La guerra bianca in Adamello tra Tonale, Corno di Cavento e Carè Alto di Alfio Ciabatti

CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA 1915-2015

Nella zona del Passo del Tonale, ricordato dai più per le assolate piste per lo sci, si nascondono le tracce di un passato non troppo lontano.

Soltanto quando la neve si scioglie, sulle cime che contornano il passo si scoprono ancora le ferite della Grande Guerra iniziata 100 anni fa.

 Una guerra combattuta in mezzo ai paesaggi più belli del mondo. Un teatro di combattimenti particolare, tra cime granitiche, ripidi canaloni e immensi pianori glaciali, con una quota media di 3000 metri. In questi ambienti, tra assalti e lunghe attese dove era determinante la capacità di resistere al freddo, saper arrampicare sulle creste rocciose e attraversare i ghiacciai, i soldati passarono tre anni senza significativi risultati strategici. Alpini e Kaiserjäger si fronteggiarono sotto la minaccia incombente di valanghe e tormente dove più che l’addestramento militare, contò la preparazione alpinistica e la resistenza fisica. Erano nemici ma soprattutto gente di montagna, abituata a obbedire con grande senso del dovere; si affrontarono con onore e senza odio tenendo quasi sempre comportamenti cavallereschi.

Il fronte italo-austriaco nel 1915

 Alla dichiarazione di guerra, il 24 maggio 1915, i confini nella zona tra lo stato italiano e quello austro- ungarico passavano all’incirca dove oggi sono quelli tra le province di Bolzano e Trento e la Lombardia. Il settore occidentale del fronte, quello che andava dalla bassa valle dell’Adige passando per il lago di Garda fino allo Stelvio, era considerato da ambo le parti di scarsa importanza strategica. Gli elevati massicci tra i quali l’Ortles, il Cevedale e l’Adamello erano considerati barriere invalicabili. Solo  i passi dello Stelvio e del Tonale potevano avere un certo interesse. In particolare, attraverso il Tonale avrebbe potuto avvenire lo sfondamento italiano verso il Tirolo e, in direzione opposta, il  movimento dell’esercito austro- ungarico verso le grandi città della Pianura Padana. Il dispiegamento iniziale delle forze fu quindi molto limitato. Il grosso delle armate di ambedue gli schieramenti era concentrato sul fronte orientale.

L’idea prevalente era di dislocare le sole forze necessarie al controllo dei confini con limitate azioni offensive. Il controllo dell’area era assegnato al III Corpo d’Armata; in particolare il settore Valtellina-Valcamonica era tenuto dalla 5^ Divisione con i battaglioni Alpini Morbegno, Val d’Intelvi, Edolo e Valcamonica.

Anche gli austriaci avevano limitate forze difensive appartenenti alla milizia territoriale, la 90^ e la 91^ Divisione Landsturm e Standschutzen con reclutamento prevalentemente locale della provincia di Bolzano e Trento.

Reticolati sul ghiacciaio del Caré Alto (foto Alfio Ciabatti)

 Il primo evento bellico avvenuto nella zona del Tonale – emblematica dimostrazione della scarsa conoscenza dei luoghi da parte dello Stato maggiore italiano– si verificò alla vigilia dell’entrata in guerra. Il 23 maggio 1915 il confine tra Italia ed Austria nella zona a sud del Tonale era situato tra Punta del Castellaccio (mt 3029) e la Cresta dei Monticelli (mt 2619) il cui controllo era affidato agli Alpini del battaglione  Morbegno posizionati nei pressi del Passo del Monticello (mt 2685), conosciuto come Passo Paradiso, dove oggi è l’arrivo dell’omonima funivia. Nonostante la segnalazione del comandante del presidio che aveva suggerito anche l’occupazione della conca del Presena, fu ordinato l’abbandono del passo in quanto dichiarato indifendibile. Il passo fu prontamente occupato da reparti austriaci in quanto era un osservatorio importante su tutta la retrovia italiana (e ci vollero tre anni e tanti morti per riconquistarlo … ). Nei mesi successivi fu però occupata la cresta che dal Passo Paradiso passa per la Punta del Castellaccio (mt 3028), Punta del Lagoscuro (mt 3169) e Punta Payer (mt 3069) prontamente rinforzata con camminamenti, gallerie, ricoveri in legno, teleferiche e quant’altro necessario al mantenimento delle posizioni in quota che si riveleranno assai delicate e in condizioni estreme.

