Cari soci e cari amici,pubblichiamo l'Annuario 2025 già distribuito ai soci a fine anno scorso. In esso troviamo articoli che rispecchiano la vita e l'attività della Sezione durante lo scorso[...]
Immagine pittorica del 1938 che raffigura la vecchia stazione a valle della slittovia, andata distrutta con la guerra
L’albergo abbandonato scorre lento alla mia destra, chissà come sarebbero andate le cose se fosse stato completato… chissà che ne sarebbe stato della Val di Pozze… chissà…
La valle ora è deserta, in un silenzio irreale nonostante si sia nel pieno della stagione sciistica. Giù al parcheggio solo poche altre macchine. Negozi chiusi. Condomìni disabitati. Il Covid19 ha messo a nudo la montagna che ora è qui, come sospesa nel tempo, in attesa di qualcuno ne decida il futuro. Mi vengono a mente i ricordi da bambino, sempre più sfocati nel fondo della memoria ormai lontana. Ecco, quando torno a casa vo a cercare un po’ di fotografie e cartoline che la mamma metteva da parte.
Un altro mondo.
Ma chi se la ricorda più la slittovia?
E le seggiovie, lentissime, con le gambe penzoloni e il vento col nevischio di traverso… 24 minuti ci volevano per salire su dalle Regine!
Si andava all’Abetone per passare una giornata sulla neve, spesso in torpedone, qualche pista, su alla Selletta e magari in cima al Gomito, ma lo scopo era andare in montagna. Mi ricordo che c’era l’abbonamento a punti; poi inventarono “il giornaliero”, ma quello era per i pistaioli, quelli della Riva e del suo famoso muro con le gobbe dove i bambini ci sparivano dentro, che già davano la prevalenza a quante piste facevi non a che gita avevi fatto. Me li ricordo bene, con i Levis al posto dei pantaloni da sci, per far vedere che loro erano un’altra cosa…
Ormai più nessuno aveva gli attacchi col mollone, talloniera per tutti e piumino; figuriamoci poi se c’era ancora chi andava giù con gli sci di legno e la camicia di flanella a scacchi, roba da Museo della montagna!
L’onda lunga della notorietà avuta grazie a Zeno Colò e Celina Seghi si stava però esaurendo e qualcuno cominciava a pensare alla “valorizzazione” (che brutto termine, eh!) della montagna.
Il rifugio della Selletta, già ampliato; sul Gomito per qualche tempo coesisteranno la seggiovia e lo skilift che si intersecavano all’altezza della Stucchi.
Campolino stava passando di moda con la sua vetusta gabbiovia – che già prenderla era un esercizio atletico non per tutti – la gente andava altrove, c’era l’Ovo con le Zeno, i gusti stavano cambiando. Eppure la Rossa era una pista parecchio bella.
Che soddisfazione c’era ormai a fare la Stucchi – perché la volevi fare… era una bella discesa da cima al Gomito – ora che avevano fatto il collegamento con l’ovovia e non dovevi più fare il lunghissimo stradello per andare in fondo alla Riva?
Erano gli anni del boom dello sci di massa con la triste ed incresciosa vicenda del collegamento fra la Val di Luce (eh sì, ora si chiamava così, chi l’avrebbe mai comprato un appartamento alle Pozze?) con il Sestaione che richiese il disboscamento di parte del canale sotto il Dente della Vecchia, autorizzato alla bell’e meglio da un magistrato poi rimosso dall’incarico per quello che aveva deciso senza tener conto di quello che gli dicevano dall’Avvocatura dello Stato e dal Ministero!
Ma allora si voleva questo e si pensava che fosse giusto: ma perché mai non buttar giù qualche albero per far soldi – ma no, che dico! – per far divertire la gente che ormai andava a sciare come se andasse a Viareggio.
Le case poi, tante e dappertutto, favorendo una volta i parenti della fazione al governo del Comune e la volta dopo quella dell’opposizione di prima che sistematicamente si alternavano alla guida della collettività, senza alcuna visione d’insieme e proiettata nel tempo dei problemi da affrontare.
Cominciavano a vedersi in giro le prime tavole, nella perplessità di molti: ma come si fa a sciare con quelle cose lì sul ghiaccio che spesso c’è a ridosso dei crinali?
Il casino delle piste – e la fauna dei loro frequentatori, cittadini portati in montagna dove continuavano a comportarsi da cittadini e non da amanti della montagna e di quel che rappresenta – mi piaceva sempre meno.
Comprai il primo paio di sci da scialpinismo: mi divertivo più a fare cose magari apparentemente irrazionali come il collegamento per cresta Tre Potenze-Campolino (3 X 1500, come lo ribattezzammo con Francesco pensando a 3 X 8000 di Messner… a ciascuno il suo) dove ravani parecchio e scii poco, oppure la traversata sopra il crinale del Poggione… meglio delle mezz’ore di coda per fare qualche Zeno, magari senza fermarsi.
Sopra doppia veduta (estiva ed invernale) del rifugio di Campolino nella sua massima estensione.
Non so, ma a me questa montagna qui mi pareva più montagna e mi piaceva di più di quella specie di parco giochi che stava diventando l’Abetone con la cioccolata con la panna al Lupo Bianco e la bolgia dantesca per avere una piadina con salsiccia al rifugio dell’ovovia. Certo – mi direte voi – il mondo va avanti e non si può fermarlo come se fosse uno scatto della macchina fotografica, il mondo cambia, tutto per tutti, benessere a go-go e poca fatica, che vai cercando? Divertiti! Il progresso, chiamiamola evoluzione, c’è ed è inevitabile; non è però detto che sia meglio a prescindere. Non so di cosa la montagna avesse ed abbia bisogno.
Non so se abbia molto senso parlare ancora del collegamento con gli impianti fra la Doganaccia e lo Scaffaiolo attraverso lo Spigolino, a fronte di inverni sempre meno innevati, o – peggio –di quello fra l’Abetone e il Cimone che si sta affacciando oggi alla ribalta strizzando l’occhio ai finanziamenti dell’Unione Europea. Perché? A chi giova? La speculazione edilizia è stata devastante, portando non un benessere alla collettività ma solo soldi a pochi imprenditori direttamente interessati che hanno pensato – giustamente nella loro prospettiva – al loro conto in banca; però con una ricchezza effimera e volatile: oggi le case sfitte se non abbandonate sono una realtà significativa che non si può ignorare. Campolino è stato smantellato con i soldi del Ministero dell’Ambiente che ha voluto giustamente tutelare la peculiarità della omonima riserva e dei luoghi circostanti. La valle del Sestaione è tornata come era. Gli abeti e i faggi sono ricresciuti un po’ dappertutto, anche di là verso il Libro Aperto. Il bivacco del Lago Nero accoglie ancora chi ha fiato per salirvi. Di gente all’Abetone ce ne va sempre meno, eppure il posto secondo me è uno di più belli d’Italia: ma ci siete mai stati sul crinale del Poggione? Le cartoline di casa ci dicono come era allora. La realtà di oggi è sotto gli occhi.
Panorama verso il Cimone – 1947
Guardo lassù verso il Passo d’Annibale e rimugino: è meglio o è peggio?
Gli sci con gli attacchini scorrono sulla neve; le pelli profilate tengono ovviamente bene, il gilet di pile mi tiene ben caldo. Fantascienza al tempo di Zeno Colò! Respiro profondamente, alzo la testa e vedo i cavi della seggiovia, ferma e vuota, triste monumento a se stessa.
Alla scoperta dei resti di una piccola stazione della ferrovia Faentina, nei pressi della galleria dell’Appennino, divenuta inutile con la cessazione del servizio a vapore e formalmente soppressa nel 1968.
Non ricordo con precisione quando avvenne la mia prima visita a Fornello. Ricordo però distintamente che, quando iniziai le elementari, andavo spesso coi genitori alla Madonna dei tre Fiumi. Lasciata l’automobile al santuario, salivamo per alcune scalette sino a raggiungere il ponte della ferrovia sul fosso Farfereta, per proseguire lungo il suo corso verso il vecchio mulino in rovina a metà della valle. Il sentiero ovviamente non era ancora segnato e i contrafforti solitari e selvaggi mi impressionavano, come in una favola. Verso mezzogiorno tornavamo alla sorgente solforosa, oggi secca, vicino all’impianto di potabilizzazione, dove era una lastra di pietra che fungeva da tavolo. Mentre consumavo i viveri, restavo in quieta attesa del rombo del convoglio bianco e blu, lungo i binari, che non poco mi emozionava. Solitamente cercavo di indovinare, non appena distinguevo l’inconfondibile rumore, da quale parte venisse e non sempre riuscivo. Adesso il fosso Farfereta è spesso senz’acqua d’estate e il tavolo di pietra è avvolto dai rovi. Il casello, tra le due gallerie, con le finestre murate e le ginestre intorno, mostra i segni di un lungo abbandono e lascia immaginare un diverso passato. Nuovi mezzi dai colori sgargianti hanno preso il posto delle automotrici bianche e blu ma almeno i treni non si son fermati.
