Emozione Cho Oyu

La montagna dell’amicizia

di Massimo Buffetti

Mito e sacralità
Il Cho Oyu ha fatto la sua comparsa nei miei pensieri per il tramite di chi ne descrisse la salita durante delle serate di montagna, diversi anni fa. Due giovani alpinisti ‘in carriera’ in un caso e la moglie di un grandissimo alpinista prematuramente scomparso in un incidente di montagna, nell’altro.

Cho Oyu


In entrambi i casi la descrizione delle loro rispettive ascensioni veniva associata a qualcosa di luminoso, al sole, alla favorevoli condizioni di neve e di clima e all’eccellente stato d’animo di chi si sarebbe apprestato a compiere quella salita. Racconti ben fatti, coinvolgenti, appassionanti, tanto da farmi sentire, tutto d’un tratto, incredibilmente vicino a quella montagna, sebbene solo l’idea di accostarvisi potesse apparire a quel tempo un’enorme follia per un semplice ‘amatore’ come me.


Poi son seguite le prime esperienze himalayane, sempre più attratto dalla magia di quei luoghi, esperienze che sono andate progressivamente intensificandosi negli anni, provando a verificare le reazioni del mio corpo ad altitudini sempre maggiori.
Ma ciò che fece effettivamente scattare il ‘click’ nella mia testa fu una considerazione nei miei confronti fatta da una persona competente durante un trekking himalayano di qualche anno fa.


Oggi il Cho Oyu, m 8201, sesta montagna del mondo, è tra gli ottomila il gigante più frequentato, dopo l’Everest, ed è considerato tra i più ‘sicuri’, per quanto ‘sicuro’ possa considerarsi un colosso di quelle dimensioni, come ben sanno tutti coloro abituati ad andare in montagna. Ne consegue che numerose sono le esperienze di appassionati e amatori della montagna che, pur non essendo propriamente ‘alpinisti’, provano a cimentarsi con un’esperienza così significativa e impegnativa.

Decido così di aggregarmi ad una spedizione svizzera. Siamo nel 2018. Si partirà il 26 di Agosto e il ritorno è previsto ben quarantasette giorni dopo, l’11 di ottobre.
Nel mezzo ci saranno circa 35 giorni per provare a salire il Cho Oyu, dalla via normale, quella del lato Nord, in territorio tibetano, oggi cinese, certamente la meno complicata dal punto di vista tecnico.
Fosse stato solo per questo, forse avrei potuto anche risparmiare al prossimo l’ennesima descrizione della salita.

Però il Cho Oyu non rappresentava per me solo una montagna.
L’interesse che provavo per quel luogo aveva radici più profonde. Mi affascinava e attirava, al di là dell’essere un ottomila. Quella montagna e i territori in cui si trovava rappresentavano un’occasione per me irripetibile e forse imperdibile di immergermi in un ambiente interessante, per certi aspetti unico, in ragione del suo contesto legato alla sacralità di quelle aree e alla storicità geografica di quei luoghi mitici, a confine tra paesi diversi separati da segmenti di montagne himalayane.
Mi avrebbe offerto la possibilità di frequentare quei luoghi entrando dalla porta principale, come un viaggiatore e non come un semplice turista.
Un po’ come sfogliare un libro, di storia e geografia, e avere improvvisamente l’opportunità di entrarci dentro, quasi per incanto.

Per questo non poteva essere che lei, la ‘Dea Turchese’, come la chiamano i tibetani, la montagna sopra gli ottomila che avrei dovuto cercare di salire tentando di coglierne il reale ‘significato’ e non poteva che essere questa l’unica vera ragione per cui sarebbe senz’altro valsa la pena tentarne l’ascesa.
La spedizione a cui mi ero unito, a mio avviso aveva un programma bene impostato.
Infatti, dopo Chongqing, anonima ‘cittadona’ cinese cui saremmo giunti il 27 con volo da Doha, era previsto l’imbarco, l’indomani di primissima mattina, su un volo per Lhasa, capitale del Tibet, m. 3600, luogo che si sarebbe dimostrato estremamente utile anche per iniziare il nostro acclimatamento.

Da lì le successive tappe per giungere nel giro di quattro giorni al campo base cinese, attraverso il desolato e affascinante altopiano tibetano, da dove sarebbe partita la salita, al termine della quale saremmo poi discesi nuovamente fino a Tingri, per riprendere il viaggio di ritorno, varcando il confine nepalese e ritrovandoci tra infiniti quanto improponibili tornanti attraverso passi e vallate, su strade in grado di stravolgere l’equilibrio psicofisico di chiunque, in virtù del loro stato davvero difficile da immaginare e perfino da raccontare, fino a giungere a Kathmandu, al termine di oltre 1000 chilometri percorsi con i mezzi a disposizione, pulmini e fuoristrada.
Ma Lhasa non è una città qualunque.

Niente ha potuto l’occupazione cinese rispetto a quelle che senz’altro erano le mire degli occupanti.
Costringere all’esilio l’allora venticinquenne Tenzin Gyatso, attuale XIV Dalai Lama, non è bastato a sovvertire più di tanto il corso degli eventi.
Almeno fino ad ora.

In fuga a cavallo, sotto mentite spoglie, protetto da un manipolo di fedelissimi, Sua Santità riuscì a trovare rifugio in India proprio attraversando queste montagne, cioè quelle a confine tra il Tibet, il Nepal e l’India, probabilmente lambendo la parte occidentale del Bhutan, qualche decina di chilometri più a sud, rispetto allo storico passo Nangpa La, circa 6000 m, il più alto del mondo, passo che separa Tibet e Nepal, e che lambisce il campo base avanzato del Cho Oyu da cui partono le spedizioni per la via normale tibetana della Dea Turchese e dove noi stessi abbiamo di fatto trascorso oltre un mese.

