“Speciale Cassin”

Gli alpinisti fiorentini sulla Via Cassin alla Nord delle Grandes Jorasses

di Leandro Benincasi

Tracciato della Via Cassin, con indicazione dei punti caratteristici della parete (Fonte Wikimedia Commons)

L’ascensione dell’allora inviolata parete nord delle Grandes Jorasses (4208 m) costituiva negli anni ’30, assieme alle pareti nord del Cervino e dell’Eiger, uno dei “tre grandi problemi alpinistici delle Alpi”,  

La sua conquista non fu semplice ed i primi tentativi finirono anche tragicamente, ma alla fine la parete fu vinta da M. Meier e R. Peters nel 1935 per il pilastro centrale. Tale conquista però non fu ritenuta soddisfacente, perché lasciava aperto il vero problema, quello del percorso più diretto per lo sperone Walker, il solo che conduceva alla vetta principale. 

Molti erano i candidati alla conquista di questo nuovo obiettivo, sostanzialmente i soliti fortissimi che frequentavano assiduamente il massiccio del M. Bianco, francesi e italiani in testa. La fortuna però non arrise a nessuno di quegli agguerriti pretendenti, premiò invece uno “straniero”, un estraneo, un alpinista che non aveva mai frequentato quei luoghi e che aveva visto per la prima volta quella parete solo in una cartolina, mostratagli dall’amico Vittorio Varale. Ma si trattava di uno “straniero” particolare. Quell’alpinista era il fortissimo Riccardo Cassin, l’alpinista che non era mai tornato indietro da una parete. E così, nel 1938, Riccardo attaccò la parete senza alcun timore reverenziale, assieme a Luigi Esposito e Ugo Tizzoni e in tre giorni risolse il problema. Da quel giorno la via Cassin allo sperone Walker è diventata la salita di riferimento per generazioni di alpinisti, indispensabile banco di prova per dimostrare le proprie capacità alpinistiche, atletiche e mentali. 

La prima ripetizione della via non fu immediata, a causa delle vicende belliche che sconvolsero l’Europa. Dovranno passare sette anni prima di assistere alla seconda salita, per merito di Rebuffat e Frendo.  

La prima italiana è del 1949, e porta i nomi di Bonatti, Oggioni, Bianchi e Villa, preceduti da rare ripetizioni che annoverano i grandi nomi dell’alpinismo. Le successive ripetizioni porteranno sempre i nomi degli alpinisti di punta dell’epoca. 

Lo sperone Walker e l’alpinismo fiorentino 

Anche l’alpinismo fiorentino si è interessato a questa grande salita, ed in varie epoche è riuscito ad effettuarne la ripetizione. L’ultima, in ordine di tempo, è quella portata a termine la scorsa estate dalla cordata di Jacopo Baldi, Niccolò Raffaelli e Carlo Gianassi (quest’ultimo di Sesto Fiorentino). 

Con grande piacere ne presentiamo qui il racconto, descritto dallo stesso Jacopo. 

Le precedenti ripetizioni fiorentine sono opera di Mario Verin e Leandro Benincasi nel 1969  e di Carlo Amore e Mauro Rontini (borghigiani, ma fiorentini di adozione) nel 1988. 

Per uno strano gioco di coincidenze numeriche, è sorpendente constatare come in queste ascensioni ricorra il numero 50: la prima ripetizione fiorentina è avvenuta cinquant’anni fa, la più recente è stata fatta cinquant’anni più tardi, la ripetizione di mezzo è stata fatta in occasione del cinquantesimo della prima di Cassin, ed infine, incredibile, la somma degli anni dei due primi ripetitori fiorentini (Mario e Leandro) dà anch’esso il numero cinquanta (27 + 23 = 50). Magie fiorentine… 

Assieme allo scritto di Jacopo, si reputa di fare cosa gradita ricordare brevemente anche le passate esperienze, che consentiranno un interessante raffronto fra tecniche e motivazioni così distanti nel tempo, permettendo altresì di verificare i profondi e drammatici cambiamenti delle condizioni glaciali di queste nostre montagne. 

