamente ad affacciarsi nella sua mente; quel nome non poteva essere altro che quello di Royal Robbins. Ma con l’abituale, freddo stile che gli era proprio Robbins declinò l’invito; non sappiamo bene per quale motivo rifiutò, certamente influì molto il fatto che non condivideva quel continuo procedere sulle corde fisse. Ad Harding non rimase che accettare Allen Steck e Wally Reed, talentuoso ma modesto alpinista, per giunta inattivo da tempo. Rimasero in parete quattro giorni, raggiunsero la Dolt Tower, un buon terrazzo da bivacco, e ridiscesero.

Passò anche quell’inverno, nell’aprile del 1958 Warren ripartì con Dolt e Powell ormai ristabilitosi. Salirono fino alla favolosa cengia di El Cap Tower, da qui raggiunsero la Texas Flake e quindi la Boot Flake. “Flake” sta per lama, scaglia. Tutti nomi usciti dalla fantasia di Warren come a segnare un lento ma continuo procedere, come a marcare un territorio. Resta il fatto che, dopo tutti quei giorni, Harding non era nemmeno a metà parete, Steve Roper descrive così quel momento: “Eravamo convinti in cuor nostro di assistere al grandioso disegno di un folle, condannato alla rovina. […] In privato invece credo che chiunque di noi avrebbe dato un dito o due, per avere le grandi vedute e il coraggio di quel rinnegato di Harding”. Chiudere il conto con El Cap si stava dimostrando ogni giorno più faticoso, nuovi affollamenti di curiosi ai piedi della parete lo costrinsero, per giunta, a scendere di nuovo.

E poiché Harding difficilmente si arrendeva alla noia, una volta rimesso piede a terra fece subito una di quelle cose strabilianti, difficilmente prevedibili e difficilmente probabili che solo lui poteva progettare: si tuffò in una nuova avventura su un’altra parete. In compagnia di Rich Calderwood attaccò la parete est della Washington Column. Mancavano poco più di 100 metri alla cima quando decisero di scendere, per un curioso gioco del destino Harding si trovava con due vie “a mezzo”. Arrivò ottobre e con lui il week end del Labour Day, tornò al Nose con Mike Powell, Wally Reed, il solito Rich Calderwood ai quali si aggiunsero Wayne Merry e John Whitmar. Una bella squadra davvero, che in breve risalì alla Boot Flake dove, tuttavia, i loro sogni subirono un duro colpo, non parevano esserci infatti possibilità di salita. Conoscendo Warren tutti sapevano bene che egli non si sarebbe fermato di fronte a niente, che non avrebbe mai gettato la spugna. Infatti non si perse d’animo, si fece calare prima 10 metri, poi 20, 30, 35 e da qui iniziò un allucinante pendolo, trovò qualcosa dove poggiare i piedi ma non bastava, iniziò un secondo leggendario pendolo finchè non trovò la chiave d’accesso alla vetta, finchè non trovò la chiave del sogno. Quel pendolo lo chiamarono con un nome divenuto anch’esso leggenda: King Swing, il pendolo del Re. Soddisfatti, scesero di nuovo per prepararsi all’ultimo balzo, si dettero appuntamento per sabato 1 novembre 1958.

