7 aquilotti nel cielo di Sepp di Alessandro Cidronali

Prologo (al Café de Paris)

Allora, i ragazzi sono sette: Tommaso, Gabriele, Marwan, Guido, Corso, Ruben e Bernardo. Gli accompagnatori siamo io il Neri, Francesco e tu, Alessandro. Io penso ai medicinali, anche se non possiamo dargli nulla, neanche un’aspirina. Al materiale però pensateci voi, portiamo anche dell’abbigliamento in più, in particolare guanti e berretti che tanto non pesano e possono tornare utili, mentre il Neri ha già accordi con i rifugisti. Bene tutto ok, ora vado perché domani mi suona presto la sveglia molto presto; ci vediamo Giovedì all’Ortofrutticolo: partenza alle 10.

-(Sgomento) Ma Flavia, le 10 non è proprio un’ora CAI! A quell’ora dovremmo già avere gli scarponi ai

 –Ale, stai per partire per il trekking estivo del Gruppo dell’Alpinismo Giovanile: secondo ma va bene così.

– Ah già, dimenticavo, si vede che è la prima volta per me

 Giovedì: Cadini di Misurina

Il viaggio in auto è piacevole, allietato da discussioni animate su vari personaggi dei videogiochi cui si aggiungono inquietanti racconti di missioni in territori ostili per il rapimento e l’uccisione di personaggi pubblici odierni (per essere politically-correct è bene non rivelare chi sono gli obiettivi nei giochi dei nostri innocenti e adorati figli). Arrivati al Lago di Misurina, una volta trovato un posteggio no-cost, si comincia con la distribuzione del materiale tra le consuete raccomandazioni di zia-Flavia:

“controllate di aver tutto il necessario”

“non lasciate niente in macchina”

“prendete il materiale e soprattutto non lasciate i sacchetti in giro”.

Ma si sa le raccomandazioni non sono mai abbastanza e soprattutto mai ascoltate. Ci incamminiamo sul sentiero 115 e lento pede per il Pian degli Spiriti in circa un’ora di marcia raggiungiamo il Rifugio Fonda Savio, posto su di una magnifica dorsale che divide l’Auronzo da Misurina, a 2.367 mt. di quota.

Guido preferisce usare le scarpe da ginnastica per salire, ma perché no, il sentiero è comodo e il meteo pare reggere: si sta preparando il primo inconveniente.

Arriviamo al rifugio nel tardo pomeriggio, il rifugio è avvolto nella nebbia e spira un vento umido e teso da Sud. Verso Nord a mala pena scorgiamo il profilo delle guglie e forcelle del Rinbianco, mentre a est scorgiamo il sentiero Durissini che rotola giù dalla Forcella di Torre. Il vento teso e la nebbia rendono tutto meno ospitale ma molto suggestivo; come se le montagne volessero celare un qualche segreto. Poco oltre il rifugio si apre il vallone giù dal quale, il sentiero Bonacossa, l’indomani ci permetterà di attraversare la Forcella de Rinbianco. Ma ora è tempo di preoccuparsi della sistemazione. Il rifugio è accogliente gestito da una gentile signora molto energica e decisamente germanica, ci accoglie in abiti tradizionali. Nonostante l’apparente disponibilità di posti letto, noi siamo nella ‘dependance’; poco più di una rimessa in cui sono state ricavate le nostre cuccette su due livelli. La promiscuità accelera, molto, la fraternizzazione tra tutti, adulti e ragazzi. Prevedo che la notte sarà lunga e c’è chi, più avveduto, si procura una posizione laterale. Giusto il tempo di preparare il giaciglio ed è ora di cena. Siamo accomodati in una stanzina laterale molto accogliente, qui apprezziamo quel vago senso di segregazione misto a emarginazione che ci viene riservato. La cena è molto buona con qualche tentativo di stupirci. Finita la cena, tutti siamo molto rilassati si comincia a respirare un’atmosfera magica, io rivedo negli sguardi dei più grandi i volti di quei loro coetanei che quasi cento anni prima su quelle montagne “prendevano d’assalto il cielo[1] A quel punto sfoglio e leggo le prime pagine.

