Cari soci e cari amici,pubblichiamo l'Annuario 2024 già distribuito ai soci a fine anno scorso. In esso troviamo articoli che rispecchiano la vita e l'attività della Sezione durante lo scorso[...]
Nel corso del 2019 il Coro La Martinella ha mantenuto il collaudato ruolino di marcia, con circa 80 prove e 15 concerti, compresi i due tradizionali impegni con la Sezione: la Festa del Cai alla Flog a fine novembre ed il Concerto di Natale, questa volta nella Chiesa di San Felice ad Ema.
L’evento più importante, la Rassegna Corale Fiorentina di Canti Tradizionali, così consueta da avere raggiunto la 42° edizione, si è tenuto il 12 ottobre al Teatro Goldoni di Firenze, storico scrigno resoci ancora una volta disponibile dal Dott. Giovanni Vitali del Maggio Musicale Opera Firenze, ente che lo ha in gestione; abbiamo ospitato il Coro Monte Orsaro di Parma ed il Coro Emozioni In Canto di Padova; l’evento è stato seguìto da una bella cena conviviale in allegria al circolo Maccari. L’aver ospitato questi 2 Cori è il risultato di uno scambio, come usa tra Cori, essendo noi stati invitati in precedenza alle Rassegne Corali di Padova e di Parma, città splendide che abbiamo visitato con le guide locali assicurateci dai 2 Cori indicati.
Tra gli altri eventi nel corso dell’anno, merita ricordare quelli che seguono:
In primavera, il 22 marzo, abbiamo preso parte al progetto della Regione Toscana “Viaggio della Memoria”, con esibizione al Teatro Acli di Ponte a Ema (Bagno a Ripoli) insieme agli studenti ed ai loro insegnanti; mentre il 7 aprile abbiamo aderito all’invito del Coro del Centro della Cultura Italiana a Parigi; nel lungo weekend ci siamo goduti la capitale francese, giusto qualche giorno prima che Notre Dame fosse divorata dal tristissimo incendio.
In giugno, a metà mese, la bella, anche per la benevolenza meteorologica, trasferta ad Arona sul Lago di Como, ospiti del Coro Cai La Rocca; mentre nella serata del 21, in occasione della Festa Europea della Musica, abbiamo offerto ai fiorentini ed ai tanti turisti la consueta passeggiata canora per il centro di Firenze.
Ai primi di ottobre abbiamo tenuto un concerto nella Chiesa di Ognissanti, organizzato dalla onlus Anfass sezione di Firenze per il proprio 60°; ci siamo commossi grazie alla partecipazione delle famiglie con disabili intellettivi e relazionali, le quali tengono molto a questa splendida associazione che offre solidarietà ed assistenza sociale, sociosanitaria e riabilitativa.
Infine, nel blitz domenicale del 20 ottobre a Verona, ospiti del Coro Scaligero dell’Alpe (Cai Verona) nel Palazzo della Gran Guardia in piazza Brà, ed in compagnia di Italo Benini, consigliere della nostra Sezione, ci siamo esibiti alla 6° edizione del CantaCai con pieno successo di pubblico: spalti pieni e grande attenzione.
2020: Nozze d’Oro tra le Note e le nostre Voci.
Il bello, come usa dirsi, “ha da venì”: nel 2020 il Coro La Martinella compirà i suoi primi 50 anni dalla nascita, avvenuta nel 1970. Per tutti noi Coristi si tratta di evento che ci riempie d’orgoglio. Per festeggiare questo ambito traguardo stiamo predisponendo un ricco programma di eventi con importanti manifestazioni in città, con l’uscita di una nuova incisione di canti che in parte ripercorrerà la storia del Coro, e con ….. beh, seguiteci sul sito del Coro e su quello della Sezione Cai Firenze. Cercheremo di non deludere i nostri cultori.
Buon 2020 a tutti i soci della Sezione di Firenze !
Due gite nella storia intorno al fiume Piave tra grandine e Merlot
Ripercorrendo con la mente e con le foto gli itinerari della traversata Carnica e del monte Grappa ci accorgiamo che questi ambienti hanno molti tratti in comune. Sono legati fra di loro dal sottile filo ideale che è la memoria dei combattimenti della Grande Guerra.
Il sentiero Spinotti
I confini in Europa sono stati cancellati, osservazione banale si dirà, ma percorrendo sentieri che attraversano ripetutamente le delimitazioni geografiche senza segni formali e distintivi, si coglie l’immensità delle montagne e la loro non appartenenza a nessuna nazione.
L’amico Sergio Stibelli della Sezione XXX Ottobre di Trieste, profondo conoscitore degli eventi della prima guerra mondiale e guida preziosa nei due percorsi, ci fornisce informazioni geografiche, storiche e naturalistiche che ci permettono di entrare in modo più consapevole nel mondo particolare di queste parti delle Alpi.
Un momento dell’illustrazione degli eventi sul Monte Grappa
Il gruppo del monte Grappa è conosciuto per i tristi eventi che portarono alla fine della Grande Guerra. L’itinerario che percorre la dorsale che porta a cima Grappa attraverso il monte Asolone ed il col della Berretta è indicato dai cartelli come via Europea. Incredibile!! Qui, su queste cime intorno al Grappa si sono svolte furibonde battaglie nel 1918 con circa 100.000 morti. Il loro sacrificio forse è servito a ritrovare una pace silenziosa tra questi monti. Austriaci e Italiani sono sepolti nell’immenso e spettacolare sacrario che domina la valle dalla cima Grappa.
Le appartate e selvagge Alpi Carniche pur confinando con le blasonate Dolomiti, offrono panorami e ambienti decisamente diversi ma ugualmente affascinanti.
Abbiamo salito la cima Peralba, il Pic Chianedis, il Coglians, ma soprattutto abbiamo percorso chilometri di sentieri, dalla sorgente del Piave al Passo di Croce Carnico, in grande solitudine riappropriandoci del silenzio e del gusto dell’osservazione.
Le maestose montagne di calcare bianco accecante nel sole solcate da profonde vallate con ancora i segni della disastrosa tempesta di vento dello scorso anno, non hanno niente da invidiare ai colori delle Dolomiti. Le lunghe code di turisti che si fermano a osservare le Tre Cime di Lavaredo qui non ci sono. I dislivelli sono notevoli, ai rifugi si arriva solo a piedi. Non ci sono gli impianti di risalita che hanno urbanizzato le Dolomiti. Un freno allo sviluppo turistico oppure un vantaggio? Ognuno provi a darsi una risposta.
Nei rifugi Calvi, Lambertenghi e Marinelli dove abbiamo soggiornato, abbiamo trovato ovunque ottima accoglienza e familiarità. Non comitive vocianti appena sbarcati dalla funivia, ma solo escursionisti appagati dalla salita e desiderosi di godersi il riposo ed il panorama in tranquillità. Ottimo cibo e soprattutto fiumi di ottimo Merlot. Nel Friuli non gustare l’alcol è impossibile e quindi vino e grappa non sono mai mancati.
Il Coglians è la cima più alta del Friuli, 2780 mt. Lì tutti ci tengono a farlo notare, naturalmente noi gli rendiamo omaggio facendo la salita per la via normale, da altri tempi, lunga e faticosa.
Ai piedi della sua parete nord c’è il lago di Volaia, splendida gemma verde-blu come si conviene ad un lago glaciale. Peccato che il ghiacciaio che fino a circa 40 anni fa arrivava alla sponda del lago non c’è più e al suo posto ora c’è un amena spiaggetta con ombrelloni e sdraio. Prossimo arrivo forse il pedalò? Scherzi della natura o cambiamento climatico?
Il panorama dalla cima è ovviamente grandioso ma le nubi lo nascondono quasi sempre e anche con noi non ha fatto eccezioni. La discesa da questa arcigna e imponente montagna, per complicati gradoni, ci ha anche regalato un abbondante grandinata.
Lungo la traversata Carnica e sul Grappa sono presenti ovunque i resti della Grande Guerra. Dovunque si trovano postazioni militari scavate nella roccia. Fortini, caserme, trincee, gallerie, crateri causati dalle cannonate, mulattiere per gli approvvigionamenti. Sono la memoria di un passato da non dimenticare.
Stupefacente la strada che percorriamo da S. Liberale verso la cima Grappa, 1000 metri di dislivello arroccati sul ripido fianco della montagna, una successione di tornanti magistralmente disegnati che ci portano diretti verso il cielo.
La strada verso il Monte Grappa, sentiero 153
Il monte Asolone, ad occidente del Grappa, fu teatro di battaglie ferocissime per circa un anno dal 1917 al 1918. Sulla cima un cippo ricorda tutti i soldati uccisi, ma colpisce soprattutto una frase di Mario Rigoni Stern scolpita nel marmo. “Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio”.
Un’ultima banale, ma non troppo, considerazione. Durante i cinque giorni della traversata Carnica non siamo mai stati connessi. La traccia di Georesq è rimasta desolatamente vuota.
Siamo sopravvissuti allegramente e quindi non sollecitiamo nessuna autorità a fornire la zona di adeguata copertura. Basta il telefono a scatti dei rifugi.
Gli autori della traversata Carnica al rifugio Marinelli (foto A. Ciabatti)
Intervento di Soccorso in Alpi Apuane (ph Alfio Ciabatti)
Già da qualche anno si legge di interventi di soccorso in montagna fatti a persone che per motivi vari, impreparazione o sottovalutazione del percorso o dei tempi ma anche superficialità o imprudenza, richiedono l’intervento del Soccorso Alpino. Purtroppo la frequentazione della montagna ha aumentato anche questo tipo di richieste. Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) del CAI da originaria sorta di società di mutuo soccorso fra alpinisti si è trasformato in una organizzazione altamente efficiente, strutturata ma anche costosa dovuta all’intervento molto spesso dell’elicottero.
Attualmente gli interventi di soccorso in montagna sono svolti dai Servizi Regionali del Soccorso Alpino che operano come Servizio Sanitario di Urgenza Medica (SSUEM) sotto il coordinamento dei Servizi Sanitari Regionali 118/112.
In montagna il SSUEM
si avvale di convenzioni e la recente legge n° 126 del 13 ottobre 2020 ne ha
ribadito la funzione affidando al CNSAS la direzione delle attività di ricerca
e soccorso. Insieme al CNSAS operano il Soccorso Alpino del Corpo della
Guardia di Finanza (SAGF), le
Squadre Soccorso SAR del Comando
truppe alpine dell’Esercito e gli specialisti SAF del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Alcune Regioni italiane dove le richieste di soccorso in montagna sono molto frequenti, hanno stabilito le tariffe che devono essere pagate da chi richiede il soccorso o persone riconducibili ad esso. Si tratta del soccorso a pagamento tanto discusso quanto necessario per contrastare le richieste di soccorso inopportune.
Certamente l’etica del
recupero delle persone in difficoltà imporrebbe l’intervento di soccorso
gratuito a tutti ma l’esigenza di avere un dissuasivo per le chiamate
inopportune fatte spesso da alpinisti o escursionisti “fai da te”, ha costretto
alcune Regioni a stabilire tariffe con costi non indifferenti.
É importante precisare
che le tariffe applicate vengono incassate dalle Aziende Sanitarie delle
Regioni a copertura delle spese sostenute, mentre le strutture che operano sul
campo CNSAS, SAGF, VVFF e Truppe Alpine non incassano in alcun modo ne ticket, né
le spese legate all’intervento.
Il principio del pagamento dell’intervento in montagna vige su tutte le regioni dell’arco alpino ad esclusione del Friuli Venezia Giulia dove è attuato il principio della compartecipazione alla spesa per i soccorsi dove non si riscontra emergenza sanitaria. Principio introdotto con la legge n° 24 del 16 giugno 2017, alla quale però non sono ancora seguiti i regolamenti attuativi che dovranno determinare l’entità dei ticket.
Nell’Appennino solo la Regione Abruzzo
ha approvato la legge del 2016 sull’istituzione della Rete Escursionistica
Alpinistica Speleologica Torrentistica dell’Abruzzo (REASTA) nell’ambito della
quale si introduce il principio del soccorso a pagamento ma a causa di un
ricorso l’attuazione è sospesa.
In Toscana l’intervento di Soccorso Alpino al momento è gratuito.
La situazione nelle varie Regioni dell’arco alpino:
RECUPERO CON RICOVERO
IN PS O OSPEDALIERO: Gratuito
RECUPERO SENZA RICOVERO IN PS O
OSPEDALIERO: In caso di chiamata in mancanza di un’effettiva situazione di
pericolo o causata da un comportamento irresponsabile, è prevista la copertura
dell’intero costo comprensivo di:
Diritto fisso di chiamata: 120 €
Costo elisoccorso: 120 €/minuto
Costo squadra a terra del CNSAS per ogni ora aggiuntiva oltre la prima: 50
€
CHIAMATA INOPPORTUNA causata
da utilizzo di dotazione tecnica non adeguata, ovvero dalla scelta di percorsi
non adeguati al livello di capacità, o dal mancato rispetto di
indicazioni, divieti o limitazioni:
Pagamento dei costi di
intervento fino a 1000 €, comprensivi di:
Diritto fisso di chiamata: 120 €
Costo elisoccorso: 120 €/minuto
Costo 50 € per squadra a terra del CNSAS per ogni ora aggiuntiva oltre la
prima.
