Testo e foto di Valdo Verin
Gli anni sessanta ed in particolare la loro seconda metà, sono stati per la Scuola di Alpinismo Tita Piaz di Firenze, un periodo di transizione e di rinnovamento. L’epoca dei Padri Fondatori della Scuola andava esaurendosi mentre si stava avvicendando linfa nuova. I giovani alpinisti entrati a far parte della Tita Piaz sia come Istruttori Sezionali, sia come Istruttori Nazionali, avevano portato nuovo entusiasmo e nuove idee pur seguendo la tradizione alpinistica degli “anziani” con i quali, peraltro rimaneva un forte legame di rispetto e di amicizia. Oltre a cimentarsi su vie di grosso impegno sulle Alpi, sia occidentali che orientali, vi era un desiderio latente di provare esperienze nuove in montagne extraeuropee, tentare, in sostanza, una spedizione extraeuropea preferibilmente verso oriente. Tale esigenza però cozzava, non tanto con l’impegno fisico ed esperienziale, quanto con quello finanziario. In poche parole non c’erano i soldi per organizzare una importante spedizione extraeuropea. Erano stati presi in considerazione diversi obbiettivi, ma non essendo Firenze luogo di estrazione montanara rimaneva difficile reperire sponsorizzazioni che avrebbero permesso il raggiungimento di luoghi lontani. Per farla breve anche se i partecipanti avessero potuto autofinanziarsi (erano prevalentemente tutti studenti) non sarebbero potuti andare molto lontani.

Sorse allora l’idea di una spedizione leggera formata da pochi partecipanti e con un obbiettivo non troppo lontano. Tutto questo fu portato avanti in particolare da Paolo Melucci il quale individuò un obbiettivo sulle montagne Iraniane. Ad un’analisi più approfondita anche questa meta non risultava particolarmente appetibile per due sostanziali ragioni: costi (che sarebbero stati troppo alti) e tipo di esperienza. La meta prescelta comportava un impegno di pura arrampicata su granito ma non di scalata in quota e su ghiaccio. La seconda opzione, quella che poi si rilevò giusta, fu quella di salire il monte Ararat nella parte orientale della Turchia. Questa cima aveva vari vantaggi: raggiungimento di una meta non troppo lontana e quindi di costi contenuti ed inoltre tentando una scalata veloce con arrivo ad una quota oltre cinquemila sarebbe stato possibile testare una certa attitudine anche a quote superiori.
I componenti della spedizione furono: Paolo Melucci capo spedizione, proprietario della WV maggiolino con cui fu effettuato tutto il viaggio, Gilberto Campi, Giancarlo Campolmi, Valdo Verin.

La spedizione nominata ANATOLIA 69 durò circa 20 giorni, fu percorso il tragitto attraverso tutta la Turchia, lungo il mar Nero, da Istambul fino a Dogubeyasit e ritorno in auto. La salita fu una delle più veloci che i locali ricordassero; un giorno per raggiungere il campo base a circa 2800 m, un giorno per la salita, da 2800 m ai 5156 m della vetta dell’Ararat ed il rientro al campo, un giorno per tornare a Dogubeyasit.

Poi il rientro a Firenze ritraversando tutta la Turchia da est ad ovest percorrendo la parte centrale del pese. Ma questa è un’altra storia.
