Abetone, ve la racconto in un altro modo

Di Neri Baldi, cartoline Collezione Neri Baldi

Immagine pittorica del 1938 che raffigura
la vecchia stazione a valle della slittovia,
andata distrutta con la guerra

L’albergo abbandonato scorre lento alla mia destra, chissà come sarebbero andate le cose se fosse stato completato… chissà che ne sarebbe stato della Val di Pozze… chissà… 

La valle ora è deserta, in un silenzio irreale nonostante si sia nel pieno della stagione sciistica. 
Giù al parcheggio solo poche altre macchine. Negozi chiusi. Condomìni disabitati. 
Il Covid19 ha messo a nudo la montagna che ora è qui, come sospesa nel tempo, in attesa di qualcuno ne decida il futuro. 
Mi vengono a mente i ricordi da bambino, sempre più sfocati nel fondo della memoria ormai lontana. 
Ecco, quando torno a casa vo a cercare un po’ di fotografie e cartoline che la mamma metteva da parte. 

Un altro mondo. 

Ma chi se la ricorda più la slittovia? 

E le seggiovie, lentissime, con le gambe penzoloni e il vento col nevischio di traverso… 24 minuti ci volevano per salire su dalle Regine! 

Si andava all’Abetone per passare una giornata sulla neve, spesso in torpedone, qualche pista, su alla Selletta e magari in cima al Gomito, ma lo scopo era andare in montagna. Mi ricordo che c’era l’abbonamento a punti; poi inventarono “il giornaliero”, ma quello era per i pistaioli, quelli della Riva e del suo famoso muro con le gobbe dove i bambini ci sparivano dentro, che già davano la prevalenza a quante piste facevi non a che gita avevi fatto. Me li ricordo bene, con i Levis al posto dei pantaloni da sci, per far vedere che loro erano un’altra cosa… 

Ormai più nessuno aveva gli attacchi col mollone, talloniera per tutti e piumino; figuriamoci poi se c’era ancora chi andava giù con gli sci di legno e la camicia di flanella a scacchi, roba da Museo della montagna! 

L’onda lunga della notorietà avuta grazie a Zeno Colò e Celina Seghi si stava però esaurendo e qualcuno cominciava a pensare alla “valorizzazione” (che brutto termine, eh!) della montagna. 

Il rifugio della Selletta, già ampliato; sul Gomito per qualche
tempo coesisteranno la seggiovia e lo skilift che si intersecavano
all’altezza della Stucchi.

Campolino stava passando di moda con la sua vetusta gabbiovia – che già prenderla era un esercizio atletico non per tutti – la gente andava altrove, c’era l’Ovo con le Zeno, i gusti stavano cambiando. Eppure la Rossa era una pista parecchio bella.  

Che soddisfazione c’era ormai a fare la Stucchi – perché la volevi fare… era una bella discesa da cima al Gomito – ora che avevano fatto il collegamento con l’ovovia e non dovevi più fare il lunghissimo stradello per andare in fondo alla Riva? 

Erano gli anni del boom dello sci di massa con la triste ed incresciosa vicenda del collegamento fra la Val di Luce (eh sì, ora si chiamava così, chi l’avrebbe mai comprato un appartamento alle Pozze?) con il Sestaione che richiese il disboscamento di parte del canale sotto il Dente della Vecchia, autorizzato alla bell’e meglio da un magistrato poi rimosso dall’incarico per quello che aveva deciso senza tener conto di quello che gli dicevano dall’Avvocatura dello Stato e dal Ministero! 

Ma allora si voleva questo e si pensava che fosse giusto: ma perché mai non buttar giù qualche albero per far soldi – ma no, che dico! – per far divertire la gente che ormai andava a sciare come se andasse a Viareggio. 

Le case poi, tante e dappertutto, favorendo una volta i parenti della fazione al governo del Comune e la volta dopo quella dell’opposizione di prima che sistematicamente si alternavano alla guida della collettività, senza alcuna visione d’insieme e proiettata nel tempo dei problemi da affrontare. 

Cominciavano a vedersi in giro le prime tavole, nella perplessità di molti: ma come si fa a sciare con quelle cose lì sul ghiaccio che spesso c’è a ridosso dei crinali? 

Il casino delle piste – e la fauna dei loro frequentatori, cittadini portati in montagna dove continuavano a comportarsi da cittadini e non da amanti della montagna e di quel che rappresenta – mi piaceva sempre meno. 

Comprai il primo paio di sci da scialpinismo: mi divertivo più a fare cose magari apparentemente irrazionali come il collegamento per cresta Tre Potenze-Campolino (3 X 1500, come lo ribattezzammo con Francesco pensando a 3 X 8000 di Messner… a ciascuno il suo) dove ravani parecchio e scii poco, oppure la traversata sopra il crinale del Poggione… meglio delle mezz’ore di coda per fare qualche Zeno, magari senza fermarsi. 

Sopra
doppia veduta (estiva
ed invernale) del
rifugio di Campolino
nella sua massima
estensione.

Non so, ma a me questa montagna qui mi pareva più montagna e mi piaceva di più di quella specie di parco giochi che stava diventando l’Abetone con la cioccolata con la panna al Lupo Bianco e la bolgia dantesca per avere una piadina con salsiccia al rifugio dell’ovovia. 
Certo – mi direte voi – il mondo va avanti e non si può fermarlo come se fosse uno scatto della macchina fotografica, il mondo cambia, tutto per tutti, benessere a go-go e poca fatica, che vai cercando? 
Divertiti! 
Il progresso, chiamiamola evoluzione, c’è ed è inevitabile; non è però detto che sia meglio a prescindere. 
Non so di cosa la montagna avesse ed abbia bisogno. 

Non so se abbia molto senso parlare ancora del collegamento con gli impianti fra la Doganaccia e lo Scaffaiolo attraverso lo Spigolino, a fronte di inverni sempre meno innevati, o – peggio – di quello fra l’Abetone e il Cimone che si sta affacciando oggi alla ribalta strizzando l’occhio ai finanziamenti dell’Unione Europea. 
Perché? 
A chi giova? 
La speculazione edilizia è stata devastante, portando non un benessere alla collettività ma solo soldi a pochi imprenditori direttamente interessati che hanno pensato – giustamente nella loro prospettiva – al loro conto in banca; però con una ricchezza effimera e volatile: oggi le case sfitte se non abbandonate sono una realtà significativa che non si può ignorare. 
Campolino è stato smantellato con i soldi del Ministero dell’Ambiente che ha voluto giustamente tutelare la peculiarità della omonima riserva e dei luoghi circostanti. La valle del Sestaione è tornata come era. Gli abeti e i faggi sono ricresciuti un po’ dappertutto, anche di là verso il Libro Aperto. Il bivacco del Lago Nero accoglie ancora chi ha fiato per salirvi. 
Di gente all’Abetone ce ne va sempre meno, eppure il posto secondo me è uno di più belli d’Italia: ma ci siete mai stati sul crinale del Poggione? 
Le cartoline di casa ci dicono come era allora. 
La realtà di oggi è sotto gli occhi. 

Guardo lassù verso il Passo d’Annibale e rimugino: è meglio o è peggio? 

Gli sci con gli attacchini scorrono sulla neve; le pelli profilate tengono ovviamente bene, il gilet di pile mi tiene ben caldo. 
Fantascienza al tempo di Zeno Colò! 
Respiro profondamente, alzo la testa e vedo i cavi della seggiovia, ferma e vuota, triste monumento a se stessa. 

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