RECUPERO CON RICOVERO
IN PS O OSPEDALIERO PER ATTIVITÀ NON AD ELEVATO RISCHIO DI SOCCORSO come ad
esempio: escursionismo a piedi o mountain bike su percorsi facili: GRATUITO
RECUPERO CON RICOVERO
IN PS O OSPEDALIERO PER ATTIVITÀ AD ELEVATO RISCHIO DI SOCCORSO come
alpinismo su roccia o ghiacciai, arrampicata libera; scialpinismo; speleologia;
parapendio o deltaplano anche a motore; salti dal trampolino con sci o idrosci;
sci acrobatico; rafting; mountain-bike in ambiente impervio; utilizzo a scopo
ricreativo di veicoli a motore e fuoristrada in ambiente impervio:
Diritto fisso chiamata squadre a terra: € 200 + € 50 per ogni ora
aggiuntiva oltre la prima, fino ad un massimo di € 500
Elisoccorso: € 25 a minuto di volo, fino ad un massimo di € 500
In caso di intervento
congiunto di squadre a terra ed elicottero, si applicano gli stessi importi
suindicati, fino ad un importo massimo complessivo di € 700
CHIAMATA IMMOTIVATA,
MANCATO O RIFIUTATO RICOVERO:
Diritto fisso chiamata squadre a terra: € 200 + € 50 per ogni ora
aggiuntiva oltre la prima, fino ad un max di € 1500
Elisoccorso: € 90 a minuto di volo, fino ad un massimo di € 7500
PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTODelibera: n. 644 del 5 aprile 2012
INTERVENTO DI
ELISOCCORSO CON RICOVERO IN PS O OSPEDALIERO: € 36,15 (non è richiesto in caso
di decesso del paziente)
INTERVENTO DI
ELISOCCORSO DI SOGGETTI IN GRAVE PERICOLO AMBIENTALE MA INCOLUMI E NON
NECESSITANTI RICOVERO IN PS O OSPEDALIERO (ad es. l’escursionista
bloccato in parete): € 750
INTERVENTO DI
ELISOCCORSO PER CHIAMATA TOTALMENTE INAPPROPRIATA SOTTO IL PROFILO SANITARIO,
con mancato o rifiutato ricovero:
Pagamento dell’intero costo dell’intervento: € 98 oppure € 140 per minuto
di volo, a seconda dell’elicottero utilizzato
PER GLI STRANIERI NON
ISCRITTI AL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE le tariffe sono a prestazione e
per l’elisoccorso a minuto di volo a seconda del modello di elicottero
utilizzato
NB – Nella
Provincia Autonoma di Trento anche talune prestazioni di pronto soccorso sono
soggette a compartecipazione alla spesa:
INTERVENTO DI
ELISOCCORSO CON RICOVERO IN PS O OSPEDALIERO E/O ESCURSIONINSTI INCOLUMI MA IN
SITUAZIONI DI PERICOLO DI VITA: € 100
INTERVENTO DI
ELISOCCORSO PER CHIAMATA IMMOTIVATA:
Costi totali
dell’intervento fino a un massimale di 1000 € per intervento
NB: Nella Provincia
Autonoma di Bolzano anche talune prestazioni di pronto soccorso sono soggette a
compartecipazione alla spesa.
La polizza di
assicurazione per soccorso alpino per i soci CAI copre le spese dell’intervento
sempre che non sia giudicato inappropriato o inopportuno.
Concludo affermando
che andare in montagna senza preparazione può costare caro, quindi attenzione a
farsi prendere dalla falsa sicurezza che tanto c’è il Soccorso Alpino che ci
tira fuori dai guai.
Prepariamoci adeguatamente sempre e andiamo in montagna con consapevolezza!
Un’opportunità e una sfida per la valorizzazione delle terre alte di Giancarlo Tellini
di Giancarlo Tellini
Negli ultimi anni anche in Italia, come già avveniva in altri paesi europei, è stata definita una politica per valorizzare il territorio, e soprattutto il suo immenso patrimonio artistico e culturale al di fuori delle città d’arte, attraverso la pratica dell’escursionismo. Al consueto tipo di frequentazione della montagna si sono aggiunte quindi altre forme di cammino, a lunga percorrenza, non solo focalizzate sugli aspetti ambientali, ma maggiormente orientate alla conoscenza culturale e alla ricerca delle tradizioni storiche e religiose.
Il 2016 è stato l’anno dei “cammini”, il 2017 quello dei “borghi”, il 2018 quello del “cibo”. Ogni anno si è cercato un tema che caratterizzasse il nostro territorio. Nel 2019 si è celebrato, in modo riepilogativo, il “turismo lento”. Il modello ispiratore è stato l’affermatissimo “Cammino di Santiago de Compostela” che fin dalla metà degli anni ‘80 si sviluppò su un antico percorso medioevale e poi, negli anni, ha avuto un grande successo. Per l’escursionista non si tratta di realizzare imprese sportive percorrendo centinaia di chilometri, l’obiettivo è arricchirsi di un’esperienza unica e riuscire a trovare un’armonia sia nel fisico che nello spirito lontano dalla quotidianità. In questi anni molte iniziative sono state attivate ed alcuni cammini hanno avuto e stanno avendo particolare successo determinando una forte crescita dell’escursionismo. In Toscana: la via Francigena, le vie di San Francesco, la via degli Dei, il cammino di san Bartolomeo, la via Matildica, alcune vie romee – per citarne alcuni – sono percorsi molto frequentati
Nel 2018 il Club Alpino italiano, nel suddetto scenario, ha deciso di promuovere un ambizioso progetto ripristinando il Sentiero Italia per dare visibilità e valorizzare le “terre alte”, con i loro scenari, i paesi e le loro tradizioni. Si tratta di 6880 km di itinerario che attraversa la Sardegna, la Sicilia, tutto l’Appennino e poi l’arco Alpino e consente di percorrere le montagne di tutta la penisola e delle isole principali. Un’idea che fu avviata negli anni ’80 (trovando il suo momento di maggiore successo nel “Camminaitalia” del 1995) e poi, nel tempo, in parte abbandonata.
Il CAI ha mobilitato tutta la sua struttura per affrontare una sfida molto impegnativa, coinvolgendo numerosissimi soci che si sono dedicati con grande determinazione al ripristino del percorso, modellandolo alle esigenze attuali.
Al fondamentale lavoro delle sezioni si è affiancato un grande impegno mediatico. Trasmissioni televisive, radiofoniche, dibattiti, un sito web dedicato e produzioni editoriali. Fra queste, oltre alle frequenti notizie nella stampa sociale è stata realizzata, insieme al National Geographic, una collana di nove volumi, ricca di contenuti, di articoli di grande interesse e splendide fotografie.
Fra marzo e ottobre del 2019, in ogni regione, si sono svolte manifestazioni che hanno consentito di effettuare un’inaugurazione itinerante del percorso partendo dalla Sardegna fino al Friuli Venezia Giulia. In Toscana l’evento si è svolto il 29 e 30 giugno con quattro escursioni, molto partecipate, e la cerimonia finale al rifugio Duca degli Abruzzi del Lago Scaffaiolo, dove il nostro presidente regionale CAI ha consegnato al suo omologo presidente emiliano romagnolo, un “libro di bordo” riportante le impressioni ed i pensieri scritti dai nostri soci presenti.
Nella nostra regione il Sentiero Italia CAI, ripercorre in gran parte il percorso della GEA (Grande escursione Appenninica); insieme alle sezioni CAI emiliane romagnole abbiamo effettuato delle modifiche all’itinerario preesistente, transitando sui due versanti, per facilitare l’accesso ai luoghi dove è possibile trovare ospitalità; questo è l’aspetto più critico in gran parte dei 414 km, 26 tappe, che vanno da Bocca Trabaria al confine con le Marche al passo dei due Santi al confine con la Liguria.
Il presidio che effettua la nostra sezione di Firenze, va dal valico Citerna fino al monte Falco per 65 chilometri. È un tratto con particolari difficoltà, probabilmente fra le maggiori di tutto il tratto appenninico toscano, per vari aspetti.
-La manutenzione: in gran parte del percorso è necessaria un’attività impegnativa a causa della eccessiva vegetazione che, in particolari situazioni climatiche, richiederebbe più di un intervento ogni anno.
-L’ospitalità: ad eccezione dell’incrocio con l’affermatissima “via degli Dei” al passo della Futa, non ci sono possibilità d’alloggio lungo il percorso, soltanto soluzioni di ripiego o altre che richiedono uno spostamento rispetto allo stesso, a volte anche significativo.
-I rifornimenti: da Montepiano, nel pratese, per decine di chilometri non si incontrano paesi fino a Badia Prataglia nel Casentino. L’escursionista, nel percorrere questo tratto, deve opportunamente organizzarsi per assolvere autonomamente alle proprie necessità.
I cammini e gli itinerari a lunga percorrenza, in generale, hanno successo se adeguatamente supportati da accordi fra le amministrazioni comunali attraversate, mirati a facilitare la fruibilità dei percorsi. Inoltre è molto importante promuovere detti itinerari organizzando gite e manifestazioni. A questo fine diventa indispensabile il ruolo non solo di associazioni, come ad esempio le sezioni CAI, ma anche di privati che propongano pacchetti turistici e delle pro-loco con iniziative finalizzate a stimolare la frequentazione di questi luoghi, interessando anche i territori e i paesi limitrofi.
Per l’escursionismo moderno è molto importante la presenza di adeguati servizi: l’ospitalità, i punti di ristoro, l’assistenza per il viaggio, le connessioni digitali, i trasporti; in montagna è più complesso fornirli secondo le attese degli escursionisti.
Il progetto CAI sta offrendo un’opportunità affascinante per i frequentatori delle montagne, ma c’è ancora molto lavoro da fare.
Lo scorso 27 ottobre si è conclusa la prima edizione del corso CONOSCERE E FOTOGRAFARE LA MONTAGNA, organizzato dalla Scuola di escursionismo per la sezione CAI di Firenze. Un corso per tutti, fruibile indistintamente sia dall’escursionista più esperto, a volte troppo proteso ad arrivare alla fine del percorso, sia dal neofita che per la prima volta si volge alle bellezze della montagna. Le parole chiave sono state OSSERVARE, CONOSCERE e, solo poi, FOTOGRAFARE. L’obbiettivo primario è stato quello di familiarizzare con l’ambiente e ‘sentirlo’ in connessione prima di provare a fotografarlo e, quindi, a ridisegnarlo ognuno con il proprio occhio e con la propria sensibilità attraverso qualunque mezzo, dalla fotocamera più moderna al semplice cellulare.
In questo percorso ci hanno aiutato docenti esperti, forestali, architetti e fotografi naturalisti. Probabilmente è stato il primo esperimento didattico in Italia in tal senso, è stato molto partecipato e apprezzato dai partecipanti. Il corso si è composto di lezioni teoriche in cui sono stati dati rudimenti sulla geologia e la flora delle nostre montagne, a volte davvero sorprendente, sulle tracce che il passaggio dell’uomo ha lasciato nell’ambiente montano e per finire rudimenti essenziali, tecnici e filosofici, di fotografia naturalistica.
Per descrivere meglio l’esperienza, queste sono le impressioni che ho raccolto parlando con gli altri partecipanti: “ci hanno aperto le porte di un castello incantato che è sempre stato lì ma che, nell’era del twitter, non avevamo mai letto con attenzione”; “devo ringraziare i docenti: Marco, Carlo e Fabrizio che cito semplicemente per me in ordine di apparizione, per avermi consentito di conoscere un nuovo mondo a un passo da casa ma che possiamo ritrovare dovunque uscendo semplicemente dalla città e dedicandosi ad osservare” e ancora: “non avevo mai notato quanto possa essere bello un solo fino d’erba illuminato dalla luce del sole al tramonto”.
Dato l’entusiasmo, non possiamo che metterci al lavoro per CONOSCERE E FOTOGRAFARE LA MONTAGNA 2!
La “sottosezione CAI di Scandicci”, in collaborazione con la “Proloco di San Vincenzo a Torri Colline Scandiccesi” ha reso fruibili 60 Km di sentieri sulle colline di Scandicci
Un po’ di storia
Inverno 2016 … 2017 – Studio dei percorsi e tracciatura GPS.
Luglio 2017 – Presentazione al Comune di Scandicci del Progetto definitivo della Rete Sentieristica.
Giugno 2018 – Accordo preliminare con il Comune di Scandicci per iniziare la pulitura e la segnatura del sentiero 730, ex sentiero 0, che unisce Tavarnuzze con Lastra a Signa.
Inizio agosto 2018 – Firma della convenzione formale, fra il Comune di Scandicci e la nostra sottosezione, per la realizzazione dell’intera rete sentieristica, come da progetto.
Ottobre 2018 – Durante la Fiera di Scandicci, presentazione pubblica dell’intera rete sentieristica ed escursione da Lastra a Signa a Tavarnuzze, sul sentiero 730, già ben ripulito e segnato.
Novembre 2018 – Sottosezione CAI e Proloco San Vincenzo a Torri Colline Scandiccesi si accordano per far realizzare, a D.R.E.AM Italia, la Carta Escursionistica dei Sentieri.
Primo maggio 2019 – La Rete dei Sentieri è pronta, pulita e completa di segnaletica orizzontale e verticale. La Carta Escursionistica, in scala 1:15000, è realizzata e acquistabile. Organizzata la presentazione “ufficiale” con escursione su alcuni sentieri e “festa” al Poggio la Sughera, nella sede della Racchetta, alla presenza del sindaco e assessore e con concerto finale del Coro della Martinella.