5 Settembre 1915, Alta Val Fiscalina[2].

Ai primi di Settembre 1915, fra le nuove posizioni occupate dagli italiani in Alta Val Fiscalina c’era anche il torrione roccioso dalla strana forma di teschio, che gli austriaci avevano denominato “Totenkopf” (Testa di morto) e dal quale era possibile dominare alcuni trinceramenti austriaci: era necessario quindi renderla inoffensiva. Seguendo le indicazioni del terreno gli austriaci decisero che bisognava aggirare il torrione dal di sotto, risalirlo di lato in modo da arrivarci sopra di sorpresa e, naturalmente, di notte. Giunse finalmente l’autorizzazione ad effettuare il colpo di mano; quel giorno, un vento gelido spazzava le creste delle Dolomiti. Il comandante entrò nella baracca, chinandosi per passare sotto la bassa porta. Dentro c’erano otto soldati del Leibregiment: giovani solidi, abituati all’alta montagna, visi bruciati dal sole e dal vento, buoni scalatori. ”Stanotte si va, ragazzi, alle 11, siete pronti?” ”Jawohl, Herr Oberleutnant”, disse uno per tutti. Armati soltanto di bombe a mano, le tenevano infilate con i lunghi manici di legno nella cintura. Così, dovendo arrampicarsi, erano liberi nei movimenti. Uno dopo l’altro, ufficiale in testa, scesero sul rovescio della cresta con una lunga corda doppia che si perdeva nell’oscurità del baratro, interrotto soltanto da una larga cengia che girava sotto la cresta, sino a raggiungere la posizione italiana. Il gruppo procedette abbastanza velocemente, in silenzio, seguendo la cengia fin dove, a fiuto, ritennero di trovarsi press’a poco sul fianco del Totenkopf. Il gruppo di testa avanzò sino a trovarsi a pochi metri dalla posizione italiana. Si vedevano in alto sottili lame di luce che filtravano fra le tavole delle baracche e si udivano voci indistinte. “Dietro di me, piano”, disse con un soffio di voce l’ufficiale. In quel mentre, dietro un angolo di roccia, apparve come un’ombra la sagoma di un uomo: l’alpino di sentinella. Egli stava per sollevare il fucile e spianarlo verso gli intrusi, ma non fece in tempo perché l’ufficiale gli si gettò addosso e lottò con lui, a corpo a corpo. Il fucile dell’alpino cadde nel vuoto sbattendo con fracasso sulle rocce sottostanti. Anche l’alpino, colto alla sprovvista, venne spinto nel baratro. Nel precipitare, lanciò un urlo straziante e diede l’allarme. La sorpresa è mancata! ”Nichts zu machen, zurück!” ordinò il tenente ai suoi uomini, ”indietro subito prima che ci scoprano, tanto non c’è più niente da fare”.

Verso l’alba la pattuglia riuscì a tornare, incolume, alla sua base. Dopo qualche tempo il soldato di guardia lo svegliò bruscamente per avvisarlo che sulle rocce del Totenkopf c’era qualcuno che si lamentava: certamente l’alpino caduto nella notte. L’ufficiale rivide, come in un incubo, gli occhi scintillanti e atterriti dell’alpino che, egli stesso, aveva scagliato nell’abisso.  L’ufficiale bavarese non ci pensò due volte ed usci allo scoperto, apprestandosi a portare soccorso al poveretto.

Raggiunto, alla vista del soccorritore, l’alpino socchiuse le labbra riarse e mormorò con un fil di voce: mamma!

L’altro capì che il ferito invocava la sua “mutter”, e pensò — per un attimo — alla sua mamma lontana che, forse, in quel momento stava pregando per lui. Poi lo sollevò e cominciò a risalire la china, con passo deciso e tranquillo, trasportando il dolorante fardello. Finalmente raggiunse la trincea italiana che aveva i cavalli di Frisia aperti e i sacchetti di sabbia rimossi per lasciarlo passare.

