Ascensione allOrtles (3905 m.)

ALPINISMO GIOVANILE 13-14-15 Luglio 2019

Testo e foto di Francesco Tomè

Una impegnativa gita dell’Alpinismo Giovanile (AG) del C.A.I. Firenze insieme alla Sezione di Carrara

L’appuntamento con tutti i partecipanti a questa uscita era fissato il 13 luglio alle 5 e 45 sull’Autostrada del Sole, in una stazione di servizio nei pressi di Modena, dove noi dell’A.G di Firenze abbiamo incontrato gli amici della sezione di Massa: una quarantina di persone, soci di tutte le età e non soltanto appartenenti all’AG. Un bel colpo d’occhio per chi avesse visto!

Arrivati con le auto proprie al punto di ritrovo abbiamo proseguito la strada di “avvicinamento” tutti insieme, in pullman; dopo circa cinque ore di viaggio siamo arrivati a Solda, un piccolo paese ai piedi del Massiccio dell’Ortles Cevedale. Dopo esserci cambiati e aver sistemato piccozze, ramponi e imbraghi negli zaini, siamo partiti alla volta del rifugio Julius Payer, 3029 [2] m, prima con un rapido passaggio in seggiovia poi (finalmente!) a piedi. Intorno alle ore 17 [3] siamo arrivati al rifugio: i tempi di percorrenza si sono rivelati più lunghi del previsto a causa del grande numero di persone che eravamo. In testa a dare il passo a tutti, lento e cadenzato, l’eclettico organizzatore della gita  Fabrizio Molignoni.

Il rifugio ha una posizione panoramica fantastica: domina, arroccato sulla montagna come un vero e proprio nido d’aquila, su tutta la valle di Solda e si riescono a vedere le cime circostanti come il Monte Cevedale, l’Angelo Grande, l’Ortles, il passo dello Stelvio e tante altre montagne a perdita d’occhio, veramente un mare di cime e valli, ghiacciai e ghiaioni, nuvole e cielo… Tanta maestosa bellezza in cui perdersi con la mente! Sicuramente la salita è stata molto faticosa ma arrivati al rifugio la fatica viene ricompensata dalla “grande bellezza” della natura che ci circonda. Il rifugio è piccolo, in muratura, col tetto aguzzo e composto da tre[5]  piani con le camere, dal classico locale in cui lasciare scarponi e piccozze e dalla tipica, accogliente stanza da pranzo, tutta rivestita in legno.

Noi siamo stati alloggiati al terzo piano, nella camerata destinata ai gruppi numerosi.

 Dopo aver sistemato i vari oggetti e le attrezzature per affrontare l’ascensione del giorno dopo e  il sacco lenzuolo sul letto, avendo un pò di tempo libero, me ne sono andato, in compagnia della macchina fotografica, a fare qualche fotografia al rifugio e ai monti circostanti, davvero belli e possenti.

Alle 19.30 si è celebrato un altro momento tanto atteso, soprattutto da noi giovani: la cena! Come sana consuetudine nei rifugi del CAI, siamo stati allietati da cibo ben cucinato e abbondante (riuscendo anche a farci portare il bis del primo piatto dalla cameriera, una ragazza che in estate lavora in rifugio, molto simpatica e gentile).

Dopo cena sono uscito nuovamente per fare qualche scatto, questa volta in notturna. Non c’erano stelle a causa del cielo nuvoloso: questo mi ha comunque dato la possibilità̀ di scattare foto diverse dal solito, con quei cieli stellati che talvolta sanno tanto di fotoritocco selvaggio. Le sfumature, l’inconsistenza, il continuo cambiare forma delle nuvole sono elementi di grande suggestione perché esprimono bene il carattere di un luogo, soprattutto della montagna, degli elementi che si modificano di continuo e danno vita a queste immense strutture di roccia e ghiaccio. Preso dai miei pensieri ed emozionato per tanta bellezza, sono andato a dormire. Il giorno dopo inizia l’avventura, quella vera, quella impegnativa, che ci porterà (si spera) fino ai 3905 metri della cima del monte Ortles. Alle 4:30 sveglia, giù dal letto, in una mattina gelida ma serena; prima colazione abbondante e poi… finalmente, partenza! Qui il gruppone si è diviso: noi dell’AG insieme alle nostre guide e ad altri componenti delle altre due sezioni alla volta della cima dell’Ortles, gli altri compagni di avventura, invece, verso i sentieri di una altrettanto fantastica escursione in alta montagna.

La salita si è dimostrata subito molto impegnativa dal punto di vista tecnico, con tratti esposti e passaggi su roccia di terzo grado, che da una parte richiedono concentrazione e attenzione ma dall’altra mostrano la bellezza di quelle montagne, alcuni squarci su tutte le Alpi sono davvero indimenticabili, fotografare panorami così è qualcosa di davvero incredibile e mi ritengo molto fortunato ad avere le possibilità e le capacità per andare in luoghi del genere. Il percorso per arrivare al ghiacciaio si sviluppa su creste di roccia, gradoni, piccole pareti alcune delle quali attrezzate con catene. Sicuramente la parte di avvicinamento al ghiacciaio richiede tecnica più che fisico, nel senso che non si tratta di distanze lunghe, bensì di passaggi ai quali si deve prestare attenzione e nei quali ci si deve muovere con sicurezza. Con gli accompagnatori ci eravamo suddivisi in cordate di tre, e sin dall’inizio dell’escursione eravamo legati così da avere una sicurezza maggiore. Nei passaggi più̀ impegnativi il primo di cordata faceva sicura al secondo e il secondo al terzo. Intanto il tempo era bellissimo, il sole sorgeva e illuminava la parete nord dell’Ortles , solo qualche grossa nuvola all’orizzonte e un po’ di nuvole passeggere verso la vetta e sul ghiacciaio.

