testo di Duccio Berzi
Il racconto di un incontro in nordamerica per riflettere sulla convivenza con il plantigrado sulle nostre Alpi
L’estate di 25 anni fa ero con l’allora fidanzata nella Lamar Valley, nel Parco di Yellowstone. Durante un trekking di più giorni, in solitaria, incontrammo un grosso grizzly che senza fare tanti discorsi, ci aggredì. Per fortuna avevamo qualche decina di metri di vantaggio, eravamo giovani e atletici, scappammo, riuscimmo a inerpicarci su una scarpata, li passarono pochi interminabili minuti durante il quale l’orso snasava l’aria muovendo il testone prima che partisse di corsa a cercarci nella direzione sbagliata, ingannato probabilmente da giochi, per noi salvefici, delle correnti d’aria. Io ingenuamente avevo preso un bastone, per difendermi, esattamente come il povero Andrea Papi.
La paura che ti prende quando un grosso predatore ti sta cercando per mangiarti è qualcosa di atavico che non è descrivibile, che ti fa fare cose senza senso e a volte pericolose. Non comandi il tuo corpo quando sei inseguito da un fulmine di agilità e forza come un orso.
Il trekking ovviamente si concluse li, tornammo di corsa all’auto, psicologicamente devastati, poi andammo alla stazione dei rangers per segnalare l’episodio. Su quell’orso pesavano già diverse segnalazioni simili, non aveva mai ucciso ma ci era andato vicino in più occasioni e quindi stavano valutando di spostarlo in una zona remota (a Yellowstone ci sono zone davvero remote) o abbatterlo. Li non si fanno grossi scrupoli, sono pragmatici, hanno obiettivi ben chiari e condivisi. Ma ti insegnano come comportarti durante una escursione e ti fanno firmare una liberatoria. Le persone sono quindi formalmente consapevoli che muoversi in quei boschi comporta regole e rischi. Possono portare con se lo spray alla capsaicina, che chiaramente noi (eroi) non avevamo.
Dopo questo episodio tutto il viaggio nel nord ovest degli Stati uniti prese una piega diversa, eravamo entrati nella consapevolezza che quella natura era profondamente diversa dalla nostra, gli animali lì si sentono sicuri e non percepivano noi come dei pericoli. Che fossero bisonti o castori, lontre o mule deer, erano facili da avvicinare e a volte per niente timorosi. Ti studiavano. La sicurezza che offre il nostro Appennino o le nostre Alpi, dove ogni animale ha una paura atavica, frutto di una persecuzione portata avanti da sempre dall’uomo, li non esiste. Le regole per muoversi sono necessariamente diverse. Emozioni e rischi, a voi la scelta.
Non so che fine abbia fatto quel grizzly. Prima dell’attacco lo guardammo per qualche minuto che ravanava dentro una ceppaia di un abete bruciato, maestoso, con le mosche che ronzavano intorno al muso. Era senza dubbio il padrone di quei boschi, noi eravamo a casa sua, due stupidi giovani italiani a fare “trekking”, lui abitava selvaticamente quella vallata da chissà quante generazioni, d’estate e d’inverno, era tutt’uno con quel bosco e giustamente si comportava da padrone di casa, magari un po’ suscettibile, magari irritabile perché un dente gli doleva, come nella canzone di Bobo Rondelli.
Un confronto con i fatti di cronaca del Trentino non è possibile, la storia degli orsi è diversa, gli orsi sono diversi, il territorio non è confrontabile, in termini di antropizzazione e pressione turistica, di storia e di cultura. La convivenza con gli orsi, anche quando sono sempre vissuti nei propri boschi e non sono frutto di una reintroduzione come in Trentino, non è una passeggiata. La paura non ha una ragione statistica. La paura, anche senza esperienze negative dirette, ti può condizionare psicologicamente la vita.
Ma la convivenza passa attraverso dei compromessi, delle limitazioni, degli interventi, come accade a Yellowstone o in praticamente tutti i posti dove vivono orsi, che possono o meno piacere. Passa anche attraverso una crescita culturale, che è quella della consapevolezza che la montagna è bella perché ci emoziona e ci emoziona perché contiene delle sorprese e degli elementi di rischio, quali le pendenze, le rocce, le valanghe, i temporali, il ghiaccio e anche gli animali selvatici, pucciosi o meno, pericolosi o meno, che inevitabilmente comportano dei rischi e che solo in parte possono essere gestiti, prevenuti o rimossi.
Ma fanno parte del gioco, siamo in Trentino, ma non siamo in una pista da sci.
L’orso è stato riportato, forse senza una reale consapevolezza e condivisione da parte dei locali, forse certe previsioni erano sbagliate, sicuramente qualcosa in più poteva essere fatto per evitare l’incidente, ma ormai volenti o nolenti c’è, non si toglie e vanno necessariamente accettati dei compromessi, da tutte le parti.
Consapevolezza e compromesso, ecco, io credo che siano queste le due parole chiave di tutta questa vicenda.