Sperone Walker oggi

Testo e foto di Jacopo Baldi

Per usare le parole di Cassin “è un muro lungo 1500 m e alto 1200 m […] la continuità degli speroni è assoluta: dal crepacciato ghiacciaio puntano alle cime senza interruzioni, senza punti deboli”.
Mamma mia quanto è alto… ma noi ce la faremo ad arrivare in cima?

Il traverso sulla torre rossa che segna la fine delle difficoltà

“Il Giana è motivato: vuole fare la Cassin alle Grandes Jorasses. Io ho già preso ferie per il 18 e 19 Giugno. Preparati!” … e con questa sintetica telefonata di Nicco l’obiettivo sembra fissato. La meta è ancora così lontana che sembra uno di quei discorsi che si fanno, così tanto per dire… o, in questo caso, per spararla grossa! 

Per fare un po’ di quota in vista dell’obiettivo, ci piacerebbe salire l’altra grande Cassin sulla Nord del Pizzo Badile; le condizioni meteorologiche purtroppo ci costringono a desistere. Nella zona del rifugio Pontese e del Becco di Valsoera il meteo sembra invece accettabile, perché a noi si sa il sole e ‘un ci garba troppo. 

La motivazione è alta, decidiamo di metterci alla prova e di osare. Scegliamo Imagine, una recente via alpinistica in chiave moderna (soste a spit) con 350m di sviluppo e difficoltà fino al 7a. È la prima volta che affrontiamo difficoltà così elevate su granito, ben diverso dal nostro calcare… chissà se saremo all’altezza! L’esperimento funziona, anche se l’impegno richiesto è alto: ovviamente il tiro chiave ci tocca salirlo sotto una battente pioggerellina mista a neve, perché a noi si sa il sole e ‘un ci garba troppo! La scalata è comunque sempre entusiasmante e il particolare colore giallo dei licheni rende l’ambiente ancor più scenografico. Insomma è una splendida via di cui sarebbe bello continuare a parlare, ma questa è un’altra storia. 

Il tiro chiave di 7a tra i caratteristici licheni gialli sulla via. Immagine al Becco di Valsoera

Torniamo a noi. 

La Cassin alle Jorasses penso sia il grande sogno di ogni alpinista e come le grandi avventure richiede ottima preparazione fisica e mentale. Il braccio c’è, ma la gamba non è proprio al top: quest’anno ho sciato poco e corso ancora meno e questa consapevolezza mi rende dubbioso sul da farsi. 

I giorni prima della partenza sono infatti densi di emozioni e il mio stato d’animo ricorda quello di dr. Jekyll e mr. Hyde: “non sono allenato abbastanza per poterla salire, rischio di compromettere la gita a tutti; ma sì, ce la posso fare, le relazioni parlano di tanto III e IV e qualche tiro di VI: ce la faccio; no dai è troppo lunga, una volta in cima bisogna affrontare anche tutta la complessa discesa…”

Tra un dubbio e l’altro mi ritrovo in macchina diretto a Chamonix.  

Le notizie dal rifugio Leschaux sono ottime: la via è in super condizioni e il meteo sembra stabile con minime intorno ai -10°C. Insomma pare proprio che andremo a salirla per davvero! Mr Hyde cerca ogni tanto di dire la sua, ma mi costringo a pensare positivo. 

Il viaggio scorre veloce tra le chiacchiere e lo studio ossessivo delle mille relazioni che abbiamo stampato… chissà quale sarà la più corretta! Al parcheggio del trenino di Montenvers facciamo la rituale cernita del materiale, questa volta però l’obiettivo sarà essere fast and light. Razioniamo tutto e eliminiamo il non veramente necessario, partendo però con appena 2,25 litri di acqua in totale, decisione che poi pagheremo. 

Sbam

Il ribelle sperone si lascia ammirare dalla terrazza di Montenvers. Rimane seminascosto in fondo alla valle, ma già da lontano si intuisce la sua possente mole e l’interminabile sviluppo: “maremma quanto è alto!”. Il duello fra dr. Jekyll e mr. Hyde continua silenzioso, ma il panorama è troppo bello per lasciarsi distrarre.  