L’ufficiale tedesco passò fra gli alpini che lo stavano osservando come un’apparizione miracolosa, e adagiò pian piano il ferito sul terreno, affidandolo alle cure dei compagni. Quando si risollevò, trovò davanti a lui l’ufficiale comandante della posizione, il tenente De  Luca, che tendendogli la mano disse: — Grazie  camerata tedesco! L’altro capì subito che “grazie” voleva dire ”danke” e “camerata” ”kamarad” e strinse la mano che gli veniva tesa. Poi, entrambi, si guardarono senz’odio e si sorrisero. Gli alpini che si trovavano intorno, senza che nessuno l’avesse ordinato, si erano irrigiditi sull’attenti e salutavano con la mano aperta e         ferma sulla larga tesa del cappello. In quei visi legnosi e duri affiorava una commozione profonda: molti avevano gli occhi lucidi e qualche mano tremava per l’emozione. Forse qualcuno avrebbe voluto abbracciare, se lo avesse potuto, il cavalleresco nemico. Nessuno parlava! Il tedesco tenne la sua mano in quella dell’italiano per qualche  secondo, poi retrocesse lentamente.

Venerdì: Val Fiscalina

La notte nel nostro giaciglio trascorre lentamente, il vento sibila all’esterno l’accomodamento non è confortevole ma ci permette di riposare un po’.

All’indomani, di mattina presto, cominciamo a prepararci per la partenza per la Forcella Lavaredo. La prima parte del percorso prevede la discesa per il Sentiero Bonacossa e la risalita per la prima delle nostre ferrate sino alla Forcella Lavaredo. Il primo inconveniente si presenta in tutta la sua drammaticità. E’ sì, perché questi ragazzi a tredici anni hanno dei piedi come quelli di un giocatore del NBA e Guido ha gli scarponi di suo fratello minore nello zaino, circa due taglie più piccoli. Il silenzio cala d’improvviso, ovattato dal vento umido. Tutti noi imprechiamo in silenzio, mentre Flavia minaccia reprimende verso i ragazzi che dovrebbero portarsi dietro il cervello e un po’ anche verso le famiglie che a volte non rendono autosufficienti i loro angioletti. Ma si sa Flavia è mamma da trincea e sa quali sono le difficoltà.

Subito c’è la ricerca di un volontario per riscendere a Misurina, acquistare un paio di scarponi e riprendere la via.

Tutti si girano altrove, chi si prepara lo zaino inserendoci dentro la testa facendo finta di non sentire, in effetti l’idea di ritornare giù non è esaltante ma non ci sono alternative. A questo punto, Francesco compie il suo primo passo verso la beatificazione, si offre volontario. Sospiro di sollievo.

Fortunatamente a qualcuno viene in mente che da Misurina si può risalire al Rigugio Lavaredo con il bus e questo permette al gruppo di partire per poi ritrovarsi tutti assieme.

Giunti a Lavaredo scorgiamo l’enorme albergo che si fregia del nome di rifugio, ma noi siamo diretti al Locatelli. Riaccogliamo Francesco e Guido e via. Da qui inizia una semplice passeggiata all’ombra delle Tre Cime di Lavaredo. Impressionante l’inizio del sentiero, dal quale si domina la Val Marzon e alla fine il Lago di Auronzo. Paesaggisticamente impareggiabile per lo spettacolo delle tre guglie dolomitiche; verso O-NO si possono vedere la Croda dei Toni, Cima Undici e altre cime della zona di Sesto. Passata la Forcella Lavaredo si apre lo splendido panorama della Grava Longa e si possono ammirare il Paterno, il Sasso di Sesto e la Torre di Toblin; Il primo dei quali sarà la nostra meta nei giorni successivi. Passiamo nei pressi del versante S delle Tre Cime dove nel maggio del 1914 si trovavano gli attendamenti italiani e presso i Piani di Lavaredo dove riconosciamo la posizione della caserma degli alpini colpita dall’artiglieria austriaca il 25 maggio 1914.  Proseguiamo verso ovest; ci dirigiamo attraverso il cuore delle Dolomiti di Sesto e la val Fiscalina. Nei pressi dei laghi di Cengia salendo al Passo Fiscalino scorgo qualcosa a un centinaio di metri dalla traccia di salita. Mi attardo, lascio sfilare il gruppo e mi avvicino: si tratta di un cippo commemorativo delimitato da filo spinato da trincea. La lapide è posta in memoria di dodici ragazzi della 68a batteria d’assedio del 10° Reggimento di Artiglieria travolti da una valanga il 25 febbraio 1916.