A pochi chilometri, dalla Madonna dei tre Fiumi, verso Marradi, la ferrovia raggiunge la stazione abbandonata di Fornello, nella valle del torrente Muccione. Se confrontata con le immagini di trenta anni or sono, anche Fornello mostra i segni di una inequivocabile decadenza. Il tetto della stazione ormai sta iniziando a cedere in più punti e le stanze sottostanti sono invase dalle assi franate. Il serbatoio idrico poco distante sembra in condizioni migliori, anche se il vicino casello all’imbocco della galleria degli Allocchi sta per divenire un ricordo. Molte strutture della vicina miniera di pietrisco, compresi i vagoncini, rimangono ben visitabili, anche se nemmeno lì il tempo fa sconti. Non sembra possibile che lì abbiano abitato delle persone. L’eventualità di un recupero di Fornello e dei suoi dintorni, pur auspicata da più parti, deve infatti far i conti con la pericolante condizione attuale. Se il treno tornasse a fermarsi nella valle del Muccione, molteplici potrebbero esser le escursioni e le gite per chi arrivasse, magari collegandosi al Sentiero Italia lungo il crinale. La vecchia fermata potrebbe divenire una tappa per chi percorre lo spartiacque. Nel 2013, due soci della Sezione, Neri Baldi e Alfio Ciabatti, pubblicarono una guida riguardo agli itinerari escursionistici dell’Appennino, intorno alla ferrovia faentina, reperibile nelle biblioteche. Naturalmente, una fermata a Fornello dei convogli non era contemplata. Nel 2018, i segni bianco – rossi del sentiero 56 hanno finalmente tracciato l’itinerario che da Gattaia raggiunge Fornello e la Giogaia degli Allocchi, con alcune diramazioni. Potrebbe esser opportuno anche prevedere qualche corsa di trasporto pubblico su gomma da Vicchio a Gattaia, per consentire agevolmente una traversata da Gattaia a Crespino del Lamone. Illustre vestigia degli anni del vapore, sopravvissuta alle distruzioni dell’ultima guerra, è il maestoso viadotto di fosso Valdicampi, a doppio ordine di arcate, che precede Fornello nella salita da Ronta. Un’opera simile della ferrovia porrettana, presso Piteccio, ebbe minor fortuna forse perché più facile da raggiungere per i genieri tedeschi.
x
Una riapertura della stazioncina pare però destinata a rimanere nel libro dei sogni, cui allegare un romanzo recentemente pubblicato da uno scrittore romagnolo, Il bambino del treno. Nonostante le ripetute affermazioni di voler diffondere i visitatori del capoluogo nel territorio circostante, poco avviene per Fornello, che pure potrebbe aver un ruolo decisivo, in questo senso, magari prevedendo la fermata nei giorni festivi e prefestivi. Fornello potrebbe esser raggiunta anche dal passo del Muraglione, dal Giogo di Scarperia o dalla Colla di Casaglia, dove giungono autoservizi di linea. Recentemente, è stato presentato un progetto di un ampio parco eolico sul crinale principale nei pressi di Villore, non lontano da Fornello. Diverse associazioni, tra cui il Cai, chiedono un ripensamento intorno a questa ipotesi, che potrebbe causare non poche alterazioni al paesaggio e alla rete dei sentieri.
In conclusione, ma non meno importanti, sono da ricordare i diffusi timori riguardo all’eventuale recupero che potrebbe comportare uno stravolgimento della valle del Muccione, con l’apertura di una nuova carrabile. È forse opportuno ricordare che sono stati installati dei dispositivi di protezione dalle frane all’imbocco di alcune gallerie vicino Fornello e un ripetitore per la telefonia mobile, senza alterare in modo significativo il sentiero che sale da Gattaia. L’auspicio finale è che gli Enti locali e le Ferrovie riescano a trovare un accordo nei prossimi anni, per non abbandonare delle montagne, aspre e difficili, che mal si conciliano con certi ritmi odierni, pur essendosi innumerevoli generazioni avvicendate, fino a poco fa, tra le loro pendici boscose.
Non è una novità affermare che la Toscana è una regione ricca di storia e per questo dotata di una quantità e qualità enorme d’antichi insediamenti. Fra i tanti modi di approccio al tema e di scelta dei centri coerenti con essi si considerano quelli mirati sulle finalità del CAI. 1 Se la montagna può vivere in autonomia, l’uomo ha interagito con essa da tempi millenari e le ha impresso un volto, risultato delle conoscenze e delle opere fatte per far fronte ai suoi bisogni in un ambiente difficile. Questa cultura è sedimentata nell’organizzazione del territorio di sussistenza e nei suoi luoghi di vita. Nell’evoluzione subita per adattarsi alle mutevoli esigenze, i centri hanno mantenuto tracce di questa evoluzione, frutto del rapporto uomo-montagna e della civiltà sottesa. E’ questo lo spirito con cui essi devono essere avvicinati e studiati. Di conseguenza il taglio di queste brevi considerazioni sui centri storici montani non è turistico, intende entrare in due inedite componenti con cui il potere nelle sue varie forme e soprattutto le comunità li hanno pensati e modellati nel tempo: geometria/razionalità e invenzione/fantasia.
Razionalità e invenzione nei centri storici toscani del medioevo
Fin dai tempi antichi la costruzione delle città è stata improntata a principi di razionalità e di geometria: razionalità nella scelta dei luoghi, nell’organizzazione in funzione delle pendenze in grado di garantire il deflusso delle acque, del migliore orientamento per l’uso ottimale dell’energia, nel disegno urbano per mettere al centro i valori della collettività. Nelle città di fondazione ellenistiche (Olinto, Pella, Dion) e romane alla razionalità si affiancava la geometria dell’impianto urbano, che conferiva ordine, chiarezza ed economicità e comunicava agli abitanti un preciso sistema di regole.
Anche se informate a principi di razionalità e geometria, le città sono tutte diverse fra loro con propri caratteri identitari. Compiendo un lungo salto temporale e geografico, tali principi si ritrovano anche nelle città fondate nel XIII secolo, agli albori delle prime comunità-stato in Italia. In particolare li ritroviamo nelle cinque città fondate alla fine del XIII secolo dalla Repubblica Fiorentina, pochi decenni dopo le bastides francesi. Esse furono progettate seguendo una costruzione geometrica, diversa secondo la grandezza e la forma riferite al popolamento previsto, alle caratteristiche del luogo, alle accessibilità e alle esigenze sociali. Fra queste particolare era Castelfranco di Sopra (Ar) (Arnolfo di Cambio – 1299). Prevista su un lembo di altopiano sull’antichissimo tracciato della Cassia Vetus in un luogo stretto fra due incisioni, l’impianto urbanistico è un parallelogramma modulare in braccia fiorentine, appena schiacciato con i lati di proporzioni 7X9 (fig. 1).
Negli altri insediamenti medievali a impianto non progettato, razionalità e invenzione consentono ancora di materializzare le mutevoli esigenze in insediamenti, sempre sorprendenti per la fantasia espressa dalla cultura locale. Tali principi sono alla base della scelta dei luoghi e della forma degli insediamenti.
Gli esempi in merito sono infiniti in Toscana: Lucignano (Ar), sulla sommità di un colle dolcissimo di forma ovale e il tessuto urbanistico che ne ripercorre la forma lungo una curva di livello; Pitigliano (Gr), su un ultimo lembo d’altopiano vulcanico delimitato da alte scarpate naturali e dalla rocca aldobrandesca nell’unico punto vulnerabile (fig. 2); Rio nell’Elba, a lato di un importante affioramento idrico connesso alla particolare posizione di due formazioni geologiche (fig. 3)!
La funzione originaria orienta la forma
Se le caratteristiche fisiche del luogo sono importanti nell’orientare la morfologia del centro, il motivo principale dell’ubicazione va ricercato nella funzione che ne ha determinata l’esistenza. Questa è a sua volta fondamentale per l’assetto urbanistico, che nei tratti essenziali resiste nel tempo nonostante le mutate esigenze. Le motivazioni di persistenza sono molteplici, prevalentemente legate al regime patrimoniale e d’uso che la funzione determina con le opere connesse. Traccia della persistenza dei segni conseguenti la funzione originaria può essere trovata nella morfologia del centro di scambio. Condizione originaria per la sua formazione è l’esistenza di un incrocio tra percorsi di ampia frequentazione in un luogo pianeggiante, di solito in stretta relazione con un castello. La morfologia del centro di scambio è caratterizzata dalla presenza di un ampio spazio aperto edificato perimetralmente e attraversato dai percorsi generatori. L’edilizia è di tipo mercantile, spesso dotata di portico per favorire gli scambi in condizioni climatiche avverse. Casi emblematici Greve in Chianti ai piedi del castello di Monteficalle2 e di Stia (Ar). In zona pedemontana Fivizzano (Ms), a valle del Castello della Verrucola, e Stia, sorto come naturale allargamento fra il percorso proveniente dal Castello di Porciano dei Conti Guidi nel punto d’incontro di quelli per la Pieve di Romena e per il Casentino (fig. 4).
Villaggi aperti e borghi fortificati
I villaggi aperti sono insediamenti formatisi in modo spontaneo sui percorsi di collegamento con le loro aree di sussistenza, con cui erano perfettamente integrati, imprescindibili per localizzazione e forma. L’esclusiva funzione agro-silvo-pastorale, cui potevano affiancarsene altre piccole di servizio, era alla base della loro esistenza; essi erano localizzati in stretta relazione con aree favorevoli alla sussistenza, alimentare ed energetica: pendenza, tipo di suolo, disponibilità d’acqua, condizioni di stabilità. Carattere comune ai villaggi aperti è l’assenza di opere di difesa. L’assetto urbanistico era caratterizzato da un’organizzazione strettamente funzionale ai bisogni essenziali della comunità – la prima è la fonte-lavatoio – e privo di emergenze edilizie in assenza di gerarchia sociale, che potevano sovrapporsi nel tempo per interesse superiore. La loro localizzazione è strategica nei confronti delle aree di sussistenza (agricole, pascoli, castagneto, bosco), rispetto alle quali si dispongono marginalmente in modo da eroderne al minimo le dimensioni e massimizzarne le potenzialità. La casistica è vastissima: tratti di questo tipo di centro sono ben leggibili in Longoio (Val di Lima) con piazzetta di vicinato e cappella in comune con il vicino Mobbiano (fig. 5).
I borghi fortificati sono insediamenti concepiti, o trasformati, per essere protetti da una cinta muraria o altro sistema difensivo. Sono nati per una funzione strategica, controllo territoriale, di vie di comunicazione o di confine (Castiglione Garfagnana, Cocciglia (Lu), Popiglio (Pt), la protezione di una o più funzioni strategiche (mercato, governo locale, ecc.) (Fivizzano, Cutigliano, San Marcello P.se) o di protezione della popolazione e dei beni in zona di confine. La loro localizzazione arroccata e ben difendibile è pensata per rispondere al meglio alla funzione d’origine. Nella maggior parte dei casi, le fasi di formazione e di evoluzione seguono un preciso percorso, che può essere quello rappresentato nello schema di figura 6, ben leggibile nei casi di Granaiola e Vico Pancellorum (Lu) (fig. 7), Serra P.se e altri.