Il difficile diedro Rebuffat alle prime luci del sole

Al rifugio Leschaux conosciamo le altre cordate che tenteranno la salita con noi. Quattro in tutto: una italiana oltre alla nostra e due francesi, di cui una composta da cliente e due guide che conoscono già la via: “a posto, ci s’ha anche il navigatore!”

Il rifugio è un piccolo nido d’aquila, arroccato sul fianco della montagna. Un baratro lo divide ormai dall’omonimo ghiacciaio sottostante, colmato da una triste infilata di scalette metalliche che si inerpicano lungo le rocce levigate dal ghiaccio. La parete si innalza invece poco più avanti, come una diga a chiudere la valle. Il sole è basso all’orizzonte e qualche nuvola inizia ad avvolgere le vette. Sfruttiamo le ultime luci per sbirciare la parete col cannocchiale del rifugio. Gli occhi scrutano e la mente ripercorre la relazione: “si attacca sulla destra del facile zoccolo basale, poi il diedro Rebuffat. Si traversa a destra fino al diedro di 75m. Breve doppia e si raggiungono le placche grigie. Poi la torre grigia e il nevaio triangolare, i camini rossi e infine la torre rossa”. A parole sembra semplice, quando saremo lì… però? 

La cena riunisce tutti intorno al tavolo e fare amicizia è quasi inevitabile. Si parla un po’ francese e un po’ italiano,; in qualche modo riusciamo ad intenderci. Sembrano tutti molto forti e preparati, con ampi curriculum alle spalle. Noi saremo gli unici con gli zaini pesanti per la roba da bivacco, ma in questi casi – si sa – è meglio aver paura che buscarne

La notte passa veloce tra un pensiero e un sogno e tra un sogno e un pensiero… inutile dirlo, l’emozione è tanta e prendere sonno non è così scontato. Dopo appena quattro ore è già comunque tempo di alzarsi: l’aria fuori è frizzante e il cielo sembra un immenso tappeto stellato. Alle 1:15 iniziamo la marcia verso la parete. Procediamo veloci lungo il ghiacciaio di Leschaux e alle 3:30 attacchiamo lo sperone. Parte dello zoccolo lo abbiamo aggirato sulla destra percorrendo uno scivolo di ghiaccio e neve a 60°. Adesso però finalmente si scala su roccia… con guanti e scarponi ovviamente! 

Il lungo traverso ghiacciato dopo il diedro Rebuffat

Nicco guida la cordata. Procede spedito in conserva nel buio della notte. Insegue i puntini luminosi delle due guide davanti, macinando terreno come se corresse. Lungo lo zoccolo le difficoltà son contenute, ma la roccia è marcia e ogni tanto una pioggia di pietre rompe il silenzio della notte: attimi critici che sembrano infiniti, poi di nuovo la calma e si riprende a scalare. 

Nicco e Carlino nel caratteristico diedro di 75m

Un timido sole saluta la notte mentre lo sperone lentamente si infuoca. Alle 5:40 pochi tiri ci separano dal temuto diedro Rebuffat. Calziamo le scarpette insieme ai calzini e aspettiamo il nostro turno dietro alle due cordate francesi… avere il navigatore purtroppo ha i suoi pro e i suoi contro! 

Il diedro è ostico e salirlo in libera non è banale. Mani e piedi sono ancora assopiti dal freddo e spesso si rifiutano di obbedire ai comandi imposti. Con un po’ di fatica usciamo dal tiro e raggiungiamo la grande terrazza dove Cassin allestì il primo bivacco. Tutto molto bello ed emozionante, ma Nicco torna in modalità fast e riprende a correre lungo le placche ghiacciate e poi sul filo dello sperone: “quando la corda finisce, voi partite”. Poche frasi, semplici e precise, perché il tic toc dell’orologio continua inesorabile, ogni minuto è prezioso. 

Il caratteristico diedro di 75m è impressionante vederlo da sotto: sembra disegnato a mano su un foglio di carta e poi sagomato con riga e squadra come da progetto. Due perfette pagine di un libro aperte a 90° e puntate contro il cielo: magico! 