Subito ripenso alle volte che, nelle splendide giornate primaverili abbiamo risalito e disceso quei valloni stando attenti a non creare distacchi del manto nevoso. Ma quell’inverno fu eccezionalmente nevoso e a loro non era concesso stare al riparo con pericolo valanghe ‘4’. Vento forte, qualche spruzzo ma guadagniamo il Rifugio Zsigmondy-Comici. Bellissima e comoda struttura dove prevediamo di passare una buona serata. Qualcuno si meraviglia anche della doccia calda, salvo poi farsi chiedere di saldare il costo prima della colazione. Il Rifugio si erge in una posizione dominante sulla destra orografica che parte dalla  testata dell’Alta Val Fiscalina.

 

Tutt’attorno si elevano le cime fantastiche della meridiana di Sesto, su tutte la Cima Dodici o Croda dei Toni, che deve il suo nome ai tanti fulmini e saette che si scaricano sulla sua cima come in un enorme parafulmine. “…là si erge il profilo fantastico della Croda dei Toni; il viandante, levato, lo sguardo, si arresta ammutolito[3].

Assonnati ci ritiriamo nella nostra camerata e subito comincia il racconto.

7 Luglio 1915 – Alta Val Fiscalina [4]

Dal Pulpito si ha l’impressione che vi sia un soldato austriaco affacciato ad una finestra del Rifugio Zsigmondy. A un colpo di fucile la figura scompare: è allarme! Viene subito dato l’ordine di sparare una salva di artiglieria e agli alpini di circondare il rifugio. Sono le  17:30 quando quattro granatecentrano il bersaglio. Una ventina, gli austriaci al suo interno, saltano fuori a precipizio alcuni cadono, altri scappano e riescono a salvarsi. I superstiti ingaggiano un violento fuoco dal loro trinceramento nel vallone. Verso sera, quando vengono segnalati altri uomini all’interno del rifugio, viene dato l’ordine di bruciarlo. Cessata la pioggia, alle 1:30 due plotoni di alpini si radunano al Passo Fiscalino, il primo si dirige verso il rifugio attraverso una mulattiera militare austriaca con il compito di distruggerlo, il secondo volge verso nord-est in direzione del Pulpito per attestare un fuoco incrociato di supporto al primo plotone. La Croda dei Toni, illuminata dalla Luna, incombe sugli uomini e domina spettralmente. La prima squadra avanza tra i fili di ferro spinato con grande cautela quando una          scarica di fucile sembra annunciare il loro arrivo, poi il silenzio. Viene appiccato l’incendio e collocate cartucce di gelatina esplosiva, mentre il fuoco divampa le, munizioni lasciate dagli austriaci in fuga scoppiettano con grande fragore”.

Sabato: Lavaredo

La mattina ci svegliamo di buon’ora e subito capiamo che la giornata sarà piuttosto corta: nubi basse e vento ci scoraggiano dall’intraprendere il percorso originale. Quindi piuttosto che scendere in Val Fiscalina e risalire la Valle di Sassovecchio, decidiamo di dirigersi subito per il Rifugio Locatelli. La risalita è piuttosto breve, sotto a una pioggerellina che rende l’atmosfera molto suggestiva ma subito l’idilliaco paesaggio della sera prima lascia spazio ad una orda scomposta di villeggianti che sciamando dalla Forcella Lavaredo, giungono sino al rifugio per gustarsi un sontuoso pranzo ipercalorico al cospetto delle nord delle Tre Cime. Come non comprenderli, da questo versante si ergono veramente imponenti e ammalianti allo stesso tempo. Preso possesso dei posti letto, ecco la prima delusione.