Il Sentiero dei Fiori era la linea fortificata italiana (foto Alfio Ciabatti)

Oggi si può visitare la zona percorrendo il “Sentiero dei Fiori”, un sentiero attrezzato tutt’altro che semplice. La linea italiana quindi si attestò dal Passo di Lagoscuro lungo i crinali passanti per la cima del Venerocolo, del Pisgana, del Mandrone fino all’Adamello. Quella austriaca dalla Cresta dei Monticelli, Presena, Lobbia, Crozzon di Lares, al Carè Alto. Tra le due linee si trovava, quale terra di nessuno, la zona dei ghiacciai. L’inverno pose fine ai combattimenti e impose la tregua ad ambedue la parti.

Il Crozzon di Lares al centro e il Corno di Cavento a destra dal passo della Lobbia (foto Alfio Ciabatti)

 Le operazioni ripresero nella primavera del 1916 con l’obiettivo della conquista della dorsale della linea Crozzon di Fargorida- Lares- Passo di Cavento. In quest’occasione oltre alla normale artiglieria da montagna, venne trasportato al Passo del Venerocolo il grosso cannone 149G (G sta per ghisa) chiamato dagli Alpini “l’Ippopotamo” per la sua caratteristica forma poco affusolata.

Reticolati italiani nei pressi del passo della Lobbia
(foto Alfio Ciabatti)

l trasporto del cannone iniziò il 9 febbraio 1916 in pieno inverno alla stazione ferroviaria di Edolo (BS), in alta Valcamonica dove era arrivato con la ferrovia. Poi il cannone fu trainato da cavalli fino a Temù e Malga Caldea (1584 m) in Val d’Avio; in seguito, smontato e caricato su appositi slittoni e trainato per il resto del percorso. Il peso in assetto di tiro era di 6 tonnellate, la canna pesava più di 3 tonnellate. Per evitare il ribaltamento, il traino doveva avvenire lungo la linea di massima pendenza, inoltre solo di notte o quando condizioni meteorologiche cattive impedivano la visibilità agli aerei del nemico; di giorno le slitte venivano coperte di neve e le loro tracce cancellate. Il trasporto fu anche più volte interrotto e si ebbero vittime tra i soldati a causa delle valanghe. Una di queste investì il cannone trascinandolo per molti metri a valle e occorsero giorni di lavoro per liberarlo. Il 17 aprile si raggiunse il rifugio Garibaldi (2550 m) e il 27 aprile il Passo del Venerocolo (3136 m), dopo aver superato 1552 m di dislivello in 78 giorni. Dal passo entrò subito in funzione appoggiando gli attacchi alla dorsale Folgorida – Passo di Cavento.

Il trasporto del cannone nei pressi del rifugio Garibaldi.
Da Regio Esercito – http://www.it-au-1915-1918.com/body_i_artiglieria_italiana_1.htm

Il 6 giugno 1917 in una sola notte duecento uomini, attraversata la Vedretta del Mandrone, lo issarono sulla selletta di Cresta Croce a 3315 m da dove contribuì alla conquista del Corno di Cavento il 15 giugno successivo e dove ancora oggi si trova.