Le origini
All’inizio degli anni ottanta, del secolo scorso, gli amici Ghiberto Piccini e Aldo Benini, insieme ad altri, tutti del CAI di Firenze, progettarono e realizzarono la segnatura orizzontale del sentiero 0 (zero, così lo chiamarono) per unire Lastra a Signa a Tavarnuzze, passando sul crinale delle colline Scandiccesi e toccando le cime più alte, quali: la Sughera, che sfiora i 400 metri, Poggio Valicaia e la Poggiona, poco più basse. Il sentiero di fatto finiva sulla via Volterrana, nei pressi del Poggio alle Monache e per arrivare a Tavarnuzze bisognava percorrere un bel tratto di strada asfaltata.
Il sentiero “zero” era diventato il “nostro sentiero”, ogni tanto si passava a ripulire e rinnovare i segni bianco rossi. Avevamo anche coinvolto, nel maggio 2010, gli studenti americani della Harding University, che ha sede sulle colline di Scandicci; ma non si era mai trovato tempo e modo per andare oltre, nemmeno per completare il tratto verso Tavarnuzze.
Poi, nell’inverno 2016 – 2017, ci convocò l’assessore al turismo, Fiorello Toscano, del comune di Scandicci e ci incaricò, insieme alla Proloco di San Vincenzo, di progettare una rete sentieristica sulle belle colline di Scandicci. Noi, anche con la collaborazione dell’amico Stefano Entradi che è stato membro della commissione regionale dei sentieri del CAI, abbiamo lavorato molto e seriamente e il risultato, tangibile, è quello inaugurato formalmente il primo maggio del 2019:
Il sentiero “zero”, diventato 730, unisce Lastra a Signa con Tavarnuzze, riducendo al minimo i tratti su asfalto.
In totale sono dodici i sentieri tracciati, numerati dal 730 al 740, compreso il raccordo 732A.
Tutti i sentieri sono provvisti di segnaletica orizzontale e verticale (cartelli su pali) e ben mantenuti.
E’ stata realizzata la carta escursionistica della zona, con scala 1:15000, quindi molto dettagliata.
L’ambiente
“La Sughera”, “Poggio La Leona”, “Montelepri”, “Monte Cioppoli”, “Mulinaccio”, toponimi non molto conosciuti, ma che incuriosiscono. Tutti quanti si riferiscono a località delle colline di Scandicci, territorio affascinante che conserva ancora la memoria delle trasformazioni che nel corso dei secoli l’uomo vi ha operato rispettando la natura del suolo e le sue caratteristiche.
Il territorio, come detto, conserva tracce della sua origine geologica, con l’affiorare qua è là del macigno che consiste nella formazione rocciosa prevalente quando queste terre sono emerse dal mare fra la fine dell’Era Terziaria e il Quaternario. Il paesaggio attuale è dovuto anche a forze che hanno agito più discretamente rispetto all’immane sollevamento della catena appenninica dal mare: le piogge, il vento, il ghiaccio che hanno smussato, arrotondato, levigato il nostro paesaggio collinare che ha assunto così un profilo morbido e ondulato, con lievi pendenze e ampie valli soleggiate. L’opera dell’uomo gli ha dato un volto nuovo tagliando in parte le foreste e creando campi coltivati in un armonico insieme di alberi e seminativo.. Le ville, le case, spesso circondate da giardini o filari di cipressi, sorgono sparse nelle fattorie e sui poderi e sono il risultato di un processo secolare di colonizzazione della campagna che ha visto in passato l’affermarsi della proprietà privata e della mezzadria.“.
Anche le colline di Scandicci hanno vissuto intorno agli anni cinquanta l’abbandono della terra da parte dei contadini alla ricerca di una vita meno dura e più remunerativa. Ma le fattorie hanno continuato l’attività agricola mentre dalla città, successivamente, altri si sono spostati in collina ristrutturando case coloniche, fienili, annessi agricoli appartamenti riportando vita e bellezza in questi luoghi
I percorsi proposti
Molti sono i luoghi, fattorie e chiese che è possibile scoprire percorrendo i sentieri della nostra rete e lo spazio a disposizione non ci permette di descriverli tutti, ma sul retro della carta escursionistica abbiamo inserito, in modo abbastanza dettagliato, suggerimenti su percorsi e anelli, che consentono di riscoprire angoli e storie del territorio del comune di Scandicci, non sempre conosciuti e di avere indicazioni su gli elementi salienti del territorio.
Il sentiero 730, di cui abbiamo già parlato, rappresenta la dorsale da cui si dirama la maggior parte dei rimanenti sentieri che fanno parte della rete sentieristica delle colline di Scandicci ed è anche una bella escursione di una giornata che può essere effettuata senza ricorrere ai mezzi di trasporto privati in quanto i punti iniziale e finale sono comodamente serviti dai mezzi pubblici (FS e ATAF).
Percorriamo poi il sentiero 731 per scoprire l’affascinante struttura del Mulinaccio, mulino costruito a sbarrare il borro dei Lami, ora in stato di abbandono e pericolante; oppure risaliamo il versante della Pesa lungo il sentiero 738 cercando di ripensare alla battaglia dell’estate del 1944 che vide di fronte le truppe tedesche a difesa del fronte a ovest di Firenze e quelle Maori i cui caduti sono ricordati nel monumento che si trova nel viale all’ingresso della fattoria di San Michele a Torri.
Percorriamo il sentiero 732, poco dopo la chiesa di Santa Maria a Marciola, per incontrare il cippo che ricorda i prigionieri austriaci della guerra 1915-18 che furono impiegati nella costruzione delle strade che collegano, passando per Scandicci, la valle dell’Arno a quella della Pesa.
Saliamo fino a Casignano per scoprire il reticolo di strade selciate che, fino dall’antichità, costituivano il percorso obbligato per unire le due vallate dell’Arno e della Pesa per scoprire la Grotta di San Zanobi o il borgo di Mosciano ma anche per “ammirare” il relitto di un’auto (forse una Opel Rekord) abbandonata lungo il sentiero 735 e che oramai fa parte dell’ambiente.
Per concludere
I sentieri continuano a essere ben mantenuti, per garantirne una buona percorribilità, con una lotta quasi continua con rovi, erba e caduta di alberi secchi, ma ci piace immaginare che fra un giorno, un mese o un anno, un assessore o sindaco dei comuni limitrofi ci chiami e ci chieda di progettare un’altra rete di sentieri, magari collegata con quella di Scandicci, e così via con gli altri comuni, fino a raccordarsi con i sentieri già esistenti nel Chianti Classico e poi fino a Siena. Per scoprire così, a piedi, nel modo più naturale e antico, la bellezza che ci circonda e non distruggerla.
Ci auguriamo che non sia solo un sogno, noi abbiamo iniziato e possiamo anche continuare!
Testo di: Paolo Brandani (reggente sottosezione di Scandicci) – Lorena Raspanti ( socia CAI e Presidente della Proloco di San Vincenzo Colline Scandiccesi) – Alessandro Sorelli ( socio CAI e componente del Gruppo Sentieri di Scandicci).
Foto di Germano Fabris ( socio CAI e componente del Gruppo Sentieri di Scandicci).
Gli alpinisti fiorentini sulla Via Cassin alla Nord delle Grandes Jorasses
di Leandro Benincasi
Tracciato della Via Cassin, con indicazione dei punti caratteristici della parete (Fonte Wikimedia Commons)
L’ascensione dell’allora inviolata parete nord delle Grandes Jorasses (4208 m) costituiva negli anni ’30, assieme alle pareti nord del Cervino e dell’Eiger, uno dei “tre grandi problemi alpinistici delle Alpi”,
La sua conquista non fu semplice ed i primi tentativi finirono anche tragicamente, ma alla fine la parete fu vinta da M. Meier e R. Peters nel 1935 per il pilastro centrale. Tale conquista però non fu ritenuta soddisfacente, perché lasciava aperto il vero problema, quello del percorso più diretto per lo sperone Walker, il solo che conduceva alla vetta principale.
Molti erano i candidati alla conquista di questo nuovo obiettivo, sostanzialmente i soliti fortissimi che frequentavano assiduamente il massiccio del M. Bianco, francesi e italiani in testa. La fortuna però non arrise a nessuno di quegli agguerriti pretendenti, premiò invece uno “straniero”, un estraneo, un alpinista che non aveva mai frequentato quei luoghi e che aveva visto per la prima volta quella parete solo in una cartolina, mostratagli dall’amico Vittorio Varale. Ma si trattava di uno “straniero” particolare. Quell’alpinista era il fortissimo Riccardo Cassin, l’alpinista che non era mai tornato indietro da una parete. E così, nel 1938, Riccardo attaccò la parete senza alcun timore reverenziale, assieme a Luigi Esposito e Ugo Tizzoni e in tre giorni risolse il problema. Da quel giorno la via Cassin allo sperone Walker è diventata la salita di riferimento per generazioni di alpinisti, indispensabile banco di prova per dimostrare le proprie capacità alpinistiche, atletiche e mentali.
La prima ripetizione della via non fu immediata, a causa delle vicende belliche che sconvolsero l’Europa. Dovranno passare sette anni prima di assistere alla seconda salita, per merito di Rebuffat e Frendo.
La prima italiana è del 1949, e porta i nomi di Bonatti, Oggioni, Bianchi e Villa, preceduti da rare ripetizioni che annoverano i grandi nomi dell’alpinismo. Le successive ripetizioni porteranno sempre i nomi degli alpinisti di punta dell’epoca.
Lo sperone Walker e l’alpinismo fiorentino
Anche l’alpinismo fiorentino si è interessato a questa grande salita, ed in varie epoche è riuscito ad effettuarne la ripetizione. L’ultima, in ordine di tempo, è quella portata a termine la scorsa estate dalla cordata di Jacopo Baldi, Niccolò Raffaelli e Carlo Gianassi (quest’ultimo di Sesto Fiorentino).
Con grande piacere ne presentiamo qui il racconto, descritto dallo stesso Jacopo.
Le precedenti ripetizioni fiorentine sono opera di Mario Verin e Leandro Benincasi nel 1969 e di Carlo Amore e Mauro Rontini (borghigiani, ma fiorentini di adozione) nel 1988.
Per uno strano gioco di coincidenze numeriche, è sorpendente constatare come in queste ascensioni ricorra il numero 50: la prima ripetizione fiorentina è avvenuta cinquant’anni fa, la più recente è stata fatta cinquant’anni più tardi, la ripetizione di mezzo è stata fatta in occasione del cinquantesimo della prima di Cassin, ed infine, incredibile, la somma degli anni dei due primi ripetitori fiorentini (Mario e Leandro) dà anch’esso il numero cinquanta (27 + 23 = 50). Magie fiorentine…
Assieme allo scritto di Jacopo, si reputa di fare cosa gradita ricordare brevemente anche le passate esperienze, che consentiranno un interessante raffronto fra tecniche e motivazioni così distanti nel tempo, permettendo altresì di verificare i profondi e drammatici cambiamenti delle condizioni glaciali di queste nostre montagne.
Sperone Walker oggi
Testo e foto di Jacopo Baldi
Per usare le parole di Cassin “è un muro lungo 1500 m e alto 1200 m […] la continuità degli speroni è assoluta: dal crepacciato ghiacciaio puntano alle cime senza interruzioni, senza punti deboli”. Mamma mia quanto è alto… ma noi ce la faremo ad arrivare in cima?
Il traverso sulla torre rossa che segna la fine delle difficoltà
“Il Giana è motivato: vuole fare la Cassin alle Grandes Jorasses. Io ho già preso ferie per il 18 e 19 Giugno. Preparati!” … e con questa sintetica telefonata di Nicco l’obiettivo sembra fissato. La meta è ancora così lontana che sembra uno di quei discorsi che si fanno, così tanto per dire… o, in questo caso, per spararla grossa!
Per fare un po’ di quota in vista dell’obiettivo, ci piacerebbe salire l’altra grande Cassin sulla Nord del Pizzo Badile; le condizioni meteorologiche purtroppo ci costringono a desistere. Nella zona del rifugio Pontese e del Becco di Valsoera il meteo sembra invece accettabile, perché a noi si sa il sole e ‘un ci garba troppo.
La motivazione è alta, decidiamo di metterci alla prova e di osare. Scegliamo Imagine, una recente via alpinistica in chiave moderna (soste a spit) con 350m di sviluppo e difficoltà fino al 7a. È la prima volta che affrontiamo difficoltà così elevate su granito, ben diverso dal nostro calcare… chissà se saremo all’altezza! L’esperimento funziona, anche se l’impegno richiesto è alto: ovviamente il tiro chiave ci tocca salirlo sotto una battente pioggerellina mista a neve, perché a noi si sa il sole e ‘un ci garba troppo! La scalata è comunque sempre entusiasmante e il particolare colore giallo dei licheni rende l’ambiente ancor più scenografico. Insomma è una splendida via di cui sarebbe bello continuare a parlare, ma questa è un’altra storia.
Il tiro chiave di 7a tra i caratteristici licheni gialli sulla via. Immagine al Becco di Valsoera
Torniamo a noi.
La Cassin alle Jorasses penso sia il grande sogno di ogni alpinista e come le grandi avventure richiede ottima preparazione fisica e mentale. Il braccio c’è, ma la gamba non è proprio al top: quest’anno ho sciato poco e corso ancora meno e questa consapevolezza mi rende dubbioso sul da farsi.
I giorni prima della partenza sono infatti densi di emozioni e il mio stato d’animo ricorda quello di dr. Jekyll e mr. Hyde: “non sono allenato abbastanza per poterla salire, rischio di compromettere la gita a tutti; ma sì, ce la posso fare, le relazioni parlano di tanto III e IV e qualche tiro di VI: ce la faccio; no dai è troppo lunga, una volta in cima bisogna affrontare anche tutta la complessa discesa…”.
Tra un dubbio e l’altro mi ritrovo in macchina diretto a Chamonix.