Campo base avanzato e Nang Pa La (confine Tibet Nepal)m.5800

E già questo è un primo ‘rimando’ che provoca una profonda emozione, difficile da spiegare e da descrivere.

Come difficile è riuscire a raccontare la spiritualità che emerge prepotente e colma di umanità, tra le ‘pieghe’ della popolazione di questa città e regione, icona del pensiero ‘filosofico’ del Buddhismo Mahayana, nonostante la quantità  di bandierine cinesi ormai davvero imposte ogni dove.

Il Potala, l’edificio che ha ospitato il Dalai Lama fino agli ultimi giorni prima della fuga, si direbbe oggi un museo. Questo è quello che mi sarei aspettato o che avrei temuto di vedere. E di fatto lo è, ma non è solo un museo.

Si, forse la presenza dei monaci ha assunto con il passare degli anni un non so che di pittoresco, forse le cose a tale riguardo non stanno esattamente come potremmo credere, volendo dare retta ai sostenitori dell’attuale governo cinese.

Non voglio e non posso entrare nel merito.

Ma quello che si vive lì, ed ora sono in grado di riferirlo, testimoniandolo, ciò che si percepisce tra la gente, giovani, meno giovani e anziani, abbienti e meno abbienti, pellegrini, turisti, non credo lo si possa provare in nessun altro luogo del mondo.
Lo stesso vale per tutti i territori attraversati e visitati nei quattro giorni successivi al nostro soggiorno di Lhasa, durante i quali siamo giunti al campo base cinese, pernottando a Gyantse, m. 4.000, via Nagartse, poi a Shigatse, m. 3.800, seconda città del Tibet, e infine Tingri, 4.300 m, ultimo avanposto civilizzato.

Molti i passi d’alta quota incontrati e superati. Il primo giorno Khamba La, m. 4794, da cui la vista spazia sull’enorme Yamdrok Yumtso Lake.
Poi il Karo La, m. 5010, belvedere strepitoso ai piedi del ghiacciaio che scende dal Monte Nojin Kangtsang m. 7191.

Siamo a soli 70 km dal Bhutan!
Infine il passo Gyatso La 5220 m, anch’esso attraversato da una sterminata sede stradale.
Si tratta di luoghi potenti e ancor più lo sono, logicamente, gli incredibili  monasteri disseminati nel territorio. Davvero uno più bello dell’altro. Visitiamo quello di Tschen, poi, verso Shigatse, il monastero di Tashij Lhunpo, luoghi in grado di rappresentare la viva testimonianza del fatto che un’alternativa possibile a quel sistema, per certi versi vuoto, spesso caro al nostro quieto vivere da bravi occidentali, ahimè sovente troppo convinti delle nostre false verità, ecco, una possibile alternativa esiste. E forse non è nemmeno una questione di religione, ma semplicemente di consapevolezza.
Consapevolezza del fatto che l’altro è te stesso. Siamo 7,6 miliardi di fratelli.


La comparsa della Dea Turchese

La stessa consapevolezza che subito sembra di cogliere all’apparizione, da lontano, del Cho Oyu, già da Tingri. Questa montagna, sembra non avere niente di misterioso. Pare sia lì, pronta ad accoglierti, come una madre attenta e premurosa.

Guardi il Cho Oyu, pensi alla Dea Turchese, vivi il Nangpa La, davanti ai tuoi occhi, con il cuore in gola per l’emozione, ascolti i campanacci del ‘via vai’ degli Yak guidati dai loro superbi pastori, quei nastri rossi, tra i loro lucenti capelli nero corvino raccolti ‘a cipolla’, le loro tende potenti, niente a che fare con quelle anonime quanto moderne, per certi versi quasi infantili, piene di scritte pubblicitarie e colorate, delle varie spedizioni. Vorresti piangere, ridere, gridare… Ti volti guardi il Cho Oyu.

È sera, anche i colori sono potenti. Ma quelli non sono colori infantili.

Ti entrano dentro e arrivano a ciò che di più recondito è in te.

Sembra ti stia sorridendo…

ABC

Yack ABC

Ma l’arrivo all’ABC, ‘Advanced Base Camp’, campo base avanzato, m 5700, nonostante il progressivo acclimatamento già avviato da Lhasa in poi e consolidato durante i due giorni di permanenza al campo base cinese, m 4.900, se da una parte è magico, per la mia mente, dall’altra risulta traumatico, per il mio corpo e per la mia psiche.

In questi primi giorni di campo avanzato sono stato abbastanza male. Nevica quasi tutte le sere, anche se solo qualche centimetro. Mi sembra di avere come un tondino di ferro piantato nella testa. Appena giunto, mi sento spaesato. Provo difficoltà a muovermi. Mi sento improvvisamente vecchio e inadeguato a stare lì.

Sono impaurito e infreddolito e non capisco cosa stia lì a fare.

Non è roba per me, penso. Non c’è un metro in piano e appena mi muovo, accennando ad affrettare il passo, mi salta il cuore in gola e mi sembra di morire.

Al solito ho commesso uno dei miei frequenti e grossolani errori di valutazione. Sarà anche una via priva di grosse difficoltà tecniche, come dicono, ma l’ambiente in cui mi trovo catapultato è ostico e per gente con il pelo sullo stomaco.

