• Cari soci e cari amici,pubblichiamo l'Annuario 2024 già distribuito ai soci a fine anno scorso. In esso troviamo articoli che rispecchiano la vita e l'attività della Sezione durante lo scorso[...]

Per ricordare… Giancarlo Dolfi

di Giuseppe (Beppe) Ocello

Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa per ricordare Giancarlo, visto che per oltre 20 anni abbiamo lavorato insieme nell’organizzazione di settimane bianche e verdi.
Non essendo assolutamente bravo a scrivere e ad esprimere sentimenti, sensazioni, emozioni che hanno caratterizzato questo lungo periodo di tempo, mi limito a raccontare un episodio nel quale, per me, c’è un po’ la sintesi di Giancarlo: l’estrosità, l’imprevedibilità, la testardaggine, l’allegria, la competitività.

È un episodio che mette insieme il piacere di andare in montagna, di stare in compagnia e di mantenere rapporti di amicizia con le famiglie ed i ragazzi che partecipavano alle settimane bianche.
Nel gruppo dei numerosi ragazzi che abbiamo avuto ai corsi, c’erano tre famiglie i cui figli e figlie si erano susseguiti negli anni nel partecipare alle nostre attività: tutte con tre figli, per cui la loro conoscenza si era rafforzata essendo proseguita per sei o sette anni di seguito e si era creato con loro un rapporto di amicizia.
Due di queste famiglie erano solite andare in vacanza in Valle d’Aosta, l’altra al mare. La scelta di andare a trovarle fu semplice: “….. andiamo in Valle d’Aosta ?!.. Ok andiamo!”
Arriva l’estate ed arriva d’improvviso la telefonata di Giancarlo:”… domani si va, preparati!” “Domani?” – dico io -”Sì sì, domani “- risponde Gianca.
L’indomani, io in sella alla mia Aerrmacchi 350, lui con la Guzzi 850 con dietro zaini e tenda, siamo pronti a partire.
Faccio presente quale sia, per me, il percorso più breve e lui mi risponde:…“ma una puntatina in Dolomiti no?“
“Caspita” – rispondo, -“ma sono dalla parte opposta!!”
“Sì” – replica – “e s’allungherà un po’, ma si fa un’arrampicatina, poi ci si ferma dall’Angela al Pordoi e si sta due o tre giorni li!”
L’albergo dell’Angela era per me un luogo magico: le settimane bianche con gli studenti delle superiori fanno parte dei miei ricordi più belli dei corsi di sci.
I ritrovi serali con i ragazzi, quelli che più caratterizzavano le nostre settimane e che certamente sono stati un momento distintivo rispetto a quelle organizzate da altri gruppi, sono stati formidabili. Le scenette che preparavamo con Gianca –  dall’ “assiderato“ alla “motocicletta“, allo “zoppo“, al “sir“, al “dumbo“, – alle barzellette  interpretate insieme agli studenti, alle cantate serali con tutti i ragazzi sotto le finestre degli alberghi vicini, alla formidabile “guerra a pallate “ a metà strada fra il Belvedere  ed il Passo, fra  i due alberghi dove avevamo i ragazzi, in una serata di luna piena con il luccichio della neve che aiutava ad illuminarci, sono ricordi indelebili.
Risultato finale: mi convinse!.

Partimmo a metà pomeriggio e dopo aver dormito in tenda dietro un cespuglio in un campo coltivato, finalmente arrivammo al Pordoi.
Naturalmente la mattina di poi eravamo già in parete ad arrampicare ed ecco un altro degli aspetti di Giancarlo: “….Beppe… e un mi ricordo più di dove si passa,…..e un ce la fò più, … io provo di là …. te fammi assistenza …”.
Potete immaginare che piacere sia stato il mio a sentire queste parole. Mi venne subito in mente la prova di “assistenza” che facevamo al corso di roccia dove, simulando la caduta di un compagno, dovevamo controllare il volo di un copertone lanciato nel vuoto per 10-15 metri. Pur essendo un semplice copertone di un’auto, molti di noi sono stati trascinati in terra dal contraccolpo, con conseguenti fragorose risate dei vari Valdo, Mario, Giovanni.
Il pensiero che non si trattasse di un copertone ma di un uomo di 75 chili mi mise in ansia, controllai i chiodi e sperai in bene.
Così fu e il salmo finì in gloria.

Il giorno dopo, altra arrampicata, questa volta, per fortuna, senza perdita di memoria da parte di Gianca e così, soddisfatto il desiderio di arrampicare, ci preparammo a partire per la Valle d’Aosta.
La mattina seguente appena svegli, ci accorgemmo che aveva nevicato:
 “ .. e adesso icchè si fa.??.” disse Giancarlo.
Non si poteva certo partire in moto con la neve sulla strada.
Ci toccò aspettare fin verso le 11 prima di poter ripartire e poi scendemmo a valle a velocità ridottissima. Questo naturalmente aveva fatto sballare tutti i tempi di viaggio ed infatti arrivammo a poco più delle 3 di notte in val d ‘Ajas. Ovviamente non potendo pensare di farsi ospitare da nessuno, né di cominciare a montare la tenda, tirammo fuori il sacco a pelo e dormimmo sotto gli abeti nel bosco.

La mattina dopo fummo accolti con sorpresa e con grande entusiasmo dalle famiglie che, dopo averci rifocillato ci invitarono a seguirli in una camminata sul Testa Grigia, gita che avevano programmato da giorni. Non eravamo certo nelle migliori condizioni di freschezza, ma come sempre, l’entusiasmo contagia e ti dà una gran verve e poi Giancarlo, alpinista per antonomasia, non poteva certo tirarsi indietro.
Durante il percorso ci divertimmo coi ragazzi ad arrampicarci su piccoli massi trovati lungo il sentiero, a cantare – come si sente la quota quando si canta !- e con scherzi vari, tanto che i genitori erano stupiti della vivacità dei loro figli e nostra.
Dopo due giorni di camminate e di vita trascorsa con le due famiglie ripartimmo per Firenze: ho ancora viva l’immagine di questi ragazzi che seguitavano a salutarci, sbracciandosi finché ci hanno potuto vedere.
Per fortuna non ci fu nessuna variante al programma di rientro, forse Giancarlo era soddisfatto e forse un po’ stanco, ma sicuramente ambedue eravamo molto contenti!

Ciao Gianca

In cammino

Testo di Giuseppe (Alfio) Ciabatti
Foto di Simone Picchianti

  • Dove vai?   
  • Parto per fare la Via degli Dei.  
  • Perché?
  • Così. Voglio provare.     

Così comincia un viaggio.

A volte senza un motivo forte ma spesso per curiosità, talora per una sorta di sfida con se stessi ma più frequentemente con la voglia di avventura e di conoscenza. Questo è il Cammino. Oramai sono moltissimi che attraversano l’Appennino, le Alpi per un percorso a tappe, lungo spesso molti chilometri, anche in qualsiasi condizione di tempo. 

Lungo la Via degli Dei nel tratto da Monte di Fo a San Piero a Sieve

Gli antichi percorsi, che oggi vengono chiamati “Cammini”, nascevano o da necessità pratiche (commercio, transumanza, guerre) o da motivazioni religiose. Ognuno segue una linea ideale che affonda le radici nella storia lontana. Ai giorni nostri la loro riscoperta, ad uso dei turisti/escursionisti, serve a promuovere la conoscenza dell’ambiente naturale, della storia e della cultura di un luogo e di un popolo.  