Le notizie dal rifugio Leschaux sono ottime: la via è in super condizioni e il meteo sembra stabile con minime intorno ai -10°C. Insomma pare proprio che andremo a salirla per davvero! Mr Hyde cerca ogni tanto di dire la sua, ma mi costringo a pensare positivo.
Il viaggio scorre veloce tra le chiacchiere e lo studio ossessivo delle mille relazioni che abbiamo stampato… chissà quale sarà la più corretta! Al parcheggio del trenino di Montenvers facciamo la rituale cernita del materiale, questa volta però l’obiettivo sarà essere fast and light. Razioniamo tutto e eliminiamo il non veramente necessario, partendo però con appena 2,25 litri di acqua in totale, decisione che poi pagheremo.
Sbam!
Il ribelle sperone si lascia ammirare dalla terrazza di Montenvers. Rimane seminascosto in fondo alla valle, ma già da lontano si intuisce la sua possente mole e l’interminabile sviluppo: “maremma quanto è alto!”. Il duello fra dr. Jekyll e mr. Hyde continua silenzioso, ma il panorama è troppo bello per lasciarsi distrarre.
Il difficile diedro Rebuffat alle prime luci del sole
Al rifugio Leschaux conosciamo le altre cordate che tenteranno la salita con noi. Quattro in tutto: una italiana oltre alla nostra e due francesi, di cui una composta da cliente e due guide che conoscono già la via: “a posto, ci s’ha anche il navigatore!”.
Il rifugio è un piccolo nido d’aquila, arroccato sul fianco della montagna. Un baratro lo divide ormai dall’omonimo ghiacciaio sottostante, colmato da una triste infilata di scalette metalliche che si inerpicano lungo le rocce levigate dal ghiaccio. La parete si innalza invece poco più avanti, come una diga a chiudere la valle. Il sole è basso all’orizzonte e qualche nuvola inizia ad avvolgere le vette. Sfruttiamo le ultime luci per sbirciare la parete col cannocchiale del rifugio. Gli occhi scrutano e la mente ripercorre la relazione: “si attacca sulla destra del facile zoccolo basale, poi il diedro Rebuffat. Si traversa a destra fino al diedro di 75m. Breve doppia e si raggiungono le placche grigie. Poi la torre grigia e il nevaio triangolare, i camini rossi e infine la torre rossa”. A parole sembra semplice, quando saremo lì… però?
La cena riunisce tutti intorno al tavolo e fare amicizia è quasi inevitabile. Si parla un po’ francese e un po’ italiano,; in qualche modo riusciamo ad intenderci. Sembrano tutti molto forti e preparati, con ampi curriculum alle spalle. Noi saremo gli unici con gli zaini pesanti per la roba da bivacco, ma in questi casi – si sa – è meglio aver paura che buscarne!
La notte passa veloce tra un pensiero e un sogno e tra un sogno e un pensiero… inutile dirlo, l’emozione è tanta e prendere sonno non è così scontato. Dopo appena quattro ore è già comunque tempo di alzarsi: l’aria fuori è frizzante e il cielo sembra un immenso tappeto stellato. Alle 1:15 iniziamo la marcia verso la parete. Procediamo veloci lungo il ghiacciaio di Leschaux e alle 3:30 attacchiamo lo sperone. Parte dello zoccolo lo abbiamo aggirato sulla destra percorrendo uno scivolo di ghiaccio e neve a 60°. Adesso però finalmente si scala su roccia… con guanti e scarponi ovviamente!
Il lungo traverso ghiacciato dopo il diedro Rebuffat
Nicco guida la cordata. Procede spedito in conserva nel buio della notte. Insegue i puntini luminosi delle due guide davanti, macinando terreno come se corresse. Lungo lo zoccolo le difficoltà son contenute, ma la roccia è marcia e ogni tanto una pioggia di pietre rompe il silenzio della notte: attimi critici che sembrano infiniti, poi di nuovo la calma e si riprende a scalare.
Nicco e Carlino nel caratteristico diedro di 75m
Un timido sole saluta la notte mentre lo sperone lentamente si infuoca. Alle 5:40 pochi tiri ci separano dal temuto diedro Rebuffat. Calziamo le scarpette insieme ai calzini e aspettiamo il nostro turno dietro alle due cordate francesi… avere il navigatore purtroppo ha i suoi pro e i suoi contro!
Il diedro è ostico e salirlo in libera non è banale. Mani e piedi sono ancora assopiti dal freddo e spesso si rifiutano di obbedire ai comandi imposti. Con un po’ di fatica usciamo dal tiro e raggiungiamo la grande terrazza dove Cassin allestì il primo bivacco. Tutto molto bello ed emozionante, ma Nicco torna in modalità fast e riprende a correre lungo le placche ghiacciate e poi sul filo dello sperone: “quando la corda finisce, voi partite”. Poche frasi, semplici e precise, perché il tic toc dell’orologio continua inesorabile, ogni minuto è prezioso.
Il caratteristico diedro di 75m è impressionante vederlo da sotto: sembra disegnato a mano su un foglio di carta e poi sagomato con riga e squadra come da progetto. Due perfette pagine di un libro aperte a 90° e puntate contro il cielo: magico!
Come da programma ci scambiamo le corde: sarò io adesso ad aprire la strada! La coda intanto è aumentata perché abbiamo recuperato la cordata che il giorno prima aveva bivaccato sulla terrazza Cassin.
Tocca a me.
Il secondo grande ostacolo mi sovrasta con aria di sfida: anche questo è ostico, meno tecnico ma più fisico, e superarlo in libera richiede una buona dose di impegno. L’estetica del tiro è comunque impressionante: sembra di danzare a mezzaria sorretti da fili invisibili sul ghiacciaio di Leschaux, prima nel fondo del diedro, poi sulla faccia sinistra e di nuovo nel fondo. Incastri, dulfer e faticose spaccate si susseguono. Fa impressione pensare che quei chiodi incastrati li piantò Cassin nel lontano 1938.
I tiri si susseguono uno dietro l’altro: IV, V, V+ chissà cosa fossero… ormai non ci si fa nemmeno troppa attenzione, cerchiamo solo di essere veloci e di non perdere il nostro navigatore. Superiamo la breve doppia e poi lo strapiombo ghiacciato. Una rampa più facile e siamo alla base delle difficili placche grigie. Carlino passa al comando e inizia a navigare in quello sconfinato oceano di granito.
Il tiro d’accesso è molto sostenuto, gira lungo la parete descrivendo un’ampia esse, poi affronta un delicato traverso e si infila in un ostico diedro: “qui c’è da tirare sul serio!” Carlino lotta contro le difficoltà ed esce vittorioso dal tiro. Riprende la sua corsa verso l’alto fino alla cima della Torre Grigia. Esultiamo: le difficoltà maggiori sono finite, ma la vetta purtroppo è ancora lontana. La voglia di acqua inizia lentamente a consumarci, ma fermarsi a sciogliere un po’ di neve non è contemplabile… bisogna salire!
Carlino alla fine dei camini rossi, sovrastato dalla torre rossaL’alba sull’Aiguille du Midi e l’Aiuguille du Plan al risveglio… “appesi” in parete
Superiamo il caratteristico nevaio triangolare con due tiri di ghiaccio e poi i tetri Camini Rossi. Sembrano mancare pochi tiri, ma percorsone uno, altri tre se ne aggiungono… assurdo, sembra un gioco di prestigio! Lasciamo perdere il conto alla rovescia per smetterla di illuderci e ci concentriamo solo sulla scalata e a reprimere la voglia di acqua che ormai ci sta torturando.
La Torre Rossa si infuoca alle ultime ore di luce. Il sole è quasi sparito dietro i profili delle montagne e la stanchezza inizia a farsi sentire. L’idea di uscire in giornata lentamente sfuma.
Il tramonto sull’Aiguille du Midi dal bivacco
Carlino si destreggia tra il ghiaccio e la roccia con arrampicata delicata e protezioni spesso aleatorie, poi affronta l’estetico traverso alla base della Torre Rossa e finalmente siamo sulla rampa sommitale. 21:10 il sole si è quasi spento e il bivacco è ormai una certezza. Mancano solo 100m alla vetta, ma raggiungerla non avrebbe senso: bivaccare a Nord o a Sud sarebbe identico, almeno qui però c’è un nuovissimo anello inox e una piccola piazzola di sassi. Anche l’altra cordata italiana che ci ha pedinato per tutta la salita opta per fermarsi con noi.
Immobili dentro al sacco a pelo, ammiriamo quella palla arancione sparire dietro ai profili dei monti. Poi cala la notte e con essa il freddo. Mi sembra di essere una di quelle cordate in spedizione che si vedono nei documentari: tutti rannicchiati dentro ai sacchi sul ciglio del baratro, con le corde ad assicurarci alla parete. Il materiale appeso alla roccia e i tortellini a cuocere nel jetboil… sembra proprio di essere in spedizione su una parete extraeuropea … vabbè non ci allarghiamo troppo!
Il bivacco in parete proprio sotto la vetta
L’alba in montagna è sempre magica, ma vederla dalla Nord delle Grandes Jorasses regala un’emozione ancora più intensa. Sembra quasi più bella.
Alle 6:50, saliamo gli ultimi due tiri di roccia, poi Nicco affronta quello finale su roccia e ghiaccio. Si sente un urlo di felicità: è in cima. Io lo raggiungo e Carlino mi segue. Ci abbracciamo soddisfatti con gli occhi lucidi: sarà difficile dimenticare l’emozione provata nello sbucare sulla calotta nevosa sommitale e realizzare di essere in cima alle leggendarie Grandes Jorasse.
Siamo fuori!
Sono le 8:20, la vetta è conquistata… un piccolo grande sogno che si avvera.
Ci aspetta ora la discesa al Rifugio Boccalatte che sarà lunga e delicata: soltanto alle 15 potremo dire: “ce l’abbiamo fatta!”.
Sperone Walker 50 anni fa
Testo e foto di Leandro Benincasi
Esattamente mezzo secolo fa, nell’estate del 1969, io e Mario salivamo lo sperone Walker per la via Cassin. Era il coronamento di un nostro grande sogno, lo stesso sogno che ci accumunava a tanti alpinisti dell’epoca.
La parete al tramonto, vista dal rifugio Leschaux. Si possono notare le condizioni di maggior innevamento rispetto alla situazione attuale. Alcuni nevai pensili, qui presenti, sono oggi scomparsi.
Raggiungemmo quel traguardo in quell’anno speciale, particolare, estremo, oggi ricordato per eventi di grande rilevanza, alcuni meravigliosi, altri drammatici: per la conquista della Luna, per la rivoluzione dei costumi, purtroppo anche per la strage di Piazza Fontana. E in quella calda estate, proprio nei giorni in cui il mondo festeggiava lo sbarco dell’uomo sulla Luna, noi più modestamente brindavamo per la nostra impresa, il nostro piccolo sbarco sulla vetta delle Grandes Jorasses.
A pensarci bene, fu tutto piuttosto facile, o per meglio dire, semplice e consequenziale. Non voglio far credere che sia stata una passeggiata, perché in realtà arrivammo provati sulla vetta, ma tutto si svolse nel migliore dei modi, senza patemi, senza errori o altro. E questo, grazie alla nostra preparazione, fatta di allenamenti quasi quotidiani nelle nostre cave di Maiano e della Faentina e di ripetute uscite al Procinto e al Pizzo d’Uccello. Ovvero difficoltà e lunghezza. E poi io e Mario, senza neanche consultarci, studiavamo autonomamente le relazioni della via, cercando di memorizzare il percorso di salita. Conoscevamo tutti i punti caratteristici della via: la rampa iniziale, il diedro Rebuffat, les bandes de glace, il diedro di 75 metri, le rappel pendulaire, les dalles noires, les dalles grises, il nevaio triangolare, infine lecouloir rouge. Nomi che erano entrati oramai nella storia dell’alpinismo.
Poi prestammo grande attenzione al materiale necessario a questo genere di scalata. Per il vestiario si rendeva indispensabile un equipaggiamento pesante: pantaloni di lana, camicia e golf di lana (il pile non esisteva), sacco da bivacco e giacca imbottita di piumino. Poi fornellino a gas e viveri per più giorni. Sulla questione viveri eravamo all’anno zero: pane, prosciutto, albicocche e banane secche. Le barrette energetiche e i gel erano da inventare. Per il materiale tecnico, optammo per una scelta rischiosa, ma a vantaggio della leggerezza: una sola piccozza in due, ma ramponi, martello e chiodi personali. Ne venne fuori comunque un bel carico.
Preparazione del materiale: 1) due corde di 40 m; 2) casco; 3) viveri e medicinali; 4) martello; 5) tanichetta da 2 litri; 6) una dozzina di chiodi; 7) una decina di moschettoni; 8) piccozza; 9) cordini; 10) vestiario vario; 11) ramponi; 12) scarponi; 13) fornellino a gas; 14) sacco da bivacco.
L’avvicinamento
Innanzitutto la partenza. Per me la salita era cominciata ben prima del punto d’attacco dello sperone. Potrei dire che aveva avuto inizio fin da Chamonix, quando si abbandona il paese e si sale con il trenino a Montenvers. Si era trattato di un progressivo distacco dal mondo “civile”, mondano, e di un lento avvicinamento a un ambiente severo e solitario. Quando scendemmo dal trenino eravamo ancora circondati dalla folla festosa e spensierata dei turisti, ma avvicinandosi alla Mer de Glace la presenza umana andò gradualmente a ridursi. Il sentiero, inizialmente circondato dalle ultime bancarelle di souvenir, divenne più stretto, più sassoso e infine solitario. Mentre le voci andavano scomparendo, il sentiero giunse al suo termine, davanti a un profondo salto di rocce, sul cui fondo si stendeva il ghiacciaio. Scendemmo su quel lungo fiume di ghiaccio e dopo una lunga ma comoda risalita arrivammo al rifugio Leschaux. Eravamo entrati in un’altra dimensione. A quel punto il distacco dalla “civiltà” poteva dirsi completato. Restava solo il rumoroso silenzio dell’alta montagna.