Come da programma ci scambiamo le corde: sarò io adesso ad aprire la strada! La coda intanto è aumentata perché abbiamo recuperato la cordata che il giorno prima aveva bivaccato sulla terrazza Cassin. 

Tocca a me. 

Il secondo grande ostacolo mi sovrasta con aria di sfida: anche questo è ostico, meno tecnico ma più fisico, e superarlo in libera richiede una buona dose di impegno. L’estetica del tiro è comunque impressionante: sembra di danzare a mezzaria sorretti da fili invisibili sul ghiacciaio di Leschaux, prima nel fondo del diedro, poi sulla faccia sinistra e di nuovo nel fondo. Incastri, dulfer e faticose spaccate si susseguono. Fa impressione pensare che quei chiodi incastrati li piantò Cassin nel lontano 1938. 

I tiri si susseguono uno dietro l’altro: IV, V, V+ chissà cosa fossero… ormai non ci si fa nemmeno troppa attenzione, cerchiamo solo di essere veloci e di non perdere il nostro navigatore. Superiamo la breve doppia e poi lo strapiombo ghiacciato. Una rampa più facile e siamo alla base delle difficili placche grigie. Carlino passa al comando e inizia a navigare in quello sconfinato oceano di granito. 

Il tiro d’accesso è molto sostenuto, gira lungo la parete descrivendo un’ampia esse, poi affronta un delicato traverso e si infila in un ostico diedro: “qui c’è da tirare sul serio!” Carlino lotta contro le difficoltà ed esce vittorioso dal tiro. Riprende la sua corsa verso l’alto fino alla cima della Torre Grigia. Esultiamo: le difficoltà maggiori sono finite, ma la vetta purtroppo è ancora lontana. La voglia di acqua inizia lentamente a consumarci, ma fermarsi a sciogliere un po’ di neve non è contemplabile… bisogna salire! 

Carlino alla fine dei camini rossi, sovrastato dalla torre rossa
L’alba sull’Aiguille du Midi e l’Aiuguille du Plan al risveglio… “appesi” in parete

Superiamo il caratteristico nevaio triangolare con due tiri di ghiaccio e poi i tetri Camini Rossi. Sembrano mancare pochi tiri, ma percorsone uno, altri tre se ne aggiungono… assurdo, sembra un gioco di prestigio! Lasciamo perdere il conto alla rovescia per smetterla di illuderci e ci concentriamo solo sulla scalata e a reprimere la voglia di acqua che ormai ci sta torturando. 

La Torre Rossa si infuoca alle ultime ore di luce. Il sole è quasi sparito dietro i profili delle montagne e la stanchezza inizia a farsi sentire. L’idea di uscire in giornata lentamente sfuma. 

Il tramonto sull’Aiguille du Midi dal bivacco

Carlino si destreggia tra il ghiaccio e la roccia con arrampicata delicata e protezioni spesso aleatorie, poi affronta l’estetico traverso alla base della Torre Rossa e finalmente siamo sulla rampa sommitale. 21:10 il sole si è quasi spento e il bivacco è ormai una certezza. Mancano solo 100m alla vetta, ma raggiungerla non avrebbe senso: bivaccare a Nord o a Sud sarebbe identico, almeno qui però c’è un nuovissimo anello inox e una piccola piazzola di sassi. Anche l’altra cordata italiana che ci ha pedinato per tutta la salita opta per fermarsi con noi.  

Immobili dentro al sacco a pelo, ammiriamo quella palla arancione sparire dietro ai profili dei monti. Poi cala la notte e con essa il freddo. Mi sembra di essere una di quelle cordate in spedizione che si vedono nei documentari: tutti rannicchiati dentro ai sacchi sul ciglio del baratro, con le corde ad assicurarci alla parete. Il materiale appeso alla roccia e i tortellini a cuocere nel jetboil… sembra proprio di essere in spedizione su una parete extraeuropea … vabbè non ci allarghiamo troppo! 

Il bivacco in parete proprio sotto la vetta

L’alba in montagna è sempre magica, ma vederla dalla Nord delle Grandes Jorasses regala un’emozione ancora più intensa. Sembra quasi più bella. 