Dalla via degli Dei che percorre per buona parte la via Flaminia Militare realizzata nel periodo romano, alle vie del sale nelle Alpi Liguri, alle vie della transumanza, alla riscoperta dei percorsi legati ai momenti tristi delle guerre mondiali come la linea Gotica o la Via della Pace sulle Alpi e moltissimi altri itinerari, ogni percorso ha un’anima che la caratterizza. Ma molti percorsi sono anche internazionali come la Via Francigena che collega Canterbury con Roma attraverso il centro Europa e Italia, le vie Romee germaniche dal nord Europa verso Roma, il Cammino di Santiago di Compostela tra la Francia e la Spagna. 

I percorsi europei 2019 – www.era-ewv-ferp.org

Si percorrono prevalentemente a piedi ma anche in bicicletta. E il mezzo pubblico, treno o bus, permette il trasferimento nei punti di arrivo o partenza chiudendo così un circuito virtuoso.  

Camminare vuol dire anche leggere il paesaggio, ammirarne la bellezza, cogliere il significato dei particolari entrando in contatto con la realtà dei luoghi che si attraversano. Vuol dire anche ripensare ad un tempo passato mettendosi nei panni degli avventurosi di altri tempi che si mettevano in viaggio per il pellegrinaggio della vita oppure per poter vendere o comprare mercanzie.  

Oggi è una sorta di riappropriazione di se stessi nello splendido scenario di montagne e colline, fiumi e borghi tra stradelle e sentieri in luoghi suggestivi, dove il camminare non è solo una attività fisica ma la riscoperta della bellezza della mente che si libera dai ritmi quotidiani. Il passo lento permette anche di intrecciare relazioni autentiche. In un sorriso che può nascere nei momenti della fatica, della soddisfazione, del sudore e della gioia per il raggiungimento della meta, c’è il senso della vita. E il compimento del percorso diventa la soddisfazione di aver raggiunto un traguardo con l’obiettivo spesso di fare un altro cammino.  

Appennino autunnale, lungo il Sentiero Italia CAI, il Giogo di Corella – Foto A. Ciabatti

Molti sono alla ricerca del percorso di più giorni per mettersi alla prova. Anche con la sola compagnia del proprio zaino. Come diceva Renato Casarotto, grande alpinista prematuramente scomparso: Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male. 

Camminare è anche una grande forma di educazione dove si impara il rispetto per l’ambiente, per noi stessi e per gli altri. Nonostante la moderna tecnologia a cui non bisogna affidarsi completamente, è necessaria una buona preparazione tecnica e psicofisica per ridurre i possibili rischi.   

Percorsi Italia da www.francigenaintoscana.org

Dislivelli non molto elevati con scarse difficoltà tecniche, ambienti autentici e poco antropizzati, semplici emergenze da riscoprire, vecchi ponti da attraversare, strade secondarie e sentieri, questi sono i territori dell’Appennino attraversato da numerosi itinerari. In questo senso la Toscana offre una miriade di luoghi caratteristici da riscoprire. Inoltre i buoni cibi che i territori offrono, sono un richiamo irresistibile per tanti escursionisti anche da fuori Italia generando una microeconomia per gli ambienti rurali che sarebbero in altro modo dimenticati.  

Vie in Toscana

Le comunità attraversate lentamente stanno metabolizzando questi nuovi viaggiatori così lontani dai modi finora conosciuti scoprendo e apprezzando questo nuovo tipo di turismo. L’età media oscilla fra i 20 e i 60 anni con picchi di frequentazione nella parte più giovane e in quella più datata. A differenza di qualche anno fa, ora si trovano molti più connazionali di prima su questi itinerari.  

I viandanti e pellegrini, come un tempo, non hanno molte pretese: un percorso segnato per evitare di perdersi e semplici ospitalità dove potersi lavare, consumare una cena calda e trascorrere la notte. Queste essenziali necessità richiedono peraltro capacità di gestione organizzativa del Cammino e anche promozionale per conoscere e far conoscere i valori e le emergenze dei luoghi attraversati.  

In Italia i Cammini nascono circa nella seconda metà degli anni 80 del secolo passato a seguito della prima segnatura e mappatura dei sentieri fatta prevalentemente dal CAI. E già allora si intravedeva un nuovo modo di fare escursionismo. Se per l’alpinista l’obiettivo in genere è la cima, la meta dell’escursionista-viaggiatore è l’attraversamento di territori seguendo un filo ideale che può collegare aspetti storici, religiosi o anche ambientali come il recente Sentiero Italia CAI.  

Nell’interessante convegno tenuto a Pistoia il 2 dicembre 2017 con il titolo A piedi nella Storia, Itinerari transappenninici e sviluppo dei territori montani, coordinato dal CAI in occasione di Pistoia capitale della cultura, sono stati analizzati tutti gli aspetti dei percorsi storici, da quelli antropologici a quelli naturali fino a quelli economici. La presenza di Enti Pubblici come il MIBACT, le Regioni Toscana e Emilia Romagna, le Università della Toscana e dell’Emilia Romagna e altri numerosi e qualificati relatori, ha permesso di avere un quadro abbastanza delineato su questa nuova tematica ambientale. L’esito del Convegno è stato quello di una maggiore attenzione e sensibilità comune a questo nuovo aspetto turistico in continua crescita che pone nuove e interessanti problematiche di gestione. 

La Via degli Dei verso Monte di Fo

Gli itinerari fuori dai centri abitati si svolgono prevalentemente su sentieri presidiati dal CAI segnati con il tradizionale segno bianco rosso. Ma il Cammino utilizza molto spesso più sentieri ed altre tratte e questo comporta la necessità di una apposita segnaletica in genere verticale, omogenea dall’inizio alla fine. Cartelli che dovranno essere raccordati con quelli del CAI che in molti casi cura la manutenzione e segnatura della rete sentieristica con i propri volontari con grande e impagabile spirito di servizio.  

La Via degli Dei nei pressi di Fiesole

Ma l’aumento dei frequentatori porta anche altri problemi una volta sconosciuti. I sentieri possono attraversare terreni che oltre a comunali o demaniali possono essere privati. Se il passaggio sul sentiero nei pressi di una abitazione o una fattoria da parte di pochi individui prima era tollerato dal proprietario, nel caso che il percorso si trasformi in Cammino di grande frequentazione, il proprietario può avere dei disagi o peggio può chiudere l’accesso avendone il diritto. Il coordinamento tra le Amministrazioni Comunali, il gestore della rete sentieristica, dell’itinerario e degli eventuali privati, diventa a questo punto indispensabile e deve essere affidato a una organizzazione capofila. 

Purtroppo la scarsa conoscenza delle problematiche dei Cammini li sta portando alla proliferazione incontrollata. Nell’entusiasmo della riscoperta dei vecchi itinerari, vari appassionati hanno iniziato a individuare percorsi che vengono divulgati sul web o sulle guide ma non essendo gestiti sul territorio, stanno generando effetti di scarsa credibilità in termine di immagine e di responsabilità. Inoltre l’interesse che sta maturando verso questi itinerari dal punto di vista di opportunità economica, sta originando una richiesta di varianti e deviazioni che devono essere opportunamente gestite.       

Nel recente convegno Toscana in Cammino tenuto a Lucca il 26 ottobre 2019, si sono gettate le basi per un ampio coordinamento fra le associazioni di volontariato che sostengono i Cammini, la Regione Toscana e l’ANCI. Sulla scia di grandi Cammini europei https://www.era-ewv-ferp.org/, quelli marcati con la lettera E, si sta ricercando la standardizzazione dell’offerta che possa offrire percorsi e ospitalità in qualche modo certificati. I percorsi E1, E5, E7 ed E12 che attraversano l’Italia e sono gestiti dalla FIE (Federazione Italiana Escursionismo), dovrebbero rispondere a questi requisiti. Ultimamente abbiamo stretto accordi con la FIE per la manutenzione di alcuni tratti di sentieri.  