Il cannone in posizione a Creta Croce a 3315 metri di altezza.
Da http://www.it-au-1915-1918.com/body_i_artiglieria_italiana_1.htm
Il cannone 149/G oggi

Attualmente per raggiungere il cannone è necessaria una buona pratica alpinistica a testimoniare ancora oggi la complessità dell’impresa. Osservandolo ai nostri giorni non si sa se lodare la sfrontatezza dei comandi o il paziente eroismo degli Alpini, ma certo è che l’avere concepito il trascinamento in alta quota di un cannone di queste dimensioni lascia tuttora sbalorditi. Anche austriaci a loro volta concepirono qualcosa di analogo con il vecchio obice trasportato con grandi fatiche su per la Val di Genova fino ai Crozzetti del Mandrone. Ma anche il trasporto dei cannoni Skoda sulla cresta est del Carè Alto non fu da meno.

Il cannone Skoda austriaco sulla cresta del Caré Alto puntato sul Corno di Cavento nelle ultime fasi della guerra (foto Alfio Ciabatti)
Cannone austriaco del 1917 sulla cresta est del Caré Alto puntato verso le linee italiane. In alto la cima del Caré Alto. (foto Alfio Ciabatti)

Imprese oggi neppure immaginabili. Il 149G è l’unico pezzo d’artiglieria italiano della guerra bianca rimasto in posizione ed è stato decretato monumento nazionale.

 Nel 1916 ci fu l’occupazione da parte italiana di tutto il ghiacciaio del Mandrone (con l’attestamento sulla dorsale Fargorita – Crozzon di Lares – Passo di Cavento), avvenuta con un audace colpo di mano di alcune centinaia di Alpini abilmente guidati dal cap. Nino Calvi, comandante del BTG autonomo Garibaldi basato presso l’omonimo rifugio, preceduto da varie ricognizioni su creste e vette principali in condizioni estreme, già di per sé degne di nota sotto il     profilo alpinistico: alcune di esse possono esser considerate a tutti gli effetti ‘prime invernali’. Il successo galvanizzò il morale delle truppe ma non poté esser sfruttato uleriormente sul piano strategico in quanto l’offensiva austriaca Strafexpedition (la spedizione punitiva austriaca in Trentino, sull’altipiano di Asiago) obbligò i generali italiani a sguarnire il fronte camuno per proteggere quello in cui era avvenuto lo sfondamento.

Il cannone da 159 posizionato su Cresta

Nel 1917 ci la conquista del Corno di Cavento (mt 3402), unica azione di particolare rilievo ad opera degli italiani. La cima, posta sulla testata della valle di Borzago, era stata occupata dagli austriaci il 30 aprile 1916, dopo il trinceramento degli italiani fra il Crozzon di Lares e il Passo di Cavento, perché permetteva il controllo delle Vedrette della Lobbia e di Lares ed era diventata il caposaldo avanzato dello schieramento difensivo austriaco nel settore Lares-Carè Alto. Un obiettivo determinante per il Comando di settore Italiano che teoricamente avrebbe potuto permettere la discesa verso la Val Rendena.

Alpini in marcia verso il Corno di Cavento (foto web Esercito Italiano)

 Inizialmente presidiato in modo precario, il Corno era divenuto un formidabile fortino naturale grazie agli interventi voluti dal ten. Felix Hecht von Eleda, comandante della 1^ Compagnia dei Tiroler Kaiserjäger, ivi dislocata dall’11 febbraio 1917. Fra le varie opere fu deciso lo scavo di una caverna per l’alloggiamento dell’artiglieria necessaria per colpire i rifornimenti italiani che transitavano sulla Vedretta della Lobbia. Il 21 febbraio 1917 iniziarono i lavori di mina e in circa tre mesi il ricovero fu terminato. All’interno oltre alle postazioni per due cannoni da 75 mm e tre bombarde con il relativo osservatorio, c’erano alcune postazioni per mitragliatrice e riflettori. Erano state ricavati anche alloggiamenti per i soldati e il comandante. All’esterno erano presenti alcuni baraccamenti e la stazione della teleferica per il collegamento con la retrovie ai Pozzoni, ai limiti del ghiacciaio di Lares.