Alle 6:50, saliamo gli ultimi due tiri di roccia, poi Nicco affronta quello finale su roccia e ghiaccio. Si sente un urlo di felicità: è in cima. Io lo raggiungo e Carlino mi segue. Ci abbracciamo soddisfatti con gli occhi lucidi: sarà difficile dimenticare l’emozione provata nello sbucare sulla calotta nevosa sommitale e realizzare di essere in cima alle leggendarie Grandes Jorasse.  

Siamo fuori!

Sono le 8:20, la vetta è conquistata… un piccolo grande sogno che si avvera. 

Ci aspetta ora la discesa al Rifugio Boccalatte che sarà lunga e delicata: soltanto alle 15 potremo dire: “ce l’abbiamo fatta!”. 

Sperone Walker 50 anni fa

Testo e foto di Leandro Benincasi

Esattamente mezzo secolo fa, nell’estate del 1969, io e Mario salivamo lo sperone Walker per la via Cassin. Era il coronamento di un nostro grande sogno, lo stesso sogno che ci accumunava a tanti alpinisti dell’epoca.

La parete al tramonto, vista dal rifugio Leschaux. Si possono notare le condizioni di maggior innevamento rispetto alla situazione attuale. Alcuni nevai pensili, qui presenti, sono oggi scomparsi.

Raggiungemmo quel traguardo in quell’anno speciale, particolare, estremo, oggi ricordato per eventi di grande rilevanza, alcuni meravigliosi, altri drammatici: per la conquista della Luna, per la rivoluzione dei costumi, purtroppo anche per la strage di Piazza Fontana. E in quella calda estate, proprio nei giorni in cui il mondo festeggiava lo sbarco dell’uomo sulla Luna, noi più modestamente brindavamo per la nostra impresa, il nostro piccolo sbarco sulla vetta delle Grandes Jorasses. 

A pensarci bene, fu tutto piuttosto facile, o per meglio dire, semplice e consequenziale. Non voglio far credere che sia stata una passeggiata, perché in realtà arrivammo provati sulla vetta, ma tutto si svolse nel migliore dei modi, senza patemi, senza errori o altro. E questo, grazie alla nostra preparazione, fatta di allenamenti quasi quotidiani nelle nostre cave di Maiano e della Faentina e di ripetute uscite al Procinto e al Pizzo d’Uccello. Ovvero difficoltà e lunghezza. E poi io e Mario, senza neanche consultarci, studiavamo autonomamente le relazioni della via, cercando di memorizzare il percorso di salita. Conoscevamo tutti i punti caratteristici della via: la rampa iniziale, il diedro Rebuffat, les bandes de glace, il diedro di 75 metri, le rappel pendulaireles dalles noiresles dalles grises, il nevaio triangolare, infine le couloir rouge. Nomi che erano entrati oramai nella storia dell’alpinismo. 

Poi prestammo grande attenzione al materiale necessario a questo genere di scalata. Per il vestiario si rendeva indispensabile un equipaggiamento pesante: pantaloni di lana, camicia e golf di lana (il pile non esisteva), sacco da bivacco e giacca imbottita di piumino. Poi fornellino a gas e viveri per più giorni. Sulla questione viveri eravamo all’anno zero: pane, prosciutto, albicocche e banane secche. Le barrette energetiche e i gel erano da inventare. Per il materiale tecnico, optammo per una scelta rischiosa, ma a vantaggio della leggerezza: una sola piccozza in due, ma ramponi, martello e chiodi personali. Ne venne fuori comunque un bel carico. 

Preparazione del materiale: 1) due corde di 40 m; 2) casco; 3) viveri e medicinali; 4) martello; 5) tanichetta da 2 litri; 6) una dozzina di chiodi; 7) una decina di moschettoni; 8) piccozza; 9) cordini; 10) vestiario vario; 11) ramponi; 12) scarponi; 13) fornellino a gas; 14) sacco da bivacco.