Varie Regioni si stanno organizzando per la gestione di questi processi turistici. La Regione Toscana ha varato la nuova legge sul Turismo LR 86/2016 ed emesso la LR 35/2018 dedicata ai Cammini Storici. Inoltre è in corso di revisione la legge LR 17/98 sull’escursionismo. A livello nazionale il Dipartimento del Turismo del MIBACT ha realizzato l’Atlante nazionale dei Cammini anche in forma digitale e presente anche sui canali social https://www.turismo.politicheagricole.it/news/atlante-digitale-dei-cammini-ditalia-nuova-mappa/  

La nostra Sezione è parte nelle Consulte per il Turismo presenti sul territorio previste dalla LR 86/2016. Si tratta dell’Ambito Turistico territoriale di Firenze e Area Fiorentina e quello del Mugello. Sono riconoscimenti significativi che però ci investono di responsabilità per le attese previste.  

Elencare i percorsi oggi è molto difficile dato che sono in continuo aumento. In Toscana sono già alcune decine. Alcuni hanno già il riconoscimento formale, altri non sono riconosciuti ma hanno già una diffusione mediatica. L’ultimo percorso in preparazione in cui siamo coinvolti è il Cammino di Dante tra Ravenna, Firenze che sarà presentato ufficialmente nel 2021 in occasione dei settecento anni della scomparsa del sommo Poeta. Di fatto il tracciato è già presente sul web da tempo. 

La Sezione di Firenze ha iniziato già da tempo la mappatura sulla cartografia della maggior parte dei Cammini presenti nel territorio dell’Appennino fiorentino con la realizzazione delle nuove carte dei sentieri 1:25.000 dal Mugello al Chianti fiorentino (vedi articolo su Alpinismo Fiorentino 2017). Queste carte disponibili anche in formato digitale, rappresentano un importante e insostituibile strumento per l’escursionista-viaggiatore. Per inciso si comunica che è uscita la quarta carta che comprende il Chianti Fiorentino.  

Possiamo concludere affermando che i Cammini sono e saranno sempre di più una risorsa significativa per la conoscenza, valorizzazione dell’ambiente e delle comunità a condizione che siano gestiti con coordinamento, intelligenza e lungimiranza. 

I partecipanti del GEEO del CAI Firenze sulla Via degli Dei nel 2017 a Monte Senario

E, come disse Lao Tzu, filosofo cinese, 
Un viaggio di mille chilometri comincia sempre con il primo passo. 

Avventura di fine stagione

Testo di David Pellegrini e Lorenzo Riganella

Ci stavamo chiedendo come chiudere le ferie con un giretto nelle nostre montagne prima di immergersi nel tran tran lavorativo di tutti i giorni; qualcuno butta là un nome: “Pisanino”. 

Siamo quasi in cima al Pisanino con la Bagola Bianca ormai sullo sfondo; all’est rema sinistra l’inconfondibile sagoma del Pizzo d’Uccello – Foto N. Baldi

Già il nome ha fatto drizzare le orecchie a qualcuno… e le ha fatte abbassare a qualcun altro… ma alla fine in quattro siamo partiti per la Val Serenaia, nonostante il meteo incerto e il terrorismo psicologico fatto il giorno precedente quando alla semplice domanda: “Ma come è?” la risposta è stata tanto altrettanto semplice: “Non è difficile, ma, se inciampi, muori“. 

Scesi di macchina alle 9.00, i vari siti meteo ci davano una finestra di sole fino alle 17.00: “allora si va per davvero!”; ci siamo imbragati e, caricati due spezzoni di corda negli zaini, siamo partiti per il Pisanino passando dalla “Bagola Bianca”.  

Già questo nome faceva paura solo a sentirlo… chissà poi cosa sarà mai…  

In cordata all’uscita della prima placca rocciosa – Foto N. Baldi

Dopo un’ora di buona salita ripida, ci troviamo alla prima placca e al primo salto di roccia; il passaggio non velocissimo del primo ci ha messo un tarlo in testa: “Senti, abbiamo le corde… usiamole!” E così è stato… diciamo – col senno del poi – che sono state utili più per un aiuto psicologico che necessario. 

Sul dosso della Bagola Bianca – Foto D. Pellegrini

D’altro canto il terreno è infido, pieno di sassi smossi e rocce rotte che rendono non agevole l’attrezzaggio di una sosta… chissà che sarebbe successo se uno fosse volato! Insomma, bisogna stare attenti, non è proprio una scampagnata, la prima sicurezza devi trovarla dentro di te. 

Ora comincia la salita vera e propria del Pisanino! – Foto N. Baldi

Dopo aver ripreso la cresta di paleo scalettato siamo arrivati al secondo punto in cui abbiamo optato per riusare le corde, uno spigolo esposto e malmesso. 

Dopo un’oretta tutti e quattro eravamo sopra il secondo balzo, da lì alla cima è stata una passeggiata (insomma, quasi, diciamo, vista l’esposizione sempre sostenuta), fino alla rinomata Bagola Bianca che finché salivamo era solo un nome; ma appena superata e voltati indietro, grazie al sole scintillante, si è mostrata in tutto il suo splendore. 

Il Pisanino è ora là davanti a noi, alto e slanciato, e sembra davvero impossibile poter arrivare lassù. Laggiù in fondo, 1000 metri sotto, c’è invece Gorfigliano; vediamo le altre due creste (della Forbice e della Mirandola) che mostrano tutte le loro difficoltà; quella davanti a noi brilla di un verde intenso, aerea e affascinante (“mamma mia come è stretta …”)… tutti e quattro con un bel respiro siamo andati oltre… e qui abbiamo capito perché non si può inciampare! 

Sulla cresta sommitale – Foto D. Pellegrini

Arrivati sulla cima del Pisanino, il nostro amico meteo ci ha voluto mostrare di cosa era capace: super temporalone sull’altro versante della Garfagnana, isolato e localizzato, ma che tuoni! Foto ultra veloce alla Madoninna di vetta e giù per il Canale delle Rose, pronti ad assettarci sul paleo nel caso fosse arrivato il temporale. Temporale che alla fine non è arrivato e che ci ha permesso di fare il traverso sotto gli Zucchi con molta tranquillità. Nonostante l’apparenza, anche nel punto della cengia più stretta in realtà non ci sono grosse preoccupazioni: la roccia è buona e con mille appigli. 

La grotta con la neve alla Foce di Cardeto – Foto D. Pellegrini


Risaliti alla Foce di Cardeto, altra sorpresa di questi luoghi: la grotta con la neve, quasi impossibile da crederci, se non fosse che ci abbiamo camminato sopra!  

Traverso esposto sotto gli Zucchi di Cardeto – Foto D. pellegrini
Traverso esposto sotto gli Zucchi di Cardeto – Foto N. Baldi

Spuntino di rito (fino a qui praticamente non ci siamo mai fermati) con le nostre cibarie e qualche lampone offerto dalla natura e poi giù fino in Val Serenaia.  

Rientrati alle auto, dopo sette ore di cammino e un millino nelle gambe, abbiamo fatto giusto in tempo a cambiarci e a bere una bella birra che il tanto temuto temporale è arrivato, ma con nostra grande gioia, noi eravamo già in auto! 