La cima del Corno di Cavento con il cannoneggiamento da parte degli italiani dalla Lobbia (foto Museo storico di Rovereto

 La conquista del Corno di Cavento fu accuratamente pianificata. Gli austriaci non ebbero nessuna sensazione di ciò che stava accadendo. Alle 4 e 30 della mattina del 15 giugno 1917, dopo un violentissimo bombardamento, circa 1500 Alpini con l’appoggio di 25 bocche da fuoco, sferrarono l’attacco contro l’esiguo presidio          austriaco composto da circa 200 uomini. Le direzioni di attacco furono dalla Vedretta di Lares, dal Passo di Cavento lungo la cresta Nord e dall’inviolato versante ovest. Nonostante la risposta delle batterie austriache della Presanella e del Carè Alto, la posizione fu  conquistata in breve tempo. Una pattuglia di ‘arditi’ comandati dal tenente Nicolò degli Albizzi, di nobile origine fiorentina, guidò l’assalto finale alla cima e nel ricovero rimasero intrappolati una quindicina di difensori di cui solo alcuni si arresero. Molti fuggirono e altri caddero combattendo e con loro il comandante Hecht che fu gettato nella parete sottostante dove giace tuttora insepolto. I superstiti si ritirarono nelle gallerie nel ghiaccio della vedretta di Lares verso le vicine postazioni sotto il monte Folletto.

La postazione del Corno di Cavento fu immediatamente rinforzata secondo le nuove necessità del fronte.

La teleferica italiana sotto la cima del Corno di Cavento (foto Alfio Ciabatti)

 Sullo scosceso versante nord ovest fu costruita una teleferica verso la Lobbia Alta, furono costruite alcune baracche e fu realizzato il sentiero attrezzato per il collegamento verso il sottostante Passo di Cavento.

Kaiserjaeger sul Corno di Cavento (Wikipedia)

Esattamente un anno dopo, il 15 giugno 1918, gli austro-ungarici rioccuparono il Corno. Era diventato un motivo di prestigio oltre che strategico. L’assalto di sorpresa fu condotto utilizzando per l’avvicinamento alcune lunghe gallerie scavate nel ghiaccio che della Vedretta di Lares sbucavano immediatamente sotto le postazioni italiane. Furono fatti vari prigionieri nella galleria di vetta ma il comandante, Fabrizio Battanta, nella confusione riuscì in modo rocambolesco a sfuggire sulla sottostante postazione italiana del Passo di Cavento.

All’interno della caverna del Cavento (foto Alfio Ciabatti)
La baracca degli ufficiali all’interno della caverna
(foto Alfio Ciabatti)

 Questa situazione durò poco, solo trentaquattro giorni: il 19 luglio 1918 il presidio austriaco venne travolto da un massiccio attacco italiano portato da tutti i lati della montagna. Per questa azione furono schierate sulle cime circostanti ben 43 pezzi d’artiglieria oltre alcune bombarde da 240 mm e varie mitragliatrici. In totale gli Alpini erano oltre 2000 a fronte di circa poco più di 200 austro- ungarici.

L’ingresso lato ghiacciaio della caverna del Cavento (foto Alfio Ciabatti)

 L’azione durò meno di quella dell’anno precedente; il comandante della postazione austriaca, il bolzanino Franz Oberrauch morì dilaniato dalle esplosioni nei pressi dell’ingresso della caverna. Molti dei difensori furono fatti prigionieri e solo pochi riuscirono a fuggire passando ancora una volta nelle gallerie nel ghiaccio verso il Folletto  e i Pozzoni. I lavori di  consolidamento della postazione richiesero impegno in quanto gli imperiali avevano distrutto le infrastrutture italiane.