No, mi dispiace. Non ce la posso fare…E poi mi sento male. Mi sento tutto rotto e mi sembra di avere la febbre. Il primo giorno di permanenza all’ABC forse sono quello conciato peggio del gruppo. Lo passo tutto il tempo abbandonato su una sedia nella tenda pasti, con mal di testa, nausea, voglia di essere altrove. Ma soprattutto non ho forze e le ‘chances’ che mi do, di combinare qualcosa di buono lì sono zero, anzi, meno di zero. Forse devo prendere in seria considerazione l’idea di ritirarmi fin da subito. Magari ne parlo con gli altri, appena mi sento un pochino meno peggio.

Datemi una pasticca per il mal di testa!
Dormire queste prime notti può diventare un serio problema.
Ti capita di svegliarti ogni cinque minuti, di soprassalto, come in apnea.
Ti manca l’aria, vorresti aprirti la testa. Sembra di impazzire, a tratti.

La prima uscita il giorno successivo il nostro arrivo all’ABC, consiste nel portare il primo materiale a circa tre ore dal campo avanzato in direzione del ‘Camp 1’, su di una morena glaciale, un terreno con interminabili saliscendi su massi, sassi e ghiaccio.

Morena verso il Campo 1

La tendina ‘deposito’ è collocata a circa 6000 m di quota, all’attacco della salita denominata ‘killer slope’, l’ultima da fare per arrivare al primo campo.

‘Camp 1’

Camp 1

Dopo due giorni di riposo ci muoviamo di nuovo alla volta del primo campo, questa volta per cercare di raggiungerlo portando altro materiale.

La sera prima della partenza sono infatti molto nervoso.

Combino guai a ripetizione nella mia tendina.

Questa volta facciamo la diretta conoscenza con la salita ‘killer’ di cui sopra.

35 gradi con tratti di 40, piuttosto continua, su un terreno misto di neve, sassi, sfasciumi, che definire sdrucciolevole potrebbe sembrare un eufemismo. Partono sassi da tutte le parti e bisogna stare molto attenti a non smuovere nulla (da cui il nome…).

Tutto è immaginabile, ma niente è scontato.

Ebbene, io non so cosa stia succedendo, eppure vado in montagna da un po’…

Questa salita non mi sembra umana. Da metà in poi l’unico modo per percorrerla è fare un passo, fermarsi e riposarsi per qualche attimo, se non minuto. Non c’è verso, non ci si fa altrimenti. Mi accorgo di non essere l’unico del gruppo ad avere seri problemi, forse salvo la nostra giovane guida svizzera e un altro componente della spedizione che arrivano ben prima di tutti gli altri, il resto del gruppo arranca alla grande.

O siamo un insieme di scarsi oppure è un bel problema muoversi da queste parti.

Morena

Ecco infine apparire la prima tendina del campo, ma infinitamente più in alto.

Ancora fatica, sembra impossibile riuscire a raggiungerla, devi necessariamente abbassare lo sguardo…, ma alla fine arriviamo.

Le nostre tende sono collocate su roccia, su una crestina che scende dall’altro lato rapidamente sul ghiacciaio. Ci sono volute quasi sette ore dall’ABC, tempo che auspicabilmente limeremo poi sensibilmente fino a poco meno di cinque ore, nelle successive quattro volte che percorreremo nuovamente quel tratto per accedere ai campi alti.

Siamo a quota 6400 m. Non fa particolarmente freddo, è un po’ nuvoloso, e per muoverti devi fare molta, ma molta attenzione, essendo una cresta. Avevamo lasciato giù alla tenda deposito altro materiale d’arrampicata, riservandoci di portar su sacco a pelo e materassino, oltre al cibo liofilizzato.

Lo stretto necessario per ‘saggiare’ il campo.

Le tende delle altre spedizioni, per ora non tantissime, sono piazzate quasi tutte sul ghiacciaio sottostante. La traccia sulla neve che vedo davanti a me, in direzione della salita, si impenna immediatamente verso l’alto a più riprese e in maniera piuttosto decisa. Capisco che anche per quanto riguarda il proseguo non si tratterà affatto di una passeggiata.
Abbiamo ancora due ore di luce per raccogliere un po’ di neve da scaldare e prepararci qualcosa per cena. La notte trascorre tutto sommato meglio di quanto immaginassi. Forse anche perché la stanchezza si fa sentire. La mattina successiva, dopo un veloce tè, sistemiamo le nostre cose e ci avviamo di buona lena per fare ritorno all’ABC, dove, intorno alle 10,30 è prevista la Puja, cerimonia rituale tenuta da un lama laico con l’aiuto di un giovane monaco, senza la quale nessuno sherpa oserebbe avventurarsi nelle ‘Alte Montagne’.

La cerimonia ha luogo nella consueta maniera ‘scanzonata’ tipica degli sherpa. Va detto che gran parte del nostro materiale d’alta montagna è già su e di fatto non potrà essere parte del rito.

Ma questa montagna è legata al suo territorio e le visite nei vari Monasteri compiute nei giorni precedenti il nostro arrivo all’ABC sono state esse stesse cerimonie propiziatorie utili a rassenerare l’animo di tutti noi che ne eravamo stati parte e predisporci per quanto ci apprestavamo a fare.

Al termine della Puja gli sherpa si dispongono, affiancandosi e abbracciandosi l’uno accanto all’altro, quasi di fronte ad un immaginario pubblico fatto di rocce e di colori, iniziando a intonare un rude canto popolare, suppongo tibetano, da me mai ascoltato durante le precedenti permanenze in aree himalayane, ritmandolo con un movimento di passi ternario, apparentemente semplice, ma in realtà spesso diverso. Molti degli astanti, compreso il sottoscritto, si alternano nell’unirsi al gruppo e tentare di ‘danzare’ con loro.