Alla fine, che dire? La gita non è per nulla banale; la salita alla Bagola è infatti un’impegnativa via, a cavallo fa l’escursionismo e l’alpinismo, che si snoda sull’affilata e ripida cresta ovest, caratterizzata dalla presenza di rocce smosse e paleo di cui hai piena consapevolezza solo quando ci sei, però è bellissima! 

Ah, un’ultima notazione: il nome “Bagola Bianca” deriva probabilmente dalle rocce bianche che la contraddistinguono e che si stagliano inconfondibili sull’onnipresente tappeto di paleo che caratterizza questo versante del Pisanino. 

Paradiso Perduto

Testo e foto di Nelusco Paoli

Avete presente la dorsale appenninica che dal Libro Aperto porta al Corno alle Scale? Quella che ci appare per prima quando ci rechiamo all’Abetone, dove in inverno, neve permettendo, è possibile fare sci alpinismo e raggiungere lo Spigolino per scendere i versanti innevati ed ancora integri dell’Emilia? Oppure recarsi con una bella passeggiata – in inverno con le ciaspole – allo Scaffaiolo (lago cantato anche dal Boccaccio)?  

Uno scellerato progetto la deturperà con una funivia che, nelle intenzioni dei promotori, dovrà collegare l’esangue stazione della Doganaccia con il lago Scaffaiolo e gli impianti di sci del Corno alle Scale.  

Del progetto, il sogno dei comuni del crinale dell’Appennino Pistoiese-Bolognese al quale affidano le speranze di vitalizzare l’economia locale, se ne discute ormai dagli anni sessanta quando ancora investire nello sci alpino aveva un senso. Sembrava che tutto fosse stato sepolto dalla crisi nella quale versa il comprensorio sciistico del Corno alle Scale – sempre in perdita negli ultimi 20 anni, con vari passaggi di proprietà e prolungate chiusure – ma il disegno ha ripreso vita nel 2016 quando il Sottosegretario Luca Lotti, con i Presidenti delle Regioni Toscana ed Emilia Romagna ha concesso per la realizzazione dell’opera uno stanziamento di 20 milioni di euro (10 per ciascuna regione). Il contributo statale ed una serie di delibere e relativi stanziamenti da parte delle Regioni Toscana e Emilia-Romagna (che portano l’investimento a 27.093.020 di euro), ha rivitalizzato il progetto e potrebbe sciaguratamente realizzarlo in tempi brevi. 

Si prevedono la realizzazione di invasi per neve artificiale, una nuova seggiovia da Tavola del Cardinale fino sotto il Rifugio Duca degli Abruzzi e, per il versante toscano, il devastante impianto che dovrebbe collegare la Doganaccia con il lago Scaffaiolo, con la delirante costruzione di un tunnel finale per arrivare in ascensore sul lago.  

Bene fa la politica ad interessarsi ed intervenire sui problemi della montagna: sostenere il reddito dei suoi abitanti e invogliarli a restare, stimolando e sostenendo iniziative economiche, è essenziale per la salute del nostro Appennino, in particolare per i luoghi che tendono a spopolarsi. Il nuovo comune Abetone – Cutigliano, formato nel 2017 dall’unione dai comuni preesistenti, ha visto un discreto calo di abitanti, passando dai 2.248, registrati nel censimento del 2011 agli attuali 2.084, residenti al 31/12/2016. Quello che stupisce è la miopia di puntare esclusivamente sul potenziamento di un settore, quello dello sci, sempre più in affanno.  

L’Ipcc – il comitato degli scienziati di tutti i paesi del mondo che monitorano i cambiamenti climatici – ci ammonisce sugli effetti di tali cambiamenti e ci informa sulla dispendiosità e la difficoltà di mantenimento della neve programmata al di sotto dei 1.800 m; eppure ci ostiniamo ad investire risorse – sottraendole ad altre necessità – in un impianto sciistico che ha, per l’esposizione Sud-Est, difficoltà a mantenere il manto nevoso ed è spesso battuto da forti venti. 

Le forze in campo fra i sostenitori ed i contrari all’opera sono decisamente sproporzionate. Sulla corazzata dei favorevoli, che gode di un buon sostegno sia sulla stampa che su internet, troviamo: la Regione Emilia-Romagna, la Regione Toscana e l’Amministrazione comunale di Lizzano, con in primo piano la Sindaca Elena Torri. Per dare maggior sostegno si è costituito anche un Comitato per lo sviluppo dell’Appennino Tosco-Emiliano presieduto nientemeno che dal Presidente della FISI Flavio Roda (maestro di sci, allenatore federale, ex allenatore di Alberto Tomba).  

Il comune di Abetone-Cutigliano, con il Sindaco neo eletto Diego Petrucci, tiene una posizione più sfumata, probabilmente più realistica: pur non essendo contrario all’opera ne evidenzia la difficoltà di realizzazione per l’opposizione della Conferenza Paesaggistica della Regione Toscana – dove siedono Sovraintendenza e Mibac, che dal 2011 ad oggi ribadisce che un’infrastruttura del genere non si può fare a causa del suo forte impatto ambientale – e propone un’opzione diversa per non perdere i finanziamenti acquisiti. 

A bordo della barchetta dei contrari ci sono associazioni ambientaliste emiliane e della Toscana che per illustrare le ragioni della loro scelta si sono mosse promuovendo dibattiti ed incontri. A Bologna e a Porretta Terme: Legambiente Emilia-Romagna, il WWF, la sezione del CAI Bologna, Mountain Wildness. In Toscana il Gruppo Regionale e la sezione di Pistoia del nostro sodalizio hanno espresso, in un documento, con calzanti argomentazioni, la loro contrarietà alla realizzazione dell’impianto. Vi si analizzano i cambiamenti climatici verificatesi negli ultimi anni, rilevando l’aumento delle temperature medie, la costante diminuzione dei giorni nevosi, la diminuzione dell’altezza media del manto nevoso e la gravosità a sviluppare l’innevamento artificiale delle piste da sci per la difficoltà dell’approvvigionamento idrico e delle temperature. Si evidenzia inoltre che l’esposizione a sud – come già rilevato – pregiudicherebbe il già scarso innevamento, con la conseguenza che l’unico utilizzo dell’impianto sarebbe quello di trasferire l’utenza – quando il vento lo permette –  dalla Toscana all’Emilia, e non viceversa, con soli costi certi per il versante toscano, per la realizzazione di nuova viabilità e parcheggi di grande impatto ambientale sul paese di Cutigliano (forse fra le perplessità del sindaco Petrucci c’è anche quella di “fare la guerra per il re di Prussia”). Viene evidenziato infine che la realizzazione di questo impianto rischierebbe di innescare una spirale perversa, ponendo un’ipoteca sull’ulteriore assorbimento di risorse future, che diversamente potrebbero essere canalizzate per il rinnovo prioritario e urgente delle strutture ricettive e al sostegno della piccola imprenditoria giovanile della montagna. Il documento conclude infine che “i nuovi montanari che usano il computer e sanno l’inglese, sono consapevoli che l’economia alpina non sarà più quella dei loro genitori. Riproporre oggi il modello dei grandi caroselli sciistici ad altezze a rischio innevamento è improduttivo, socialmente ed economicamente. Il futuro è la natura e la cultura della montagna, un bene che i nostri vecchi ci hanno lasciato e a cui dobbiamo essere grati”. 