Il sistema difensivo era di solito costituito da una cinta muraria munita di porte con percorsi d’accesso concepiti per essere facilmente controllati (Castiglione G., Cocciglia, Serra e altri). Nella parte alta del borgo è spesso presente una rocca, normalmente originaria. Anche se diruta o trasformata in altro, questa presenza è riscontabile nella gran parte di essi; oltre i precedenti anche a Benabbio, Casoli, Crasciana, Casabasciana, Lucchio, Boveglio in Lucchesia, e Gavinana, Piteglio, Calamecca, Vellano, Pontito, Castelvecchio nel pistoiese. Nella fase castellare e, spesso, nella sua prima espansione il tessuto urbanistico è compatto, con la sola presenza della piazza, luogo di raccolta della popolazione e di esecuzione delle pratiche istituzionali. Come in tutti gli antichi centri, la compattezza garantiva la conservazione energetica e riduceva al massimo l’onere delle fortificazioni e la loro difendibilità.
Seguendo le caratteristiche morfologiche del luogo, la compattezza del tessuto urbanistico costringeva a soluzioni complesse, razionali e fantasiose. Queste consentivano di ottenere un impianto organico funzionante in grado di comporre le limitazioni fisiche con le componenti urbanistiche (insieme dei fabbricati, percorsi, piazza, strutture difensive, fonte e lavatoio, smaltimento delle acque, ecc.). Organicità che nei percorsi comportava la compenetrazione di rampe, sottopassi, slarghi e muri di contenimento spesso in una sorta di groviglio in cui è tuttavia possibile individuare regole e schemi organizzativi chiari e razionali, come a Lucchio (Lu) (figura 8) o Pontito (Pt) (figura 9).
Foto di Neri baldi
In questi complessi tessuti urbanistici erano particolarmente originali le soluzioni adottate per lo smaltimento delle acque, perché i percorsi non diventassero torrenti, come nella prima espansione di Vico Pancellorum.
Se tutti i borghi fortificati presentano un’ampia casistica di organizzazione morfologica in rapporto alla funzione originaria e all’orografia, nell’indubbia identità di ciascuno è possibile riconoscere regole organizzative analoghe in situazioni orografiche simili: sono i casi di Calamecca (Pt) e Casabasciana (Lu), ambedue situati su un largo dosso a pendenza sostenuta. Oltre il disegno di un’ex rocca di forma ellittica nel culmine, entrambi gli insediamenti presentano uno stesso schema planimetrico.
Alterazioni recenti dei borghi fortificati
D’altra natura sono gli sviluppi urbanistici recenti dei borghi montani che, per situazioni congiunturali favorevoli, hanno registrato un livello di crescita anomalo rispetto al generale declino. In questi casi gli interventi di adeguamento alla domanda emergente hanno in gran parte stravolto o cancellato caratteri identitari fondamentali. Fra le opere che più hanno inciso sull’assetto urbanistico specie dei borghi castellari sono quelle per la viabilità carrabile con caratteristiche opposte ai percorsi originari e ai centri a essi riferiti.
Se gli interventi realizzati per il passaggio della FAP e della nuova SS 66 hanno cancellato il volto castellare di San Marcello Pistoiese, più sottile ma non meno devastante è stato il passaggio della SS 12 nel centro di Popiglio, che ha eliminato la piazzetta principale a seguito delle demolizioni effettuate. La strada è diventata il baricentro del recente sviluppo urbanistico, che nega l’originaria identità del centro sorto sul lungo dosso segnato dall’antico collegamento fra le originarie torri di avvistamento e il Ponte delle Campanelle sul Lima realizzato da Castruccio nel 1317, punto di confine e di dogana fra gli stati pistoiese e lucchese (fig. 10).
Qualche riflessione finale
In questa sede è stata considerata solo una piccola parte dei valori urbanistici fra i tanti culturali presenti nel territorio montano. Oltre a quelli naturalistici, sono stati tralasciati tutti gli altri valori antropici prodotti dalle civiltà locali. Tale patrimonio non è acquisito per sempre: la sua percezione muta con i valori dell’uomo, dinamici in conseguenza dell’evoluzione tecnologica, economica e sociale. Il turismo gioca una parte importante, ma non può essere la sola o prevalente attività nel territorio montano, per il ruolo fondamentale che questo svolge nell’equilibrio ambientale. Il turismo può rivestire un aspetto positivo solo se è sostenuto da una società e da un’economia locale in grado di governare il territorio. Perché questo avvenga, è fondamentale una politica complessiva per le aree interne, ricche di valori ma economicamente deboli nel paese, di cui quelle montane occupano la parte principale.
Testo di Duccio Berzi (*) Toto di Tommaso Nuti e Alberto Tovoli
Foto di Nuti
Era il 1975 quando un guardiacaccia della Provincia di Firenze uccise uno strano cane di colore fulvo che si aggirava nelle campagne di Firenzuola, convinto che si trattasse di un cane randagio. Si scoprì presto che non era un cane ma era un lupo, cosa che destò un certo interesse visto che in quegli anni della specie in Toscana si parlava poco o niente. Forse meglio dire poco piuttosto che niente, visto che comunque tra la metà degli anni ’60 e la metà dei ’70 le segnalazioni di lupi tra Firenzuola, S. Godenzo, Londa e le vicine Foreste Casentinesi arrivavano con una certa continuità, a dimostrazione del fatto che qualche nucleo vitale della specie era sicuramente sopravvissuto nei nostri boschi in quel periodo così buio per la fauna italiana. Da quel momento in poi è stata una crescita costante e per molti sorprendente: nei primi anni ’90 la specie aveva già riconquistato tutto l’arco appenninico toscano, a metà degli anni ’90 aveva raggiunto i rilievi tra Firenze e la dorsale, come Calvana, Monte Giovi e Morello, per arrivare ad insediarsi nella piana del Mugello e nelle campagne intorno a Firenze negli anni immediatamente successivi. L’espansione della specie è la diretta conseguenza della crescita delle popolazioni di ungulati selvatici, in primis capriolo e cinghiale, che sono alla base della dieta del predatore. A loro volta, la crescita delle popolazioni preda è stata una conseguenza di reintroduzioni e della rinaturalizzazione del nostro territorio iniziata con lo spopolamento dell’Appennino e di molte aree rurali della Toscana. La popolazione di lupi è quindi cresciuta velocemente sia in termini di distribuzione che di densità, dimostrando di poter facilmente occupare anche ambienti periurbani e aree costiere, come il promontorio di Piombino, la Feniglia o i Monti dell’Uccellina così come i dintorni di Firenze, Arezzo, Siena, Pistoia, etc. adattandosi dal punto di vista alimentare a quello che il territorio poteva offrire. In uno studio della Regione Toscana della metà degli anni ’90 si documentava come i lupi si fossero specializzati a cacciare le nutrie lungo l’Ombrone, suscitando sorpresa in tutta la comunità scientifica. L’idea diffusa del lupo che si era nel frattempo diffusa, specie “rara” ed “esigente”, legata alla presenza di aree incontaminate è quindi stata velocemente superata. Del resto, al di là di quelle che sono le dinamiche attuali, basta guardare indietro nel tempo per capire che la fase buia per la specie, coincisa con il culmine della mezzadria, è stata una parentesi piuttosto breve nella storia del lupo mentre nei secoli precedenti il predatore aveva una distribuzione molto simile a quella odierna. Cantini, nel 1803, in “Legislazione toscana raccolta ed illustrata” afferma infatti che “i Lupi e i Cignali non solamente si trovano nelle Maremme nella stagione dell’inverno e in quella dell’estate nelle Montagne, come succede presentemente, ma anche nel cuore della Toscana, ne’ luoghi popolati e vicini alle Città si incontrano questi animali, i quali recano grandissimi danni al bestiame e agli abitanti della campagna”. Per comprendere il declino della specie si consideri anche che fino ai primi anni ’70 la specie era regolarmente cacciata anche con lacci, tagliole e veleni ed un tempo non lontano per chi uccideva lupi, con la “patente” di lupaio era previsto un lauto premio in denaro. E’ anche interessante notare che la nostra regione è stata una delle prime, se non la prima in assoluto, a vietare questo tipo di pratica. Nel 1759 il Granduca di Toscana Francesco di Lorena, abolì infatti le autorizzazioni (dette “patenti”) per i lupari. A questa decisione fece seguito in maniera analoga la Francia, che abolì nel 1787 la Louvaterie Royal, l’unità militare deputata alla caccia di lupi e di orsi, salvo poi ripristinarla con Napoleone Bonaparte nel 1804 a causa dell’esplosione di lupi e relativi danni. E così successe anche in Toscana: dopo 11 anni di sospensione delle “patenti” dei lupari, il Granduca Pietro Leopoldo “informatodei gravi danni arrecati al bestiame dai lupi, i quali dopo l’abolizione delle Patenti dei Lupai si sono moltiplicati” le concesse nuovamente, assicurando anche privilegi speciali “agli uccisori di simili perniciosi animali”.
Foto di Tovoli
Lupo e uomo, due specie relativamente distanti sistematicamente quanto simili dal punto di vista sociale e comportamentale. Basta pensare alla relazione di coppia che si instaura tra il maschio e la femmina riproduttivi del branco, monogami a vita, così come alle cure parentali verso la cucciolata, portate avanti da tutta la famiglia di lupi, o i meccanismi di comunicazione ed interazione sociale tra i componenti del branco. Due specie legate tra loro da un eterno rapporto di amore e odio: specie venerata dalle popolazioni nomadi, vedi Gengis Khan, odiata da tutte le culture stanziali, quando la conflittualità con il bestiame domestico accende la miccia della competizione per la sopravvivenza. Conflitti che si ritrovano anche oggi nella nostra società, divisa tra gli “urbani” che nella stragrande maggioranza vedono nel lupo un simbolo positivo della natura selvaggia e i “rurali” che ne subiscono i danni e molto meno il fascino. Tra chi il lupo lo venera e se lo fa tatuare sul proprio corpo e chi lo uccide e lo espone impiccato sui cartelli stradali.