 In compagnia di Harding anche Calderwood, Wayne Merry e, per la prima volta sul Nose, anche George Withmore. In breve superarono il tanto temuto tetto, il Great Roof, che dette loro meno problemi di quanti Warren ne avesse previsti. Salirono la Pancake Flake (lama delle fritelle) ed il 4 novembre misero piede sulla spaziosa cengia che chiamarono Camp 5, seguì la Glowering Spot (sosta dell’arrabbiatura, così chiamata per la rottura del martello) e quindi Camp 6. Un buco dietro l’altro, un chiodo dietro l’altro, una staffa dietro l’altra, un lavoro da manovali. I chiodi andavano terminando e non restava altro che scendere per procurarsi nuovo materiale. Fu Calderwood ad essere designato per questo compito, scese velocemente a terra – si fa per dire – e grazie ad un corriere ricevette nuovo materiale. Un prusik dietro l’altro, velocemente risalì la parete del Capitan per ricongiungersi ai compagni. A quel punto, sopraffatto dalla fatica e dalla tensione, decise di chiudere i suoi conti con il Capitan e, piangendo, tornò a rimettere i piedi a terra, per lui l’avventura con il Nose era finita. Mancavano pochi tiri all’uscita dal Nose, e per la prima volta, fatto inusuale per Harding, toccò anche a Wayne Merry dare il proprio contributo aprendo un tratto di parete. All’imbrunire Harding coronò la sua leggenda e quella del Nose. Lungo una fessura strapiombante praticò 27 fori alla luce della sua pila frontale, assicurato dai compagni accomodati su una scomoda, misera cengia. Scrisse Wayne Merry tempo dopo: “Stavo scomodissimo ma al confronto con Warren, che vidi penzolare sotto lo strapiombo per tutta la notte, non potevo lamentarmi. Continuavo ad addormentarmi, tremavo per il freddo e cadevo giù in continuazione … sentivo quel leggero tic tic tic in lontananza. Vedevo il piccolo ragno nero, lassù, appeso sotto lo strapiombo, avvolto dal chiarore della lampada frontale”. Alle sei del mattino del 12 novembre 1958 Harding spuntò dal bordo superiore del Capitan, alcune decine di persone lo attendevano sulla cima. Disse loro “Tutti voi mi considerate il vincitore di questa sfida con El Capitan ma io non vi so dire, fra me e il Capitan, chi è il conquistato e chi il conquistatore”, non aggiunse molto di più. Una cosa è certa, come ebbe ad affermare Steve Roper, da quel momento l’arrampicata su roccia in Yosemite non fu più la stessa.

SALATHE WALL

Seguirono anni di grande crescita e di grande importanza per tutta la comunità alpinistica. Attratti dalla notorietà sempre più diffusa delle pareti della Yosemite, si stabilirono in California altri alpinisti e, fra costoro, uno in particolare: Yvon Chouinard. Un nome che rimarrà l’immagine di una svolta epocale nell’alpinismo, non solo di quello americano. Chouinard si presenta subito con tutta una serie di nuovi attrezzi assolutamente rivoluzionari, fra questi un nuovo chiodo da roccia ideato nelle forme realizzate da John Salathè dieci anni prima ma costruito con materiale diverso, un materiale sbalorditivo: il molibdeno. Inventa il RURP, di cui ho già parlato, uno strano strumento che Roper definì “un ridicolo frammento d’acciaio” ma capace di aprire le porte di un mondo mai immaginato prima. Prima del RURP si utilizzavano gli “knife-blades” inventati da Jerry Gallwas, chiodi affilati come un rasoio che avevano la prerogativa di deformarsi nelle cieche fessure di cui sono ricche le pareti della Yosemite. Grazie a una serie di RURP, in luogo dei tasselli a espansione, Chouinard dimostrerà tutta la loro validità scalando un’improbabile fessura strapiombante sul Kat Pinnacle che resterà, per molti anni a seguire, la via artificiale più difficile della Yosemite.

Lo stesso Chouinard pubblica, nel 1961, un articolo su Summit Magazine nel quale solleva il problema del chiodo a espansione dichiarandolo una rovina per la bellezza della roccia. Getta un ulteriore sasso nello stagno dichiarando che “gli scalatori non arrampicano per vedere con quanta rapidità salgano o con quale abilità. Molto peggio: vogliono vedere quanto più velocemente e quanto più abilmente riescano a salire una via che altri hanno scalato pochi giorni prima”. Premessa per ricordare che erano passati due anni dalla conquista del Nose e che erano quindi maturi i tempi per una ripetizione della via, possibilmente con stili diversi ed in minor tempo. A realizzare la prima ripetizione del Nose, manco a pensarlo, fu Royal Robbins in compagnia di Fitschen, Frost e Pratt; sette giorni soltanto ed in perfetto “stile alpino”. In questo senso le parole di Chouinard trovavano conferma, così come sarebbe facile affermare come ciò rappresentasse un’umiliante sconfitta per Harding. Di fatto non fu così, tutti gli alpinisti con un briciolo di esperienza sanno perfettamente quali e quante differenze vi siano fra una parete vergine e una parete già attrezzata, per giunta con tanto di relazione scritta.