Purtroppo non sembra che le popolazioni locali – l’economia dello sci ne ha sostenuto il benessere da molti anni – siano sensibili a questi argomenti. Nessuno si è mobilitato, come nel recente caso del Procinto, per denunciare l’assurdità dell’opera. Le speranze per lo stop a tale scempio e la destinazione delle ingenti risorse ad altri più produttivi scopi rispettosi della montagna e della sua cultura, sono demandati all’opposizione della “Conferenza Paesaggistica della Regione Toscana” ed alla Valutazione di impatto ambientale che ancora non risulta essere stata approvata. 

Aspettando la prossima neve…

Articolo non disponibile su rivista cartacea. Solo online

testo e foto: Daniela Serafini

Cronaca dal Corso di sci – Febbraio 2020

Situazione prima del Covid-19 …

Il corso di sci per principianti e avanzati, organizzato come ogni anno dal Gruppo Sci Cai,  è iniziato il 26 gennaio scorso; come di consueto si svolge al Corno alle Scale località che raggiungiamo in pullman.

L’inverno 2020 è stato caratterizzato per la quasi totale assenza di neve che in Appennino è apparsa veramente tragica. Nessuno aveva ricordanza di inverni così…  Le lezioni di sci comunque si sono potute svolgere grazie all’impegno degli operatori che sono riusciti a “riportare” un po’ di neve sulle piste principali…. dico “riportare” perché dato che le temperature erano comunque elevate e raramente è stato possibile sparare la neve artificiale!

In attesa della lezione

A noi che amiamo la montagna e la neve il paesaggio che ci appariva, giunti a destinazione, era veramente triste, una stretta al cuore….  e cercavamo di spiegare a chi non è pratico della montagna ed era venuto con noi per un primo approccio, che l’ambiente innevato è molto diverso… per sdrammatizzare dicevamo: “facciamo conto di sciare in estate….”.  

Eccoci sulla “Polla”

Questa situazione però non ha frenato l’entusiasmo e la voglia di imparare il nuovo sport, per diversi sconosciuto, anche in un fazzoletto di neve!

I piccoli del Gruppo (foto Francesca Bellucci)

I bravissimi maestri della Scuola Freestyle del Corno alle Scale hanno impartito le lezioni, i principianti hanno davvero imparato e tutti gli altri si sono comunque divertiti!

La preoccupazione di noi organizzatori era comunque legata all’aspetto climatico: continuare a organizzare le uscite, data la poca neve che si consumava giorno dopo giorno, oppure sarebbe stato meglio aspettare le copiose nevicate di marzo?

La scelta è stata orientata sul continuare…. e così fino alla settimana che ha preceduto il weekend conclusivo di fine febbraio!
Qui un altro grande problema è apparso: già si cominciavano a prendere misure di restrizione a causa del coronavirus e qualche preoccupazione sulla possibilità di effettuare gite in pullman, recarsi in regione diversa dalla Toscana, (il Corno alle Scale è in provincia di Bologna) e già erano apparsi i primi contagi in Lombardia e in Veneto!

Nel Consiglio direttivo della Sezione che si è svolto il giovedì sera precedente la partenza per il  weekend,  è stato comunque approvata l’uscita ed abbiamo avuto il via libera al fine settimana! Ci erano state fatte alcune raccomandazioni: avere la conferma della sanificazione del pullman, chiedere ai partecipanti se qualcuno per caso avesse avuto contatti con persone contagiate oppure provenisse dalle zone nord Italia dove c’erano già dei contagi.

Avuto queste conferme il weekend è iniziato con la gioia di tutti, felici anche per la lieve nevicata durante la settimana… finalmente!

 Di lì a poco si sarebbe entrati nel grande tunnel di isolamento dettato dal coronavirus….

Quel weekend a Vidicatico, forse a presagio della lunga lontananza che si sarebbe scatenata a breve, è stato a mia memoria uno dei più entusiasmanti in assoluto; c’era un’allegria, una fusione fra i bambini/ragazzi, e fra gli adulti; proprio un grande affiatamento e amicizia.

La promessa per tutti, quando ci siamo salutati alla conclusione dei due giorni, era di rivedersi presto, non appena avrebbe fatto un po’ di neve…  tutti erano disponibili a tornare a fare qualche sciata, perché la “voglia” di neve era ovviamente tanta e comunque rimaneva ancora da fare la gara di fine corso!

Gli eventi poi hanno fatto prendere all’inverno la svolta che tutti abbiamo vissuto…. la neve è venuta e ancora è consistente nel nostro Appennino ma ovviamente nessuno ha potuto avvicinarsi!

Resta il ricordo delle belle giornate trascorse insieme, della soddisfazione delle piccole conquiste dei principianti: fare un campino senza cadere…., dell’allegria dei ragazzi che sfruttavano anche il viaggio in pullman per giocare e divertirsi.

Ma il ricordo deve servire anche per proiettarsi nel futuro e sperare che tutto questo sia di nuovo possibile… a breve la neve si scioglierà ma noi saremo pronti a ritornare in montagna anche solo per una passeggiata: abbiamo nel nostro programma in estate la “passeggiata sulle piste da sci senza neve” per ritornare in Appennino nei luoghi dove abbiamo sciato; speriamo proprio che sia possibile farla… adotteremo le misure necessarie, non andremo in pullman, staremo distanti, useremo le mascherine ma aspettiamo con ansia che anche solo una piccola passeggiata “in sicurezza” prima o poi possa essere possibile!

… Aspettando la prossima neve!

Aprile 2020

Gruppo Sci Cai 2020 – (foto Ilaria Boccaccio)

Il battesimo della Montagna

Stefano Cerchiai

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Casella di testo: Figura 1: Punta Spiriti, gruppo Ortles
foto tratta da: www.gulliver.it

Figura 1: Punta Spiriti, gruppo Ortles
foto tratta da: www.gulliver.it

La montagna mi ha sempre attratto più del mare; quando nacqui, nell’ottobre del 1950, mio padre era in missione in montagna e mia madre pensava sempre a lui: mi sa che mi dava latte e montagna! Mio padre infatti era topografo dell’Istituto Geografico Militare, il glorioso ente di via Battisti a Firenze, e stava fuori Firenze 6 mesi l’anno per fare rilievi e ricognizioni al fine di aggiornare e migliorare le carte topografiche, le famose “tavolette” al 25.000. Ha girato mezza Italia e anche più, dai paesini più sperduti del Gennargentu alle vette degli Appennini e delle Alpi. A piedi, in Fiat Campagnola e anche a dorso di mulo, quando nei primi anni 50 salì sul Velino ancora innevato ai primi di maggio piantandoci anche la tenda in attesa di tempo buono per fare “triangolazione” con i segnali trigonometrici delle vette all’orizzonte, sentendo anche il lupo vicino alla tenda nella notte.

E noi? Dove andava lui e dove andavamo noi. Dapprima per tutto il periodo, poi, con l’età scorale, io mia madre e mia sorella lo raggiungevamo appena finita la scuola e si ritornava a Firenze appena in tempo per San Remigio (a quei tempi la scuola iniziava il 1° ottobre per San Remigio). E così nel 1959 ci ritrovammo a Sluderno in alta val Venosta dove mio padre aveva preso in affitto una camera con uso di cucina presso una famiglia del luogo.

Un giorno, di ritorno da un’uscita in ricognizione, mio padre mi fa: “ti andrebbe di venire domani con me, si va in alto! A Punta degli Spiriti, ma bada, ci vuole fiato, attenzione e ci alziamo alle 2 di notte”. Il cuore mi balzò in petto e dissi subito di sì. Ci mettemmo all’opera per recuperare l’abbigliamento necessario, infatti fino ad allora, non avendo ancora 9 anni, avevo fatto solo semplici camminate senza salire mai molto in quota, pertanto mi mancava l’attrezzatura adeguata. Nonostante l’età ero già alto quasi 1 metro e mezzo e mio padre sapeva come rivestirmi per l’occasione: in un paese vicino c’era un suo collega cui era stata assegnata una zona limitrofa, era molto basso, poco più alto di me… ed eccomi munito di tutto l’abbigliamento per affrontare l’alta montagna!