Foto di Tovoli
I dati più recenti disponibili sulla popolazione toscana di lupo, prodotti dal gruppo di lavoro dell’Università di Sassari, indicano un numero minimo accertato di oltre 100 unità riproduttive. Si tratta di numeri di tutto rispetto, che a breve verranno confrontati con quelli elaborati dal Programma di Monitoraggio Nazionale di Ispra, realizzato anche con la collaborazione dei volontari del Club Alpino Italiano nel corso del 2020-2021. Ma al di là dei numeri assoluti, che pongono la Toscana tra le aree a maggior densità della specie a livello mondiale, è la sovrapposizione tra la presenza di questo predatore e gli insediamenti umani ad attenzionare tecnici e amministratori. Se la gestione della specie in Appenino e nelle zone rurali pone come principale criticità la conflittualità con il settore zootecnico, con tutte le implicazioni di carattere economico che ne derivano, in questo nuovo scenario che si sta configurando, con i lupi ormai stabili nelle campagne intorno alle nostre città, le conflittualità toccano altre sfere e sono di più difficile risoluzione. Si ripropone un po’ il quadro descritto da Cantini nel 1803 dei lupi che arrecano “grandissimi danni al bestiame agli abitanti della campagna” “nei luoghi popolati e vicini alle Città”. Lupi in ambiente periurbano significa da una parte una potenziale conflittualità con i nostri animali domestici, cani o gatti, che possono diventare facili prede, per contro significa anche maggior probabilità di accoppiamento tra lupo e cani vaganti, con la nascita di ibridi fertili, che costituiscono senza dubbio un problema per la conservazione della specie protetta. Significa anche vivere a stretto contatto con un grande predatore che forse non conosciamo davvero nelle sue manifestazioni più truculente, che rientrano a pieno nella sua natura. Siamo pronti per questo?
Se la soluzione individuata da Pietro Leopoldo per risolvere il problema della diffusione dei lupi e dei relativi disagi creati da questi animali, fu la riapertura della concessione delle “patenti di luparo” è evidente che ora le scelte delle nostre amministrazioni non possono essere le stesse, sia per il quadro normativo internazionale che l’Italia ha sottoscritto, e dal quale non sembra voler uscire, sia per una diversa sensibilità nei confronti della natura che caratterizza la nostra epoca, sempre meno rurale e più metropolitana. Sarebbe comunque disonesto proporre una narrazione in cui le due specie, da sempre in rapporto conflittuale, trovano ora automaticamente una pacifica convivenza, senza che qualche azione importante venga intrapresa. Da questo punto di vista è fondamentale che da una parte vengano quindi attivate tutte le azioni per minimizzare il conflitto con le attività zootecniche, prendendo come esempio le migliori esperienze condotte in Italia, dall’altro che ci sia un’opera di sensibilizzazione e di corretta informazione sulla cittadinanza per fare in modo che siano superati gli stereotipi che ancora circondano la specie e che riducono la capacità d’intervento da parte delle istituzioni, in alcuni casi indispensabili. E anche che si arrivi all’accettazione di un compromesso, forse difficile, tra le parti in causa.
Lupo – foto di Nuti
Un piano organico di intervento, con al centro le istituzioni delegate, ma con un ruolo per tutti quei soggetti, come il Club Alpino Italiano, disponibili a fare una campagna di informazione e sensibilizzazione laica e basata su dati scientifici.
Lupi – foto di Tovoli
(*) Duccio Berzi, socio CAI, è un tecnico faunistico. Si occupa di lupi dai primi anni ’90, collaborando con molti enti locali e istituti di ricerca italiani. Presidente di Canislupus Italia onlus (www.canislupus.it), la prima associazione italiana finalizzata alla divulgazione scientifica sul predatore.
Le foto di Tommaso Nuti sono realizzate nelle campagne del Chianti con fototrappole reflex, mentre quelle di Alberto Tovoli sono scattate in caccia fotografica nell’Appennino tra le province di Pistoia e Bologna.
Felice Giordano, uno dei padri fondatori del Club Alpino (1865), della gloriosa Sezione di Firenze (1868) e della Società Geologica (1881), è stato uno scienziato e un tecnico di alto profilo al servizio dello Stato, amico e fedele esecutore di molti progetti di Quintino Sella, tanto eminente quanto modesto nello sminuire le proprie imprese. Rinomato ingegnere e geologo del Reale Corpo delle miniere, direttore del Servizio geologico e noto alpinista, la figura di Giordano risalta anche per l’esplorazione di terre e mari del lontano oriente. La sua vita è una storia affascinante, in parte già descritta da Marco Bastogi nell’Annuario 2013 [1], parafrasando biografie e articoli [2, 3, 4, 5] che, assieme a contributi recenti [6, 7, 8], sono le fonti di questo breve ricordo di Felice Giordano. Torinese di nascita (1825), Giordano si laurea all’Università di Torino in ingegneria idraulica e architettura (1847) ed è subito inviato, assieme a Quintino Sella, all’Ecole des Mines di Parigi per un corso triennale di specializzazione, completato da visite a miniere, impianti siderurgici e cantieri navali in Inghilterra, Belgio e Germania [2]. Tornato in patria, nel 1852 è assunto nel Reale Corpo delle miniere e inviato a dirigere la sede di Cagliari per regolare le attività minerarie dell’isola in prospettiva demaniale. Nel 1859 è richiamato a Torino alla direzione dell’Ispettorato e come membro del Consiglio delle miniere. Oltre alle incombenze d’ufficio, Giordano è inviato in Sicilia per valutare la situazione delle miniere di zolfo, di fatto controllate da organizzazioni mafiose, problema che segnala e propone di risolvere ricorrendo al confino in colonie penali. Vi sarà coinvolto, anni dopo, con l’avventuroso viaggio intorno al mondo effettuato per conto del governo alla ricerca confidenziale di una colonia penale per deportare i briganti del meridione e, forse, anche i reduci dell’esercito borbonico che, dopo la sconfitta, non avevano accettato di aderire all’esercito italiano. Nel 1865 Il Corpo delle miniere, diretto da Giordano, e il Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio (MAIC), a cui afferiva, sono trasferiti a Firenze, capitale provvisoria del Regno, e dal 1871 a Roma capitale. Giordano si dedica alla ricerca di materie prime per l’industria siderurgica civile e militare, all’assetto urbanistico di Roma, alle piene del Tevere, all’Agro pontino e allo sviluppo della rete ferroviaria, con particolare riguardo al traforo del Frejus, in corso d’opera, e al progetto geologico-tecnico per quello del Gottardo [2, 8]. In prima persona gestisce l’avviamento della Carta geologica d’Italia, progetto che, con l’appoggio di Sella, era stato affidato agli ingegneri del Corpo delle miniere piuttosto che ai professori universitari [2, 9]. La vita di Felice Giordano ha prematura fine il 6 luglio 1892 a Vallombrosa, località della Valdarno dove si era recato per discutere problemi del Servizio geologico con il direttore generale del MAIC [2, 9]. Amante della montagna e forte alpinista, nel 1864 Giordano aveva compiuto la seconda ascensione del Monte Bianco, da Courmayeur al Colle del Gigante e attraverso il Mont Blanc du Tacul, impresa che ebbe vastissima e meritata risonanza. Nel 1865 è a Valtournenche, incaricato da Sella a sostenere la guida Jean-Antoine Carrel nella “course” alla Gran Becca (Gran Cervino, Cervino) in competizione con l’inglese Edward Whymper, risultato alla fine vincitore il 14 luglio [6, 7]. Guidato da Carrel, nel 1866 Giordano compie un primo tentativo personale alla Gran Becca, fallito per il persistere del maltempo dopo cinque bivacchi alla “cravate”, una cengia del Cervino a circa 4100 m di quota. Nel 1867 è nominato commissario italiano all’Esposizione internazionale di Parigi, onere che lo tiene lontano dalle Alpi, ma vi torna l’estate successiva e dal 3 al 5 settembre 1868 compie l’ascensione del Cervino con le guide J.A. Carrel e J.J. Maquignaz, salendo per la via italiana del Leone e scendendo per quella svizzera dell’Hoernli [6, 7]. Persa la battaglia sportiva con Whymper, il principale obiettivo di Giordano è ora la ricerca scientifico, rivolta all’esame geologico “passo a passo” della Gran Becca [3, 4, 6].
Figura 1 – Struttura e stratigrafiA del Cervino e delle zone circostanti nei profili di Giordano [10]. La sezione est-ovest si estende da Macugnaga al M. Collon (Vallese) e mostra la Formazione dello gneiss talcoso (micaceo) e gabbro eufotide che, dal Cervino al M. Tabor (Dent d’Herens), si sovrappone in modo regolare sulla Formazione calcareo-serpentinosa, a sua volta posta sullo gneiss antico e sul granito del Monte Rosa. Nella sezione nord-sud la Formazione dello gneiss talcoso e del gabbro (E) si estende dal Cervino alla Dent Blanche e al Weisshorn e ricompare in Val d’Ayas, sopra la Formazione calcareo-serpentinosa affiorante in Valtournanche e in Vallese.
Sollecitato da Sella, nel 1869 Giordano sottopone alla Reale Accademia delle Scienze di Torino la memoria “Sulla orografia e la costituzione geologica del Gran Cervino”, sintesi delle sue osservazioni raccolte durante l’ascensione e nelle precedenti esplorazioni attorno al massiccio [10]. Il lavoro contiene due sezioni che illustrano, con precisione, la struttura e l’andamento geometrico delle formazioni che costituiscono la piramide del Cervino e il suo substrato, caratterizzato da una morfologia più dolce [3, 4, 6, 10]: i due profili (Fig. 1) mostrano la sovrapposizione dello gneiss talcoso (micaceo) e del gabbro eufotide del Cervino sulla formazione calcareo-serpentinosa sottostante, ritenuti da Giordano in successione stratigrafica normale [10].