Mario Verin affronta la prima difficoltà della via: il “diedro Rebuffat”
La salita
Lasciamo il rifugio all’una di notte. Ricordo l’odore fresco del ghiacciaio e il cielo nero brulicante di stelle. Arrivati nei pressi dell’attacco, constatato che era ancora troppo presto, ci prepariamo un tè bollente, struggendo un pentolino di neve. Alle quattro e mezzo iniziamo la scalata. Partiamo velocissimi, a tratti procedendo di conserva e distanziando due cordate concorrenti. In breve si giunge e si supera il diedro Rebuffat, la prima vera difficoltà, baciati dal primo sole mattutino.
Il tratto superiore del “diedro di 75 metri”
Verso le nove e mezzo arriviamo ai piedi del diedro di 75 metri e ci fermiamo a fare colazione con pane e prosciutto, roba da signori. Ci sorprendiamo per la rapidità della nostra progressione: vuoi vedere che ce la facciamo in giornata? Ora siamo nel cuore della parete. In alto lo sguardo si perde in un dedalo di placche, dove occorre orientarsi per trovare la giusta linea di salita. Ma quello che più m’impressiona è la visione alla nostra destra, in zone di parete dove il sole sembra non penetrare mai, dove tetri canaloni si alternano a placche granitiche screziate di ghiaccio. Da quelle parti sono saliti Bonatti e Vaucher, una pura follia. Solo il cuore di giganti può pensare di salire lì, come hanno fatto loro.
Mario Verin in sosta sul “nevaio triangolare”
Anche noi abbiamo un bel d’affare sul nostro percorso, dove a lunghi tratti di roccia pulita seguono brevi tratti di neve ghiacciata, in un cocktail impazzito che ci costringe a un continuo levare e mettere i ramponi. Procediamo nella parte centrale della via e con una certa apprensione ci troviamo ad affrontarne i tratti caratteristici. Davanti a noi le temutissime placche nere, poi le grigie. Questa dovrebbe essere la sezione più difficile della via, in realtà superata agevolmente. Poi segue la cosiddetta schiena d’asino, un lungo sperone di difficoltà minore: lo percorriamo tutto di conserva. Finalmente arriviamo sotto il nevaio triangolare. È ancora relativamente presto e siamo fiduciosi di arrivare per tempo sulla vetta. Ma ora si fa sentire una certa stanchezza, e l’abbassamento della temperatura ci costringe a indossare la giacca a vento. Infine davanti a noi si presenta l’ultimo difficile ostacolo, il “camino rosso”. Lo affrontiamo con apprensione, perché si presenta in pessime condizioni: completamente ghiacciato e imbrattato di neve. Lo dobbiamo superare con i ramponi ai piedi, anche nei tratti di roccia. Questa parte si rivelerà come la più difficile dell’intera salita. Infine gli ultimi duecento metri di salita, facili ma a questo punto faticosissimi. Con grande sollievo vedo Mario sfondare la piccola cornice sommitale e giungere sulla vetta. È finita! Sono le 19 e 30 e il sole splende ancora all’orizzonte. Pochi attimi d’incontenibile felicità, poi subentra la preoccupazione per la lunga e difficile discesa. Lasciamo la vetta e di corsa puntiamo verso la valle lontana. L’impresa non è ancora finita.
Sulla vetta delle Grandes Jorasses. Sono le ore 19 e 30 e Mario Verin riordina lo zaino, prima della lunga e difficile discesa.
Sperone Walker nel 1988
Testo e foto di Mauro Rontini
6 agosto 1988, la Palud, partenza della prima funivia per Punta Helbronner. “Walker?” “Si” Un lampo fugace di invidia attraversa gli occhi di Nicolino Gambi, all’epoca in servizio militare alla Scuola Alpina di Courmayeur.
Alcuni giorni prima, io e Carletto Amore, i due poveretti che stanno per imbarcarsi sulla funivia insieme a Nicola, Leandro Benincasi e Stefano Rovida, avevamo effettuato un tentativo alla via Contamine alle Petites Jorasses, risoltosi con una rocambolesca discesa in doppia da poco sotto la vetta, e quindi ben oltre il tratto chiave della via, a causa di un repentino cambiamento del tempo con tanto di nevicata. Il ritorno si era concluso a notte fonda a Chamonix dopo 30 chilometri di passeggiata lungo la Mer de Glace e le rotaie del trenino del Montenvers.
Irrobustiti da cotanta esperienza, io e Carletto, giunti comodamente in funivia al Colle del Gigante, iniziamo la lunga discesa della Valleé Blanche, che esattamente 50 anni prima, negli stessi giorni, Cassin, Esposito e Tizzoni avevano percorso alla volta della parete Nord delle Grandes Jorasses.
Il traverso del “pendolo”
Mi dicono che al giorno d’oggi, d’estate, non sia più possibile percorrere a piedi la seraccata del Gigante, per il pericolo costante di crolli causati dal riscaldamento globale.
Sulla parete bassa della via
All’epoca però, pur con una certa accortezza, la cosa era ancora fattibile. Dal colle del Gigante alla capanna Leschaux ci impiegammo, se non ricordo male, circa cinque ore. Ebbene, in cinque ore io e Carlo ci scambiammo, si e no, cinque parole, tanto era il peso del macigno che gravava sulle nostre coscienze.
Al giorno d’oggi la Cassin allo sperone Walker è diventata (quasi) una gita per signorine, ma allora era ancora considerata una via di tutto rispetto. Per di più, per chi come noi era nato e cresciuto, alpinisticamente, nel mito dei grandi alpinisti degli anni ‘30, la Walker era il mito del mito.
Il diedro di 75 metri
E’ inutile raccontare come si svolse la salita. Gli unici aspetti particolari furono la coda che facemmo al famoso “pendolo” (in realtà c’era una corda fissa) ad aspettare che passassero due cordate di giapponesi, e poi, a causa di quella perdita di tempo, il bivacco sopra la Torre Rossa, appesi a tre chiodi su una placca inclinata dove fu un problema chiudere occhio, mentre una cordata di francesi, pochi metri sopra di noi, bivaccò su un comodo e spazioso terrazzo in perfetto piano. Per colpa di quel bivacco, e delle scarpette strette, non sentii la punta delle dita dei piedi per sei mesi. Uscimmo in vetta la mattina dopo ed impiegammo tutto il giorno per scendere a valle, passando accanto a quel ghiacciaio pensile che dicono stia per crollare.
All’uscita delle placche nere
Arrivati a Planpincieux c’era da tornare a la Palud a prendere l’auto. Lasciato Carlo e gli zaini ad aspettarmi, mi avviai, in pedule d’arrampicata e calzamaglia, tutto baldanzoso e convinto che avrei trovato schiere di automobilisti desiderosi di dare un passaggio all’eroe reduce da cotanta impresa. Il risultato fu che me la feci tutta a piedi.
Pur non essendo ancora stagione di bilanci, ad oggi è la salita che mi ha lasciato il ricordo più intenso.
Una impegnativa gita dell’Alpinismo Giovanile (AG) del C.A.I. Firenze insieme alla Sezione di Carrara
L’appuntamento con tutti i partecipanti a questa uscita era fissato il 13 luglio alle 5 e 45 sull’Autostrada del Sole, in una stazione di servizio nei pressi di Modena, dove noi dell’A.G di Firenze abbiamo incontrato gli amici della sezione di Massa: una quarantina di persone, soci di tutte le età e non soltanto appartenenti all’AG. Un bel colpo d’occhio per chi avesse visto!
Arrivati con le auto proprie al punto di ritrovo abbiamo proseguito la strada di “avvicinamento” tutti insieme, in pullman; dopo circa cinque ore di viaggio siamo arrivati a Solda, un piccolo paese ai piedi del Massiccio dell’Ortles Cevedale. Dopo esserci cambiati e aver sistemato piccozze, ramponi e imbraghi negli zaini, siamo partiti alla volta del rifugio Julius Payer, 3029 [2] m, prima con un rapido passaggio in seggiovia poi (finalmente!) a piedi. Intorno alle ore 17 [3] siamo arrivati al rifugio: i tempi di percorrenza si sono rivelati più lunghi del previsto a causa del grande numero di persone che eravamo. In testa a dare il passo a tutti, lento e cadenzato, l’eclettico organizzatore della gita Fabrizio Molignoni.
Il rifugio ha una posizione panoramica
fantastica: domina, arroccato sulla montagna come un vero e proprio nido
d’aquila, su tutta la valle di Solda e si riescono a vedere le cime circostanti
come il Monte Cevedale, l’Angelo Grande, l’Ortles, il passo dello Stelvio e
tante altre montagne a perdita d’occhio, veramente un mare di cime e valli,
ghiacciai e ghiaioni, nuvole e cielo… Tanta maestosa bellezza in cui perdersi
con la mente! Sicuramente la salita è stata molto faticosa ma arrivati al
rifugio la fatica viene ricompensata dalla “grande bellezza” della natura che
ci circonda. Il rifugio è piccolo, in muratura, col tetto aguzzo e composto da
tre[5] piani con le camere, dal classico
locale in cui lasciare scarponi e piccozze e dalla tipica, accogliente stanza
da pranzo, tutta rivestita in legno.
Noi siamo stati alloggiati al terzo piano, nella camerata destinata ai gruppi numerosi.
Dopo aver sistemato i vari oggetti e le attrezzature per affrontare l’ascensione del giorno dopo e il sacco lenzuolo sul letto, avendo un pò di tempo libero, me ne sono andato, in compagnia della macchina fotografica, a fare qualche fotografia al rifugio e ai monti circostanti, davvero belli e possenti.
Alle 19.30 si è celebrato un altro momento tanto atteso, soprattutto da noi giovani: la cena! Come sana consuetudine nei rifugi del CAI, siamo stati allietati da cibo ben cucinato e abbondante (riuscendo anche a farci portare il bis del primo piatto dalla cameriera, una ragazza che in estate lavora in rifugio, molto simpatica e gentile).
Dopo cena sono uscito nuovamente per fare qualche scatto, questa volta in notturna. Non c’erano stelle a causa del cielo nuvoloso: questo mi ha comunque dato la possibilità̀ di scattare foto diverse dal solito, con quei cieli stellati che talvolta sanno tanto di fotoritocco selvaggio. Le sfumature, l’inconsistenza, il continuo cambiare forma delle nuvole sono elementi di grande suggestione perché esprimono bene il carattere di un luogo, soprattutto della montagna, degli elementi che si modificano di continuo e danno vita a queste immense strutture di roccia e ghiaccio. Preso dai miei pensieri ed emozionato per tanta bellezza, sono andato a dormire. Il giorno dopo inizia l’avventura, quella vera, quella impegnativa, che ci porterà (si spera) fino ai 3905 metri della cima del monte Ortles. Alle 4:30 sveglia, giù dal letto, in una mattina gelida ma serena; prima colazione abbondante e poi… finalmente, partenza! Qui il gruppone si è diviso: noi dell’AG insieme alle nostre guide e ad altri componenti delle altre due sezioni alla volta della cima dell’Ortles, gli altri compagni di avventura, invece, verso i sentieri di una altrettanto fantastica escursione in alta montagna.
La salita si è dimostrata subito molto impegnativa dal punto di vista tecnico, con tratti esposti e passaggi su roccia di terzo grado, che da una parte richiedono concentrazione e attenzione ma dall’altra mostrano la bellezza di quelle montagne, alcuni squarci su tutte le Alpi sono davvero indimenticabili, fotografare panorami così è qualcosa di davvero incredibile e mi ritengo molto fortunato ad avere le possibilità e le capacità per andare in luoghi del genere. Il percorso per arrivare al ghiacciaio si sviluppa su creste di roccia, gradoni, piccole pareti alcune delle quali attrezzate con catene. Sicuramente la parte di avvicinamento al ghiacciaio richiede tecnica più che fisico, nel senso che non si tratta di distanze lunghe, bensì di passaggi ai quali si deve prestare attenzione e nei quali ci si deve muovere con sicurezza. Con gli accompagnatori ci eravamo suddivisi in cordate di tre, e sin dall’inizio dell’escursione eravamo legati così da avere una sicurezza maggiore. Nei passaggi più̀ impegnativi il primo di cordata faceva sicura al secondo e il secondo al terzo. Intanto il tempo era bellissimo, il sole sorgeva e illuminava la parete nord dell’Ortles , solo qualche grossa nuvola all’orizzonte e un po’ di nuvole passeggere verso la vetta e sul ghiacciaio.