Ancora nel 1961, Royal Robbins, Tom Frost e Chuck Pratt attaccano El Capitan con l’intento di aprire un nuovo itinerario. Lo attaccano a sinistra del Nose puntando ad una grande depressione, causata da un’enorme frana, chiamata per la sua singolare forma “the heart”, il cuore. Raggiungono la Heart Ledge e ridiscendono lasciando anch’essi corde fisse. Pochi giorni dopo, risalgono quel tratto di parete (i nodi prusik per risalire le corde fisse sono, nel frattempo, andati in pensione a favore di un nuovo attrezzo, la maniglia Jumar inventata dagli svizzeri Jusi e Marti, da qui il nome) con l’inequivocabile idea di tagliare il loro cordone ombelicale con il suolo. Giunti alla Heart Ledge tagliano e gettano nel vuoto le corde fisse, l’intenzione è quella di affrontare la parete in perfetto “stile alpino” tirandosi dietro tutto ciò di cui hanno bisogno, un’idea avveniristica in perfetto “stile Robbins”. La chiave centrale della via è superata con un leggendario pendolo di Robbins che permette loro di raggiungere El Cap Spire, un ottimo luogo da bivacco che offre qualche orizzontale metro quadrato in un mondo assolutamente verticale. Incombono tetti e fessure al di là della verticale. Superano un grande soffitto, quindi la Headwall, cinquanta metri strapiombanti dove solo una serie di fessure cieche e svasate possono aiutare i tre alpinisti a procedere. Ancora una fessura ad incastro assolutamente improteggibile dove Pratt, gran maestro della tecnica da incastro, da il meglio di se stupendo il mondo dell’arrampicata.

Dopo nove giorni e mezzo di salita i tre escono anch’essi dal bordo del Capitan, coronando le loro fatiche. Non c’è nessuno ad attenderli ma ciò non toglie che un altro tassello di “grande alpinismo” è stato completato. Nel 1962 Royal Robbins sbarcherà in Europa dove, in compagnia di Gary Hemmings, conosciuto sui Tetons, aprirà la “diretta americana” al Petit Dru, nel Gruppo del Monte Bianco. Non soddisfatto, nel 1965 aprirà, con John Harlin, anche una “direttissima americana”, sempre al Petit Dru. Vie straordinarie, di una bellezza e di un’eleganza sorprendenti che non abbiamo, qui, spazio per discutere. Resta l’inconfondibile realtà che questi alpinisti californiani non limitavano la loro abilità e padronanza di stile solo in Yosemite ma sapevano straordinariamente arrampicare in qualsiasi ambiente, con qualsiasi clima, in qualunque situazione di severità ambientale.

Per concludere un’annotazione: Harding impiegò 47 giorni per salire il Nose utilizzando 675 chiodi di cui circa 150 ad espansione. Robbins salì la Salathè in 9 giorni (sei se consideriamo l’ascensione dalla Heart Ledge) utilizzando 484 chiodi di cui solamente 13 a pressione.