Figura 2: io su Punta Spiriti – gruppo Ortles
 foto di mio padre Mario Cerchiai

Il giorno seguente sveglia prestissimo (le 2 di notte), ci vestiamo, prepariamo il mangiare al sacco e partiamo con la Fiat Campagnola dell’esercito con alla guida un giovane autiere di leva e dietro, insieme a me, un alpino di leva e la strumentazione occorrente: teodolite Zeiss, treppiede, tavoletta. A Trafoi ci fermiamo ad imbarcare la guida che mio padre aveva prenotato e proseguiamo fino al passo dello Stelvio. C’è un bar aperto, nonostante l’ora ancora antelucana, per rifocillarci prima di proseguire. Con la fida Campagnola ci inerpichiamo verso lo storico Rifugio Pirovano dove lasciamo la Campagnola e l’autista e iniziamo la salita.

Casella di testo: Figura 2: io su Punta Spiriti – gruppo Ortles
 foto di mio padre Mario Cerchiai
Figura 3: cornice di cresta
foto tratta da www.sestogrado.it

 La salita sul ghiacciaio inizialmente è tranquilla e senza pericoli, ma la guida dopo poco ci lega in cordata: la guida, io, mio padre e l’alpino con il suo pesante fardello di strumenti sulle spalle. L’aria è fredda, siamo dentro una nuvola e un leggero vento punge la mia faccia come mille spilli. Si continua passando vicino a dei crepacci. L’esperienza della guida ci consente di salire in sicurezza anche se la visibilità è limitata a poche decine di metri. Finalmente, appena prima della mèta, usciamo dalle nuvole e ci troviamo davanti uno spettacolo mai visto prima: un mare di bianche nuvole come panna montata e le cime più alte che spuntano tutto intorno. Poco dopo eccoci in vetta su Punta Spiriti sotto il segnale trigonometrico, sono le 8 e la temperatura è -15°C. Sono stanco, ma felice! Mo padre mi addita le cime intorno: l’Ortles, il Gran Zebrù, il Cevedale. L’aria è tersa, si vedono anche le cime più lontane, la guida ci indica il Bernina.

Mio padre si mette al lavoro ed io mi godo quella vista eccezionale, insaccato nella giacca Duvet e nei pantaloni imbottiti del collega di mio padre, infreddolito, ma con gli occhi che luccicano. Poco distante il vento ha creato una cornice pensile di neve che spiove sulla parete sottostante, non avevo mai visto una cosa simile! E grande fu la mia sorpresa quando più tardi, guardando nella stessa direzione, non la vidi più: con il salire della temperatura il tetto di neve era collassato.

Il sole adesso è alto, è mezzogiorno, la temperatura si è alzata e mio padre ha appena finito di fare i rilievi trigonometrici. Tiriamo fuori i panini preparati da mia madre, la frittatina è fredda, ma si mangia con voracità. Mi tolgo la giacca ed i pantaloni e rimango in maglione e pantaloncini corti di velluto (a quei tempi a 9 anni si andava sempre in pantaloni corti anche d’inverno).

È l’ora di smontare e rientrare alla base. La discesa è veloce, chissà come sarebbe stata bella farla con gli sci, ma in quegli anni non pensavamo certo agli sci: mio padre aveva una famiglia da tirare avanti, con sacrificio e senza fronzoli. Ed eccoci rientrati a casa con mia madre che mi abbraccia sciogliendo l’ansia che aveva avuto fin dalla sera prima senza farlo vedere. Quella notte dormii di sasso, avevo avuto il mio battesimo della montagna.

Speriamo che piova…

Giovanni Folli

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Testo e foto di Giovanni Folli

Speriamo che piova….
Speriamo che piova….

Recitavo con dedizione questo mio personalissimo mantra dal momento che era apparso…. lo recitavo mentalmente davanti ad un cielo che non poteva essere più blu, quasi che volesse vincere il primo premio del cielo più sereno di tutte le galassie….. il bastardo.
Salivamo dalla stradina che da Bondo portava all’inizio del sentiero per il rifugio e, proprio subito dopo l’ultima curva, eccolo li: lo spigolo nord del Pizzo Badile.
Perché, diciamocelo chiaramente, le foto sono una cosa, ma poi la realtà è tutta un’altra storia…
Era infatti questa l’ultima “invenzione” di Federico: una via di quarto/quinto grado con un dislivello di 900 metri ed uno sviluppo di 1000!
Mentre guardavo quella gigantesca lama di granito rivolta verso il cielo, come a voler affettare la prima nuvola che osasse passare di li, mi chiedevo perché dico sempre di si alle sue assurde proposte, come se non fosse bastato l’aver fatto con lui, qualche settimana prima, “Uscita di sicurezza” alla Balza della Penna (in pieno luglio con 40 gradi!) …

Il Pizzo Badile con la parete nord in ombra e lo spigolo nord che la delimita a destra. Da http://www.caimorbegno.org

Eppure è così, non ci posso fare niente: quando Federico mi dice andiamo, io, automaticamente, rispondo di si. Il fatto è che ormai lo conosco bene, quand’è sfavato è capace di ravanare sul terzo grado ma quando il gioco si fa duro e la meta è tosta, il ragazzo si rivela per quello che è: uno dei migliori compagni di cordata che si possa avere!

Eppure stavolta, guardando la montagna, mi dicevo: stavolta abbiamo esagerato..

Quella lama affilata… eppure l’avevo già vista, ah già… in foto. A casa avevo letto e riletto la relazione, quarto e quinto sono alla mia portata, pensavo, ma non sapevo che il quinto lo troverò incrostato di neve a più di 3000 metri di altitudine…
E la lunghezza? Mille metri di arrampicata. Mi dicevo, vabbè sarebbe un po’ come fare 2 volte…. cosa? due volte cosa?? realizzo che, nel mio scarno carnet alpinistico, non è che ci sono tutte ste gran vie di 500 metri..

Speriamo che piova….
Speriamo che piova….

Sono le quattro di domenica mattina, apro gli occhi, non è un risveglio, in realtà non ho dormito…
Dopo qualche attimo di distrazione (non ci fate caso, questa la capisce solo Federico) mi alzo e vado a vedere com’è il tempo…

Speriamo che piova….
Speriamo che piova….

Ovviamente cielo sereno e stellatissimo (forse c’era in giro anche il concorso per il cielo più stellato).
Si parte.
Non starò a descrivervi la salita, se è questo che vi aspettate da queste righe passate oltre.
Vi voglio dire invece che è il momento della partenza la parte più dura: il tempo delle chiacchiere è finito: ora devi decidere quanto vuoi metterti in gioco.
Ti rispondi che hai analizzato e vagliato attentamente tutte le variabili, ti racconti un sacco di belle cose ma la domanda è sempre la stessa, ed è la domanda più semplice del mondo: ma sei proprio sicuro?
La risposta è dentro di te, e però è sbagliata! (cit.)
Una volta deciso ritorna tutto semplice: il grado torna ad essere accessibile, la lunghezza comporterà una gestione oculata delle forze ed il meteo ha promesso, tramite il suo portavoce, www.meteosuisse.ch , oracolo tra i più attendibili del pianeta, tempo splendido per tutta la giornata.
Partiamo così col nostro bel carico di (false) sicurezze e, man mano che scaliamo, ci rendiamo conto che, nonostante passino le ore, l’attacco della via è sempre li e la cima sempre lassù…
In compenso un fronte nero di minacciose nuvole compare in lontananza…

Speriamo che non piova….
Speriamo che non piova….