Evidentemente gli italiani chiassosi preferiscono confinarli e come dargli torto il nostro gruppo non si presenta da questo punto di vista con le migliori credenziali, ma a noi va bene dopo tutto abbiamo bisogno del nostro spazio e della nostra intimità: se non fosse per il puzzo di kerosene la ‘dependance’ andrebbe benissimo. Purtroppo piove e il pomeriggio lo lasciamo passare un po’ in ozio e permettendo ai nostri giovani fraternizzare con i turisti (soprattutto quelle più giovani). Finito di piovere ci incamminiamo per i laghetti e il pianoro antistante le nord. Percorriamo il versante della ovest del Paterno su cui ancora si scorgono le aperture nella roccia da cui gli alpini tenevano sotto controllo i loro coetanei austriaci un secolo fa. Si sa, il Rifugio Locatelli non brilla proprio per accoglienza. La sua posizione invidiabile e di facilissimo raggiungimento determina un afflusso smisurato e la nostra stamberga tutto sommato ci garantisce un po’ di intimità e per un attimo ci ricorda che siamo in montagna. Spente le luci, le lancette dell’orologio indietreggiano vorticosamente e per un attimo l’atmosfera torna quella dell’estate del 1915: inizia il racconto.

“Antefatto – Estate 1915; nel comando austriaco è viva la preoccupazione per la presenza degli alpini alla Forcella Passaporto, sulla cima del Paterno e sulla cresta tra Forcella Camoscio e Forcella Pian di Cengia, che minaccia tutto lo schieramento austriaco sull’altopiano di Rienza dinanzi alle Tre Cime. La decisione è controversa e sofferta ma il 30 Giugno il capitano Von Wellen che comanda il battaglione di Landshützen operativo sull’altopiano, decide per la conquista della Cima del Paterno. Certamente fattibile, ma con quale conoscenza delle tecniche alpinistiche e militari? Si ritiene da subito che il coinvolgimento delle guide alpine di Sesto sia indispensabile, in particolare di Sepp Innerkofen. Questi in un primo momento, si dichiarò molto scettico sulla reale fattibilità dell’operazione a causa della difficoltà tecnica della salita resa ancor più difficile dal peso delle armi che sei uomini avrebbero dovuto portare per ingaggiare combattimento con un presidio assai più numero e senza il vantaggio della sorpresa. Il timore di essere considerato un pavido, spinse Sepp ad accettare il comando dell’impresa ma impedì al figlio che sino ad allora era stato sempre al suo fianco, di prendere parte all’attacco: “Che la mamma pianga uno solo di noi!”

La pattuglia di Sepp Innerkofer alle 4 del 4 Luglio 2015 inizio la risalita della cresta nord-est del Paterno, mentre una seconda pattuglia di cui fa parte il fratello Christian punterà direttamente per la Forcella Passaporto.

 Sono in sei, volontari di guerra, quattro più che cinquantenni, guide rinomate della Val di Sesto: tra cui, Sepp Innerkofler, Hans Forcher, Andreas Piller, Benitius Rogger. Hanno ricevuto l’ordine di arrampicarsi sul Paterno e di occuparne la cima; sono armati di moschetto e di granate a mano. Escono da una baracca presso la Dreizinnenhütte devastata dall’incendio. Le Tre Cime si levano spettrali nella notte, inargentate pallidamente dalla luna, stagliate nel cielo terso. Si tuffano nel buio e nel silenzio. I sei e il pattuglione passano presso la Salsiccia (il Frankfurter Wurstel) e imboccano il canalone ghiaioso che scende dalla  Forcella del Camoscio. Procedono furtivi, lenti, per non smuovere sassi che possano destare l’allarme. I sei calzano gli scarponi da croda e attaccano la parete del Paterno. Salgono sicuri nel buio; conoscono perfettamente la via. È quella “Via nord-nord ovest” che lo stesso Sepp nel 1896 ha percorso per primo e ripetuta innumerevoli volte. Salgono da un’ora: sono quasi in cresta. Sopra Cima Undici si diradano sempre più le stelle, spunta e si dilata un pallido chiarore: l’alba.

