La Bonatti – Mazeaud 

Una via quasi per caso

testo e foto di Jacopo Baldi

Non tutte le avventure nascono sempre nello stesso modo, questa ad esempio è una di quelle nata per me quasi per caso.  

Il sofferente e tormentato ghiacciaio del Freboudze sormontato dalla parete Sud delle Petites Jorasses

È un normale mercoledì pomeriggio di luglio. Complice il caldo e l’intensa giornata di lavoro, la mente inizia già a fantasticare sui programmi del fine settimana. Il meteo è buono e le Apuane sembrano proprio la meta perfetta per una bella arrampicata in cerca di fresco. Unica conditio sine qua non – giusto per rispolverare un po’ il latino del liceo – è fare qualsiasi cosa purché facile. Tanta corsa e tanta palestra infatti, ma per quest’anno ancora niente roccia… meglio non esagerare!  

Son convinto del programma, così rientrando a casa chiamo subito Nicco per proporgli un bel giro in Apuane, certo che rimarrà anche lui in zona. “… veramente vado sul Bianco a fare la Bonatti-Mazeaud, partenza comoda Sabato mattina. Ti unisci?”. Panico. Attimo di silenzio. Encefalogramma piatto. Poi la mente dà piccoli segni di vita e senza troppa lucidità balbetto un timido “OK!”. 

… Ok?! … ma che mi passa per la testa?! … fortuna che dovevo fare qualcosa di facile in zona e per di più in giornata!  

… ed è proprio così – quasi per caso – che a volte nascono le avventure. 

Nel 2020 provai in realtà già un tentativo della via in compagnia di Carlino e l’Ilaria. Le pessime condizioni della crepaccia terminale ci obbligarono purtroppo a una triste ritirata senza nemmeno riuscire ad assaporare quel bellissimo granito. La voglia di tornare però è sempre rimasta, c’era solo da aspettare il momento giusto per una bella rivincita. 

La cordata è sempre la stessa. Il solito trio ormai collaudato da anni con Nicco e Carlino. Questa volta però il gruppo si allarga e a farci compagnia si aggiunge anche il fortissimo Lorenzo Toscani, conosciuto da tutti come Dodo. Giovane promessa della scuola Tita Piaz, è entrato da poco a far parte dei 12 giovani alpinisti selezionati per l’ambito progetto Eagle Team ideato dal fortissimo Matteo Della Bordella. Che dire… un vero fuoriclasse! 

La via Bonatti-Mazeaud è diventata ormai una pietra miliare della val Ferret. Una via bellissima con difficoltà mai estreme né banali, immersa in un ambiente selvaggio e isolato. Un’incessante alternanza di placche e diedri, alla continua ricerca dei punti più deboli della parete Sud-Est delle Petites Jorasses, con un crescendo di difficoltà e bellezza che culmina col superamento dell’enorme diedro che caratterizza la parete. Per gli amanti dei numeri, la via ha uno sviluppo complessivo di circa 500 m ed è classificata come ED- con difficoltà su roccia fino al VIII (6c). Una salita insomma che merita sicuramente di entrare nel proprio curriculum personale! 

Densa di significato storico, la via porta il nome dei due grandissimi alpinisti – Walter Bonatti e Pierre Mazeaud – legati tra loro dalla tragica vicenda del Freney. Chiamata infatti anche col nome di “Via dell’amicizia”, venne aperta nel 1962 ad appena un anno di distanza dalla terribile vicenda che vide coinvolti i due alpinisti insieme ad altri 5, in quella che comunemente oggi chiamiamo la tragedia del Freney.  

Era l’estate del 1961 quando Walter Bonatti insieme ai compagni Andrea Oggioni e Roberto Gallieni decisero di tentare la salita dell’allora inviolato Pilone Centrale del Freney. Una via di altissimo impegno tecnico e fisico, tutt’ora una delle più ambite tra le grandi classiche del massiccio del Monte Bianco.  

Arrivati al bivacco della Fourche – recentemente franato nell’estate del 2022 – i tre italiani incontrarono la cordata francese costituita da Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Robert Guillaume e Antoine Vieille. Le due cordate decisero così di unire le forze e tentare insieme l’ambizioso tentativo, ma a pochi metri dalla vetta del Pilone il gruppo venne colto da una violenta tempesta di neve che durò per diversi giorni. Stremati dalla tormenta, i sette alpinisti decisero di tentare la disperata discesa verso valle, ma solo in tre – Bonatti, Gallieni e Mazeaud – riuscirono a sopravvivere. 

L’eco della tragedia fu enorme e i tre sopravvissuti – in particolare Bonatti – furono posti al centro di polemiche e accuse. La via aperta l’anno successivo sulle Petites Jorasses fu così l’occasione per rafforzare i legami tra i due e soprattutto per ricordare gli amici scomparsi.    

Il tipico “mercatino dell’arrampicatore” che caratterizza l’inizio di ogni nuova avventura

… Pronti! Non resta che decidere le cordate. L’idea di concludere insieme il progetto già iniziato ci piace molto e così io e Carlino optiamo per legarci nuovamente insieme, lasciando Nicco con il fortissimo Dodo. 

