Un giro di grappe… un’avventura nell’avventura

Testo di Carlo Barbolini, Foto: Archivio Spedizione El Chantel ’85

Rifugio Porro in Val Malenco corso INA 1884

Settembre 1984, corso per istruttori nazionali di alpinismo (INA), settimana parte ghiaccio Val Malenco. E’ il secondo corso al quale partecipo da istruttore. Durante i corsi si fa conoscenza e ci si confronta con alpinisti di tutta Italia e questo è un beneficio per tutti, istruttori e allievi. Di solito il dopo cena in rifugio è molto conviviale e in una di queste occasioni davanti ad un giro di grappe al mirtillo faccio amicizia con due allievi miei coetanei, o quasi: Angelo Pozzi (Kocis) di Mariano Comense e Mauro Petronio (Mauretto) di Trieste ed insieme cominciamo a fantasticare su viaggi e spedizioni alpinistiche nei luoghi più remoti del mondo. Ad un certo punto Mauretto, forse dopo la quarta o quinta grappa esclama: “perché non andiamo in Patagonia?” A fare che? Dopo altri giri di grappe l’idea è una via nuova al Fitzroy, El Chalten in lingua locale, una delle montagne simbolo della Patagonia e la più alta, anche se l’altezza di 3405 m non è significativa, ma si tratta di montagne molto impegnative, sia dal punto di vista logistico all’epoca, che da quello prettamente alpinistico. Il dado è tratto!

Hielo Continental

Nel corso dei mesi successivi cominciamo a crederci davvero e coinvolgiamo altri amici: Massimo Boni (Massimone) di Firenze e Mauro Rontini di Borgo San Lorenzo. Mauretto coinvolge Marco Sterni (Il Bambino) che era un  fuori quota. Noi cinque eravamo più o meno trentenni. Il Bambino ne aveva venti, decisamente fuori quota. Scopriamo che sulla parete nord non era ancora stata tracciata alcuna via. Bene, sarà il nostro obiettivo! “El Chalten ‘85”, questo sarà il nome della spedizione.

La brochure di presentazione della spedizione

Durante la fine dell’84 e per quasi tutto il 1985 ci siamo visti, arrampicato insieme, cercato sponsor, recuperato materiali, venduto cartoline (questo lo spiego tra un po’), organizzato il viaggio. Per i materiali occorrevano corde statiche, chiodi, friend, nut, ramponi, piccozze, scarponi, vestiario tecnico, alimenti, bombolette di gas senza considerare quello che già avevamo personalmente. Tutti ci siamo impegnati al massimo per reperire soldi e materiali e alla fine avevamo i 18 bidoni blu pronti per la spedizione, circa 500 kg di bagaglio oltre ai nostri zaini e bagagli a mano. Ci accordiamo con la compagnia aerea che il bagaglio avrebbe viaggiato con noi, ma come cargo per poter limitare la spesa. Ah, dimenticavo: le cartoline. Senza internet, social, tablet, cellulari ecc, una bella fonte di finanziamento era la vendita di cartoline ricordo, firmate dai partecipanti e spedite dal luogo di arrivo. Il lavoro consisteva nel firmarle, attaccare i francobolli (2 o 3 per cartolina) e andare in posta argentina per il timbro di partenza. Considerando che abbiamo venduto circa 2500 cartoline è stato un lavoro massacrante. Oggi c’è il Crowdfunding. Per documentare la spedizione Mauro aveva avuto in prestito una cinepresa 16 mm e Massimone porterà una super 8. Solo quest’anno 2023 siamo riusciti a far digitalizzare le immagini in 16 e super 8 condensate in un film che è stato presentato al teatro di Fiesole il 15 giugno, quasi 40 anni dopo! 

Arrivo a Buenos Aires

Finalmente arriva il grande giorno! E’ venerdì 29 novembre e, per la legge di Murphy «Se qualcosa può andare storto, lo farà», arriva un bel casino: Linate con la nebbia, ritardo del volo per Amsterdam e per un pelo presa la coincidenza per Buenos Aires. Arriviamo nella capitale argentina dove ci aspetta una brutta, bruttissima sorpresa. Solo 13 bidoni sono arrivati via cargo. Dopo lunghe ricerche e discussioni con la dogana e la compagnia aerea, viene fuori che i 5 bidoni persi sono a New Delhi, India, praticamente dall’altra parte del mondo. Ospiti dagli zii di Mauretto in un sobborgo di Buenos Aires passiamo un giorno in relax ma il tempo ci sfugge sotto i piedi.

