In ricordo di Paolo Melucci

di Alfio Ciabatti – Presidente CAI Firenze

Non ho conosciuto Paolo Melucci ma ne ho sentito parlare molto. Ho salito alcune delle sue vie di arrampicata in Apuane, ho letto vari dei suoi scritti e visto diverse sue interessanti fotografie, ho ascoltato amici che lo hanno conosciuto. Sul volume del Centenario e quello del Centocinquantesimo della Sezione ha lasciato traccia della sua grande conoscenza. Indirettamente ho quindi conosciuto una personalità appassionata e competente, un grande e forte alpinista, uno dei primi Istruttori Nazionali di Alpinismo della Sezione di Firenze, ma anche un uomo con una grande vitalità, estro e creatività tipico di grandi alpinisti. Vitalità espressa sempre nei momenti decisivi. Una persona che si è impegnata lungamente per la Sezione. Con lui se n’è andato un altro grande alpinista fiorentino figlio di un’epoca dove c’era ancora spazio all’esplorazione alpinistica e alla scoperta. Oggi è tutto più difficile.  

Buone salite Paolo sulle vette più alte del cielo! 

Paolo Melucci giovanissimo (archivio Alberto Melucci)

… di Alberto Melucci

Giorno triste. Alle due di stanotte è morto Paolo. W Paolo
Paolo vive. I grandi vivono nella memoria degli amici. Mi spiace” 
W W W Paolone
 

Vorrei partire da questi due messaggi, arrivati all’alba del primo di aprile, per fare alcune considerazioni su Paolo, il mio babbo. 
Difficile in questi casi smarcarsi dall’aspetto emotivo, ma ci provo. 
Una delle prime considerazioni che ho fatto è stata la consapevolezza che il babbo ha avuto grandi passioni sin da ragazzo: la fotografia e la montagna. Due passioni vere, profonde, testimoniate nel suo archivio fotografico e nel suo curriculum dell’andar per monti
Passioni presto trasmesse a me, ai suoi amici e allievi durante la sua attività alpinistica. 

Paolo ha iniziato giovane a frequentare la montagna, a 17 anni circa. Nel 1953 frequenta il Corso della Scuola Nazionale di Roccia “Giorgio Graffer”. A partire da quell’anno Paolo coltiva una fitta rete di amicizie con alpinisti del nord Italia, in particolare trentini e veronesi, cosa non scontata per un fiorentino all’epoca. 
Intorno al 1970 abbandona la sua attività di scorribande sulle vette e quella in seno alla Scuola T. Piaz. Come si evince dal suo archivio di corrispondenza, risulta chiaro come Paolo e gli altri giovani di allora si siano impegnati e abbiano creduto fortemente nella nascita di una scuola di Alpinismo della Sezione Fiorentina del C.A.I.: la Scuola Nazionale di Alpinismo Tita Piaz. 
Come vuole la tradizione la montagna è soprattutto condivisione, so per certo che nel tempo il babbo ha condiviso questa passione con molti amici e che questi ne conservano un piacevole ricordo. 
La curiosità lo ha sempre animato, curiosità tanto per gli umani quanto per i libri e i paesi del vicino ed estremo oriente. 
So di parlare a una “platea” che ama l’andar per monti; tutti quelli che lo hanno conosciuto, ricordano e ricorderanno la passione di Paolo, lontana da qualsiasi superficialità, e lo sguardo sempre curioso verso il mondo. 