Terminata la parte su roccia, abbiamo messo i ramponi e attraverso degli scalini in ferro – fissati su una parete che a causa del caldo, ogni tanto scaricava sassi di medie dimensioni – (infatti il passaggio va fatto con attenzione e [10] la dovuta velocità onde evitare brutti inconvenienti), abbiamo fatto il nostro ingresso sul ghiacciaio: questo è assai ripido, i crepacci sono scoperti a causa del caldo estivo e del cambiamento climatico che sicuramente non aiuta il mantenimento delle nevi eterne ma questo, fortunatamente, non ha creato problemi particolari. I crepacci li abbiamo aggirati, abbiamo traversato un ponte di neve che era ben saldo e sicuro; questa zona del ghiacciaio è caratterizzata dalla presenza di grandiosi seracchi, come sempre impressionanti da vedere: enormi masse di ghiaccio che con la luce del sole cambiano colore (dal verde all’azzurro al blu). Passarci vicini ci fa sentire piccolissimi rispetto alla montagna e alla natura in sé. Anche per questo dovremmo rispettarla di più, rendendoci conto che siamo noi gli ospiti. Il cambiamento climatico è un dato di fatto, in montagna ne abbiamo la drammatica riprova: i ghiacciai si stanno ritirando più̀ velocemente del previsto e questo non va bene; mi viene da pensare al disegno che ho visto in rifugio: è un disegno a penna che mostra la valle di Solda intorno al 1820: il ghiaccio arrivava al paese, quasi toccava al fiume Rio-Solda. Adesso invece si devono percorrere più di 1300 metri di dislivello.
La salita sul ghiacciaio,
contrariamente a quanto avvenuto per la parte di roccia, è stata impegnativa
non tanto dal punto di vista tecnico, ma quanto dal punto di vista fisico: la
parte su roccia era tecnica e molto esposta, questa invece era faticosa, ma
affatto esposta. Sul ghiacciaio cambia tutto: si parla di lunghe distanze, di
salite ripide, la quota aumenta e la fatica fisica e psicologica si fa sentire.
Dopo circa 6 ore e mezza siamo arrivati sulla vetta dell’ Ortles, 3905 subito dopo la cordata di Fabrizio: come ho già̀ detto, una parte del gruppo non era con noi, ma eravamo comunque un buon numero e questo ha sicuramente rallentato la salita, in special modo nelle parti su roccia, dove si deve procedere uno per volta.
La soddisfazione è enorme e la
bellezza di essere lassù, lontano dal caos delle città è sicuramente
qualcosa che non si può descrivere: per capirlo bisogna viverlo in prima
persona.
Dopo qualche foto di gruppo accanto alla croce di vetta, siamo ripartiti. L’escursione era solo completata per metà: mancava la discesa che troppo spesso viene sottovalutata. Così, di buon passo, siamo tornati giù. È andato tutto bene, ci siamo calati dal passaggio chiave del percorso con una corda fissa predisposta dagli istruttori che ci facevano sicura dall’alto. La perturbazione intanto si avvicinava e i primi fiocchi di neve iniziavano a scendere e infatti appena arrivati al rifugio, come previsto dal meteo, ha iniziato a nevicare in abbondanza (erano le 17 e 30 circa).
Gli ultimi del gruppo, sempre sorvegliati dal capogita, sono rientrati più tardi, verso le 21 e 30. Con calma e senza preoccupazione di sorta da parte di nessuno, Fabrizio ci ha detto che con un gruppo così numeroso i ritardi li aveva messi in conto. In trentasette han tentato la vetta, in ventidue ci sono arrivati: un gran bel numero!
In rifugio abbiamo mangiato
abbondantemente e poi siamo andati a dormire, dopo circa 10 ore di cammino,
eravamo molto stanchi.
La mattina successiva, alle 7 ci siamo svegliati e con calma siamo scesi a fare colazione. Fuori intanto, aveva fatto circa 7 centimetri di neve e c’era nebbia fitta. Come penso si sia capito, ho la passione per la fotografia e devo ammettere che anche se il meteo non ci era favorevole, tutte le nuvole e le nebbie rendono le montagne ancora più misteriose, e forse anche più belle da fotografare.
Dopo 3 ore di cammino siamo arrivati a
Solda.
Abbiamo pranzato e visitato il museo di
Rheinold Messner, il grande alpinista, frequentatore di quelle montagne e di
quelle valli, molto bello e interessante … lo consiglio a chi passa da quelle
parti.
Qua trovate qualche scatto di questi 3
giorni davvero belli e allo stesso tempo impegnativi.
Vorrei infine ringraziare i nostri accompagnatori: Alessandro Barucci, Alessandro Cidronali, Andrea Tozzi, Cecilia Paoli, e, in particolare, Fabrizio Molignoni per la bellissima escursione che ha organizzato. Infine tutti i miei amici e i componenti del gruppo.
Gli anni sessanta ed in particolare la loro seconda metà, sono stati per la Scuola di Alpinismo Tita Piaz di Firenze, un periodo di transizione e di rinnovamento. L’epoca dei Padri Fondatori della Scuola andava esaurendosi mentre si stava avvicendando linfa nuova. I giovani alpinisti entrati a far parte della Tita Piaz sia come Istruttori Sezionali, sia come Istruttori Nazionali, avevano portato nuovo entusiasmo e nuove idee pur seguendo la tradizione alpinistica degli “anziani” con i quali, peraltro rimaneva un forte legame di rispetto e di amicizia. Oltre a cimentarsi su vie di grosso impegno sulle Alpi, sia occidentali che orientali, vi era un desiderio latente di provare esperienze nuove in montagne extraeuropee, tentare, in sostanza, una spedizione extraeuropea preferibilmente verso oriente. Tale esigenza però cozzava, non tanto con l’impegno fisico ed esperienziale, quanto con quello finanziario. In poche parole non c’erano i soldi per organizzare una importante spedizione extraeuropea. Erano stati presi in considerazione diversi obbiettivi, ma non essendo Firenze luogo di estrazione montanara rimaneva difficile reperire sponsorizzazioni che avrebbero permesso il raggiungimento di luoghi lontani. Per farla breve anche se i partecipanti avessero potuto autofinanziarsi (erano prevalentemente tutti studenti) non sarebbero potuti andare molto lontani.
Sorse allora l’idea di una spedizione leggera formata da pochi partecipanti e con un obbiettivo non troppo lontano. Tutto questo fu portato avanti in particolare da Paolo Melucci il quale individuò un obbiettivo sulle montagne Iraniane. Ad un’analisi più approfondita anche questa meta non risultava particolarmente appetibile per due sostanziali ragioni: costi (che sarebbero stati troppo alti) e tipo di esperienza. La meta prescelta comportava un impegno di pura arrampicata su granito ma non di scalata in quota e su ghiaccio. La seconda opzione, quella che poi si rilevò giusta, fu quella di salire il monte Ararat nella parte orientale della Turchia. Questa cima aveva vari vantaggi: raggiungimento di una meta non troppo lontana e quindi di costi contenuti ed inoltre tentando una scalata veloce con arrivo ad una quota oltre cinquemila sarebbe stato possibile testare una certa attitudine anche a quote superiori.
I componenti della spedizione furono: Paolo Melucci capo spedizione, proprietario della WV maggiolino con cui fu effettuato tutto il viaggio, Gilberto Campi, Giancarlo Campolmi, Valdo Verin.
La spedizione nominata ANATOLIA 69 durò circa 20 giorni, fu percorso il tragitto attraverso tutta la Turchia, lungo il mar Nero, da Istambul fino a Dogubeyasit e ritorno in auto. La salita fu una delle più veloci che i locali ricordassero; un giorno per raggiungere il campo base a circa 2800 m, un giorno per la salita, da 2800 m ai 5156 m della vetta dell’Ararat ed il rientro al campo, un giorno per tornare a Dogubeyasit.
Poi il rientro a Firenze ritraversando tutta la Turchia da est ad ovest percorrendo la parte centrale del pese. Ma questa è un’altra storia.
Leandro: Ciao Giancarlo, mi rivolgo a te, in punta di piedi e con molto rispetto, per chiederti se puoi rispondere a qualche mia domanda. So bene che questa mia richiesta può apparirti strana, visto che non sei più fra noi, ma io vorrei ugualmente fare questo tentativo, sempre che tu me lo permetta.
Giancarlo: Per me va bene, anzi, sono molto curioso di come andrà questa cosa. Però stai attento a te, perché ti prenderanno per uno un po’ fuori di testa.
L.: È vero, ma correrò ugualmente questo rischio. Come si dice? “Il rischio è il mio mestiere”.
G.: E allora vai, comincia.
L.: Benissimo. Però, prima di iniziare con le domande, vorrei farti i complimenti per il tuo inconfondibile stile di arrampicata. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederti, attaccato alla roccia con braccia, busto e gambe a formare un potente arco. Si tratta certo di una posizione un po’ datata, ma veramente efficiente negli anni passati, quando si arrampicava con gli scarponi rigidi. Una posizione così solida e naturale che davi l’impressione di essere un tutt’uno con la roccia e che niente poteva strapparti da quelle prese.
G.: Si, è così. Mi è sempre venuto molto spontaneo muovermi in arrampicata. E quelle posizioni, che sembrerebbero studiate, mi venivano quasi automatiche. Anche sugli sci avevo una buona posizione, per me molto naturale, elastica e morbida, pronta ad assecondare il movimento.
L.: Devo aggiungere anche che eri un maestro non solo nell’arrampicata libera, ma anche nella progressione in artificiale. Raccontami un po’ di quest’ultima tecnica.
G.: Ai tempi in cui ho iniziato a praticare l’alpinismo, la progressione in artificiale mediante l’uso delle staffe era molto di moda. Questo metodo ebbe poi un ulteriore sviluppo con l’uso sistematico dei cosiddetti chiodi a pressione, che potevano essere infissi nella roccia anche laddove quest’ultima era completamente liscia, priva di fessure per accogliere i chiodi normali. Questo permetteva di superare le pareti più incredibili e gli strapiombi più spaventosi. Tra gli alpinisti più famosi nell’utilizzo di questa tecnica c’era Bepi Pellegrinon, nonché il mio caro amico Cesare Maestri. Anch’io fui attratto da questa specialità, e devo dire che ero piuttosto bravino…
L.: Verissimo, e certe tue vie, anche sulle Apuane, lo testimoniano. Ma raccontami dei chiodi a pressione che fabbricavi da te.
G.: Certamente. Ma più che una scelta, era una necessità. Eravamo nell’immediato dopoguerra e di quattrini ne circolavano pochi, figuriamoci se potevano essere sprecati in questa “inutile” attività alpinistica. E aprire una via in artificiale richiedeva l’impiego di numerosissimi chiodi a pressione, un patrimonio. Allora decisi di farmeli per conto mio. Prendevo un quadrello di acciaio, lo tagliavo in tronchetti di 5 o 6 centimetri e poi ci saldavo un quadratino di acciaio cui avevo praticato un foro del giusto diametro per farci passare un moschettone. Alle cave di Maiano ce ne sono diversi, sparsi su varie pareti. E se ben ricordo ce n’è ancora uno sulla mia via sulla parete est del Procinto, la via Luisa.
L.: Si Giancarlo, c’è ancora. E per fortuna a nessuno è venuto in mente di levarlo. Non perché sia utile alla progressione, ma perché è la testimonianza di un’epoca. Ma già che sei entrato in argomento “vie”, cominciamo a parlare della tua attività alpinistica, che comprende sia ripetizioni di vie famose, sia apertura di nuovi percorsi. Racconta un po’.
Ritaglio di pagina del settimanale EPOCA. La foto ritrae il gruppo dei più forti alpinisti del mondo, radunati in occasione del Festival del Cinema di Montagna di Trento. Con il circoletto rosso è evidenziato Giancarlo Dolfi
G.: L’elenco è lungo e faccio fatica a ricordarmi tutto. Però di alcune salite conservo un ricordo incancellabile. E fra le tante, anche famose e che mi hanno poi dato notorietà, una in particolare resta nella mia memoria come salita tra le più impegnative della mia carriera alpinistica, dove ho rischiato la pelle. E non si tratta né della solitaria alla parete nord del Pizzo d’Uccello [via Oppio – Colnaghi], e neanche della solitaria alla cima dei Burelloni, bensì della traversata invernale Roccandagia – Tambura – Alto di Sella – Sella. Non mi vergogno a dire che in quell’occasione ho avuto veramente paura. La sicurezza era affidata totalmente alle proprie capacità, perché l’attrezzatura tecnica di allora era veramente scarsa. Avevo a disposizione un’unica piccozza, che era di quelle a lama dritta, priva di tenuta sulla neve ghiacciata, e ramponi Grivel vecchio tipo. Il tratto di discesa da Grondalpo, con il vuoto della parete sotto i piedi, fu spaventoso, e ancora più estremo fu il primo tratto della cresta dell’Alto di Sella.
L.: Ricordo che qualche anno fa, quando mi raccontasti di questa tua impresa e soprattutto di quanto ti aveva impressionato, rimasi molto sorpreso, trattandosi di una salita modesta se raffrontata a tutte le altre da te effettuate, anche in solitaria. Eppure ne conservavi un ricordo molto profondo e rispettoso. Ne prendiamo atto. Poi però ci sono tutte le altre.
G.: Ho un buon ricordo per le “prime” effettuate sulle Apuane, e che sono poi diventate delle classiche. Dalla più facile, come il pilastrino di Fociomboli, alle meno facili, come la mia via sulla nord del Procinto salita con Paolo Melucci, ed infine come la già citata “Luisa” sulla est del Procinto, salita con Marchino Rulli.
L.: A proposito di quest’ultima via, devo dirti che ancor’oggi, a distanza di quasi sessant’anni dalla sua apertura, può essere considerata una via di grande bellezza e difficoltà, specie se fatta interamente in arrampicata libera.
G.: Poi sulle Dolomiti ho una prima sulla Rocchetta Alta di Bosconero e soprattutto la prima ripetizione (in solitaria) della sud ovest della Cima dei Burelloni, che mi valse la convocazione al Festival del Cinema di Montagna di Trento insieme ai più forti alpinisti del mondo. Ricordo che c’erano Bonatti, Zappelli, i miei amici Stenico e Pellegrinon, poi Navasa, Brandler, Hibeler, Diemberger, Solina, Mellano, e tanti altri. E poi c’ero anch’io.