Seguiranno altri due giorni di riposo con giornatine grigie da nevischio e nottate inspiegabilmente difficili nonostante il progressivo acclimatamento.

Non esiste comunità stanziale al mondo che vive alla quota a cui ormai sottostiamo da oltre una settimana.

Sono già due notti che mi sveglio continuamente di soprassalto con un senso terribile di malessere a cui pare impossibile porre rimedio. Poi a tratti, lunghi direi, si riesce a dormire, anche se a bocca spalancata. Ho l’impressione che ogni giorno che passi i nostri organismi si indeboliscano. E forse non è solo un’impressione.

Comunque siamo in attesa di un’evoluzione meteo che ci consenta di capire quale possa essere il nostro destino alpinistico dei prossimi giorni nonché settimane.


Camp 2′, primo tentativo

Verso il Camp 2

Eccoci così al successivo sabato 15 per la terza volta, seconda con la ‘killing rope’, sulla strada del campo 1. Arrivati alla tendina sotto il ‘precipizio’ da risalire, carichiamo il materiale rimasto per approntare definitivamente il campo.
Arriviamo su al solito stremati e ci ficchiamo dentro le tende.

Inutile dire che sono preoccupato. Cerco di predisporre il tutto per la partenza di domani. Regolo scarponi e ramponi, ecc. Sciogliamo un po’ di neve, ci prepariamo la cena e poi ci accucciamo ben protetti per la notte, ma non va …

L’indomani partiamo verso le 7,30. Fa freddo, non freddissimo, ma unito alla nebbia, al vento insistente e allo sforzo, almeno per me non indifferente, la situazione appare subito seria e salita dopo salita si arriva nel giro di un paio d’ore al famoso seracco da rimontare, denominato ‘icefall’, una parete di ghiaccio e neve, quasi verticale, di circa 50 m, che in virtù delle famose corde fisse farebbe sorridere qualunque scalatore/arrampicatore degno di questo nome.

Però trovarsi con manovre da compiere ad ogni istante, in presenza di una selva di corde e con continue decisioni da prendere per non rischiare di infilarsi in sgradevoli fessure nel ghiaccio, posso assicurarvi che non è proprio banale. Diversi sono i compagni e gli alpinisti intorno, è vero, ma ognuno è preso per sé, e te in realtà sei solo a fare i conti con l’arrampicata, come del resto è giusto e normale che sia.

Siamo a 6700 m. La respirazione è quella che è e nessuno di noi è così avvezzo. Inoltre fa sempre più freddo, le condizioni della neve non sono buone e si aprono buchi in continuazione. Io vado in crisi. Non sento più le dita delle mani. Cerco di ritrarle all’interno dei guanti ormai molli. Le dita sono tutte gonfie, mi lascio appeso allo ‘jumar’ e comincio a urlare dal dolore, disinteressandomi di tutto il resto. Fortunatamente riesco a riprenderne il controllo e il sangue inizia nuovamente a defluire.

Posso riprendere la faticosissima salita e arrivare finalmente a uscirne.

Ma lo ‘scotto’ resta e ancora oggi ho i polpastrelli delle dita di entrambe le mani leggermente bruciati sulla punta. Passerà…

Raggiungiamo quota 6800 m. Il ‘camp 2’ si dovrebbe trovare a 7200 circa. Saranno le 13,30 più o meno. Fa freddo, nevica, tira vento e c’è nebbia. Gli sherpa ci spiegano che c’è ancora una ‘long way’ da compiere per arrivare al campo successivo, con un pesante dislivello ancora da affrontare, soprattutto in considerazione dello sviluppo previsto. Pertanto, data l’ora, le condizioni di tempo e neve e gli sguardi spersi e svuotati di energie della maggior parte di noi altri, decidiamo di fare marcia indietro e ritornare al campo 1 per passarci nuovamente la notte.

Quindi calata in vista per ridiscendere il seracco e cammino a ritroso per ripercorrere tutto quanto appena faticosamente risalito, cercando di non farsi irretire da quella neve ormai infida e sempre più abbondante, capace di ‘inghiottire’ ad ogni passo scarponi e ramponi.
Arriviamo al ‘camp’ 1 stremati.

Diciamo che come primo assaggio non c’è stato male.

I miei dubbi su possibilità di riuscita e capacità da parte del sottoscritto di affrontare un impegno simile si moltiplicano all’infinito. Forse, mi dico, confessandolo a qualcuno dei compagni, il mio unico vero possibile obiettivo sarà il ‘camp 2’.

L’indomani, lunedì 17, di buona lena, ma partendo neanche troppo presto, nella delusione del mancato raggiungimento del secondo campo del giorno precedente, mi getto nell’orrida discesa detta ‘killing ropes’ tutto solo, con una giornata niente male e l’intenzione di ‘godermi’ ogni pietra, e vi assicuro che ce ne sono un quantità industriale, per tentare di mitigare così lo sforzo dovuto alla lunghezza e alla ‘pesantezza’ della tratta. I miei compagni nel frattempo si erano per la maggior parte già avviati.

Questo è uno dei primi veri momenti poetici che riesco a vivere. Credo di essere tra gli ultimi ad arrivare all’ABC, ma per la prima volta con una strana diversa consapevolezza riguardo luogo e percezione dello stesso da parte del sottoscritto.

Sto lentamente mettendo a fuoco la situazione entrando progressivamente nella ‘faccenda’, sebbene ne sia al momento rimasto ‘scottato’ e anche il mio corpo, oltre alla mia mente, si sta progressivamente allineando.

