testo e foto di Marco Bagnoli
Cosa c’è dentro quell’area (dietro quei cartelli di divieto rossi) lungo il bordo della quale passiamo percorrendo l’ex pista azzurra di Campolino, o che sfioriamo nella parte alta salendo al Poggione da Pian di Novello?
E’ la Riserva Naturale Orientata e Biogenetica di Campolino.

E’ stata istituita nel 1971 per conservare nuclei di piante che sono gli unici Abeti Rossi autoctoni (naturali) in tutto l’Appennino, ed è quindi il luogo più meridionale dove essi si trovano.
Durante le glaciazioni le piante si sono spostate verso sud lungo l’Appennino per trovare climi più caldi dove sopravvivere. Alla fine di queste glaciazioni, le piante montane hanno invertito il percorso e sono tornate verso nord. Qui, nella valle del Sestaione, l’Abete rosso è rimasto trovando in questo versante nord un clima ancora compatibile con le sue esigenze.
Apparentemente sono Abeti rossi uguali a tanti altri che troviamo in Appennino; quest’ultimi però sono stati piantati dall’uomo con varietà provenienti dalle Alpi. Quello autoctono di Campolino, rimasto isolato, ha caratteristiche differenti.
Gironzolandoci spesso intorno, a piedi o con gli sci, ma non avendo avuto mai l’opportunità di entrarci, mi è venuto voglia di visitarla coinvolgendo un po’ di amici, per la maggior parte del CAI.
Quando ho chiesto l’autorizzazione alla visita al Reparto Carabinieri Biodiversità di Pistoia, non avevo tenuto però conto che il 30 settembre è pieno periodo di funghi. Questo fatto ha abbastanza condizionato la nostra visita: prima la difficoltà a parcheggiare a causa di un affollamento di auto mai visto prima all’Orto Botanico, poi, appena entrati nella riserva, ci imbattiamo in cercatori di funghi ai quali i due Carabinieri Forestali, nostri accompagnatori, devono fare un verbale (e non saranno gli unici) per essere penetrati nella Riserva.

La sosta forzata per questa operazione si prolunga: si chiacchera, qualcuno addirittura inganna il tempo facendo ginnastica. Nel mentre, ad uno dei carabinieri, giunge notizia del ritrovamento in zona di un ordigno bellico; iniziamo a temere seriamente che la visita possa saltare, ma per fortuna poi riprendiamo il nostro cammino.
La prima fermata è al Lago del Greppo (Fig. 1), tanto bello quanto importante da un punto di vista ecologico anche per la presenza dello Sfagno, rara pianta di zone umide.
Iniziamo ad entrare nella parte più interessante dell’ambiente della riserva, che, anche ai non esperti, appare particolare e affascinante, con il suo bosco misto nel quale il Faggio si mescola all’Abete bianco e all’Abete rosso.

Procediamo (in fila indiana) ma fuori sentiero perché all’interno dell’area protetta non ce ne sono e raggiungiamo un esemplare ultracentenario di Abete rosso tra i più grossi ed alti, che colpisce per la sua maestosità. Alla base del tronco ci sono i segni di fuochi accesi dai pastori di quando ancora si praticava questa attività.

Incontriamo altri due ripiani che erano paludosi ma che sono ormai interrati; infatti iniziano ad essere colonizzati da giovani alberi. E’ molto bello il contrasto di luce e colori di queste radure con il bosco circostante.
Nelle brevi soste i Carabinieri, con le loro spiegazioni appassionate, ci aiutano a comprendere meglio quello che stiamo vedendo e in particolare alcune problematiche di quest’area.

A cominciare dal fatto che con l’abbandono della pastorizia, il bosco sta conquistando tutti i prati, risalendo verso il crinale e chiudendo tutte le radure, riducendo così l’erba disponibile per la fauna selvatica (come caprioli, lepri ecc.). Le ripuliture delle ex piste fatte nel recente passato, avevano infatti lo scopo di mantenere un minimo di aree pascolabili. La brucatura delle pecore inoltre contribuiva a controllare il falso mirtillo perché lo gradivano. Alcuni esempi di come non sempre l’attività umana, è negativa per gli ambienti naturali.
Ci addentriamo ancora. La morfologia è accidentata, con balzi rocciosi sui quali si arrampicano le piante e corsi di acqua che solcano il versante.
Arriviamo ad una delle poche piante di Abete rosso autoctono che al momento sono state colpite dal Bostrico tipografo, che è un insetto dannoso che si insedia sotto la corteccia e che porta alla morte della pianta. E’ noto come esso negli ultimi anni, abbia fatto danni notevolissimi in alcune zone delle Alpi. Anche al di fuori di questa Riserva nella valle del Sestaione, i rimboschimenti con Abete rosso sono stati colpiti, per cui si stanno effettuando tagli per eliminare le piante malate e limitare la sua diffusione.

Si pone ora il problema di come intervenire invece su queste poche piante all’interno della Riserva in un ambiente molto delicato.

Dopo un altro incontro con cercatori di funghi che avevano sconfinato (con relativa sosta e verbale), usciamo dalla riserva riportandoci sulla ex-pista azzurra che la lambisce. Qui salutiamo i nostri accompagnatori che rimangono a pattugliare l’area. Vista l’ora di pranzo una buona parte del gruppo conclude la giornata con un pranzo presso un ristorante della zona….naturalmente a base di funghi.