Festa dagli zii di Mauretto

Decidiamo che tutti escluso me partiranno come previsto per Rio Gallegos, la capitale della provincia dei Santa Cruz nella Patagonia Argentina, punto di partenza per le spedizioni verso il gruppo Fitzroy/Cerro Torre. Rimango per diversi giorni a Buenos Aires per poter seguire la situazione dei bidoni persi e, da quel momento, non ho avrò più notizie dei miei compagni. Riesco ad organizzare il rientro del bagaglio perduto ma scalpito anch’io e metto in moto tutto un sistema perché il bagaglio possa arrivare quasi autonomamente al campo base. Finalmente parto via aerea per Rio Gallegos, con l’aiuto di Vittorio Gotti (scomparso il 4 aprile del 2004 a 72 anni insieme alla moglie Angela Mira e un argentino nei pressi di Punta Arenas mentre tornava a Rio Gallegos in un incidente stradale), imprenditore del luogo (famiglia di italiani emigrati), prendo un altro aereo per Comodoro Rivadavia, circa 1300 km più a nord, dove mi aggrego ad una spedizione che si dirige nello stesso gruppo montuoso.

Arrivo all’estancia

La spedizione è diretta da Graziano Bianchi e composta da altri giovani alpinisti. Rimaniamo qualche giorno ospiti della missione salesiana Don Bosco di Padre Corti e continuo a non avere notizie della sorte dei miei compagni, so solo che a El Calafate ci sono arrivati. Si parte con un aereo militare della Fuerza Aerea Argentina con una tappa a Gobernator Gregores e dopo una notte passata nel piccolo aeroporto della cittadina ripartiamo con un bimotore militare e dopo aver fatto un giro spettacolare dentro il gruppo montuoso, atterriamo su pista in terra battuta e ad un’ estancia  (fattoria) non lontana dal villaggio dove c’è una posada (locanda) e la casa del guardiaparco.

Durante il trasferimento
A Comodoro Rivadavia da Padre Corti
Pozzi di petrolio Comodoro Rivadavia

Vagando per il luogo finalmente incontro i miei compagni che stanno trasportando il materiale al di là del Rio Fitzroy guadandolo fino alla vita con l’acqua veramente fredda. Tutti insieme trasportiamo poi il materiale alla capanna del Gaucho Guerra che dovrebbe portarci alla Piedra del Fraile. (Nell’aprile del 1983 aveva iniziato a lavorare come trasportatore per gli scalatori.  Molte persone venivano dall’Europa. Aveva costruito un Puesto.. La gente diceva che era famoso allora, ma lui diceva di essere rimasto lo stesso Guerra di sempre). Nel luogo del guado e della capanna oggi ci sono il ponte sul Rio Fitzroy e una vera e propria città, El Chalten, che conta qualche migliaio di abitanti.

Dove ora c’è la città di El Chalten

Ancora una notte e partiamo con Mauro che si è preso una bella distorsione ad una caviglia per cui viaggia su un cavallo, noi a piedi, il Gaucho Guerra con Jorge che si definisce “il Gaucho Moderno” e i carichi trasportati dai cavalli. Poco dopo la partenza il “Moderno” inscena un teatrino che fa imbizzarrire un cavallo che perde il carico. Il risultato finale è che non ritroviamo tutto, capiremo più avanti che il “Moderno” ha fatto un “robo” (un furto). Io, Mauro, il cavallo e Massimone rimaniamo indietro, sembriamo l’Armata Brancaleone, sbagliamo itinerario e, nel tentativo di guadare il Rio de Las Vueltas, Massimone viene portato via dalla corrente e per pura fortuna non ci rimette la pelle. Il materassino sullo zaino lo tiene a galla ed un’ansa del fiume lo fa arrivare sulla riva opposta alla nostra, bagnato ma sano e salvo. Troverà rifugio in un “Puesto” della gendarmeria che si trova a 2/3 km a monte. Io, Mauro ed il cavallo bivaccheremo sotto la pioggia fino al giorno dopo, quando un paio di gendarmi riporteranno a cavallo Massimone dal nostro lato del fiume indicandoci l’itinerario giusto.

Il gaucho Guerra
Massimone ritorna da noi

Finalmente siamo al Campo Base: La Piedra del Fraile dove ora c’è un rifugio gestito. Inizia la vera spedizione alpinistica anche se mutilata dei bidoni che mancano all’appello. Il tempo è molto variabile con giorni di tempo orrido e vento impetuoso, alternati a giorni belli anche se comunque il vento c’è quasi sempre. La permanenza obbligata al campo base per il tempo brutto ci fa consumare molti, troppi alimenti e in poco tempo i viveri scarseggiano e la situazione tra di noi comincia ad essere  “nervosa”. Come scrive Chris Bonington nell’appendice del suo libro “Everest” “L’importante del mangiare è che ce ne sia” ed è quello che a noi manca. Cominciamo a controllare reciprocamente le razioni ed arriviamo a fare una specie di marmellata con delle bacche rosse che troviamo vicino al campo base. Kocis arriva a provare a fumare il tè…aveva finito anche le sigarette. Una sera dopo cena Kocis rimane dentro la baracca per leggere qualche pagina di un libro, tenta di cambiare la bomboletta di gas alla lampada e, per vederci meglio, si avvicina al fuoco che arde nello pseudo caminetto che abbiamo.

