Passeggiata “senza tempo” nelle terre colorate dell’Islanda
Testo di Francesco Sberna
Foto di Fabrizio Darmanin
Il tempo. Questo signore un po’ tiranno che regola e scandisce le nostre convulse giornate. Lo percepiamo, quotidianamente, come qualcosa che toglie ossigeno a quel sacro fuoco che vorrebbe bruciare tutte le nostre energie per godere di quello che, ancora, c’è di bello da vedere e da fare. Così, con l’unica regola di non subire la regola del tempo, ci siamo incamminati in quel caleidoscopio di colori che è la giovane terra d’Islanda.

Esattamente un anno fa, durante un giro turistico in Islanda, mandavo foto a Fabrizio, senza troppi commenti. E qui il tarlo inizia a lavorare. Al ritorno frasi vaghe del tipo “sarebbe da andarci”. Poi un po’ più concrete, come “ci sarebbe un bel giro a piedi di qualche giorno”, e infine: “il volo va prenotato verso dicembre/gennaio”… Così, un pomeriggio di febbraio, fissiamo volo e assicurazione in caso di rinuncia, “tanto sarà difficile che ci si vada per davvero”. Poi ce lo dimentichiamo, o almeno facciamo finta. A primavera iniziamo a giocherellare con gli acquisti, dalla tenda alle mutande, passando per obbiettivi e scarpette da guado… “tanto è tutta roba che serve!”

Terra giovane l’Islanda: ha ragione chi dice che probabilmente quando è nata la vita sulla terra doveva avere un aspetto simile: ti aspetti di vedere un dinosauro lì dietro e non te ne stupiresti nemmeno! Ti immagini che in un tempo passato questa terra sia stata percorsa da imbianchini un po’ maldestri, che portando secchi di diversi colori, siano inciampati “imbrattando” dei colori più vivaci il tappeto di nera lava di cui è costituita l’Islanda. E’difficile procedere spediti, ma questa era la premessa alla nostra girata: tenere un “passo fotografico”, con ritmi non da escursionisti che puntano dritti alla meta senza troppo guardarsi intorno . Io con la mia macchinetta “punta e scatta”, Fabrizio con attrezzatura seria, ci lasceremo prendere da ogni richiamo che ci porti a divagare e a “perdere” quel tempo che appare così prezioso a chi deve raggiungere la meta nei tempi prefissati. Abbiamo ben quattro giorni di margine proprio per questo. Ci stupiremo nel vedere le persone che vanno e non guardano, alcuni fanno due tappe in un giorno solo, oppure vanno avanti anche con la nebbia – e allora che ci andate a fare?

Nove giorni di cammino lungo uno dei sentieri più popolari dell’isola, con le deviazioni che via via la curiosità ci dettava. E’ un percorso facilissimo dal punto di vista escursionistico, su un sentiero ben tracciato e segnalato, lungo 54 km e con poco dislivello, a cui abbiamo aggiunto due escursioni nella parte finale. Per non essere condizionati da prenotazioni, abbiamo scelto di andare in completa autonomia con tenda e cibo. Tocco finale, indispensabile per ricaricare le batterie, il pannello solare di Fabrizio. E’ possibile fare sosta solo nei posti tappa dove ci sono dei piccoli e spartani rifugi o la possibilità di mettere la tenda, ma… si sa… le regole a volte sono fatte per essere infrante e così un paio di scappatelle fuori porta ci hanno portato a soste davvero speciali. Unica difficoltà è il resistere (ma abbiamo ceduto spesso e volentieri) alla tentazione di deviazioni fotografiche. Componente inebriante delle passeggiate nel grande Nord è la lunga durata della luce nei mesi estivi col buio che tarda ad arrivare e dà quel conforto a chi si trova a camminare per terre che non conosce. Il tempo meteorologico è invece la grande incognita che condiziona anche pesantemente l’attività. Noi abbiamo avuto fortuna, con un solo giorno e due notti di pioggia continua e vento che ci ha costretto a passare 36 ore in tenda, ma non è raro che vento forte e pioggia durino diversi giorni. D’altra parte la continua variabilità della luce, che per tante ore rimane radente, è un elemento che fa gola all’appassionato fotografo.



Il fascino di una terra “appena nata” (e che, peraltro, potrebbe rinascere da un momento all’altro con eruzioni anche devastanti), i grandi spazi, i silenzi e il senso di isolamento, la percezione che acqua, terra e fuoco si mettono continuamente in gioco fra loro creando innumerevoli forme e colori in una luce magica, sono le sensazioni che abbiamo provato in una passeggiata a misura di foto e non a misura di tappa.


A 1000 metri di altezza, lo scioglimento delle lingue di imponenti nevai dà origine a centinaia di rivoli d’acqua che scendono a valle
Dopo tanti giorni immersi nel coinvolgimento totale del procedere a piedi, affrontiamo con malcelato impaccio i mezzi meccanici per tornare a casa. A Firenze, ultimo tassello, prenderemo la tramvia. Così tentiamo invano di infilare le monetine nella macchinetta per fare i biglietti, ma il distributore non le accetta. Incredibile! Vuoi vedere che nel frattempo anche l’Italia è diventata così evoluta che, come nel Nord Europa, si usa solo la carta di credito al posto degli obsoleti soldi?! No, smettiamo subito di sognare e torniamo coi piedi per terra: la macchinetta, più semplicemente e “all’italiana”, è guasta…



Francesco in uno dei tanti “rinfrescanti” guadi