Paolo Melucci al raduno di Stazzema 2005 – foto di Leandro Benincasi

Il ricordo di Valdo Verin

Paolo Melucci, un altro storico personaggio dell’alpinismo Fiorentino, anzi Toscano, ci ha lasciati. Ma soprattutto mi ha lasciato un amico. 
Fu durante il corso di roccia del 1964, a cui partecipai con mio fratello Mario, che lo conobbi. Era uno degli Istruttori Nazionali e se ben ricordo anche il Direttore in quegli anni della Scuola Tita Piaz. Non mi sovvengono i dettagli di quel corso ma ricordo la grande stima ed il timore reverenziale che avevamo, noi allievi, per lui e per quegli altri Alpinisti che ci dedicavano il loro tempo. Mi è rimasta impressa la sensazione di sicurezza e di competenza che traspariva dai suoi consigli. 
I ricordi si affollano mentre ripenso ai cinquanta e passa anni di frequentazione con Paolo e con il CAI e mi sovviene la forte emozione di quando, più tardi, mi chiese ad andare in montagna con lui. Le salite d’inverno sulle Apuane, i giorni passati insieme in montagna in estate e in inverno, le salite al Monte Bianco, la Oppio al Pizzo d’Uccello, che fino ad allora non aveva mai fatto, salita con me con gli amici di sempre Pietro Passerini e Roberto Pompignoli. Poi come non dimenticare un mitico accantonamento al Monte Bianco, con vari istruttori della scuola ed altri amici, durante il quale fu salita da tutti, ma per vie diverse, la Nord della Tour Ronde per poi ritrovarsi insieme sulla vetta. 
Personalità complessa quella di Paolo, a volte contraddittoria, restio a parlare di se stesso e della sua vita privata condivideva però con gli amici di montagna azioni e pensieri anche molto personali. Portato alla discussione ed al dialogo era capace di dissertare su svariati argomenti riuscendo ad analizzarli da diversi punti di vista. 
Profondo conoscitore dell’ambiente alpinistico e della montagna era un punto di riferimento per coloro che si affacciavano neofiti al mondo dell’alpinismo. Pur avendo un’attività prevalentemente orientalista prediligeva l’ambiente delle Alpi Occidentali e delle Alpi Apuane specialmente in inverno. 
E’stato maestro per noi giovani apprendisti anche sul lato della preparazione atletica indirizzandoci ai metodi di allenamento non ancora consueti per quegli anni ed in particolare alla corsa per fare “fiato”. Ricordo le levatacce mattutine d’inverno, al buio, per andare a correre insieme a lui alle Cascine o all’Albereta prima di andare a scuola. 
La sua cultura alpinistica era notevole, era sempre aggiornato su quanto accadeva nel mondo della montagna e risultava profondamente interessato anche alla storia dell’alpinismo di cui era appassionato cultore, fu infatti anche autore di una breve storia dell’Alpinismo, importante testo per gli allievi della Scuola Tita Piaz. 
Per svariati anni cercò di promuovere una spedizione extraeuropea del CAI di Firenze proponendo svariate mete, iniziò da quella Himalayana che solamente in età avanzata riuscì a visitare insieme al figlio Alberto. Man mano che le cime prescelte erano rifiutate per ragioni finanziarie, tornava alla carica proponendo una meta più vicina e meno dispendiosa, fin a che ne1969 fu decisa una mini spedizione, in completa autonomia, al monte Ararat. Il viaggio fu lungo e pieno di imprevisti attraverso tutta la Turchia. Finalmente la cima fu raggiunta dai tre giovani componenti della spedizione ma non da Paolo che dal campo base non volle salire fino alla vetta adducendo stanchezza per aver guidato per tutto il tempo del viaggio. Ma adesso che gli anni sono passati sono sempre più convinto che tale rifiuto fosse causato, non dalla stanchezza, ma per dare a noi tre giovani il merito del raggiungimento della vetta e della riuscita della spedizione. 
Questo, meglio di altre parole, racconta chi fosse realmente Paolo Melucci. 

Paolo Melucci sulla via Comici alla Grande di Lavaredo (archivio Alberto Melucci)