Terminata la parte su roccia, abbiamo messo i ramponi e attraverso degli scalini in ferro – fissati su una parete che a causa del caldo, ogni tanto scaricava sassi di medie dimensioni – (infatti il passaggio va fatto con attenzione e [10] la dovuta velocità onde evitare brutti inconvenienti), abbiamo fatto il nostro ingresso sul ghiacciaio: questo è assai ripido, i crepacci sono scoperti a causa del caldo estivo e del cambiamento climatico che sicuramente non aiuta il mantenimento delle nevi eterne ma questo, fortunatamente, non ha creato problemi particolari. I crepacci li abbiamo aggirati, abbiamo traversato un ponte di neve che era ben saldo e sicuro; questa zona del ghiacciaio è caratterizzata dalla presenza di grandiosi seracchi, come sempre impressionanti da vedere: enormi masse di ghiaccio che con la luce del sole cambiano colore (dal verde all’azzurro al blu). Passarci vicini ci fa sentire piccolissimi rispetto alla montagna e alla natura in sé. Anche per questo dovremmo rispettarla di più, rendendoci conto che siamo noi gli ospiti. Il cambiamento climatico è un dato di fatto, in montagna ne abbiamo la drammatica riprova: i ghiacciai si stanno ritirando più̀ velocemente del previsto e questo non va bene; mi viene da pensare al disegno che ho visto in rifugio: è un disegno a penna che mostra la valle di Solda intorno al 1820: il ghiaccio arrivava al paese, quasi toccava al  fiume Rio-Solda. Adesso invece  si devono percorrere più di 1300 metri di dislivello.

 La salita sul ghiacciaio, contrariamente a quanto avvenuto per la parte di roccia, è stata impegnativa non tanto dal punto di vista tecnico, ma quanto dal punto di vista fisico: la parte su roccia era tecnica e molto esposta, questa invece era faticosa, ma affatto esposta. Sul ghiacciaio cambia tutto: si parla di lunghe distanze, di salite ripide, la quota aumenta e la fatica fisica e psicologica si fa sentire.

Dopo circa 6 ore e mezza siamo arrivati sulla vetta dell’ Ortles, 3905 subito dopo la cordata di Fabrizio: come ho già̀ detto, una parte del gruppo non era con noi, ma eravamo comunque un buon numero e questo ha sicuramente rallentato la salita, in special modo nelle parti su roccia, dove si deve procedere uno per volta.

La soddisfazione è enorme e la bellezza di essere lassù, lontano dal caos delle città è sicuramente qualcosa che non si può descrivere: per capirlo bisogna viverlo in prima persona.

Dopo qualche foto di gruppo accanto alla croce di vetta, siamo ripartiti. L’escursione era solo completata per metà: mancava la discesa che troppo spesso viene sottovalutata. Così, di buon passo, siamo tornati giù. È andato tutto bene, ci siamo calati dal passaggio chiave del percorso con una corda fissa predisposta dagli istruttori che ci facevano sicura dall’alto. La perturbazione intanto si avvicinava e i primi fiocchi di neve iniziavano a scendere e infatti appena arrivati al rifugio, come previsto dal meteo, ha iniziato a nevicare in abbondanza (erano le 17 e 30  circa).

Gli ultimi del gruppo, sempre sorvegliati dal capogita, sono rientrati più tardi, verso le 21 e 30. Con calma e senza preoccupazione di sorta da parte di nessuno, Fabrizio ci ha detto che con un gruppo così numeroso i ritardi li aveva messi in conto. In trentasette han tentato la vetta, in ventidue ci sono arrivati: un gran bel numero! 

In rifugio abbiamo mangiato abbondantemente e poi siamo andati a dormire, dopo circa 10 ore di cammino, eravamo molto stanchi.

La mattina successiva, alle 7 ci siamo svegliati e con calma siamo scesi a fare colazione. Fuori intanto, aveva fatto circa 7 centimetri di neve e c’era nebbia fitta. Come penso si sia capito, ho la passione per la fotografia e devo ammettere che anche se il meteo non ci era favorevole, tutte le nuvole e le nebbie rendono le montagne ancora più misteriose, e forse anche più belle da fotografare.

Dopo 3 ore di cammino siamo arrivati a Solda.

Abbiamo pranzato e visitato il museo di Rheinold Messner, il grande alpinista, frequentatore di quelle montagne e di quelle valli, molto bello e interessante … lo consiglio a chi passa da quelle parti.

Qua trovate qualche scatto di questi 3 giorni davvero belli e allo stesso tempo impegnativi.

Vorrei infine ringraziare i nostri accompagnatori: Alessandro Barucci, Alessandro Cidronali, Andrea Tozzi, Cecilia Paoli, e, in particolare, Fabrizio Molignoni per la bellissima escursione che ha organizzato. Infine tutti i miei amici e i componenti del gruppo.

Condividi questo articolo attraverso i tuoi canali social!