Giancarlo Dolfi, Istruttore Nazionale di Alpinismo, fotografato in occasione della sua partecipazione al corso di Roccia del 2004, in veste di Istruttore della Scuola Tita Piaz,
L.: Bellissimo! Complimenti Giancarlo. Però oltre a queste salite e le tante altre, vorrei che tu mi parlassi di un altro genere di ascensioni, che di solito non entrano nel palmares degli alpinisti, ma che sono da considerare ugualmente imprese alpinistiche di pari valore, se non di più: quelle relative ai salvataggi.
G.: A quei tempi non esisteva il Soccorso Alpino. Quando accadeva un incidente in parete, chi ne veniva a conoscenza cercava di raccattare il più in fretta possibile, tra i presenti in zona, dei volenterosi per le operazioni di recupero e salvataggio. Naturalmente dovevano essere anche sufficientemente bravi per essere in grado di affrontare le difficoltà di quelle pareti, spesso in condizioni meteo disagevoli. Anche a me succedeva spesso di essere chiamato, durante i miei soggiorni in Dolomiti, a fare queste operazioni. E con l’occasione mi trovavo fianco a fianco con i più forti alpinisti del luogo.
L.: Ora tu ce la stai raccontando come una storiella di poco conto, ma la tua modestia ti impedisce di dire che hai salvato delle vite umane. Ripeto: persone che erano date per morte e che invece, grazie a te e solo a te, alla tua caparbietà, hai voluto riportare a valle, salvandole.
G.: Si, è così. Mi piace ricordare un caso per tutti: un’alpinista si era infortunata in maniera molto grave. Nella squadra di soccorso che la raggiunse, c’ero anch’io, vi erano persone che la davano per morente, spacciata, e pensando che non c’era più niente da fare, proponevano di buttarla giù. Io mi opposi con decisione, me la caricai sulle spalle e mi feci calare giù nel vuoto (per diversi tratti di corda) fino ai piedi della parete. E così questa persona si è salvata.
Ma ora sono stanco, non mi sento più di parlare. E non m’importa più nulla di quello che ho fatto o non ho fatto, Qui, dove sono ora, tutto questo mi appare veramente lontano. Mi resta solo l’amore. Solo l’amore.
L.: Scusa Giancarlo se ti ho recato disturbo, Ti lascio nel tuo nuovo mondo luminoso. E da alpinista ad alpinista, ti ringrazio per quanto ci hai saputo donare. Ciao. Grazie.
Passeggiata “senza tempo” nelle terre colorate dell’Islanda
Testo di Francesco Sberna Foto di Fabrizio Darmanin
Il tempo. Questo signore un po’ tiranno che regola e scandisce le nostre convulse giornate. Lo percepiamo, quotidianamente, come qualcosa che toglie ossigeno a quel sacro fuoco che vorrebbe bruciare tutte le nostre energie per godere di quello che, ancora, c’è di bello da vedere e da fare. Così, con l’unica regola di non subire la regola del tempo, ci siamo incamminati in quel caleidoscopio di colori che è la giovane terra d’Islanda.
Colorate pareti a picco di un vertiginoso canyon lungo il cammino
Esattamente un anno fa, durante un giro turistico in Islanda, mandavo foto a Fabrizio, senza troppi commenti. E qui il tarlo inizia a lavorare. Al ritorno frasi vaghe del tipo “sarebbe da andarci”. Poi un po’ più concrete, come “ci sarebbe un bel giro a piedi di qualche giorno”, e infine: “il volo va prenotato verso dicembre/gennaio”… Così, un pomeriggio di febbraio, fissiamo volo e assicurazione in caso di rinuncia, “tanto sarà difficile che ci si vada per davvero”. Poi ce lo dimentichiamo, o almeno facciamo finta. A primavera iniziamo a giocherellare con gli acquisti, dalla tenda alle mutande, passando per obbiettivi e scarpette da guado… “tanto è tutta roba che serve!”
Le montagne dai mille colori di Landmannalaugar.
Terra giovane l’Islanda: ha ragione chi dice che probabilmente quando è nata la vita sulla terra doveva avere un aspetto simile: ti aspetti di vedere un dinosauro lì dietro e non te ne stupiresti nemmeno! Ti immagini che in un tempo passato questa terra sia stata percorsa da imbianchini un po’ maldestri, che portando secchi di diversi colori, siano inciampati “imbrattando” dei colori più vivaci il tappeto di nera lava di cui è costituita l’Islanda. E’difficile procedere spediti, ma questa era la premessa alla nostra girata: tenere un “passo fotografico”, con ritmi non da escursionisti che puntano dritti alla meta senza troppo guardarsi intorno . Io con la mia macchinetta “punta e scatta”, Fabrizio con attrezzatura seria, ci lasceremo prendere da ogni richiamo che ci porti a divagare e a “perdere” quel tempo che appare così prezioso a chi deve raggiungere la meta nei tempi prefissati. Abbiamo ben quattro giorni di margine proprio per questo. Ci stupiremo nel vedere le persone che vanno e non guardano, alcuni fanno due tappe in un giorno solo, oppure vanno avanti anche con la nebbia – e allora che ci andate a fare?
Imponenti rocce nere di ossidiana
Nove giorni di cammino lungo uno dei sentieri più popolari dell’isola, con le deviazioni che via via la curiosità ci dettava. E’ un percorso facilissimo dal punto di vista escursionistico, su un sentiero ben tracciato e segnalato, lungo 54 km e con poco dislivello, a cui abbiamo aggiunto due escursioni nella parte finale. Per non essere condizionati da prenotazioni, abbiamo scelto di andare in completa autonomia con tenda e cibo. Tocco finale, indispensabile per ricaricare le batterie, il pannello solare di Fabrizio. E’ possibile fare sosta solo nei posti tappa dove ci sono dei piccoli e spartani rifugi o la possibilità di mettere la tenda, ma… si sa… le regole a volte sono fatte per essere infrante e così un paio di scappatelle fuori porta ci hanno portato a soste davvero speciali. Unica difficoltà è il resistere (ma abbiamo ceduto spesso e volentieri) alla tentazione di deviazioni fotografiche. Componente inebriante delle passeggiate nel grande Nord è la lunga durata della luce nei mesi estivi col buio che tarda ad arrivare e dà quel conforto a chi si trova a camminare per terre che non conosce. Il tempo meteorologico è invece la grande incognita che condiziona anche pesantemente l’attività. Noi abbiamo avuto fortuna, con un solo giorno e due notti di pioggia continua e vento che ci ha costretto a passare 36 ore in tenda, ma non è raro che vento forte e pioggia durino diversi giorni. D’altra parte la continua variabilità della luce, che per tante ore rimane radente, è un elemento che fa gola all’appassionato fotografo.
Un continuo sali scendi fra fumarole e pozze di acqua bollente nell’aria “profumata” di solfuro di idrogeno
Il fascino di una terra “appena nata” (e che, peraltro, potrebbe rinascere da un momento all’altro con eruzioni anche devastanti), i grandi spazi, i silenzi e il senso di isolamento, la percezione che acqua, terra e fuoco si mettono continuamente in gioco fra loro creando innumerevoli forme e colori in una luce magica, sono le sensazioni che abbiamo provato in una passeggiata a misura di foto e non a misura di tappa.
A 1000 metri di altezza, lo scioglimento delle lingue di imponenti nevai dà origine a centinaia di rivoli d’acqua che scendono a valle
Dopo tanti giorni immersi nel coinvolgimento totale del procedere a piedi, affrontiamo con malcelato impaccio i mezzi meccanici per tornare a casa. A Firenze, ultimo tassello, prenderemo la tramvia. Così tentiamo invano di infilare le monetine nella macchinetta per fare i biglietti, ma il distributore non le accetta. Incredibile! Vuoi vedere che nel frattempo anche l’Italia è diventata così evoluta che, come nel Nord Europa, si usa solo la carta di credito al posto degli obsoleti soldi?! No, smettiamo subito di sognare e torniamo coi piedi per terra: la macchinetta, più semplicemente e “all’italiana”, è guasta…
Un lembo del grande ghiacciaio EyjafjallajokullPernottamento su una distesa lavica circondata da verdi vulcani spenti
Francesco in uno dei tanti “rinfrescanti” guadi
Non esistono aggettivi per descrivere questo angolo dello Stakkholtsgià canyon
Testo e foto di Manuela Pollazon e Gabriele Bianchi
La nostra passione per la Montagna è nata così: l’amore per la Natura e per l’avventura, la ricerca di un momento per uscire dagli schemi della vita quotidiana, la voglia di quella boccata d’aria fresca, quella ventata di gioia che poco o tanto che possa durare ti fa stare bene. Così tutte le volte in cui ci è possibile, partiamo verso nuovi sentieri da scoprire e questa sarà la volta delle Marmarole, aderendo alla proposta della Sottosezione di Scandicci.
Antelao visto da Rifugio Baion
Il caldo della città e la stanchezza della settimana lavorativa si fanno sentire, ma il rito di preparazione dello zaino sembra già alleviare queste sofferenze.
Abbiamo bisogno di silenzio, di spegnere i cellulari, di immergerci nella Natura e di liberare la mente. Ed inconsciamente sappiamo che questi nostri desideri si avvereranno.
Il viaggio sembra interminabile ma serve per scambiare due chiacchiere con amici che non vedevamo da tempo e per inquadrare le persone sconosciute che saranno i nostri compagni di avventura per i successivi tre giorni. È in questi momenti che inizia a crearsi la “cordata”, iniziamo cioè a legarci l’un l’altro con una corda invisibile, che è la passione per la Montagna.
Arrivati ad Auronzo di Cadore, finalmente è il momento di mettere lo zaino sulle spalle e di stringere gli scarponi. Il primo dei sette rifugi che tocchiamo durante l’anello, Rifugio Monte Agudo, è adagiato su una spettacolare terrazza panoramica naturale. Dopo un breve spuntino consumato contemplando questa prima “cartolina” che i Monti Pallidi ci regalano, apponiamo sulla cartina il primo timbro del nostro “percorso del cuore” e ci incamminiamo verso il rifugio dove pernotteremo. Il primo tratto nel bosco è già magnifico, l’odore dei pini ci dà il benvenuto e tutti felici proseguiamo di buon passo. Qualche stop per le foto e continuiamo la nostra ascesa, perché oggi il percorso, seppur breve, prevede 650 mt. di dislivello.
Abbandonata la pineta, si aprono davanti a noi prati verdi con mucche e cavalli al pascolo; da qui saliamo al rifugio Ciareido per il secondo timbro, ci riposiamo qualche minuto e iniziamo la breve discesa verso il rifugio Baion, nostra destinazione finale per la prima giornata. Il rifugio Baion è una splendida malga a Col de San Piero dove regnano pace e tranquillità; decidiamo dunque di rilassarci sorseggiando una bella birra fresca, anzi due! Siamo tutti soddisfatti e già pensiamo al giorno successivo e a quello che ci attende; sarà infatti il giorno più faticoso ma anche quello più gratificante, in quanto scenderemo e di nuovo saliremo in quota fino a 2018 mt. Tra una chiacchiera e l’altra il sole sta tramontando e la temperatura inizia a scendere tanto che ci stringiamo tutti intorno al caminetto in attesa della cena. Nonostante sia luglio si sta bene davanti al fuocherello!
Il mattino seguente, lasciato il rifugio, ci addentriamo nuovamente nel bosco, dove raggiungiamo un tratto attrezzato, breve, non impegnativo ma non da sottovalutare. Continuiamo di buon passo fino al Rifugio Chiggiato, il quarto che troviamo sul nostro cammino; qui veniamo accolti da un amico a quattro zampe che ci dà il benvenuto ma che in cambio vorrebbe accaparrarsi i nostri spuntini.
Marmarole viste dal Rifugio Chiggiato
La vista da quassù è magnifica e, tra giochi di nuvole e splendide cime, le foto ricordo non possono mancare! Ora inizia il tratto di ripida discesa, che per alcuni può essere addirittura il punto più difficoltoso ma siamo determinati a raggiungere il nostro obiettivo. In sottofondo ci accompagna il suono costante del fiume che scorre accanto a noi. Terminato questo tratto impegnativo decidiamo di concederci una rapida pausa pranzo lungo la riva del fiume. Siamo sempre più rilassati e spensierati, addirittura c’è chi si sdraia e si lascia andare ad un piccolo riposino, rapido ma rigenerante.
Siamo appena a metà del percorso e a metà giornata ma, rinfrescati e ricaricati, ripartiamo verso il nostro “quinto timbro”, Rifugio Capanna degli Alpini. Sono le ore più calde, il sole batte forte e il letto del fiume secco che stiamo risalendo, con i suoi sassi bianchi splendenti, toglie il fiato. Passo dopo passo, come un’oasi nel deserto, si apre davanti a noi un viale alberato che ci conduce infine al rifugio dove ci aspetta una fantastica fontana di acqua ghiacciata. Messo il timbro e riempite le borracce, zaini in spalla ripartiamo verso la nostra meta; siamo in orario sulla tabella di marcia ma ha messo pioggia sul tardo pomeriggio quindi decidiamo di ripartire velocemente.