Giungono sulla cresta. L’alta vetta del Cristallo s’indora. Un rombo e un sibilo alto: è il Monte Rudo che spara. Altri due rombi e due sibili più bassi: è ancora il cannone austriaco che rettifica il tiro. Un quarto rombo e un fragore di roccia colpita e frantumata. Il tiro è aggiustato, subentra di nuovo il silenzio. Ora i sei salgono uno dietro l’altro, per il filo della cresta.

Da Forcella Pian di Cengia gli alpini scorgono le sei sagome nettamente profilantisi nel rosso del cielo. È l’allarme. Mentre i sei escono in parete ovest, si svegliano i pezzi e le mitragliatrici di Lavaredo. Pronte rispondono tutte le mitragliatrici austriache. Sopra il frastuono rombano i cannoni del Monte Rudo, un mortaio del Sasso di Sesto, un pezzo da 80 che sembra appostato nei pressi della Forcella di Toblin, un obice da 105 che dalla Torre dei Scarperi spara insistentemente contro la Forcella Pian di Cengia. E quelli sempre si arrampicano, a scatti, a sbalzi, si appiattano dentro ogni cavo, dietro ogni costola. Una scheggia rimbalza sulla fronte del Sepp; gli si riga la faccia di sangue, gli si offuscano gli occhiali, e continua a salire. Una pietra colpisce Forcher in fronte, sanguina, e continua a salire. Hanno quasi raggiunta la cima. Come ad un segnale d’un tratto, al frastuono, alla raffica ininterrotta di pallottole e schegge, succede un assoluto silenzio. In tutta la valle, su tutte le forcelle, sulle cime, di qua e di là delle trincee, si stende uno stato spasmodico di attesa. Si è scorto là in alto un uomo: è lassù, lento, che ascende. Eccolo, è giunto a dieci passi dalla cima. Si fa il segno della croce e con ampio arco di mano lancia la prima bomba oltre il muretto della vedetta della cima. Lancia la seconda e          poi la terza. D’improvviso appare, dritta, sul muretto della vedetta della cima, la figura di un soldato alpino, — Piero De Luca del battaglione Val Piave

— campeggiante nel tersissimo cielo, alte le mani armate di un masso, rigata la fronte di rosso da una scheggia della prima bomba «Ah! No te vol andar via?». Prende giusto la mira, scaglia con le due mani il masso. Il Sepp alza le braccia al cielo, cade riverso, piomba, s’incastra nel camino Oppel, morto.

 Epilogo – Nel frattempo la compagnia diretta alla forcella Passaporto viene investita da un forte fuoco di fucileria da parte degli alpini e da fuoco amico dall’Alpe dei Piani. Sopra gli attaccanti una parete verticale dall’alto della quale i pochi alpini che presidiano la cima fanno cadere una pioggia di massi. In queste condizioni il gruppo deve ritirarsi e raggiunti dai superstiti dell’attacco al Paterno apprendono che Sepp Innerkofer è morto, Forcher ferito e l’attacco fallito. Poco dopo via telefono giunge l’ordine di sospendere le operazioni e ritirarsi”.

 Domenica: cima del Monte Paterno

La mattina di buon’ora siamo alla volta delle gallerie del Paterno, la vetta si erge dritta dinanzi a noi e subito il dubbio di sempre ci assale: ‘ma siamo proprio sicuri?’. Senza troppa fretta cominciamo i preparativi e si sa, la calma non è mai troppa e finiamo per metterci troppo tempo. Partiamo quasi per ultimi e questo se non altro ci permette di vedere alle prime luci della mattina le nord, in un silenzio mistico raro in queste località in piena estate.

