testo e foto di Giovanni Berti

Mi fa piacere ricordare sulle pagine di Alpinismo Fiorentino, un’esperienza che ho potuto provare nei Balcani nel giugno di quest’anno, grazie al Club alpino. Da dicembre del 2022, faccio parte del Gruppo di lavoro giovani del Cai, come referente del Tavolo Cultura. A gennaio, sento dire dal coordinatore del Gruppo, il valtellinese Stefano Morcelli, durante una videochiamata, che sarebbe andato in Kosovo (o Cossovo secondo la grafia di una volta) insieme ad Alessio Piccioli, responsabile della Struttura operativa sentieri e cartografia (SOSEC) per qualche sopralluogo e un po’ di scialpinismo. Da qualche tempo, infatti, il Club alpino italiano, insieme all’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, collabora per un miglior funzionamento della Via Dinarica, itinerario escursionistico che collega Trieste con Atene, per quanto riguarda lo Stato kosovaro: si tratta del. progetto chiamato Natukosovo. Fortunatamente, non molto tempo dopo aver inviato la domanda ho avuto risposta favorevole e ho quindi saputo che avrei passato nove giorni a giugno nei Balcani. Avevo visitato città e boschi di quelle montagne, negli anni passati, ma rimanendo per lo più su itinerari conosciuti e quindi sono stato assai lieto di questa opportunità.

Sono Atterrato a Pristina il pomeriggio del sette giugno, siamo stati accolti da vari appassionati di montagna kosovari, tra cui il presidente della Federazione alpinistica del Kosovo. La storia recente del Kosovo dovrebbe essere ben nota in Italia, dato che diversi militari italiani sono stati e sono presenti in questa parte di mondo, che purtroppo ha visto diverse pagine tragiche. Facendo campo base a Peje, seconda città del Paese, il cui centro storico è stato completamente ricostruito, anche col sostegno italiano, dopo le devastazioni del 1999, abbiamo aiutato alcuni kosovari nella manutenzione dei sentieri, con teoria e pratica. Ogni squadra era composta da un esperto kosovaro, un esperto italiano, un giovane kosovaro e un giovane italiano. La municipalità a me inizialmente assegnata è stata quella di Junik, a sud di Decani, teatro di aspri combattimenti. Montagne meravigliose e poco frequentate tra Kosovo, Albania e Montenegro, nelle quali ancor presenti tante tracce della guerra, un fatto che ancora non riusciamo a relegare tra i ricordi. Nonostante alcune preoccupazioni, la convivialità dei balcanici ha vinto ogni timore. L’esperto kosovaro della mia squadra, per esempio, non parlava inglese, oltre all’albanese, ma solo il francese e ho dovuto perciò rispolverare le mie conoscenze della lingua d’oil. In un pomeriggio di pioggia, ho potuto visitare il monastero ortodosso di Decani, raggiunto dai miei genitori quarant’anni prima e grande è stata l’emozione di parlare in un fluente italiano con un monaco e altri frequentatori, sebbene le camionette dell’esercito all’ingresso richiamino alle incertezze del presente.


Dopo la conferenza stampa con le autorità, è stato possibile raggiungere il picco Heila a 2430 m, al confine col Montenegro, e pernottare nell’unico rifugio del Kosovo, con una serata indimenticabile. I giovani partecipanti italiani sono stati dodici, con un numero di domande inferiore alle aspettative; e alla SOSEC, per la primavera del 2024, confidano in un numero maggiore di richieste, poiché l’esperienza sarà riproposta. Fino a oggi, se per gli italiani non serve il visto per entrare in Kosovo, pari trattamento non è riservato ai kosovari verso l’area Schengen, rendendo, per loro, specialmente gradite le occasioni di scambio e conoscenza. Il ritorno in Italia è avvenuto con un volo da Tirana, raggiunta partendo con un minibus da Peje alle 4 del mattino, attraverso l’affascinante paesaggio delle montagne albanesi che mi riprometto di conoscere meglio. Vorrei proprio concludere con un invito a conoscere e scoprire le montagne dei Balcani, così vicine eppure così lontane.