‘Bisogna trasformare la materia in coscienza’, direbbe qualcuno…

Ma questa montagna resta legata al territorio che la circonda. Il suo lato tibetano guarda all’amicizia, o meglio allo ‘spirito’ di questa. Non so come spiegarlo, ma è qualcosa che progressivamente pervade tutti noi. Infatti il nostro gruppo si dimostra compatto e coeso e tutto fila per il meglio al nostro interno. Due svizzeri, Andreas e Niklaus, la giovane guida, due francesi, Catherine e Pierre, quattro tedeschi, Christian, il più giovane a metà dei suoi quaranta, Michael, Marcus, Robert e il sottoscritto, unico italiano, un po’ più grandi e quasi coetanei.
Dopo questa nostra mezza ‘debacle’, trapela inquietudine un po’ da parte di tutti e si studia il modo, anche facendoci aiutare da qualche sherpa, se necessario, di portare il materiale da trasportare dal ‘camp 1’ al ‘camp 2’, velocizzando i tempi.

Così, alla successiva risalita al ‘camp 1’, a quel punto sguarnito, sarebbe stata nostra cura portarci dietro sacco a pelo e materassino dall’ABC, ma non avremmo più avuto bisogno di caricarci tra ‘camp 1’ e ‘camp 2’ del materiale necessario per allestire il secondo campo, essendo già per la maggior parte piazzato.

Poi avremmo riportato giù tutto da soli fino al ‘camp 1’, potendo in seguito contare da quel tratto fino all’ABC, essendo ormai fuori dall’alta montagna, sull’aiuto di ‘porters’ locali, che ci avrebbero sgravato di parte del peso per questa ultima parte.

Ancora un giorno di riposo.
Dovrebbe essere il primo di due. Continua a serpeggiare una leggera inquietudine da parte del gruppo. Gli sherpa si sono nel frattempo rifugiati a Tingri per leccarsi le ferite. L’abbondante nevicata in quota aveva provato anche loro.

In serata, studiando il bollettino meteo, si decide di ripartire l’indomani, con calma, in mattinata, non prestissimo, per il ‘camp 1’ e tentare così di nuovo, il giorno successivo, di raggiungere il secondo campo. Questo cercando di sfruttare una breve ‘finestra’ di bel tempo. In pratica la mattina successiva, mercoledì 19, subito dopo colazione scegliamo il cibo liofilizzato da mettere nello zaino, sia per i due giorni successivi che per quelli ipotetici di una possibile salita alla vetta.

Camp 2′

Verso le nove riusciamo infine a muoverci.

Camp 2

Giunti alla micidiale ‘killing rope’ dopo circa tre ore, la imbocchiamo con serena rassegnazione e cerchiamo di togliercela di mezzo il più in fretta possibile, tanto che in appena un’ora e mezzo siamo su.

Forse questo primo campo è quello più ‘distante’ dall’ “idea” Cho Oyu. Ti sembra di andare nella direzione contraria, anche se in realtà non è così. Percepisci una soglia da varcare e ti frughi tra le tasche per capire se hai con te il biglietto necessario per passare il tornello che ti darà effettivo accesso a quel mondo il cui riferimento è la ‘Terra degli Dei’, come in Tibetano viene chiamata Lhasa.

Camp 2 all’imbrunire

Ci prepariamo per la notte e ceniamo predisponendoci per l’impegnativa giornata successiva.
Giovedì 20 Settembre eccoci di nuovo alle prese con il tratto tra il primo e il secondo campo. Verso le 7,30, dopo aver scaldato un po’ di neve per una frugale colazione, quanto frugale era stata la cena precedente, ci muoviamo.

Stavolta il tempo sembra volgere al bello e questo fa la differenza.
La salita resta continua quanto micidiale, soprattutto a queste quote, ma le buone condizioni atmosferiche e il bel sole, sempre più preponderante rendono il tutto più sopportabile, anzi, direi decisamente apprezzabile. Giungiamo nuovamente al mitico seracco da risalire e questa volta la mia attenzione è massima.

Tutto è più semplice, diretto e, in un modo o nell’altro, siamo su.

Incredibile, da qui si vede tutto! ‘Camp 1’, ABC…, tutto il percorso necessario per arrivare…!!! Lo Shisha Pangma in lontananza!

Non appena tutti risaliti, si prosegue. Non è prestissimo, quasi le 13, si è perso molto tempo nell’occasione, siamo in generale piuttosto lenti, ma abbiamo davanti ancora qualche ora e la giornata volge decisamente al bello.
Anche il resto del percorso presenta delle ‘impennate’ micidiali che sembrano non finire mai. Solo qualche rara tregua, con il pendio che si ammorbidisce per brevi tratti. Ci vorranno quasi altre tre ore per giungere al secondo campo, poco oltre le 15.

Fa freddino, ma è ancora bel tempo. Sistemiamo le tende per la notte, ovviamente dopo esserci ripresi, ci prepariamo qualcosa da mangiare, nel mio caso una zuppetta ‘knor’ liofilizzata, che mi rimarrà sullo stomaco per tutto il tempo, e qualche pezzo di grana che non andrà né su, né giù.

Durante la salita e poco dopo l’arrivo, non appena ripresi, c’è addirittura il tempo per delle foto e, finalmente, per godermi un po’ tutto l’insieme. Appena il sole comincia a ritirarsi noi lo imitiamo prendendo rifugio nei sacchi a pelo all’interno delle tende.