Dopo quest’operazione ci fu una generale stasi. Gli austriaci pur nelle ristrettezze sempre maggiori sia di materiali che di vettovagliamento e nel clima di sfiducia generalizzato che circolava già tra le truppe, con disciplinato senso del dovere provvidero a rinforzare la linea arretrata che dalla val di Borzago passava sul Carè Alto fino alla val di Fumo. Sul Carè Alto in particolare furono realizzate alcune nuove baracche per il presidio della cima e dei crinali limitrofi. Il 3 novembre 1918, gli austro-ungarici iniziarono la discesa a valle nel rispetto della resa. La guerra era finita.

La croce sulla cima del Corno di Cavento (foto Alfio Ciabatti)

 Sul Corno di Cavento rimase solo un presidio della 311^ Compagnia Alpini, fino al 9 novembre 1918, poi le cime furono riconsegnate alla solitudine glaciale delle montagne. A diretta testimonianza di questi eventi restano oggi gli arredi pressoché intatti della caverna, tanti residuati bellici e il diario personale del tenente Hecht von Eleda.

Vecchie baracche italiane sotto la cima del Corno di Cavento (foto Alfio Ciabatti)
L’autore dell’articolo a destra all’ingresso della galleria del Cavento con Marco Gramola al centro e Neri Baldi a sinistra

L’ufficiale, 23 anni, viennese di buona famiglia, che era solito  appuntare non solo il rendiconto giornaliero degli avvenimenti ma anche le sue riflessioni. È particolarmente interessante perché è uno spaccato del fronte visto dall’altra parte. Come è noto ‘la storia’ viene sempre scritta dai vincitori ed è difficile trovare testimonianze dirette dall’altra parte dello schieramento.

Nei pressi della cima del Caré Alto con le baracche austriache di cui alcune ricostruite. Sullo sfondo la val Rendena
(foto Alfio Ciabatti)

 Il diario, di grande valore umano e psicologico, è stato conservato nascosto per quasi cinquanta anni e solo nel 1969 è stato decifrato e tradotto (l’ufficiale usava una stenografia del tutto personale) e poi pubblicato. Vi si leggono i momenti difficili della vita dei soldati austriaci, peraltro molto simili a quelli degli italiani.

 L’autore vive l’angosciosa attesa dell’assalto degli Alpini, per cui nutre grande ammirazione per la combattività tanto che li chiama rispettosamente “le tigri”, frustrato dall’indecisione strategica dei suoi alti comandi. Negli scritti si avverte la sofferenza interiore, incline al pessimismo che tende però a scomparire quando si rimette alla volontà di Dio con un profondo senso di spiritualità. Da grande appassionato della natura anche nella contemplazione della montagna nei suoi infiniti panorami, Felix Hecht esprime una grande sensibilità che gli dà attimi di serena tranquillità fino alla pace eterna trovata su quei ghiacciai che oggi vengono percorsi solo per diletto.

L’incontro 50 anni dopo la battaglia del Cavento fra i comandanti dei rispettivi gruppi
Il rifugio Caré Alto era nel periodo della Guerra il comando di settore austro ungarico (foto Alfio Ciabatti)
Il Corno di Cavento visto da sud
Cordate che si apprestano a salire la parte finale del Corno di Cavento. Sullo sfondo il Caré Alto e a destra i Denti del Folletto
(foto Alfio Ciabatti)
L’autore dell’articolo a sinistra con il gestore del rifugio Caré Alto

Bibliografia:

  • Cimmino (a cura di), La conquista dell’Adamello – Il diario del capitano Nino Calvi, ed. 2015
  • Gramola , Il Corno di Cavento, Bollettino SAT, 2007, 1
  • Gravino, La guerra bianca, National Geographic Italia, marzo 2014
  • Isnenghi , Rochat G., La Grande Guerra 1914-1915; ed 2008
  • Ongari (a cura di), Il Diario di guerra del Corno di Cavento del primo tenente dei Kaiserjager Felix Hecht von Eleda, ed. 2005
  • TOURING CLUB ITALIANO, Sui campi di battaglia – Il Trentino, Il Pasubio, Gli Altipiani, ed. 1937
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