La salita scorre bene, tutti i ragazzi ormai rodati da diversi giorni di roccia dolomitica, s’inerpicano attraverso le gallerie scavate dagli alpini per muoversi in completa insaputa degli austriaci. Di quando in quando si aprono alcune finestre che ci danno il riferimento dell’altezza e qualche vertigine, mentre lo spettacolo sui piani di  Rienza e laghetti dell’Alpe di Piana è veramente suggestivo. Di croda e poi di galleria giungiamo alla Forcella del Camoscio dove numerosi baraccamenti sono ancora visibili. Qui incontriamo un passaggio piuttosto atletico che risulta un po’ complesso per i più giovani cha ancora non hanno le leve della dimensione giusta per afferrare il cavo di protezione e continuare  ad arrampicare ma in qualche modo, magari senza troppa eleganza, passiamo tutti. Dopo poco e con qualche indecisione alcuni di noi si attardano sulla cima, mentre la giornata splende magnifica. Il panorama è mozzafiato, da quassù tutto sembra in perfetta armonia come se un architetto avesse posizionato cime, ripiani, laghi, prati in un perfetto ordine aureo. Al solito le Nord delle Tre Cime fanno la parte delle prime donne e gli sguardi ammirati sono tutti per loro. Volgendo lo sguardo più a nord si vedono  i resti di un muro perimetrale del Rifugio Drei-Zinnen, appartenuto al mitico Sepp che cadde nel tentativo di conquistare la ‘sua’ cima. Condividere questo punto osservazione che ormai un secolo fa ha destato meraviglia e preoccupazione, dilata lo spirito.
Sulla cima è sempre presente un monumento funebre a Sepp, sul luogo dove gli alpini lo seppellirono dopo averlo recuperato sotto il fuoco nemico che non si rendeva conto di qualche gesto di nobiltà ed onore all’eroismo si stava compiendo. Finito il conflitto, la salma fu ricomposta al cimitero di Sesto, dove mi sono recato l’inverno successivo per un deferente quanto dovuto saluto. Con la mente piena di pensieri e lo spirito leggerlo ci incamminiamo tutti verso Forcella Lavaredo e di qui via di corsa verso il pullman che ci riporta a Misurina. Stanchi ma soddisfatti attendiamo con i turisti l’arrivo del pullman, compiaciuti della nostra avventura e orgogliosi di mostrare la nostra totale trasfigurazione.

Epilogo
Dopo aver ripercorso questi fatti, nessuno di noi oserà mai più dire di aver ‘conquistato’ una cima. Conquistare una cima è un’espressione ormai indissolubilmente legata a ciò che veniva comandato tra il 1915 ed il 1917 in Dolomiti, a causa di una sciagurata serie di circostanze, a degli uomini in uniforme in un assalto al cielo che spesso chiedeva in tributo il loro sangue.

Vagare per giorni in questi luoghi, come abbiamo fatto noi con i ragazzi dell’Alpinismo Giovanile, impone invece un sentimento di gratitudine verso la Montagna che ci ha accolto e lasciato salire sino alle sue cime.

 

[1] ‘War and the Future’, H. G. Wells, 1917, www.gutenberg.org/files/1804/1804-h/1804-h.htm

[2] Tratto da ‘Episodio cavalleresco sul Totenkopf’ di H. Hess www.frontedolomitico.it/Fronte/Paesaggi/Popera/ docs/Totenkopf.htm

[3] Emil Zsigmondy, Alpinista – Vienna 11 Agosto 1861, parete S della Meije, Oisans, 6 Agosto 1885

[4] Tratto da: A. Berti, “Guerra in Ampezzo e Cadore 1915-1917”, ed. Mursia, 1982

 

 

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