Ma la notte non è delle migliori. Continui sbalzi d’ansia e risvegli, non so se dovuti alla quota o alla preoccupazione, mitigati da qualche sorso d’acqua abbinato all’assunzione di fiori di Bach, per consentirmi tregue con qualche mezz’ora di sonno decente.
In più mette su un vento e prende a nevicare con una certa intensità.
Alla fine mi sveglio non appena albeggia. È venerdì 21. Il tempo è quello che è, freddino, nevica, foschia/nebbia, vento forte a tratti.
Fugace quanto simbolica colazione con la solita neve squagliata e per le 7,30 ci incamminiamo verso l’ABC, con mia profonda costernazione.

Non so quanto avrei dato per proseguire e non dover ridiscendere al punto di partenza.

Ma in effetti non è possibile fare altrimenti. Basta rimettersi in cammino per capirlo. Le tracce sono quasi coperte dalle nevicata in corso.

Però, nonostante nebbia, vento e neve, grazie all’atmosfera mattutina, si scende senza grossi problemi.

Le prime calate vanno bene e arrivato a quella del seracco, uno sherpa sbucato improvvisamente chissà da dove mi indirizza sulla corda giusta così che possa calarmi fin da subito, senza attendere i compagni e mi ritrovo improvvisamente primo tanto da potermi immediatamente muovere verso il ‘camp 1′ tra la nebbia, potendo però contare sulla presenza di corde fisse ed evidenti tracce. La discesa prosegue regolare. Ci vuole un po’, ma alla fine arrivo e quando sopraggiungono i miei compagni sono già pronto per avviarmi al tratto di discesa successivo, verso l’ABC.

Niklaus mi raggiungerà poco dopo per poi ‘scortarmi’ fino al campo avanzato dove arriveremo, con sorprendente velocità, verso le 12,30, sotto un sottile nevischio.

Ancora un sabato, il 22, come giorno di riposo.
Dormo meglio che a casa. Mi sveglio prima dell’alba che attendo con piacere e pigrizia mista alla soddisfazione. La giornata scorrerà via così, forse anche un po’ noiosa, in attesa che il tempo, e noi anche, ci si rimetta tutti in sesto.
Lo stesso vale per la successiva Domenica 23, ancora giorno di riposo, e il lunedì 24.

Concentrazione e preparativi. 
La giornata trascorre senza scosse e il tempo passa.

L’emozione legata al territorio, al mito e al sacro di quei luoghi si trasforma, compenetrandosi, nell’intima emozione di andare a toccare i tuoi limiti, sapendo di dover ulteriormente rinunciare in parte a molte delle tue abituali comodità e sicurezze. Per carità, niente di straordinario, ma non puoi sapere cosa ti aspetta a quelle quote, puoi solo cercare di prevedere e, per quanto possibile, immaginare.

Cinque giorni per tentare la vetta

Il 25, martedì ci si muove con calma. Non c’è tutta questa fretta. Dobbiamo arrivare al primo campo, portandoci su sacchi a pelo e materassino, oltre il cibo, in quanto il materiale che era in precedenza al ‘camp 1’ si trova ora al campo successivo.

Ormai conosciamo bene la strada. Verso le 9 siamo ancora a farci le foto di gruppo prima della partenza.

Sono commosso, in verità, ed intimamente scosso. Si tratta di due tipi diversi di emozioni che si intrecciano, interfacciandosi. Quelle personali, più intime e recondite e quelle esterne, legate al ‘sociale’ fatto di luoghi e persone e di tutto ciò che stai vivendo, lì ed ora.

E la montagna resta alle nostre spalle, inamovibile.

Sembra quasi un ritratto appeso alla parete. Di quei ritratti che danno importanza al luogo dove ci si trova, un luogo quasi ‘istituzionale’, un po’ come le foto di questo o quell’importante personaggio nelle sale di rappresentanza in scuole e uffici pubblici.

All’interno del gruppo tutto questo non trapela, almeno con le parole, ma viene di certo percepito, con i fatti.

Cinque giorni per il nostro tentativo di raggiungere la vetta.

Sappiamo di giocarci l’unica chance a disposizione.

Non ci sarà tempo per altri tentativi.

Nessuno di noi ha mai compiuto qualcosa del genere, anche se qualcuno ci ha già provato, in precedenti spedizioni, senza però raggiungere l’obiettivo.

Nove ‘omini’ piccini alle prese con il nostro ‘Gulliver’.

Si parte: per la quinta e ultima volta attraverso la faticosa, lunghissima e oltremodo scomoda morena glaciale fatta di continui saliscendi e incastonata su pietre, massi e ghiaccio, fino all’orrida, micidiale ‘killing rope’, da risalire per l’ennesima volta.
Io ormai vado come un missile, pur di togliermela di mezzo e arrivo su con Niklaus e Michael, il simpaticissimo compagno ‘trattorino’ ‘grimpeur’.

Gli altri seguiranno con calma, fatto salvo per Catherine, avviatasi per prima.
Appena arrivati sistemiamo per la notte quanto portato e iniziamo il rito dello scioglimento della neve per cena e bevande.

Il successivo mercoledì 26 ci muoviamo di buona lena, verso le 7,30, alla volta del secondo campo. Siamo sgranati, ma mi sento piuttosto bene e la mia progressione è fluida e consistente. Arrivo tra i primi del gruppo al famoso ‘icefall’ che ormai conosco. Fatica tanta, ma si sa, fa parte del gioco e in qualche modo, presto o tardi, si arriva, anche se mezzi morti.