L’avvicinamento fino al bivacco Gervasutti scorre tranquillo tra guadi, nevai e corde fisse. Il bacino del Freboudze – sorvegliato dall’imponente parete Est delle Grandes Jorasses – è qualcosa di meraviglioso. Folti prati verdi – puntinati da sporadici nevai – si arrampicano ripidi dal fondovalle ad inseguire le pareti rocciose; timidi ghiacciai – ormai strozzati dall’incessante caldo estivo – fanno capolino invece dall’alto delle balconate rocciose, mentre ruscelli ricolmi d’acqua precipitano nel vuoto per superare i vertiginosi precipizi che circondano la valle. In tutto il bacino regna la pace. 

Risalendo il ghiacciaio del Freboudze in vista del Bivacco Gervasutti arroccato sugli speroni rocciosi ai piedi delle Petites Jorasses

… però… che affollamento al Gervasutti! Il bivacco è al completo e tra le chiacchiere davanti ai tortellini fumanti cerchiamo di fare il punto della situazione per il giorno successivo: una cordata tenterà la salita della via Gervasutti sull’imponente parete Est delle Grandes Jorasses, una guida col cliente andrà sulla cresta delle Petites Jorasses, mentre tutti gli altri affronteranno con noi la parete Sud. Saremo ben in sette, suddivisi in tre cordate ad affrontare la mitica Bonatti-Mazeaud! 

L’avveniristico bivacco Giusto Gervasutti installato su un isolotto roccioso nell’Ottobre 2011 a guardia del Ghiacciaio del Freboudze e puntato come un enorme cannocchiale sulla Val Ferret

Il sole riposa ancora sotto l’orizzonte e illuminati dalla fredda luce delle frontali guadagniamo rapidamente quota lungo il ghiacciaio del Freboudze. La crepaccia terminale si supera agevolmente e in breve siamo pronti ad attaccare. Dodo è il primo e Nicco lo segue, poi parto io ancora un po’ intorpidito dal freddo, mentre Carlino mi assicura dalla sommità del ghiacciaio.  

Dodo mentre muove i primi passi lungo la via in cerca della giusta direzione da seguire

La linea è logica e l’arrampicata sempre entusiasmante. Come piccoli puntini su un foglio bianco, il tracciato intercetta tutti i maestosi diedri della parte bassa della parete e la linea di salita ricorda un po’ il gioco “unisci i puntini e scopri la figura” che da bambino mi divertivo a completare nelle ultime pagine del giornale. Questa volta non compare alcuna figura, ma solamente una via meravigliosa dal vero gusto alpinistico. 

Il gruppo lungo i primi divertenti diedri che caratterizzeranno tutta la via

La scalata prosegue tranquilla a comando alternato. I chiodi scarseggiano ad eccezione delle soste, ma l’ottimo granito lascia spazio alle protezioni veloci. In breve arriviamo alla base dell’enorme diedro dove si concentrano le maggiori difficoltà. Visto dal basso è davvero impressionante: due enormi piani intersecati tra loro e puntati contro il cielo, una struttura talmente perfetta che sembra proprio l’opera di un abile scultore.  

Diedri a volontà!

Ci rimbocchiamo le maniche e saliamo questi tre spettacolari tiri dal gusto yosemitico. Supero a vista il primo e Carlino fa altrettanto col secondo. Il terzo invece è purtroppo talmente bagnato che siamo tutti costretti a salire l’ultima parte in artificiale su friend… o come si dice al giorno d’oggi “mungendo i rinvii”.  

Nel cuore dello yosemitico diedro fessurato (Foto N. Raffaelli)

Con un acrobatico tiro da contorsionisti esco dalla zona strapiombante e mi addentro nell’articolato sistema di placche e fessure che occupa la sezione centrale della parete. Ancora qualche bellissimo tiro e arriviamo con un lungo e facile traverso alla terrazza che immette sulla compatta e rossa cuspide sommitale. Il tracciato originale – ormai abbandonato e non più percorso – proseguirebbe verso destra lungo un orrido colatoio, oggi si preferisce fermarsi qui o in alternativa proseguire sugli ultimi due tiri della via Manera e uscire lungo il classico spigolo Riviero che conduce in vetta. 

L’orologio spacca le 11. La tabella di marcia è rispettata in pieno e la salita è corsa veloce in appena 6 ore. Raggiungere la vetta sarebbe sicuramente la ciliegina sulla torta, ma il rientro a piedi verso valle e poi in macchina fino a Firenze ci suggeriscono di desistere e iniziare la lunga discesa in doppia sulla vicina via Pantagruel. 

Alle 16.30 siamo alla macchina, felici e soddisfatti per la bella salita appena compiuta. … adesso non rimane altro che fermarsi a Courmayeur per una buona pizza più che meritata! 

Da sinistra a destra: Jacopo, Nicco, Carlino e Dodo