Ora sappiamo che il Cervino è formato da rocce
paleozoiche con metamorfismo alpino, appartenenti a un frammento del margine
continentale adriatico (africano), traslato per decine di chilometri a
ricoprire la Formazione calcareo-serpentinosa di Giordano, in realtà un insieme
eterogeneo di rocce verdi (ofioliti) e sedimenti mesozoici derivati dal bacino
oceanico della Tetide che, nel Mesozoico, separava il continente europeo da quello
africano, poi suturato nell’Eocene durante l’orogenesi alpina. Discutendo l’età
e la struttura delle rocce figurate nei profili, Giordano prese in esame
l’ipotesi di Gerlach che le rocce gneissiche del Cervino fossero in parte
granitiche e quindi più antiche del loro substrato, situazione che imponeva
l’esistenza di una innovativa falda di ricoprimento proveniente da radici
lontane e riversata sopra la Formazione calcareo-serpentinosa (Fig. 1), ipotesi
che scartò perché troppo fantasiosa e complicata, perdendo così l’occasione di
essere l’antesignano della rivoluzione mobilista sorta una ventina di anni dopo
[3, 4, 5].
Nel 1872 Giordano inizia la missione confidenziale intorno al mondo, è la persona giusta, scelta dal governo su probabile indicazione di Quintino Sella. Il 22 luglio parte da Napoli e giunge a Bombay attraverso il canale di Suez, da poco inaugurato. Giordano soggiorna a lungo in India, la visita da costa a costa, spingendosi fino ai piedi dell’Himalaya e con una puntata all’isola di Ceylon. Raggiunta Singapore, il 17 marzo 1873 s’imbarca sulla Governolo, una pirocorvetta con ruote a pale (Fig. 2) al comando di Enrico Accinni: la nave fa rotta per le coste nord-occidentali del Borneo, l’isola di Labuan e quella di Banguey, consentendo a Giordano di verificare la possibilità di installare colonie penali in Malesia, progetto contrastato dalle potenze coloniali.
Figura 2 – La Governolo nel Golfo di Napoli, 1866: pirocorvetta costruita in Gran Bretagna per la Marina del Regno di Sardegna, varata nel 1849, dal 1861 in servizio per la Marina italiana, radiata nel 1882; dislocamento da 1700 t (carico normale) a 2279 t (pieno carico), scafo in legno e carena rivestita in rame, lunga 73.89 m, due alberi armati a brigantino, quattro caldaie a carbone, due ruote a pale, armamento 8 cannoni (cortesia dell’Ufficio Storico della Marina Militare).
Ormai è primavera, troppo tardi per evitare i grandi calori e le forti piogge estive. La Governolo costeggia Sarawak, stato malese del Borneo, governato dal rajah bianco James Brooke, a fine mese è a Labuan e ai primi di aprile attracca nella baia di Gaya. Giordano fa visita al sultano del Bruney e ottiene l’autorizzazione per compiere una spedizione nell’entroterra. Il gruppo, con alla testa Felice Giordano, comprende Paolo Bocca, medico di bordo, il guardiamarina Giacomo Bove, due marinai armati e una trentina tra portatori e guide malesi. Il gruppo penetra per una cinquantina di chilometri nella foresta pluviale, incontrando piccoli paesi contaminati dal vaiolo o abitati da tagliatori di teste: la meta è il Kiniballu (Kinabalu), monte granitico di 4095 m, la più alta cima del Borneo. Giordano sale sino a 2700 m di altezza, ma è costretto a rinunciare vedendo le sofferenze dei malesi, seminudi e non avvezzi alle fredde e piovose notti all’adiaccio. L’avventura è descritta da Giordano [11] e nei diari di Bocca [12] e di Bove [13]. Tornati a bordo, la Governolo doppia il Capo Sampangio, costeggia il golfo di Malludu e di Gaya e ai primi di maggio getta l’ancora all’isola di Banguey, che Giordano esplora giudicandola non idonea per una colonia penale. Il tempo stringe, rinunciano a esplorare la baia di Sandakan (sic) e la corvetta lascia il Borneo, diretta verso il Giappone che raggiunge il 13 luglio 1873, dopo scali a Hong-Kong e Shangay. Il viaggio attorno al mondo di Giordano proseguirà, con altre navi, per la Nuova Zelanda e l’Australia, per poi visitare le principali città delle due Americhe e ritornare finalmente in patria nel 1876. Tornando al Borneo, l’esplorazione è narrata nella monografia per la Società Geografica e in un rapporto inviato al MAIC dal Giappone [11, 14]. In questi documenti Giordano presenta accurate descrizioni della geografia, la geologia, l’ambiente naturale con clima, flora e fauna, l’agricoltura, le popolazioni indigene e gli immigrati, la navigazione, la pirateria, le prospettive commerciali, l’influenza delle potenze coloniali, l’assetto politico e le religioni dei paesi visitati, per concludere con il suo definitivo scetticismo sulla fattibilità di colonie penali e commerciali gestite da tecnici e personale italiano, del tutto inadatti a sopportare il clima tropicale [11, 14]. E’ un quadro dettagliato dell’arcipelago malese, delle sue genti e della loro storia che, come rileva Elio Manzi [15], trovano ripetuti riscontri nei romanzi d’avventura di Emilio Salgari il quale, come noto, non si era mai recato nelle terre e nei mari dei Pirati della Malesia, ma certamente aveva letto la monografia di Giordano.
Riferimenti bibliografici
[1] Bastogi M. (2013). La scoperta scientifica del Grande Cervino. Alpinismo Fiorentino, Annuario. [2] Corsi P. (2001). Giordano, Felice. Dizionario biografico degli Italiani, 55. [3] Dal Piaz G.V. (1992). Le Alpi dal M. Bianco al Lago Maggiore. Guide Geologiche Regionali, BE-MA Editrice, 3, vol. I e II. [4] Dal Piaz G.V. (1996). Felice Giordano and the geology of the Matterhorn. Atti Acc. Scienze di Torino, 130, 163-179. [5] Dal Piaz. G.V., 2004. La genesi delle Alpi: evoluzione del pensiero geologico dall’Ottocento alla Tettonica delle Placche. La montagna come esplorazione permanente, atti convegno CAI Sesto Fiorentino, 12-19 Ottobre 2002, Edizioni Regione Toscana, pp. 63-71. [6] Dal Piaz G.V., 2014. Il Monte Cervino: dalla gara per la conquista alle ricerche geologiche di Giordano e Gerlach nella seconda metà dell’Ottocento. In: A. Conte (a cura di) Le Alpi dalla riscoperta alla riconquista. Il Mulino, pp. 239-296. [7] Crivellaro P. (2016). La battaglia del Cervino. La vera storia della conquista. Laterza & Figli, 211 pp. [8] Dal Piaz G.V. & Argentieri A. (2021). 150 years of plans, geological survey and drilling for the Fréjus to Mont Blanc tunnels across the Alpine chain: an historical review. Ital. J. Geosciences, 140/2. [9] Corsi P. (2013). Quintino Sella e la Carta geologica del Regno d’Italia. In: Quintino Sella scienziato e statista per l’unità d’Italia, Atti dei Convegni Lincei, 269, 177-205 [10] Giordano F. (1869). Sulla orografia e sulla geologica costituzione del Gran Cervino. Atti R. Acc. Scienze, 4, 304-321. [11] Giordano F. (1974). Una esplorazione a Borneo. Memoria del socio ing. Felice Giordano. Boll. Soc. Geografica Italiana, 8/9, 182-216, con Carta del Nord del Borneo (Tav. I) e Carta dell’isola di Banguey (Tav. II). [12] Bocca P. (1875). L’Estremo Oriente, impressioni di viaggio del dott. Paolo Bocca, medico a bordo del Governolo. Coi Tipi del Riformatorio di Giovanetti, Bosco Marengo, 301 pp. [13] Puddinu P. (2014). Un viaggiatore italiano in Borneo. Il giornale particolare di Giacomo Bove (parte I). Regione Piemonte, Provincia di Asti,Astigrafica, 383 pp. [14] Giordano F. (1875). Sopra l’impianto di colonie italiane nella parte settentrionale dell’isola di Borneo. Cenni del Comm. Felice Giordano, Ispettore Capo del R. Corpo delle Miniere. Annali Ministero Agricoltura Industria e Commercio, 78, 155-238. [15] Manzi Elio (2013). Geografia Salgariane, Ripartire da Mompracem, in appendice Una esplorazione a Borneo memoria di Felice Giordano 1874. Andrea Viglongo & C. Editori Torino, 109 pp.
Il 24 Settembre 2021 ci ha lasciato Sergio Lepori, 95 anni vissuti in gran parte nelle sue amatissime Montagne.
La sua personale impresa fu salire in cima al Cervino e poi su altre cime, ferrate, e gite CAI cui partecipava sia come accompagnatore che appassionato, soprattutto in Dolomiti. Ricordava i percorsi in tutti i particolari: orientamento, difficoltà, uso delle mani, delle attrezzature, citava sempre la “prudenza” per essere pronti a “tornare indietro” se necessario. Sciatore pioniere all’Abetone quando l’impianto di risalita era ancora un “cestone” oppure “si saliva a piedi”. Ha fatto sci di fondo fino a 85 anni. Poi gli anni si sono fatti sentire ma nonostante ciò nel 2017 quasi a 91 anni ha raggiunto a piedi per sentiero il Rifugio Coldai, applaudito al suo arrivo da tutti i presenti. Gli brillavano gli occhi mentre ricordava le imprese guardando con binocolo i monti circostanti che aveva percorso.
Era gradevole sentirlo parlare dei fatti di cui era stato testimone nel secolo trascorso come le leggi razziali del periodo fascista quando da un giorno ad un altro il suo compagno di banco ebreo era sparito; la vita in Firenze durante la guerra, gli aneddoti divertenti sul posto di lavoro. Studioso per proprio piacere e curiosità culturale, sapeva interi canti della Divina Commedia che recitava a memoria. Si occupava di astronomia, arte, musica classica e quanto altro stimolava la sua intelligenza. Non lo ha spaventato la rivoluzione informatica, che ha affrontato con il piglio di un curioso neofita per trarne soddisfazione e per tenersi informato, ascoltare musica e conservare le immagini ed i suoi ricordi Negli ultimi tempi si ero dedicato allo studio del terzo canto della Divina Commedia: Il Paradiso. Penso fosse consapevole che la fine si avvicinava a grandi passi e, forse, ci cercava una possibile consolazione. Questo è solo un piccolissimo ricordo di un grande appassionato della montagna che ha trasmesso questo amore ai molti che lo hanno conosciuto.