Il tempo regge e l’indomani, con calma, visto la relativa vicinanza, ci avviamo per il campo 3, collocato a 7.600 metri, 400 m più in alto rispetto al secondo.
Le pendenze da rimontare sono sempre di tutto rispetto e a quelle quote diventano micidiali. Ma tra secondo e terzo campo non ci sono difficoltà tecniche. C’è solo da risalire. Al nostro arrivo nevischia e ci rintaniamo al solito nei sacchi a pelo dentro le tende, stravolti.

Camp 3

Il ‘camp 3’ è piazzato in un’area piuttosto ristretta e angusta. Non così frequentato da chi, con l’aiuto dell’ossigeno, preferisce tentare di raggiungere la vetta direttamente dal secondo campo. Inoltre può essere soggetto a valanghe. È già successo in passato.
Io però mi sento bene e piuttosto tranquillo. Dormo così profondamente che la mattina dopo rischio di non svegliarmi nemmeno per la partenza!

Venerdì 28. È il giorno fatidico.
Cerchiamo di scaglionare la partenza tra la mezzanotte e l’una, a seconda di chi avrebbe utilizzato l’ossigeno e chi no. Dovrebbe esserci sufficiente a precedere eventuali scalatori provenienti dal ‘camp 2’.

Invece non è così. Ci ritroviamo nel bel mezzo di una doppia ascesa compiuta da più cordate di scalatori, russi e cinesi.
Non fa freddissimo, anche se tira un vento gelido a folate, per fortuna senza mai oltrepassare il limite dell’insopportabile.


Si parte subito con una pendenza taglia gambe per poi arrivare dopo circa un paio d’ore alla famosa ‘yellow band’, una fascia rocciosa orizzontale, appunto tendente al giallo, un tratto di misto neve, ghiaccio e roccia a circa 7.700 m che ‘taglia’ in maniera marcata ed evidente quel tratto di montagna.
Si tratta di un piccolo ‘salto’ sufficiente a creare un rallentamento spaventoso nella linea di scalatori determinatasi per la somma delle varie cordate presenti.
Le continue soste e attese creano forse più problemi dell’ascesa stessa.

Devo muovere in continuazione le dita di mani e piedi per evitare che diano problemi, soprattutto durante le folate di vento.

La concentrazione è massima. Se chi ti precede è in crisi e capisci di doverlo superare, il solo fatto di affrettare il passo per farlo rischia di far ‘saltare il banco’ perdendo il precario equilibrio sino a quel momento faticosamente raggiunto per mantenere i giusti ‘giri’ della tua respirazione.

Quando arriva il ‘salto’ lo fai, dopo averlo a lungo studiato guardando chi ti precedeva. Ma poi ti senti subito venir meno, immediatamente dopo.

Non solo il cuore è in gola, ma rischia di uscirti dalla bocca.

Non sai dove girarti, gli occhi ti escono dalle orbite, sembra di impazzire e ti ci vuole qualche secondo, se non minuto, per ristabilire un equilibrio nella tua respirazione e poter così continuare la salita.

Non c’è tregua. Pendenze di un certo rilievo continuano ad aggiungersi a quelle appena superate.

Ma, nonostante tutto, tu sai che ci sei e tutto sommato senti che puoi contare su di te e sul tuo fisico.

Devi solo cercare di non perderne il controllo. Il tuo motore ‘gira’ e non puoi che essergliene grato.

Grazie!

Intanto comincia ad albeggiare e puoi guardarti intorno…guardare alle tue spalle…

Uno spettacolo magnifico!

Summit Everest e Lhotse Back

Cominci ad avere una pallida idea di dove effettivamente sei. Devi tornare subito a guardare avanti perché rischi di perderti…

Mai avresti creduto di poter godere di tanta vista.

Qualcosa di straordinario! Ancora una rapida occhiata, di lato, dietro di te…

Continui a sentirti sperso dentro le pagine di questo incredibile libro in cui sei finito.

E un ottomila, lo stai realizzando, ha uno sviluppo infinitamente più ampio di un settemila, ma è lì e tu hai l’enorme fortuna di poterci essere e te ne senti onorato, oltre che gratificato.

Devi controllare le tue emozioni e ricacciare tutto indietro.

La pendenza si addolcisce lievemente, ti sembra di esserci, ma uno degli sherpa ti parla di quarantacinque minuti ancora, per arrivare.

La fatica è tanta, il passo rallenta fino all’esasperazione.

Incredibile quanto si riesca ad essere lenti!

Quella che avresti detto essere la vetta in realtà te la lasci di lato, a ovest, per proseguire verso est e raggiungere davvero finalmente la cima di questa bellissima Dea Turchese! Saranno circa le 8,30/9.

Continuo a sentirmi bene, ma devo ammettere a tratti il parziale aiuto dell’ossigeno durante questo ultimo tratto, dopo una ponderata scelta, per evitare di correre rischi inutili, trattandosi del mio primo ottomila.

L’Everest, il Lhotse, più avanti il Makalu, anche se nascosto, l’Ama Dablam, tutti di fronte a te…sembra di toccarli!

Ritrovo in vetta alcuni dei compagni nel frattempo arrivati, prima o dopo di me.

Summit Mas Everest Back

Ci abbracciamo. La giornata è stupenda.

Siamo stati fortunati, ma siamo anche un po’ in ritardo. Quindi, appena il tempo di scattare qualche foto, mettere in bocca un cioccolatino e bere qualche goccia dalle mie borracce in gran parte ghiacciate e di nuovo giù.

La discesa

Affronto la discesa praticamente da solo. Niklaus è già sceso e gli sherpa hanno il loro bel da fare. Precedo i miei compagni e riprendo Catherine, che si era avviata prima di me. Giunto nei pressi della ‘yellow band’, ma anche nel tratto immediatamente precedente, mi ritrovo davanti alcuni degli alpinisti di altre spedizioni che stanno arrampicando in discesa, con protezioni sommarie.