Un pensiero è comune ed inespresso, anzi, ben mimetizzato da battute è sfottò: questa volta stiamo veramente rischiando…
E allora? Lo sapevamo. L’abbiamo sempre saputo.
Magari chi legge queste righe ci potrà chiedere: ma chi ve lo fa fare?
Citerò la risposta che un grande alpinista rilasciò all’intervistatore che gli aveva chiesto perché metteva a rischio la vita per andare in montagna: se mi fai questa domanda vuol dire che non sei in grado di capire la risposta..

Bon, è il momento di concludere, prendete queste righe per quello che sono: le mie personalissime impressioni su questa magnifica avventura.
Queste poche righe le ho scritte solo condividere con gli amici del CAI quella che è stata, per me, una dell’esperienze più forti in questi trent’anni di arrampicata, niente di più.

E poi, alla fine, è andato tutto bene: non ha piovuto.

Una Francigena del Sud particolare

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Riflessioni sul coronavirus

di Stefano Cerchiai

Con un gruppo di amici, adesso all’incirca settantenni, da alcuni anni facciamo ogni anno un pezzo di Francigena e così, dopo esser partiti da Pontremoli e aver saltato per motivi logistici o di altro genere qualche tappa nell’alta Toscana, siamo arrivati fino a Roma in una bella domenica di aprile.

Nel corso degli anni il gruppo è diventato sempre più grande (oltre 20 persone) e ciò non ci ha concesso di utilizzare dei semplici ostelli per pellegrini a causa della limitata capienza di molti di essi, per cui abbiamo cercato pensioni ed agriturismi prenotandoli per tempo. Un lavoro di preparazione che se da un lato ha tolto un po’ delle sorprese dovute agli imprevisti ed alle incertezze ha però consentito di pregustare davanti ad un computer quanto avremmo trovato di bello e di interessante sul cammino. Un “lavoro” che ho fatto quasi sempre da solo fin dal mio pensionamento infarcito di mappe, schede artistiche sui luoghi che avremmo attraversato, fogli excel con km, altimetrie, suddivisione in camere dei partecipanti, tenuta spese acconti saldi e quanto altro… in quasi perfetto stile “scientifico” come mi descrivono gli amici.

(altro…)

Pensieri al tempo del coronavirus

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Pasquale Parcesepe

Oggi 11 aprile 2020, vigilia di Pasqua, è il trentatreesimo giorno in cui siamo bloccati in casa dal Coronavirus. Domani sarà la quinta domenica. La mia generazione è stata fortunata. Ha assistito a un sacco di passaggi epocali e quasi tutti positivi. Ma stavolta no. Io sono nato al tempo del pennino, dell’inchiostro e delle aste, senza luce in casa, senza strade asfaltate nei dintorni del mio abitato. I contatti con mio padre emigrato in Venezuela erano tenuti solo per lettera che ad arrivare impiegava 15 giorni ed oltre.

Nel doposcuola venivo tranquillamente lasciato solo a casa e scorrazzare nei pressi e dentro al fiume vicino casa non destava nessuna preoccupazione.

Improvvisamente è cambiato tutto. Sono arrivate le penne bic, le stilografiche, le macchine da scrivere, i computer. C’è stato il boom economico, la fuga dalle campagne. Molti come me hanno potuto studiare, cosa impensabile fino a pochissimo prima. E’ arrivata l’acqua in casa, il bagno, due bagni, gli elettrodomestici. La televisione. Mia nonna parlava solo dialetto che nessuno comprendeva in Toscana dove ci eravamo trasferiti. Oggi a qualsiasi età, in tutta Italia, tutti sono in grado di capire e farsi capire.

Ho assistito al cambio di secolo, al cambio di millennio, al passaggio dalla lira all’euro, alla contemporaneità di due papi. Tutte cose fantascientifiche quando avevo intorno ai 10 anni.

Ora viviamo in tempo di Coronavirus. Non è la guerra, si dice. Secondo me potrebbe essere anche peggio. La guerra se i vari capi di Stato si accordano finisce. Il virus chissà se gli scienziati riusciranno a sconfiggerlo. Perché prima di sconfiggerlo va identificato. Per ora siamo lontani.

Si dice che quando il coronavirus sarà sconfitto e torneremo alla vita normale, niente più sarà come prima. Io ne dubito. Gattopardescamente parlando, sarà cambiato tutto, ma tutto resterà come prima.

Con più tempo a disposizione ho rispolverato vecchie letture che mai a suo tempo avrei pensato diventassero attuali. Dalla copertina di La Peste di Albert Camus rilevo questa frase: “La tragica irruzione dell’assurdo nella vita quotidiana”. E dalla “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni quest’altra frase:” Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per senso del senso comune”.

Per fare la spesa, dovendo entrare uno alla volta e dovendo mantenere una certa distanza gli uni dagli altri, vi sono delle file lunghissime. Queste file per me non sono poi tanto disprezzate.

Si può leggere tranquillamente (io leggo libri elettronici sul cellulare) e si possono osservare (senza darlo a vedere) le persone intorno. Stamani mi chiedevo: che frullerà nella testa di queste persone che mi precedono e mi seguono? Le loro entrate, in questa situazione, saranno stabili o avranno subito un crollo? Se tutte le attività sono ferme, come fa tutta questa gente a fare la spesa? Pochissime persone mi pare siano in età da pensione.

E poi pensavo ancora: quante di queste signore saranno in dieta? Probabilmente ora hanno cancellato dalla lista della spesa roba esotica come Camut, Teff, Quinoa e cibi light vari. Finite le vacche grasse, si compra solo ciò che serve veramente. Andiamo tutti in palestra, ma guai se si guasta l’ascensore. Facciamo viaggi in posti esotici e lontani, ma non siamo mai stati nelle città e nei nostri meravigliosi paesini vicini. Scartiamo abiti ancora nuovi, perché quest’anno questo colore non è più di moda. I cassetti straboccano di medicine, perché tanto sono gratis. Le nostre auto vengono cambiate nel pieno della loro vita.

Sempre, quando si esagera, poi succede qualcosa che ci induce a ridimensionarsi. Certo che stavolta la stiamo pagando proprio cara!

Ma certamente ne usciremo. Ce la faremo. Certo che ce la faremo!