Il caminetto dentro la baracca

Per farla breve da fuoco alla baracca e solo il mio intervento, insieme ad un amico di Kocis, permette di limitare i danni ma stava per bruciare l’intero campo base. Kocis si brucia un po’ di capelli e le ciglia. Alla fine non è andata malissimo. Facciamo molti viaggi per portare il materiale alla base della parete. L’itinerario non è né banale né breve: si tratta di salire fino a un passo per una lunga pietraia, si scende dall’altro lato e poi per un ghiacciaio tormentato si arriva a salire un pendio di neve che ci porta alla base.

Gruppo del Fitzroy

La parete è imponente e forse capiamo il perché ancora non sia stata tracciata alcuna linea di salita. Per poter stare “comodi” alla base scaviamo una grotta nella neve e nel ghiaccio per mettere le tende al riparo dal vento, ma solo alcuni di noi hanno gli scarponi per il bagaglio ancora perso, che arriverà al campo base solo il 28 di dicembre. Iniziamo la vera e propria scalata e abbiamo la fortuna di trovare un bel posto comodo a metà parete che chiameremo “il Grand Hotel”. In due periodi di quattro giorni in parete, intervallati da molti giorni di tempo pessimo e vento impetuoso, riusciremo a terminare la via il 17 di gennaio 1986 per una parete di 1900 m e un totale di 46 lunghezze di corda, tutti noi sei siamo arrivati su, nessuno è rimasto indietro! La chiameremo via del Tehuelche, tribù di nativi americani stanziata in Patagonia, quasi estinta per la “colonizzazione” degli spagnoli. Solo un aneddoto: arrivati alla fine delle difficoltà in piena bufera Mauretto mi chiede di tenergli i calzari di piuma mentre cercava qualcos’altro nello zaino. Uno di questi mi vola via e sparisce. Sistemiamo gli zaini e ci prepariamo per continuare la salita. Magicamente dopo qualche minuto il calzare torna da noi dopo chissà quale volo in parete. La discesa risulterà veramente impegnativa per la tempesta che era arrivata alla fine della salita e che ci ha costretti a passare una notte praticamente insonne a metà parete, con un vento fortissimo e una bufera di neve. L’intero giorno successivo lo impiegheremo per raggiungere, stanchi ma felici, il campo base.

Mauro alpinista e cineoperatore
Attraversamento del ghiacciaio
Attraversamento del ghiacciaio
Parete nord Fitzroy via del Teulelche
Il Grand Hotel nella tempesta
Tende tenute in terra per il vento
Il Bambino nel tratto più impegnativo della salita
Il bambino un un momento di riposo
In parete Kocis e Mauretto
Il Grand Hotel con caldo e sole
Massimone nella grotta di ghiaccio alla base della parete
Il Grand Hotel a metà parete
Il sottoscritto con il maltempo

Meno male che avevamo preparato tutte le soste in modo da non doversi preoccupare della loro tenuta anche in caso di maltempo, cosa che è regolarmente avvenuta, ma tutta l’avventura della salita e della discesa è un’altra staereooria. Siamo stati sicuramente fortunati, ma anche molto testardi visto come era cominciata tutta la storia. Non ho raccontato la scalata, ma il condensato del viaggio e avvicinamento alla parete, tutte cose che per certi versi sono state forse più impegnative della salita, un’avventura nell’avventura durata quasi tre mesi. 

Panorama del gruppo Fitzroy Cerro Torre

Durante il lockdown dovuto al covid 19, ho trascritto il mio diario che avevo tenuto durante la spedizione. Ho riportato solo alcuni tratti del diario che ho condiviso con tutti i miei compagni di avventura e con la famiglia degli zii di Mauretto che ci hanno ospitato a Buenos Aires.   

Sicuramente è stata la più importante esperienza alpinistica extraeuropea della mia vita e delle 12 volte che sono stato in giro sulle montagne del mondo. Tutti noi abbiamo partecipato con passione anche se, come normale che sia, non sono mancate accese discussioni e litigate, prima, durante e dopo, ma quelle fanno parte del gioco. Siamo partiti amici e siamo tornati amici. Alla serata del 15 giugno a Fiesole eravamo tutti presenti 37 anni dopo. 

 E pensare che è stata tutta colpa delle grappe al mirtillo del rifugio Porro.. 

Finalmente al termine della via