La
passata stagione invernale 2020-21 anomala per le limitazioni sanitarie ma
anche per il grande innevamento che ha comportato ulteriori limitazioni con
ordinanze dei Sindaci per pericolo valanghe, ha portato anche un’altra novità.
É passata in sordina ma è di grande importanza per i frequentatori della
montagna innevata: si tratta del D.lgs.
28/2/2021 n. 40 che riorganizza la complessa materia della sicurezza nelle
discipline sportive invernali che
entrerà in vigoredal 01/01/2022.
Il D.lgs. sostituisce la precedente legge n. 363/2003.
Tante
sono le norme trattate dal nuovo decreto legislativo: dalle definizioni, ai compiti
dei gestori delle aree sciistiche, alle attività in ambito non controllato.
In
particolare ci sono alcune importanti novità per gli scialpinisti, gli
escursionisti, coloro che fanno alpinismo invernale e le cascate di ghiaccio.
Novità quindi che interessano molti soci CAI che praticano la montagna
invernale oltre le piste da sci. Il punto principale è contenuto nel comma 2 dell’articolo
26.
2. I soggetti che
praticano lo sci-alpinismo o lo sci fuoripista o le attività escursionistiche
in particolari ambienti innevati, anche mediante le racchette da neve, laddove,
per le condizioni nivometeorologiche, sussistano rischi di valanghe, devono
munirsi di appositi sistemi elettronici di segnalazione e ricerca, pala e sonda
da neve, per garantire un idoneo intervento di soccorso.
La
legge spinge molto sull’informazione e autoresponsabilità per i praticanti la
montagna innevata. Nel comma 2 è implicito che prima di intraprendere una
escursione sulla neve, si debbano assumere necessariamente le informazioni per verificare
se esiste il rischio valanghe sulla base dei bollettini nivometeorologici
(Meteomont e Aineva).
Il
legislatore puntualizza che nel caso sussista il pericolo di valanghe, i
frequentatori debbono munirsi di appositi sistemi di segnalazione e ricerca:
l’ARTVA (Apparecchio Ricerca Travolti da Valanga), con pala e sonda da neve;
infatti oltre all’Artva è necessario anche la pala e la sonda perché essi
stessi siano in grado di operare fin da subito per l’adeguato intervento di auto
soccorso senza attendere l’arrivo di terze persone come può essere il Soccorso
Alpino. Benché le sanzioni per il non rispetto delle norme siano modeste, si
tratta di sanzioni amministrative comprese tra € 100,00 ed € 150,00, le
conseguenze di tipo penale e morale in caso di incidente possono essere invece
molte alte.
Avere con se artva pala e sonda e non saperli
usare può avere gravi conseguenze.
Se
lo scoglio economico per l’acquisto del kit APS (Artva, Pala e sonda) prima
poteva essere l’ostacolo maggiore, oggi con la maggiore diffusione i prezzi di
questi apparecchi sono scesi a livelli accessibili. Peraltro vari negozi del settore
si stanno attrezzando per il noleggio dell’intero kit.
Se
per gli scialpinisti il kit APS e il relativo utilizzo è un dato scontato, per
molti altri non è così. In questo senso la Scuola
di Alpinismo Tita Piaz della Sezione di Firenze, organizza oramai da
diversi anni nel periodo inizio inverno, il corso monotematico Prevenzione Autosoccorso in ambiente
iNnevato (PAN). Il corso è dedicato a tutti coloro che si muovono sulla
neve a piedi, con le racchette da neve, con gli sci da scialpinismo, con lo
snowboard per far conoscere le caratteristiche principali della neve e insegnare
le nozioni base per la preparazione, condotta di gita e autosoccorso in
ambiente soggetto al pericolo di valanghe.
Concludo
affermando che è importante sempre la preparazione e responsabilità per ridurre
i possibili rischi sempre presenti in montagna.
Di Giancarlo Tellini, Coordinatore del Gruppo Sentieri della Sezione CAI di Firenze
Siamo
sicuri che per dare un contributo positivo alla crisi energetica, valga la pena
di peggiorare ancora crisi climatica e degrado ambientale?
Da
gennaio 2020 sono trascorsi più di due anni con continue discussioni, confronti,
richieste e proposte di soluzioni alternative senza nessun riscontro positivo. La
decisione di realizzare il nuovo impianto eolico al Giogo di Villore, nel luogo
scelto dalla società proponente, era già maturata nelle decisioni politiche
regionali e locali.
Per
coerenza rispetto alle idee portate avanti abbiamo deciso, come sezione CAI
territorialmente competente, di impugnare davanti al TAR Toscana l’atto finale
del procedimento amministrativo in quanto, a nostro parere, nella soluzione
adottata sono presenti numerosi aspetti in contrasto con la normativa vigente. Queste
criticità erano state segnalate anche in fase di conferenza dei servizi, senza però
nessun esito. L’auspicio è che il giudizio sulla legittimità delle
autorizzazioni concesse dalla Regione Toscana riconduca la realizzazione del
progetto nell’ambito di quanto, con tolleranza diversa, viene richiesto di
rispettare ai cittadini e alle imprese, anche per progetti che sono certamente
di minore impatto ambientale: il rispetto della legge.
Le
leggi, se ci sono si rispettano: non si puo’ saltarle a piè pari solo per
accondiscendere a ciò che il popolo vuole, spesso senza ragionare sul prezzo
che si pagherà.
La propaganda politica definisce la nostra opposizione, e anche quella della Soprintendenza, ideologica e di principio ma sbaglia profondamente. Troppi argomenti di questo progetto non vanno. Noi come CAI siamo favorevoli alle energie rinnovabili ma non possiamo condividere una soluzione che ignora le regole che la società si è data e siamo sorpresi che eminenti rappresentati della politica deliberatamente ignorino questi aspetti.
Un
giudice valuterà se ci stiamo sbagliando.
Girarsi
dall’altra parte, con un progetto che presenta tante anomalie, sarebbe stato,
per noi che amiamo la montagna e che vogliamo veramente che sia attenuata la
crisi climatica, un comportamento ingiustificabile.
Riteniamo
che il luogo scelto, sia per la distanza dalla viabilità principale, sia per la
criticità geologica dei luoghi interessati che per la “misteriosa” qualità del
vento (non resa nota e quindi non comparabile con quella dell’atlante dei venti
che indica il luogo inadatto a tali realizzazioni) non sia adeguato. Ma questo
è un aspetto che non incide nell’iniziativa di ricorrere al TAR, che ovviamente
si riferisce esclusivamente agli aspetti di illegalità.
Il sito scelto per l’impiantoLa Valle di Corella
A
noi il progetto non convince. In sintesi:
a)-Non si tiene conto
dei danni all’ambiente del crinale principale dell’Appennino e delle
conseguenze legate allo svolgimento dei lavori sulla viabilità per permettere
l’accesso di enormi mezzi per il trasporto del materiale, soprattutto nella
valle laterale di Corella. Si ignora il progetto di istituzione dell’“Appennino
parco d’Europa” molto importante per la tutela della salute e l’assorbimento
del CO2, che verrà penalizzato dall’abbattimento di circa 90.000 mq (!) di
bosco secolare, e i già avviati progetti di turismo sostenibile, quali il
Sentiero Italia CAI e il sentiero Europeo E1. Le ipotesi di ripristino ambientale
post cantiere sono vaghe e poco sviluppate.
b)-Siamo consapevoli
della rilevante necessità di energia determinata dalle nostre abitudini e dalla
grave dipendenza di approvvigionamento cha abbiamo da Stati esteri per le scelte
politiche degli ultimi decenni. Scelte che siamo costretti a ripercorrere nel
momento in cui si creano, come oggi, gravi tensioni con i fornitori di energia,
ma che ci indirizzano ad altri soggetti alcuni dei quali non appaiono particolarmente
affidabili. Quindi, certamente, le energie rinnovabili sono una necessità per
acquisire maggiore autonomia, ma vanno fatte scelte razionali, minimizzando
l’inevitabile impatto ambientale.
c)-Sarebbe necessaria
una maggiore onestà intellettuale, da parte di tanti, che dovrebbero smettere
di considerare immotivata ogni opposizione, in nome di esigenze superiori (come
il questo caso la crisi energetica, in altri casi aspetti economici prevalenti
sulla tutela ambientale). Noi siamo d’accordo sulle criticità dell’approvvigionamento
di energia ma non può esserci attribuito, come CAI, l’atteggiamento di chi si
oppone alla realizzazione di soluzioni nei pressi della propria casa. Il CAI
vorrebbe che ci fosse più rispetto alla montagna che troppo spesso è solo un luogo
da sfruttare o comunque “valorizzare” e non da tutelare in quanto tale per il
valore ecologico e culturale che custodisce. La difesa del paesaggio non è solo
la tutela del panorama (che comunque è grande motivo d’orgoglio del nostro
territorio), come inopportunamente viene spesso ripetuto, ma di tutto
l’ambiente naturale e della sua biodiversità. Basterebbe ricordare che la nostra
Costituzione, unica in Europa e spesso ignorata, lo definisce un valore
identitario e culturale.
d)-Ci sono studi che da molti
anni prevedono la situazione ambientale di cui oggi abbiamo maggiore consapevolezza:
la crisi climatica e la crisi energetica, che non sono lo stesso problema. È
documentato che la crisi climatica dipende solo in parte da problemi di energia
e che la crisi energetica era prevista a causa dell’esaurimento delle risorse
naturali la cui estrazione, nel tempo, diventa sempre più costosa. Quindi, parlando
di energie rinnovabili, oggi, dopo un ostruzionismo politico a queste soluzioni
che dura da troppo tempo (penso per esempio ai vincoli per i pannelli solari),
non è accettabile che ogni proposta debba essere accondiscesa senza alcuna
seria valutazione oggettiva, solo perché c’è bisogno di energia. E ancor meno
accettabile è che la scelta del luogo dove fare nuovi impianti sia fatta dalle
aziende interessate e non dalle amministrazioni competenti, intese quali enti
esponenziali del territorio.
e)-Ci
chiediamo perché gli uffici della Regione Toscana abbiano prodotto, in fase di
conferenza dei servizi, una lunga serie di osservazioni sul progetto
dell’impianto eolico (ben 12 pagine), che hanno avuto riscontri solo parziali,
ma che comunque, alla fine, hanno dato origine al parere positivo per la
fattibilità dell’impianto. A noi sembra che la volontà politica sia prevalsa su
ogni altra valutazione oggettiva. Quindi, un progetto con molti aspetti tecnici
irrisolti. Vista la mancanza di un piano strategico pubblico da parte della Regione,
il timore è che a questo progetto ne seguano altri, random, un po’ come avvenuto
con i tralicci per le antenne radiotelevisive impiantate a caso dagli
imprenditori interessati e non in luoghi preventivamente scelti
dall’amministrazione dopo le opportune verifiche, con un occhio particolare alla
non più rinunciabile esigenza di limitare il consumo del suolo.
f)-Con
amarezza constatiamo che solo oggi, scelte del Governo centrale si indirizzano
su progetti più virtuosi, dimostrando che progetti come quello del Giogo di
Villore sono superati da soluzioni con minore impatto ambientale, soprattutto
per la loro costruzione. Ci riferiamo alle “comunità energetiche” e agli
impianti in mare.