Il sentiero si inerpica sulla pendice della montagna e ci fa capire fin da subito che ci darà filo da torcere. Presto le chiacchiere si affievoliscono ed ognuno di noi si trova a dover gestire le proprie forze. È uno dei momenti che preferiamo, quando qualcuno si misura con se stesso. Intanto, alzando la testa, il Rifugio Galassi inizia a farsi vedere sull’altopiano sovrastante. Sembra così vicino che quasi sembra di poterlo toccare, ma ci separa ancora un’ora abbondante di dura salita. Prima cosa, appena arrivati, mettiamo il timbro, come a voler sottolineare che l’obbiettivo della giornata è raggiunto. Una volta ripreso fiato mettiamo bene a fuoco ciò che la salita aveva per un attimo annebbiato: siamo letteralmente circondati da immense pareti di roccia. E in quel momento, con il Monte Antelao al nostro fianco, ti senti davvero piccolo e impotente. È un altro dei nostri momenti preferiti, quando la Natura mostra tutta la sua potenza, riportando alla giusta misura l’ego, spesso gonfiato, delle persone. La serata è piacevole e il gruppo è sempre più affiatato, ma quando arriva il momento di riposare nessuno prova ad opporre resistenza.
Rifugio Galassi all’Antelao
La mattina l’aria frizzante ci aiuta a svegliarci del tutto e le nuvole, più basse rispetto alla nostra quota, rendono il paesaggio paradisiaco. Accompagnati da un gruppo di stambecchi giocherelloni che ci osserva da debita distanza, arriviamo a Forcella Piccola. Alle nostre spalle, adesso, iniziamo a vedere bene l’accaldato ghiacciaio dell’Antelao e davanti a noi, invece, la sagoma inconfondibile del Monte Pelmo fa da sfondo ad un paesaggio selvaggio e bellissimo. Proseguendo, l’ambiente muta in continuazione e questo alternarsi di saliscendi, ghiaioni e boschi ci culla finché non giungiamo ad uno degli scorci più belli visti finora. Il rifugio San Marco, osservato costantemente dall’occhio vigile del Monte Pelmo, ricorda molto un qualcosa che da bambini leggevamo nelle favole. Qui il timbro ha un sapore quasi amaro, è l’ultimo della nostra avventura, ma viene addolcito dall’ottimo succo di mela prodotto dai gestori.
Il Sorapiss visto da Forcella Grande
Lasciato il rifugio riprendiamo la nostra via. Stiamo per raggiungere il punto più alto di tutta l’escursione, ma dobbiamo guadagnarcelo. La scotto da pagare è un bello strappo in salita che, complice il caldo e la fatica del giorno prima, si fa sentire eccome! Ma ad un tratto sentiamo l’aria che cambia, il che lascia ben sperare. È un vento diverso quello che ci sta venendo incontro e, come un maggiordomo fa con l’ospite che ha bussato alla porta, ci accompagna fino a Forcella Grande.
Suk traverso in direzione Rifugio San Marco
Quello che ci si presenta davanti e le sensazioni che proviamo sono difficili da descrivere. L’imponente bellezza del gruppo del Sorapiss toglie il fiato con la sua maestosità e ci lascia letteralmente a bocca aperta; decidiamo a questo punto di pranzare al cospetto di cotanta bellezza. Per tutta la sosta non togliamo mai lo sguardo dalla Montagna, come per cercare di immagazzinare il più possibile l’energia e il senso di pace che diffonde.
Rifugio Baion
È arrivato purtroppo il momento di proseguire e, osservando il sentiero che scende in maniera decisa, capiamo che quelle meravigliose cime che fino a quel momento ci hanno fatto compagnia spariranno e, quando ci voltiamo per guardarle un’ultima volta, capiamo che la perfezione esiste. Eccome se esiste!
Rifugio San Marco – sullo sfondo il Monte Pelmo
Perdiamo velocemente quota percorrendo con cautela un sentiero aspro immerso in un ambiente che mostra le cicatrici causate dai recenti capricci della natura.
Parete nord-ovest del Monte Antelao vista dal Rifugio San Marco
La posizione è privilegiata per ammirare il profilo affilato dei Cadini di Misurina, che hanno deciso di farsi guardare in tutto il loro splendore allontanando momentaneamente le nuvole che si fanno sempre più insistenti. Superati dei divertenti ghiaioni si entra nel bosco. E qui un ulteriore regalo, inizia a piovere! Una pioggerella innocua ma sufficiente a far sprigionare profumi indescrivibili. A mano a mano che proseguiamo il sentiero si fa più facile e meno scosceso; sembra fatto apposta per addolcire il ritorno alla routine di tutti i giorni. Lasciamo la Montagna con la speranza di farci ritorno presto perché, come diceva il buon Bonatti, “chi più in alto sale più lontano vede, chi più lontano vede, più a lungo sogna.”
Dopo esser stato coinvolto ancora una volta nella redazione dell’Annuario m’era venuto in mente di scrivere qualcosa sulla consapevolezza dell’andare in montagna e sulla preparazione, fisica ed organizzativa, che occorrerebbe sempre avere per la frequentazione delle terre alte, quali che esse siano, dalle praterie di alta quota e le malghe, alle vie di ghiaccio e lo sci ripido … sempre montagna è, seppur con caratteristiche diverse: quante volte ci trova a dover fare i conti con condizioni meteo sottovalutate o con materiali inadeguati (se non addirittura non omologati o scaduti…)? Troppo spesso ci si sette dire “ho sempre fatto così ed è sempre andato bene”, oppure “ma non ci dovevate pensare voi” (voi chi?).
Sono argomenti che non piacciono, sono scomodi da sentire, antipatici da trattare. C’ho riflettuto e sono giunto alla conclusione che probabilmente il CAI di oggi è diventato qualcosa di diverso da quello che avevo io in mente quando tantissimi anni fa presi la tessera con l’uccellone. Forse è solo l’inevitabile evoluzione di un mondo diacronico, ma me pare che certi valori siano stati messi sullo sfondo, diafani e sfocati: oggi serve essere in vista, apparire, fare numero e budget. Intendiamoci, niente in contrario, solo che se si pensa che il successo di un’escursione sia dato dal numero dei partecipanti, purché tali siano, poco senso ha parlare su un organo istituzionale – quale è l’annuario – del corretto approccio al mondo della montagna. Probabilmente sbaglio, ma me pare che il CAI stia scivolando verso il mondo degli organizzatori di viaggi ed eventi, un ibrido fra un’agenzia turistica e un ente assistenziale fine a se stesso. Probabilmente va bene così e non recrimino nulla, ma la camicia mi sta stretta. E allora parliamo d’altro!
Croci e campanile del monastero di Clonmacnoise, fondato nel 545 da San Caràn nel luogo dove si incontravano le principali strade dell’epoca, al centro delle brughiere irlandesi.
Ho avuto la fortuna di aver girato un po’ per tutta l’Europa e rimettendo a posto le immagini del mio archivio mi sono accorto che un ospite abituale delle terre alte (ma anche di altri territori difficili da vivere, ancorché in pianura se non addirittura sul mare) sono le chiese: chiese di legno, di pietra e laterizio o dei materiali più disparati, che io vedo oggi non come simboli religiosi fini a se stessi ma come presidio dell’uomo in un ambiente in cui la natura la faceva – e magari ancora la fa – da padrona; un punto di riferimento attorno al quale sono sorti insediamenti più o meno estesi, anche di defunti, alcuni oggi abbandonati, altri diventati attrazioni turistiche, ma tutti realizzati con quello che l’ambiente poteva offrire, lì e a costo zero. Un tetto sotto cui ripararsi, un elemento agglutinante, un punto di civiltà per sentirsi un po’ meno insignificanti in un mondo in cui siamo – ricordiamolo sempre – ospiti, non padroni.
Chiesa rurale sull’altipiano svedese, edificata in pietra e laterizio
Penso ad esempio alle chiese di legno della Piccola Polonia e dei Carpazi che al di là dei materiali impiegati e della tipologia costruttiva a me paiono le cugine degli omologhi edifici costruiti nel deserto spagnolo piuttosto che in quota al limite della vegetazione, se non su una scogliera a picco sul mare: un punto di ritrovo e socializzazione in un contesto in cui fare l’eremita era forse più una necessità che una scelta di vita e magari l’andare a una funzione religiosa era una delle poche occasioni di socializzazione possibili. Singolare è il loro destino: a volte dimenticate dagli stessi indigeni, rivolti vero altre attrattive, a volte divenute addirittura siti UNESCO e celebrate in pompa magna; così è nella dinamica dell’evoluzione delle cose… ma scoprire, lì e con gli occhi, una chiesa dà un’altra sensazione che ricercarne notizie sul web.
L’incredibile chiesa di Densus, in Romania, edificata in modo eclettico con il più disparato materiale recuperato dalle rovine della città romana di Ulpia Traiana.
Altre volte queste realtà puntiformi sono diventati insediamenti monastici di rilievo (valga per tutti l’esempio delle Meteore), non tanto per la propensione di restare in solitudine collettiva a contatto con Dio e la natura, quanto per la protezione che il luogo poteva di per sé offrire in un periodo in cui in caso di qualche guaio non c’era certo il 113 da chiamare!
Meteora significa letteralmente “in mezzo all’aria”, la località greca al limite della Tessaglia ospita numerosi insediamenti monastici rupestri realizzati dall’XI secolo in poi, con questo di Agios Niko
Detto in altre parole, a me spesso le chiese di cui stiamo parlando pare che dicano “ci siamo anche noi”, piccoli uomini che pensiamo di essere padroni della Terra, invece che ospiti di un pianeta consegnatoci in prestito dai nostri pronipoti.
Stavkirke di Gol, in Norvegia, costruita nel 1200 interamente in legno.
Se ne incontrate una, vi do un suggerimento in un orecchio: fermatevi un attimo ad ammirarla, buttate via una manciata di minuti; riflettete sulla pochezza dei materiali impiegati e sulla maestria occorsa per l’edificazione rispetto alle capacità tecniche disponibili: pensate, la chiesa di Dębno è più vecchia di Palazzo Pitti, tutta di legno e senza un chiodo, magnificamente affrescata … e all’epoca là non c’erano i Medici!
Torla, Pirenei Aragonesi: la iglesia de San Salvador, risalente al XIII secolo, sovrasta il piccolo borgo in pietra posto allo sbocco del canyon di Ordesa.
Sarà sempre un bel ricordo pensare all’amico, alla persona, che abbiamo avuto la fortuna di frequentare. Un esempio di correttezza, cordialità, serenità nei rapporti personali e rispetto per le persone particolarmente raro.
È stato un socio molto attivo per la Sezione di Firenze, con grandissimo interesse per la sentieristica e l’escursionismo, ha frequentato molto le attività proposte ma, soprattutto, ha offerto impegno costruttivo e collaborativo nonché disponibilità personale particolarmente costante e significativa. Aveva fatto parte del Gruppo che con Aldo Benini, dalla fine degli anni ’70, progettò e poi “costruì” i sentieri nella provincia di Firenze. Fu un lavoro di grande qualità per valorizzare il territorio, seguito dalla tracciatura bianco-rossa dei percorsi e dal posizionamento della segnaletica verticale; oltre 2000 km di itinerari riportati poi in tre guide escursionistiche ancora oggi molto apprezzate. Ghiberto curò particolarmente il Mugello che d’allora diventò la sua zona preferita, della quale conosceva ogni particolare.
Ha poi continuato fino all’anno scorso, alla bella età di 90 anni, a partecipare alle attività di manutenzione dei sentieri effettuata dalla sezione, trasmettendo a tutti noi i suoi grandi valori, la sua passione, il suo senso del servizio e le sue conoscenze. La sua generosità si manifestava parallelamente anche collaborando attivamente con la Pubblica Assistenza di Signa. Ha partecipato, per oltre venti anni, al progetto “Camminare nel verde”, che prevedeva 35 itinerari da proporre alle scuole, per diffondere fra gli alunni la conoscenza del territorio, il rispetto dell’ambiente e l’interesse per l’escursionismo. Decine di classi hanno avuto il piacere di essere accompagnate da questa persona che ha trasmesso ai ragazzi la sua positività e lo spirito d’appartenenza al Sodalizio che lo ha sempre caratterizzato.
Purtroppo ogni anno qualche caro amico ci lascia e trattandosi del CAI viene subito da pensare a grandi “montanari”. Questo ricordo va a Luigi, che amava tanto la montagna ma che non si distingueva tanto per questo quanto per la sua cultura enciclopedica nel campo della storia dell’arte.
Negli oltre 25 anni in cui è stato socio di Firenze ha accompagnato centinaia di persone provenienti dalle sedi CAI di tutta Italia a visitare i tesori della Toscana e l’ha fatto con semplicità, spesso schernendosi quasi fosse inconsapevole di quanto grande fosse per il suo sapere. Lo ricordiamo anche per la sua gentilezza d’animo, il suo sorriso e la sua bella voce che spesso ci accompagnava cantando durante il cammino. Gli amici del Coro la Martinella intervenuti alle esequie hanno cantato per lui uno dei più bei canti di montagna, “ Signore delle Cime”: io ho avuto il privilegio di ascoltarlo da lui sui monti Sibillini, in mezzo al silenzio una mattina prima di metterci in marcia. Eravamo tutti commossi come lo siamo stati in chiesa pensando a lui. Ricordo anche lo scorso anno che non potendo intervenire ad un’escursione che accompagnavo, ci raggiunse al ritorno portandoci una scatola piena di profumate frittelle: uno dei tanti pensieri gentili che aveva per tutti.
La figlia Laura l’ha ricordato come un grande padre che ha improntato la vita sull’onestà, la correttezza e l’amore per il bello e Luigi era davvero così .
Grande perdita per il CAI Firenze e per tutti noi che gli abbiamo voluto bene.