Troppo pericoloso, a mio avviso. Decido di calarmi.

Una delle alpiniste russe mi dà una mano al termine della prima calata per un piccolo problema legato al discensore: grazie!

Giunto al campo 3 recupero sacco a pelo, materassino e vettovaglie, caricandomeli sullo zaino. Accetto con piacere una tazza di tè caldo offertami dallo sherpa che stava smontando il campo, mi riposo un attimo, e riprendo a muovermi in direzione del secondo campo dove avevo altro materiale da recuperare.

Vi arrivo abbastanza bene, anche se è ormai calata una nebbia fittissima unita ad un leggero nevischio. Carico anche quest’ultimo materiale, un ulteriore sacco, all’esterno del mio zaino, legandolo frettolosamente. Mi faccio aiutare per rimettere sulle spalle lo zaino, a quel punto piuttosto pesante, e torno a muovermi in direzione del primo campo, di lì a poco raggiunto e superato da Catherine, che scendendo ‘arrampicando’ riusciva ad essere più veloce di me che invece mi calavo.

La visibilità è pressoché nulla, ma la traccia piuttosto evidente. Arrivati al fatidico ‘icefall’, una volta iniziata la calata, sento un rumore di cordino spezzato e con la coda dell’occhio vedo il mio sacco sistemato sopra lo zaino volare di lato in luoghi irraggiungibili del versante ovest della parete. ‘Bye bye’ …beh, pazienza!

Ancora più concentrato, visto la piccola disavventura, cerco di raggiungere finalmente il ‘camp 1’. Sono circa le 16.

Mi infilo nella tenda, scaldo quanta più neve possibile, la bevo dopo avervi aggiunto una bustina di tè e riempio anche una borraccia di acqua calda per scaldarmi, mi infilo nel sacco a pelo e, con il sole ormai al tramonto, mi addormento, svegliato, con sorpresa, a buio, verso le 19,30, dall’arrivo del mio compagno di tenda e degli altri che immaginavo ormai fermi al secondo campo.

Il rientro all’ABC

Sabato 29 mi sveglio presto al ‘camp 1’ con la voglia di muovermi verso l’ABC al più presto anche se con la dovuta calma e circospezione. Bevo quel poco che posso salvato dal gelo – quando imparerò a utilizzare le borracce…- e poi mi incammino verso le 7/7,30, non prima di aver preparato il materiale da lasciare ai ‘porters’ per questo tratto conclusivo.

Affronto la solita orrida discesa con l’intima soddisfazione che sarà l’ultima.

Faccio fatica a stare in piedi e le batterie sono scariche. Con l’arrivo del sole la situazione migliora, un po’. L’acqua comincia a sciogliersi e ogni tanto mi concedo un sorso. La discesa è finita, ma ci vorranno ancora circa tre ore tra sassi, continue salite e ridiscese, ghiaccio nascosto, massi, per arrivare all’agognato ABC. A poco più di metà del percorso, quando mi sembrava di essermi perso, mi vedo sorpassare da un aitante sherpa ‘How are you? That’s the way’, di qualche altra spedizione, che vedendomi un po’ sperso, oltre ad indicarmi la corretta via per proseguire verso l’ABC, mi indica il suo collaboratore che aprendo le sue borse, mi offre una coca e degli ‘snack’.

Una coca!!!!! 

Il paradiso!

A colazione avevo ingoiato dei cioccolatini e andavo avanti con i sorsi d’acqua che man mano si scongelavano… ‘gin tonic’, pensavo…
Stappo la coca e sogno: un miracolo. Riprendo a camminare cercando di memorizzare il più possibile la direzione presa dal mio benefattore che si allontana velocemente verso l’agognata meta. Continuo con il mio passo incerto e da lì a un po’ vedrò le prime tende del campo base avanzato.

Eccomi, sono circa le 11, tardissimo, ma sono tutto intero e ho fatto moltissime pause.
Al mio arrivo i compagni già lì ad accogliermi, tre per la precisione, Catherine, che era scesa la sera prima, arrivando a buio, bravissima!!!, e gli altri due giunti anche loro il giorno prima, avendo dovuto rinunciare però a raggiungere la vetta, scoprirò da lì a poco…

Ci stringiamo festosi in un abbraccio multiplo, sorridenti.

Ce l’abbiamo fatta!

Restiamo in attesa dell’arrivo degli altri che si materializzeranno tra le rocce in vista del campo nelle prime ore del pomeriggio.

Docce, ‘barbe rasate’, racconti e festeggiamenti.

E’ tempo di uscire dal libro dove ci eravamo infilati magicamente ormai più di un mese fa, e tornare alla realtà.

Finalmente pranzo/merenda tutti insieme. Stiamo bene e siamo tutti interi.

Questa è la cosa più importante.

Certo il mio corpo, poverino, qualche segnale di scompenso dovuto alla disidratazione lo darà, ma tutto superabile nel giro di un paio di giorni.

Per il resto non posso davvero che essere grato per quanto ci è stato concesso e per la ‘macchina’ messami fortunatamente a disposizione.

Ci vorrà ancora un bel po’, fin dopo il mio rientro in Italia, per recuperare al meglio, soprattutto dal punto di vista della respirazione e degli occhi, e per recuperare un po’ dei circa 8 kg persi nel frattempo.

Ma va bene così! Ci mancherebbe. Ci sono anche gli Angeli delle lasagne!

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