Il ricordo di Leandro Benincasi

Premetto subito che ho trovato una certa difficoltà a scrivere queste righe su Paolo. E non perché non avessi argomenti su cui parlare. Anzi. Era vero proprio il contrario. Il problema era da dove cominciare. Ho avuto come la sensazione che, introducendo un argomento, rischiasi poi di trascurarne un altro. E questa è proprio una peculiarità di Paolo, quella di possedere una personalità così complessa e poliedrica che non sai mai da dove cominciare. 
Ebbene, comincerò innanzitutto da un aspetto che più di ogni altro l’ha caratterizzato: la grande, grande, grande passione per la montagna. Una passione a tutto tondo, che non si è mai limitata a dare voce a un solo aspetto, ma si è estesa a tutti gli ambiti dell’interesse alpinistico. Lui ha fatto tutto! Ha arrampicato, ha aperto vie nuove di estrema difficoltà, ha studiato il mondo alpinistico, ha scritto un libro di storia alpinistica, ha collaborato alla redazione dei due libri sezionali (quello del centenario e quello più recente dei 150 anni), ha scritto numerosi articoli sul nostro bollettino sezionale, ha approfondito argomenti storici relativi alle attività alpinistiche della Sezione, ha diretto la Scuola di Alpinismo Tita Piaz, contribuendo in maniera sostanziale alla sua crescita e alla sua affermazione a livello nazionale, ha stabilito e sviluppato contatti con le figure di maggior rilievo dell’alpinismo italiano dell’immediato dopoguerra, ha organizzato la prima spedizione alpinistica della nostra Sezione, è stato uno splendido fotografo di montagna, e altro ancora che per brevità si è obbligati a trascurare. 
Dotato di una personalità complessa e poliedrica, è stato spesso voce critica e battagliera all’interno della Sezione, ma sempre con un punto di vista appassionato e coinvolgente. La sua carica polemica, quando si è fatta sentire (e parlo degli anni ‘60), era sempre puntuale e circostanziata, comunque propositiva e mai meramente distruttiva. 
Ho avuto modo di sentirlo molto spesso in questi ultimi anni, quando gli ho chiesto di collaborare alla stesura del nostro libro commemorativo dei 150 anni della nostra Sezione. Memore del suo prezioso apporto nella redazione del precedente libro del Centenario, volevo che anche nel più recente libro celebrativo vi fosse un suo preciso contributo. E così è stato. In quell’occasione ho avuto modo di apprezzare la serietà del suo lavoro, sempre accompagnato però da quel suo agire e pensare tutto fiorentino, a metà strada tra la visione ironica e la scrupolosità dello storico. Devo dire che quando parlavo con lui di temi alpinistici, lo facevo sempre con grande soggezione, nel timore di dire qualche bischerata, qualche inesattezza, che lui poi inesorabilmente stigmatizzava con blanda severità, come a dire: ragazzo, studia, prima di dire delle sciocchezze. 

Per finire, e per non far pensare che l’attività di Paolo si sia limitata alla pura attività speculativa e storiografica, ricordiamo che è stato autore di notevoli ripetizioni di vie classiche estreme, ma anche artefice di aperture di vie nuove di grande difficoltà. A tale proposito è doveroso citare la salita alla Torre Prati (Dolomiti di Brenta) nel 1962 e quella alla Torre Venezia (gruppo del Civetta) nel 1960. Proprio a quest’ultima salita è dedicato un simpatico aneddoto, così come me l’ha raccontato Paolo, che ben descrive la sua personalità, sospesa tra l’intento più serio e l’ironico distacco. 

Paolo Melucci con Leandro Benincasi e Valdo Verin – foto di Alberto Melucci

Paolo si racconta: 

(Quest’aneddoto si riferisce a un fatto accaduto durante la prima salita al diedro sud della torre Venezia, eseguita con il compagno Giancarlo Biasin). 

“Ciò detto, se proprio vuoi sapere qualcosa del mio percorso alpinistico vorrei narrarti un aneddoto per me significativo se non altro perché dimostra che, oltre un certo grado di preparazione, si superi ogni timore. 
Dopo aver salito nel giorno precedente tre tiri di corda, attrezzandoli, abbiamo finalmente attaccato una via nuova, inizialmente sbarrata da grandi tetti che ci proteggono da eventuali intemperie ma che, una volta traversato al di fuori dalla loro verticale, non ci impediscono di beccarci un acquazzone. 
Scendere a quale punto sarebbe stato quasi altrettanto difficile che salire per cui optiamo per quest’ultima soluzione. 
Anche se siamo in estate e quindi le giornate son lunghe, prima o poi vien buio per cui, dopo aver piantato vari chiodi, alcuni di dubbia affidabilità, ci apprestiamo a passare la notte avendo come giaciglio le staffe… 
La preparazione richiede attenzione e tempo, il che non guasta perché riduce il periodo da passare in posizione non proprio confortevole: mi sfilo quindi uno alla volta gli scarponi, facendo attenzione che non volino di sotto, quindi i pantaloni, poi mi metto un paio di provvidenziali mutande leggere di lana, la giacca di piumino e – bevuto un po’ di te – mi dispongo finalmente ad attendere la sospirata alba. Una staffa per ciascuna gamba e una passata dietro alla schiena completano la disposizione della confortevole (?) sistemazione. 
Siamo un po’ distanziati quindi non ho neanche la possibilità di chiacchierare col compagno. 
Finalmente è smesso di piovere e son pure comparse le stelle…non ho bisogno di contarle, il sonno arriva comunque. 
A un tratto son scosso dall’urlo “Paolo, Paolo” che lì per lì mi spaventa. 
In realtà ben più spaventato di me era il compagno che aveva creduto che rantolassi: invece russavo!!” 

Torre Venezia (Gruppo del Civetta), segnata in rosso la via Biasin – Melucci sulla parete sud. (Guida dei Monti d’Italia del C.A.I.