L’avvicinamento 

Innanzitutto la partenza. Per me la salita era cominciata ben prima del punto d’attacco dello sperone. Potrei dire che aveva avuto inizio fin da Chamonix, quando si abbandona il paese e si sale con il trenino a Montenvers. Si era trattato di un progressivo distacco dal mondo “civile”, mondano, e di un lento avvicinamento a un ambiente severo e solitario. Quando scendemmo dal trenino eravamo ancora circondati dalla folla festosa e spensierata dei turisti, ma avvicinandosi alla Mer de Glace la presenza umana andò gradualmente a ridursi. Il sentiero, inizialmente circondato dalle ultime bancarelle di souvenir, divenne più stretto, più sassoso e infine solitario. Mentre le voci andavano scomparendo, il sentiero giunse al suo termine, davanti a un profondo salto di rocce, sul cui fondo si stendeva il ghiacciaio. Scendemmo su quel lungo fiume di ghiaccio e dopo una lunga ma comoda risalita arrivammo al rifugio Leschaux. Eravamo entrati in un’altra dimensione. A quel punto il distacco dalla “civiltà” poteva dirsi completato. Restava solo il rumoroso silenzio dell’alta montagna. 

Mario Verin affronta la prima difficoltà della via: il “diedro Rebuffat

La salita 

Lasciamo il rifugio all’una di notte. Ricordo l’odore fresco del ghiacciaio e il cielo nero brulicante di stelle. Arrivati nei pressi dell’attacco, constatato che era ancora troppo presto, ci prepariamo un tè bollente, struggendo un pentolino di neve. Alle quattro e mezzo iniziamo la scalata. Partiamo velocissimi, a tratti procedendo di conserva e distanziando due cordate concorrenti. In breve si giunge e si supera il diedro Rebuffat, la prima vera difficoltà, baciati dal primo sole mattutino. 

Il tratto superiore del “diedro di 75 metri”

Verso le nove e mezzo arriviamo ai piedi del diedro di 75 metri e ci fermiamo a fare colazione con pane e prosciutto, roba da signori. Ci sorprendiamo per la rapidità della nostra progressione: vuoi vedere che ce la facciamo in giornata? Ora siamo nel cuore della parete. In alto lo sguardo si perde in un dedalo di placche, dove occorre orientarsi per trovare la giusta linea di salita. Ma quello che più m’impressiona è la visione alla nostra destra, in zone di parete dove il sole sembra non penetrare mai, dove tetri canaloni si alternano a placche granitiche screziate di ghiaccio. Da quelle parti sono saliti Bonatti e Vaucher, una pura follia. Solo il cuore di giganti può pensare di salire lì, come hanno fatto loro. 

Mario Verin in sosta sul “nevaio triangolare

Anche noi abbiamo un bel d’affare sul nostro percorso, dove a lunghi tratti di roccia pulita seguono brevi tratti di neve ghiacciata, in un cocktail impazzito che ci costringe a un continuo levare e mettere i ramponi. Procediamo nella parte centrale della via e con una certa apprensione ci troviamo ad affrontarne i tratti caratteristici. Davanti a noi le temutissime placche nere, poi le grigie. Questa dovrebbe essere la sezione più difficile della via, in realtà superata agevolmente. Poi segue la cosiddetta schiena d’asino, un lungo sperone di difficoltà minore: lo percorriamo tutto di conserva. Finalmente arriviamo sotto il nevaio triangolare. È ancora relativamente presto e siamo fiduciosi di arrivare per tempo sulla vetta. Ma ora si fa sentire una certa stanchezza, e l’abbassamento della temperatura ci costringe a indossare la giacca a vento. Infine davanti a noi si presenta l’ultimo difficile ostacolo, il “camino rosso”. Lo affrontiamo con apprensione, perché si presenta in pessime condizioni: completamente ghiacciato e imbrattato di neve. Lo dobbiamo superare con i ramponi ai piedi, anche nei tratti di roccia. Questa parte si rivelerà come la più difficile dell’intera salita. Infine gli ultimi duecento metri di salita, facili ma a questo punto faticosissimi. Con grande sollievo vedo Mario sfondare la piccola cornice sommitale e giungere sulla vetta. È finita! Sono le 19 e 30 e il sole splende ancora all’orizzonte. Pochi attimi d’incontenibile felicità, poi subentra la preoccupazione per la lunga e difficile discesa. Lasciamo la vetta e di corsa puntiamo verso la valle lontana. L’impresa non è ancora finita. 