No, la nostra non è
opposizione ideologica, ma coerenza a quei principi che portiamo avanti da
oltre 150 anni e – guarda un po’ – codificati nel Bidecalogo, messi nero su
bianco in tempi non sospetti.
Tratto da “In viaggio con Don Cuba” a cura di Lorenzo Bojola – Nencini Editore
di Nelusco Paoli
Voglio
narrarvi una salita al Kilimangiaro piuttosto originale; fa a meno dei confort
ai quali siamo abituati, rinuncia agli aerei, all’accoglienza turistica, al
conforto dei lodge e la cima del Kibo, la più alta del Kilimanjaro, non si
chiama Huhuru Peak, portava ancora il nome di “Kaiser Wilhelm”, come l’aveva
chiamata il primo salitore. Non solo ma l’avventura non inizia da un villaggio
ai piedi della montagna; inizia dalla porta di casa, o meglio, dalla porta
della canonica. Si…. voglio raccontarvi di un prete che per scalare il
Kilimanjaro è partito da Firenze…. a bordo di una motocicletta.
Il prete,
molto conosciuto in Firenze per la sua profonda umanità, per la sua attività
pastorale, di assistenza
ai ragazzi di S. Frediano e fra i detenuti, si chiamava Don Danilo
Cubattoli, ma era da tutti conosciuto come Don Cuba. Di carattere risoluto,
audace e sprezzante del pericolo – durante il periodo delle persecuzioni
razziali, ancora seminarista, aveva collaborato al passaggio degli ebrei nelle
zone liberate – era dotato di un fisico resistente ed era amante della
montagna, delle sfide e dell’avventura.
Appassionato ciclista aveva sfidato ad una corsa da Firenze a S.
Casciano i giovani comunisti di S. Frediano. Il fatto aveva avuto tale
rilevanza che “La Domenica del Corriere” gli
dedicò la copertina che lo ritraeva in bicicletta, con la tonaca
svolazzante, su un dosso della strada staccare gli altri ciclisti che arrancano
dietro di lui.
Don Cuba
parte da Firenze il 25 aprile del 1954 e dopo cinque mesi di avventure e
peripezie conclude il viaggio con la celebrazione di una messa per tutti i
lavoratori sulla cima più alta del Kilimanjaro. In sella a due Motom 160
Delfino, con “Steve”, Stefano Ugolini un ragazzo di S. Frediano che ha nel
sangue la voglia dell’avventura, soffrendo spesso la fame e vivendo di
ospitalità, traversano tre continenti e nove stati, superano pericoli e
difficoltà e concludono la lunga cavalcata nel mese di settembre.
Don Cuba e Steve, all’Asmara, in Eritrea dal volume “In viaggio con don Cuba”, a cura di Lorenzo Bojola per Nencini Editore
Appena sbarcati in Grecia rimangono
particolarmente colpiti dalla miseria e dalla desolazione che regna nel paese,
prostrato dalla guerra, dall’occupazione e dalla guerra civile, e dallo
sconforto stampato sulle facce scure degli abitanti. La prima sera, mentre
riflettono su queste miserie in un
capannone dove hanno trovato rifugio dalla pioggia battente, vengono
avvicinati da alcuni uomini incuriositi dalle moto che si fanno minacciosi
appena scoprono che sono italiani. Dopo essere riusciti a chiarire che non
hanno fatto parte delle truppe inviate
dal Duce a spezzare le reni alla Grecia e all’Albania, nasce un nuovo equivoco.
I Greci pensano che Don Cuba sia un
medico e uno di loro chiede se gli può curare un dente dolorante. Danilo, non
nuovo a queste esperienze – aveva già curato un cameriere durante la traversata
– non si perde d’animo: con perizia pratica
l’anestesia, estrae dal bagagliaio “le pinze della moto” e procede facilmente
all’estrazione del dente.
Percorrendo le
fatiscenti strade greche raggiungono in un paio di giorni Atene, dove sono oggetto di curiosità e meraviglia per le moto e per la
notizia del loro” raid intorno al mondo”
uscita sui giornali cittadini, attraversano la Tessaglia, colpita da un recente terremoto e, con alcuni giorni di
dura guida sulle pessime strade greche
raggiungono la Turchia dopo un involontario tuffo in un fiume
durante un guado.
Il 22 maggio sono Istanbul e
proseguono, un po’ via terra e un po’ via mare – alcune strade sono interrotte
perché ci sono dei combattimenti – per raggiungere la Cappadocia.
Il Cuba è stupito e
affascinato nel mirare le valli della
Cappadocia dove “sorgono come un paese lunare, migliaia di coni, piramidi,
cilindri di ogni dimensione e forme con dentro case, chiese, monasteri,
cimiteri, giardini, campi e acquedotti”. Scorrazzano digiuni fra i monasteri
rupestri e vi si sistemano per la notte. La mattina all’alba Stive non si sente
tranquillo, è in ansia, vuol partire perché la sera precedente ha notato
l’aggirarsi di pastori dall’aspetto poco rassicurante. Aveva caricato le moto
per la partenza, mentre Don Cuba si era
allontanato per fare delle foto, quando vede avvicinarsi quattro tipi con dei
bastoni in mano: “capii subito la mala parata” racconta “e urlai al Cuba perché
mi raggiungesse. Con me avevo la pistola e iniziai a minacciarli: Cubaaa..
vieni giù subito perché io li ammazzo.” Lui arrivò di corsa, urlando a sua
volta “ ma che ammazzi, siamo tutti fratelli in Dio”, cercò di dialogare con i
pastori e per rabbonirli offrì l’orologio d’oro avuto in regalo dalla sorella
al momento della partenza. Fu la mossa vincente. Mentre i turchi alla vista del
luccichio dell’oro si azzuffano per contenderselo, Cuba e Steve avviano i
motori, saltano sulle moto e via di carriera. L’agguato non è finito; sulla
strada trovano vari uomini che si sono messi di traverso per ostruire il
passaggio. Con tempismo e audacia i nostri vanno loro addosso con le moto in
velocità, all’ultimo momento gli uomini si sparpagliarono e fra una nube
di polvere e grida incomprensibili Cuba
e Stive riescono a passare. Senza voltarsi proseguono la corsa e raggiungono Adana,, dove la dea bendata si presenta loro nelle vesti di
una orchestra italiana che gli invita a cena e ad assistere alla loro
esibizione nell’unico locale di lusso in quella cittadina di catapecchie. Affamati si siedono a cena nel locale, pieno
di facoltosi mercanti turchi. Due scherzosi ragazzi dell’orchestra avvertono il
Cuba :“Occhio se tu sei un prete fra poco arrivano le ragazze che fanno la
danza del ventre, forse è meglio se lei se ne va”. Pronta è la risposta: “no,
no, e un ci penso nemmeno, e c’ho una gran fame e mangio, casomai mi giro da
un’altra parte!”.
Su buone strade attraversano Siria,
Libano e Palestina; raggiungono via mare
Port Said, e poi il Cairo. Da lì
una deviazione al cimitero di El Alamein per una preghiera sulla tomba di Dante
Cellai, un caduto di S. Frediano; il
Cuba celebra la messa in quella landa assolata che da il senso della tragedia e
della inutilità della sanguinosa battaglia del 1942.
Dal Cairo proseguono alla volta di Luxor,
seguendo una strada lungo il Nilo che sembra
ben costruita, ma che improvvisamente si trasforma in una carovaniera in
mezzo al deserto che devia verso l’interno e propone varie diramazioni. Privi
della guida del fiume e di riferimenti geografici i nostri si smarriscono fra le dune. L’oscurità
repentina li costringe a fermarsi;
la temperatura si abbassa,
non conoscono le costellazioni
dello sfavillante cielo tropicale ed è impossibile orientarsi con la stella
polare. Non rimane che rannicchiarsi all’ombra delle moto e aspettare il
mattino. Nella notte insonne domina il freddo, la paura e lo sconforto, leniti
dalle preghiere del sacerdote. All’alba
si imbattono fortunatamente in una pista di sabbia,
con tracce del recente passaggio di una carovana, e dopo un’oretta di marcia incontrano
nuovamente il Nilo. E’ Steve che racconta: “ fu straordinariamente bello vedere
il fiume e quelle sponde fangose. Senza acqua dal giorno precedente bevemmo
l’acqua del fiume e ci prendemmo l’ameba”.
