Quando il lupo torna in città

Testo di Duccio Berzi (*)
Toto di Tommaso Nuti e Alberto Tovoli

Foto di Nuti

Era il 1975 quando un guardiacaccia della Provincia di Firenze uccise uno strano cane di colore fulvo che si aggirava nelle campagne di Firenzuola, convinto che si trattasse di un cane randagio. Si scoprì presto che non era un cane ma era un lupo, cosa che destò un certo interesse visto che in quegli anni della specie in Toscana si parlava poco o niente. Forse meglio dire poco piuttosto che niente, visto che comunque tra la metà degli anni ’60 e la metà dei ’70 le segnalazioni di lupi tra Firenzuola, S. Godenzo, Londa e le vicine Foreste Casentinesi arrivavano con una certa continuità, a dimostrazione del fatto che qualche nucleo vitale della specie era sicuramente sopravvissuto nei nostri boschi in quel periodo così buio per la fauna italiana. Da quel momento in poi è stata una crescita costante e per molti sorprendente: nei primi anni ’90 la specie aveva già riconquistato tutto l’arco appenninico toscano, a metà degli anni ’90 aveva raggiunto i rilievi tra Firenze e la dorsale, come Calvana, Monte Giovi e Morello, per arrivare ad insediarsi nella piana del Mugello e nelle campagne intorno a Firenze negli anni immediatamente successivi. L’espansione della specie è la diretta conseguenza della crescita delle popolazioni di ungulati selvatici, in primis capriolo e cinghiale, che sono alla base della dieta del predatore. A loro volta, la crescita delle popolazioni preda è stata una conseguenza di reintroduzioni e della rinaturalizzazione del nostro territorio iniziata con lo spopolamento dell’Appennino e di molte aree rurali della Toscana. La popolazione di lupi è quindi cresciuta velocemente sia in termini di distribuzione che di densità, dimostrando di poter facilmente occupare anche ambienti periurbani e aree costiere, come il promontorio di Piombino, la Feniglia o i Monti dell’Uccellina così come i dintorni di Firenze, Arezzo, Siena, Pistoia, etc. adattandosi dal punto di vista alimentare a quello che il territorio poteva offrire. In uno studio della Regione Toscana della metà degli anni ’90 si documentava come i lupi si fossero specializzati a cacciare le nutrie lungo l’Ombrone, suscitando sorpresa in tutta la comunità scientifica. L’idea diffusa del lupo che si era nel frattempo diffusa, specie “rara” ed “esigente”, legata alla presenza di aree incontaminate è quindi stata velocemente superata. Del resto, al di là di quelle che sono le dinamiche attuali, basta guardare indietro nel tempo per capire che la fase buia per la specie, coincisa con il culmine della mezzadria, è stata una parentesi piuttosto breve nella storia del lupo mentre nei secoli precedenti il predatore aveva una distribuzione molto simile a quella odierna. Cantini, nel 1803, in “Legislazione toscana raccolta ed illustrata” afferma infatti che “i Lupi e i Cignali non solamente si trovano nelle Maremme nella stagione dell’inverno e in quella dell’estate nelle Montagne, come succede presentemente, ma anche nel cuore della Toscana, ne’ luoghi popolati e vicini alle Città si incontrano questi animali, i quali recano grandissimi danni al bestiame e agli abitanti della campagna”. Per comprendere il declino della specie si consideri anche che fino ai primi anni ’70 la specie era regolarmente cacciata anche con lacci, tagliole e veleni ed un tempo non lontano per chi uccideva lupi, con la “patente” di lupaio era previsto un lauto premio in denaro. E’ anche interessante notare che la nostra regione è stata una delle prime, se non la prima in assoluto, a vietare questo tipo di pratica. Nel 1759 il Granduca di Toscana Francesco di Lorena, abolì infatti le autorizzazioni (dette “patenti”) per i lupari. A questa decisione fece seguito in maniera analoga la Francia, che abolì nel 1787 la Louvaterie Royal, l’unità militare deputata alla caccia di lupi e di orsi, salvo poi ripristinarla con Napoleone Bonaparte nel 1804 a causa dell’esplosione di lupi e relativi danni. E così successe anche in Toscana: dopo 11 anni di sospensione delle “patenti” dei lupari, il Granduca Pietro Leopoldo “informato dei gravi danni arrecati al bestiame dai lupi, i quali dopo l’abolizione delle Patenti dei Lupai si sono moltiplicati” le concesse nuovamente, assicurando anche privilegi speciali “agli uccisori di simili perniciosi animali”