Sulla vetta delle Grandes Jorasses. Sono le ore 19 e 30 e Mario Verin riordina lo zaino, prima della lunga e difficile discesa.

Sperone Walker nel 1988

Testo e foto di Mauro Rontini

6 agosto 1988, la Palud, partenza della prima funivia per Punta Helbronner. 
“Walker?” 
“Si” 
Un lampo fugace di invidia attraversa gli occhi di Nicolino Gambi, all’epoca in servizio militare alla Scuola Alpina di Courmayeur. 

Alcuni giorni prima, io e Carletto Amore, i due poveretti che stanno per imbarcarsi sulla funivia insieme a Nicola, Leandro Benincasi e Stefano Rovida, avevamo effettuato un tentativo alla via Contamine alle Petites Jorasses, risoltosi con una rocambolesca discesa in doppia da poco sotto la vetta, e quindi ben oltre il tratto chiave della via, a causa di un repentino cambiamento del tempo con tanto di nevicata. Il ritorno si era concluso a notte fonda a Chamonix dopo 30 chilometri di passeggiata lungo la Mer de Glace e le rotaie del trenino del Montenvers. 

Irrobustiti da cotanta esperienza, io e Carletto, giunti comodamente in funivia al Colle del Gigante, iniziamo la lunga discesa della Valleé Blanche, che esattamente 50 anni prima, negli stessi giorni, Cassin, Esposito e Tizzoni avevano percorso alla volta della parete Nord delle Grandes Jorasses. 

Il traverso del “pendolo”

Mi dicono che al giorno d’oggi, d’estate, non sia più possibile percorrere a piedi la seraccata del Gigante, per il pericolo costante di crolli causati dal riscaldamento globale. 

Sulla parete bassa della via

All’epoca però, pur con una certa accortezza, la cosa era ancora fattibile. Dal colle del Gigante alla capanna Leschaux ci impiegammo, se non ricordo male, circa cinque ore. Ebbene, in cinque ore io e Carlo ci scambiammo, si e no, cinque parole, tanto era il peso del macigno che gravava sulle nostre coscienze. 

Al giorno d’oggi la Cassin allo sperone Walker è diventata (quasi) una gita per signorine, ma allora era ancora considerata una via di tutto rispetto. Per di più, per chi come noi era nato e cresciuto, alpinisticamente, nel mito dei grandi alpinisti degli anni ‘30, la Walker era il mito del mito. 

Il diedro di 75 metri

E’ inutile raccontare come si svolse la salita. Gli unici aspetti particolari furono la coda che facemmo al famoso “pendolo” (in realtà c’era una corda fissa) ad aspettare che passassero due cordate di giapponesi, e poi, a causa di quella perdita di tempo, il bivacco sopra la Torre Rossa, appesi a tre chiodi su una placca inclinata dove fu un problema chiudere occhio, mentre una cordata di francesi, pochi metri sopra di noi, bivaccò su un comodo e spazioso terrazzo in perfetto piano. Per colpa di quel bivacco, e delle scarpette strette, non sentii la punta delle dita dei piedi per sei mesi. Uscimmo in vetta la mattina dopo ed impiegammo tutto il giorno per scendere a valle, passando accanto a quel ghiacciaio pensile che dicono stia per crollare. 

All’uscita delle placche nere

Arrivati a Planpincieux c’era da tornare a la Palud a prendere l’auto. Lasciato Carlo e gli zaini ad aspettarmi, mi avviai, in pedule d’arrampicata e calzamaglia, tutto baldanzoso e convinto che avrei trovato schiere di automobilisti desiderosi di dare un passaggio all’eroe reduce da cotanta impresa. Il risultato fu che me la feci tutta a piedi. 

Pur non essendo ancora stagione di bilanci, ad oggi è la salita che mi ha lasciato il ricordo più intenso. 

Carlo Amore e Mauro Rontini in vetta

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