Cosa dire, come dare un senso al mio racconto. Harding e Robbins erano indubbiamente due facce di una stessa medaglia e come ho scritto nel 2000 nell’articolo già citato: “L’alpinismo non è altro che l’aspetto più evidente della nostra personalità nei confronti della società che viviamo, che ci sta intorno. E’ quindi anch’esso un fatto culturale”. Sono più che mai convinto di ciò che ho scritto, Harding e Robbins ne sono l’esempio più tangibile. Harding si è sempre definito uno “sgobbone incompetente”, ebbe a dire: “Oh Dio sono sempre stato un disastro totale. Odio gli scalatori come Royal Robbins che sono così superiori. Egli non intende essere, semplicemente lui è! Lui è metodico, scientifico, capace, competente, tanto da farmi invidia”. In un’altra occasione disse: “Sinceramente il mio più grande interesse sarebbe quello di capire se esiste una qualche possibilità clinica per analizzare con sufficiente chiarezza gli oscuri labirinti mentali del cervello di Robbins”.

Affermazioni che non devono influenzarci, ad Harding non è mai mancata la virtù, una delle poche, di riconoscere la bravura altrui, ha sempre dichiarato che sul piano tecnico non avrebbe mai e poi mai, potuto reggere il confronto con i suoi coetanei, aveva uno stile trash cioè uno stile “sporco” di procedere in parete, un modo tutto personale di affrontare quelle pareti attraverso le quali trovava, tuttavia, una personale quadratura del cerchio.

Arrampicare, per lui, era la quinta essenza di uno spettacolo comico che esprimeva le linee guida di un gioco, che assumeva l’aspetto di una commedia farsesca. Per Robbins l’arrampicata era, sostanzialmente, un freddo diversivo ad uno stile di vita nobile, serio. Nella sostanza, e per quanto assolutamente diversi, occupano un ruolo di straordinaria importanza nella storia dell’alpinismo. Oggi, a conclusione, possiamo affermare che sia l’uno che l’altro hanno contribuito in modo rilevante allo sviluppo ed alla crescita di un alpinismo di cui ha beneficiato tutta la comunità alpinistica nonostante l’arrampicata californiana abbia impiegato molti anni per affermarsi agli occhi del mondo. Ancora nel 1963 Chouinard scriveva sulle pagine dell’American Alpine Journal che l’arrampicata nello Yosemite era “la meno conosciuta e la meno compresa, sebbene oggi, al mondo, sia una delle scuole di roccia più importanti. La sua filosofia, l’attrezzatura, le tecniche sono state sviluppate quasi del tutto in maniera indipendente dal resto del mondo dell’arrampicata”..

Detto ciò, e comunque la si pensi, per quanto si condivida o meno questi personaggi e ciò che, di loro, ho scritto, restano le loro imprese. Così come restano le parole di Steve Roper: “Su questo pianeta non esiste un posto più bello per arrampicare”. Si riferisce ovviamente alla Yosemite Valley, il sogno della mia generazione.

That’s all. Take it easy.

P.S.: A titolo di cronaca, riguardo coloro che ho citato in questo mio contributo, dirò che …

Bill “Dolt” Feuerer produsse per molti anni attrezzatura di qualità prima di suicidarsi, si impiccò il giorno di Natale del 1971. Mark Powell insegna geografia in California, Joe Fitschen è ora in pensione dopo aver insegnato inglese per molti anni, Galen Rowell è un fotografo di fama internazionale, Wayne Merry dirige un Ufficio Guide nella British Columbia. Layton Kor, divenuto testimone di Geova, è sparito da circa vent’anni (molti credono si sia ritirato in Oriente), Chuck Pratt fa la guida sui Tetons, Yvon Chouinard ha fondato sia la Chouinard Equipment Ltd, divenuta poi Black Diamond Equipment, sia Patagonia, di cui è ancora il leader, azienda di abbigliamento outdoor presente in tutto il mondo.

Gary Hemmings, dopo avere vissuto per lunghi anni a Chamonix, si è sparato un colpo alla tempia durante un soggiorno nella Sierra, John Harlin è precipitato durante l’apertura della “direttissima” alla nord dell’Eiger. Royal Robbins ha fondato la Royal Robbins Outdoor, Tom Frost è titolare della Frostworks Climbing.

Anche Warren Hardin, purtroppo, è deceduto.

 

 

 

 

 

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