Foto di Tovoli

Lupo e uomo, due specie relativamente distanti sistematicamente quanto simili dal punto di vista sociale e comportamentale. Basta pensare alla relazione di coppia che si instaura tra il maschio e la femmina riproduttivi del branco, monogami a vita, così come alle cure parentali verso la cucciolata, portate avanti da tutta la famiglia di lupi, o i meccanismi di comunicazione ed interazione sociale tra i componenti del branco. Due specie legate tra loro da un eterno rapporto di amore e odio: specie venerata dalle popolazioni nomadi, vedi Gengis Khan, odiata da tutte le culture stanziali, quando la conflittualità con il bestiame domestico accende la miccia della competizione per la sopravvivenza. Conflitti che si ritrovano anche oggi nella nostra società, divisa tra gli “urbani” che nella stragrande maggioranza vedono nel lupo un simbolo positivo della natura selvaggia e i “rurali” che ne subiscono i danni e molto meno il fascino. Tra chi il lupo lo venera e se lo fa tatuare sul proprio corpo e chi lo uccide e lo espone impiccato sui cartelli stradali. 

Foto di Tovoli
Foto di Tovoli

I dati più recenti disponibili sulla popolazione toscana di lupo, prodotti dal gruppo di lavoro dell’Università di Sassari, indicano un numero minimo accertato di oltre 100 unità riproduttive. Si tratta di numeri di tutto rispetto, che a breve verranno confrontati con quelli elaborati dal Programma di Monitoraggio Nazionale di Ispra, realizzato anche con la collaborazione dei volontari del Club Alpino Italiano nel corso del 2020-2021. Ma al di là dei numeri assoluti, che pongono la Toscana tra le aree a maggior densità della specie a livello mondiale, è la sovrapposizione tra la presenza di questo predatore e gli insediamenti umani ad attenzionare tecnici e amministratori. Se la gestione della specie in Appenino e nelle zone rurali pone come principale criticità la conflittualità con il settore zootecnico, con tutte le implicazioni di carattere economico che ne derivano, in questo nuovo scenario che si sta configurando, con i lupi ormai stabili nelle campagne intorno alle nostre città, le conflittualità toccano altre sfere e sono di più difficile risoluzione. Si ripropone un po’ il quadro descritto da Cantini nel 1803 dei lupi che arrecano “grandissimi danni al bestiame agli abitanti della campagna” “nei luoghi popolati e vicini alle Città”. Lupi in ambiente periurbano significa da una parte una potenziale conflittualità con i nostri animali domestici, cani o gatti, che possono diventare facili prede, per contro significa anche maggior probabilità di accoppiamento tra lupo e cani vaganti, con la nascita di ibridi fertili, che costituiscono senza dubbio un problema per la conservazione della specie protetta. Significa anche vivere a stretto contatto con un grande predatore che forse non conosciamo davvero nelle sue manifestazioni più truculente, che rientrano a pieno nella sua natura. Siamo pronti per questo? 

Se la soluzione individuata da Pietro Leopoldo per risolvere il problema della diffusione dei lupi e dei relativi disagi creati da questi animali, fu la riapertura della concessione delle “patenti di luparo” è evidente che ora le scelte delle nostre amministrazioni non possono essere le stesse, sia per il quadro normativo internazionale che l’Italia ha sottoscritto, e dal quale non sembra voler uscire, sia per una diversa sensibilità nei confronti della natura che caratterizza la nostra epoca, sempre meno rurale e più metropolitana. Sarebbe comunque disonesto proporre una narrazione in cui le due specie, da sempre in rapporto conflittuale, trovano ora automaticamente una pacifica convivenza, senza che qualche azione importante venga intrapresa. Da questo punto di vista è fondamentale che da una parte vengano quindi attivate tutte le azioni per minimizzare il conflitto con le attività zootecniche, prendendo come esempio le migliori esperienze condotte in Italia, dall’altro che ci sia un’opera di sensibilizzazione e di corretta informazione sulla cittadinanza per fare in modo che siano superati gli stereotipi che ancora circondano la specie e che riducono la capacità d’intervento da parte delle istituzioni, in alcuni casi indispensabili. E anche che si arrivi all’accettazione di un compromesso, forse difficile, tra le parti in causa.  

Un piano organico di intervento, con al centro le istituzioni delegate, ma con un ruolo per tutti quei soggetti, come il Club Alpino Italiano, disponibili a fare una campagna di informazione e sensibilizzazione laica e basata su dati scientifici.  

Foto Nuti

(*) Duccio Berzi, socio CAI, è un tecnico faunistico. Si occupa di lupi dai primi anni ’90, collaborando con molti enti locali e istituti di ricerca italiani. Presidente di Canislupus Italia onlus (www.canislupus.it), la prima associazione italiana finalizzata alla divulgazione scientifica sul predatore. 

Le foto di Tommaso Nuti sono realizzate nelle campagne del Chianti con fototrappole reflex, mentre quelle di Alberto Tovoli sono scattate in caccia fotografica nell’Appennino tra le province di Pistoia e Bologna. 

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