Ad Assuan (non era
stata ancora eretta la diga del lago Nasser)
vengono sconsigliati dal proseguire su strada a causa di combattimenti
in zona. Occorre trovare un passaggio via nave…. gratuito, data la situazione
finanziaria. Le barche in servizio su quel tratto del fiume avevano ai lati
delle grandi gabbie per il trasporto delle pecore e dei pastori, per tenere le
bestie a distanza dagli altri passeggeri a causa delle zecche. Un generoso
comandante di un battello offre il passaggio;
in una gabbia vengono caricate le moto ed anche Steve ed il Cuba possono
stendere i loro materassini per la notte. Nonostante il rumore assordante del
motore, qualche belato e il tanfo di pecora, riposano benissimo con il chiarore
sul fiume e le innumerevoli stelle. Cenano con dello zucchero, residuo delle
cibarie avute dalle suore di Gerusalemme e si svegliano, freschi e riposati a
Wadi Halfa in Sudan.
Anche in Sudan si rendono conto che
non possono raggiungere la loro meta, Khartoum, via terra, con le moto e per
poter proseguire sono obbligati a far uso della ferrovia costruita dagli
Inglesi alla fine dell’ottocento. Stivano le moto nel carro merci e si sistemano per il lungo viaggio
“comodamente ” seduti sulle panche della terza classe, mescolati alla
povera e colorita popolazione locale.
Lasciano Khartoum per
l’Asmara il 22 luglio. Fino a Kassala va tutto liscio; il clima è buono e la
strada, anche se lunga e noiosa, fila via dritta nel deserto, ma alla frontiera con l’Eritrea si presenta il
“caso” delle rivoltelle. Alla partenza dall’Italia Cuba e Steve avevano un
revolver ciascuno e al passaggio delle frontiere il Cuba si infilava entrambe
le armi nella cintura e sopra indossava la tonaca. Nessuna guardia di frontiera
si era permessa di guardare sotto la tonaca del prete e lo stratagemma aveva
sempre funzionato. Con la frontiera Eritrea non ricorrono a questo trucco
pensando di dover trattare con bonari funzionari italiani, ma il lato sudanese
è vigilato da militari britannici ai quali appare un barbuto in sella ad una
motocicletta, con due pistole nella cintura; più che un prete sembra un
guerrigliero di Pancho Villa. Per fortuna l’equivoco viene chiarito con
l’ufficiale responsabile e i nostri riescono a varcare il confine eritreo,
questa volta con Cuba vestito da prete – con la tonaca – e raggiungere
Tesseney.
Dopo aver atteso per lunghi giorni
il visto per l’Etiopia, lunedì 9 agosto riprendono il
cammino con direzione Asmara. Mentre procedono sull’altipiano eritreo notano
una densa nube scura che si addensa alle loro spalle. Conoscendo i violenti
acquazzoni africani sono incerti se proseguire veloci alla ricerca di un
ricovero oppure montare la tenda, quando sul serbatoio di una moto si schianta
una grossa cavalletta. “ Il cielo era oscurato quasi del tutto, era una cosa
impressionante! Stava arrivando il flagello dell’Africa, milioni di locuste,
ognuna grande come mezza mano, si schiantavano al suolo e planavano a terra e
su di noi” racconta Steve” si infilavano anche fra i vestiti e le sentivamo
camminare sulla pelle con le loro zampette spinose”. Lo sciame passò e quando il cielo fu di nuovo libero
milioni di cavallette si erano posate sui nostri centauri, sulle moto, sul
suolo, sugli arbusti, divorando ogni
forma di vegetazione.
All’Asmara
sono accolti festosamente dalla colonia Italiana che li coccola e li colma di
attenzioni e per la festa dell’Assunta sono invitati ad una escursione dalla
sezione del CAI, lungo le rive di un incantevole fiume.
Salutati dalla comunità italiana
riprendono la strada e il 17 agosto passano il confine con l’Etiopia e si
fermano a Macallè. Visitando la cittadina rimangono amareggiati e stupefatti da
una barbarie che credevano ormai un atroce ricordo della storia: il mercato
degli schiavi!
Ripartono
nel pomeriggio con l’intenzione di fermarsi a Maychew dove, secondo le
indicazioni della comunità italiana, un connazionale che sapeva del loro raid
li avrebbe accolti a braccia aperte. Arrivano che è già notte, bussano alla
casa indicata, a lato di una segheria, ma l’accoglienza non è delle migliori,
tant’è che bruscamente Steve chiede il permesso di potersi accampare in uno
spiazzo davanti alla segheria. L’ospite li fa entrare, offre loro la cena e
scusandosi racconta che è disperato perché è stato dichiarato fallito il giorno
stesso. “Se avessi un mezzo” dice accennando alle moto” potrei salvare qualche
cosa prelevando una somma che ho disponibile in banca a Dessie” e aggiunge
“dovrei farlo entro domani alle undici, ma non dispongo di alcun mezzo”. Dopo
queste parole Steve, con l’impulso della gioventù, si offre di recarsi in banca
a Dessie. Bevuto un caffè forte e riempito il serbatoio con la benzina della
segheria, benché stanco e la notte fosse particolarmente scura salta in sella e
parte. Dopo un’ora di viaggio quando la stanchezza della strada accumulata
inizia a farsi sentire, il motore inizia a scoppiettare e poi si ferma. La
benzina della segheria, con residui di truciolo, ha messo fuori uso il
carburatore. La voglia di sdraiarsi per terra e dormire è grande, ma la vista
di tanti occhi fiammeggianti nell’oscurità induce Steve a cambiare in fretta il
carburatore – ne aveva uno di riserva – e ripartire.
Traghetta
due fiumi, in uno é necessario minacciare con la pistola il traghettatore e
offrire del denaro e alle prime luci dell’alba, a pochi chilometri da Dessie,
annebbiato dalla stanchezza, si scontra con un camion che procede in senso
opposto. Con un forte trauma cranico e la gamba destra rotta viene ricoverato
in un lebbrosario dove un medico tedesco, un po’ alticcio decide di amputargli
la gamba. Quando Cuba arriva a Dessie e viene informato dell’incidente si reca
al lebbrosario, appena in tempo per sottrarre Steve dalle mani del macellaio.
“Ovvia, e sta proprio bene! Lo posso portare via!” dice un Don Cuba risoluto.
Aiutato dalla comunità italiana Steve viene inviato in aereo a Addis Abeba dove
viene curato dal medico personale del Negus e una famiglia italiana della città
lo ospita per il periodo della convalescenza.
Cuba
prosegue in moto il viaggio fino alla capitale. Gli è chiaro che non
può proseguire da solo e che non può ignorare le pressanti richieste di
rientro avanzate dal cardinale. Gli italiani di Addis Abeba con grande
cameratismo e generosità si offrono di pagare in rientro in aereo in Itala per
lui e per Steve convalescente.
Frustrato
e amareggiato il Cuba si vede sfuggire l’obiettivo ormai a portata
di mano. Anche gli Italiani sono dispiaciuti – l’impresa rappresentava nel loro
immaginario il riscatto della patria – e disposti ad aiutare. Cuba, con il loro
aiuto, invia Steve a Massaua per imbarcarsi per Napoli, mentre lui andrà al
Kilimanjaro in aereo, per rientrare in volo in Italia il 14 settembre. “Tutti
gli italiani di Addis Abeba mi danno i mezzi per il viaggio aereo, perché
vogliono anche loro contribuire” scrive nella lettera del 27 agosto inviata a
Ghita Vogel.
Don Cuba sul Kilimangiaro dal volume “In viaggio con don Cuba”, a cura di Lorenzo Bojola per Nencini Editore
Il più è stato fatto, ora rimane la
“cosa più facile”, l’ascensione della montagna. Il 5 settembre arriva in aereo
a Nairobi, trova ospitalità nella missione cattolica di Moshi e con un padre
nero, parlando la lingua dei preti – il latino – inizia la faticosa salita.
Prima traversano la foresta, successivamente incontrano le protee, i seneci e
le lobelie. All’Horombo Hut a 3.700 m, nel regno dei deserti di alta
quota, il compagno accusa un malore che
in pochi minuti ne provoca il decesso per arresto cardiaco. Don Cuba non
demorde e continua l’ascensione in compagnia di due portatori. Traversa la
“sella dei venti”, supera la Gilman point e all’alba del’11 settembre, sotto il
limpido cielo africano, realizza la sua missione: celebra la messa per tutti i
lavoratori sulla cima del Kibo con il suo altarino portatile.
Stefano Ugolini “Steve” – n, a Firenze il 26.03.1930 Era stato autista di Don Facibeni e di
Giorgio La Pira. Si era poi specializzato come artigiano del legno ed aveva
aperto un’azienda artigiana a Scandicci. Deceduto il 1.3.2017 a Tignanello
Danilo
Cubattoli “Don Cuba” – n. S.
Donato in Poggio il 24.09.22. Molto attivo fra i ragazzi di S. Frediano e fra i detenuti. Deceduto a Firenze il
02.12.2006
Nell’ambito delle serate online organizzate dalla Sezione di Firenze, abbiamo il piacere di condividere il materiale della serata che si è svolta il 3 giugno 2021 a cura di Carlo Natali.
Queste poche riflessioni sono frutto di due mandati di gestione della Sezione di Firenze, attraverso le profonde trasformazioni degli ultimi anni che l’hanno proiettata in una dimensione assai diversa da quella in cui ha operato per centocinquant’anni. La notevole complessità della normativa, a cui il CAI come tutte le associazioni è soggetto, sempre più negli ultimi decenni, ha reso più impegnativa la gestione, sia per gli aspetti della responsabilità amministrativa che operativa. Non è un prontuario, ma solo una raccolta di esperienze e considerazioni con alcuni suggerimenti sulle modalità operative, non solo per i futuri consiglieri, presidenti e sindaci revisori, ma anche per tutti coloro che vogliano candidarsi per adempiere al mandato, con consapevolezza e responsabilità ma anche soddisfazione per ciò a cui si propongono.
Nell’ambito delle serate online organizzate dalla Sezione di Firenze, abbiamo il piacere di condividere il materiale della serata che si è svolta il 22 Aprile 2021 a cura di Marco Bagnoli.
Cari soci e cari amici, abbiamo reso disponibile l’Annuario 2020, distribuito a Gennaio di questo anno. In esso si trovano, tra gli altri, anche contenuti che rispecchiano il difficile periodo trascorso all’insegna della “pandemia”.