Una traversata fantastica di Alfio Ciabatti

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La Carcaraia

Testo e foto di Alfio Ciabatti @tutti i diritti sono riservati

Abbiamo lasciato la macchina poco sopra Gorfigliano, spostando un grosso sasso. Quando abbiamo montato la tenda il cielo era sereno ma qualche piccola nuvola faceva capolino dalla cima del Pisanino.
Ieri sera alla trattoria siamo stati proprio bene, tortelli e carne alla brace accompagnato da una caraffa di vino rosso che benché non fosse di qualità eccelsa, ben si accostava alle pietanze.
Il posto per la tenda è un ripiano erboso sul bordo destro, quello esterno della strada. Oltre non si può andare perché c’è ghiaccio sulla strada.
Siamo in tre e abbiamo deciso di salire la Tambura di notte con gli sci. Vogliamo raggiungere la cima per vedere l’alba. Sono contento e emozionato per questa avventura sulle montagne a cui sono particolarmente affezionato.
Le condizioni della neve appaiono buone, è freddo e la neve è trasformata. Dovremmo trovare neve dura che durante la discesa dovrebbe mollare per la presenza del sole.
Gli sci con le pelli già montate sono fuori della tenda. Dentro abbiamo messo solo gli zaini e gli scarponi per non farli raffreddare troppo. Il cielo nero è impressionante per il numero di stelle che si vedono anche se filtrate dai rami degli alberi. La luna dovrebbe spuntare verso metà nottata.
Vorrei addormentarmi ma il solito sassolino che non avevo visto nel montaggio, mi punta sul fianco. Ma poco importa, mi sposto un poco. Parlo un po’ ma mi accorgo di non essere ascoltato. Gli altri ronfano già.
Ascolto i rumori del bosco e ad un tratto sento un rumore di rami che si spezzano che si allontana. Qualche timore inconscio ma poi razionalizzo pensando che probabilmente è solo un animale. Ecco, ora il verso della civetta che cessa alla svelta.
Nel silenzio del bosco, mi addormento, ma mentre passo nelle braccia di Morfeo, mi pare di ascoltare un profondo boato molto lontano, sembra un tuono di un temporale ma forse non è nulla.
Forse sogno. Dopo un po’ nel torpore sento gli altri che si alzano e iniziano a prepararsi.
Fai presto. Noi siamo pronti – mi dicono –Facciamo colazione quando saremo in alto
Arrivo subito– rispondo.
-Noi ci incamminiamo
Ok, vi raggiungo
Mi sembra di riassopire. All’improvviso mi sveglio di soprassalto. Gli altri si sono già incamminati. Mi vesto rapidamente con quel poco che serve. Infilo gli scarponi, prendo gli sci e lo zaino. La tenda la smonteremo al ritorno.
Mi incammino in un silenzio avvolgente. Sento un’aria strana, una luce particolare. Il cielo è stellato ma non sembra quello di quando mi sono addormentato. La luna è sorta e illumina con una luce pallida tutt’intorno. M’incammino su una traccia sulla neve. Strano, non ricordavo che ci fosse la neve fuori della tenda. Mah, forse ieri sera nel buio non l’avrò vista.
Entro nella galleria e trovo una strana nebbia. Fitta, penetrante, opprimente. All’uscita ancora nebbia. Sento ancora quel rumore profondo, di crollo lontano.
Mah, -sarà qualche frana di sassi- penso. -Gli altri dovrebbero essere non molto lontani. Dovrei intravedere le luci delle loro frontali-
Ho messo le pelli e inizio a salire lentamente. Gli altri continuo a non vederli. Eppure sarebbero dovuti essere poco più avanti.
Dopo poco la nebbia comincia a diradarsi. Resto sbalordito da quello che sto lentamente vedendo.
Un biancore appare alla mia destra mentre salgo. Saranno le cave, penso. Ma dopo poco mi assale lo sgomento.
-È tutto bianco! È neve! La vallata non c’è più e c’è solo un immenso pendio di neve inframezzato da alcuni spaccature di ghiaccio. Mio dio, sono su un ghiacciaio! Ma non dovevo essere in Apuane sul versante nord della Tambura, la Carcaraia? Non è possibile! –
Lentamente salgo sulla grande distesa di neve tenendomi sulla sinistra, ricordando a memoria l’itinerario di salita.
Il sole non è ancora visibile ma una luce strana inizia ad illuminare l’ambiente con un chiarore particolare.
Inizio a rendermi conto sconcertato e sbigottito di cosa mi circonda. Ma ecco le cime che cominciano a delinearsi. Riconosco la cima affusolata e inconfondibile del Pisanino, riconosco il profilo del Cavallo con le sue gobbe. A sinistra la cresta con punta poco accentuata della Tambura, e ancora a sinistra riconosco la Roccandagia di cui appare il ripido crinale e il Dente di Grondalpo. Non si vedono alberi, ne vegetazione.
Con stupore capisco il perché del boato che avevo sentito in precedenza. È un crollo di un blocco di ghiaccio, parte di un seracco che precipita nel ghiacciaio sottostante proprio nel punto dove sono passato poc’anzi.
Lentamente salgo fra lo sbigottimento e la paura. Non è freddo e la neve è in buone condizioni permettendomi di salire tranquillamente. Ma forse sogno? Mi viene in mente di aver visto tanto tempo fa una vecchia carta con la ricostruzione dei ghiacciai delle Alpi Apuane. E ora sono lì? Ma quel periodo risale a 50.000 anni fa! Non so cosa pensare.
Il sole sta sorgendo alle mie spalle e ora vedo con chiarezza tutto ciò che mi circonda. Continuo a salire, anche perché scendere a questo punto mi costringerebbe a passare sotto la seraccata che con il sole forse potrebbe scaricare ancora di più. Decido di arrivare sulla cima della Tambura dove da lì dovrei rendermi conto meglio della situazione.
Sto bene, salgo con passo regolare con varie inversioni. In un punto sulla cima di un cucuzzolo mi fermo per riprendere fiato e faccio un breve spuntino. Mi guardo intorno. Il sole comincia ad essere alto nel cielo. È un paesaggio surreale, ma anche affascinante. Non ci sono boschi ma solo rocce, neve e ghiaccio. La vallata bassa alle mie spalle ancora non si intravede.
Non si vedono animali, ne uccelli, né tanto meno persone. Riprendo la salita con uno stato d’animo diverso. Mi sento più tranquillo con una serenità sconosciuta. Salgo lungo l’itinerario che conosco ma in queste condizioni riesco a salire più direttamente verso la cima.
Mi concentro solo sulla progressione che resta comunque faticosa cercando di non pensare ad altro e arrivo sulla cima della Tambura direttamente con gli sci. Speravo di scoprire qualcosa nel lato verso il mare ma una coltre fitta di nuvole che arriva proprio da lì, mi impedisce la visuale.
Guardo meravigliato il panorama dalla parte opposta e fra le nuvole vedo la catena dell’Appennino innevata. Il fondovalle della Garfagnana è di un colore verde chiaro con sfumature diverse, come fossero praterie irregolari. Non vedo boscaglie ne alberi, ne segni di costruzioni, ne strade. Guardando verso la Roccandagia riesco a scorgere fra le nuvole un’altra grande distesa glaciale nella vallata dell’Arnetola. E immensa! Spuntano in mezzo al ghiaccio le cime inconfondibili del Sumbra, del Fiocca e del Macina che contornano il ghiacciaio. Che spettacolo!
Devo scendere. Mi impensierisce il fatto di dovere ripassare sotto la seraccata del Pisanino. Potrei scendere nel versante dell’Arnetola ma per raggiungerla dovrei scendere il ripido versante est che non mi attira per niente. Comunque devo scendere. Guardando verso il Cavallo mi sembra di intravedere che il ghiacciaio di Gorfigliano (così l’ho chiamato io) arrivi all’altezza della Foce di Cardeto o per lo meno il valico lo possa raggiungere senza difficoltà. Da lì potrei scendere verso il fondovalle di Gramolazzo e raggiungere qualcosa. Non so cosa. Ma certamente non posso stare quassù.
La sosta sulla cima è breve, faccio un altro piccolo spuntino e dopo un ulteriore sguardo sorpreso e meravigliato, tolgo le pelli, blocco gli scarponi, mi sistemo la giacca chiudendo le varie zip, indosso lo zaino stringendo le cinghie e mi preparo a scendere. Sotto la cima ora non c’è lo scivolo ripido ma solo un pendio dolce e regolare. La prima curva è sempre la più emozionante ma è anche quella cui devo fare più attenzione ma con questa neve eccezionale sono tranquillo. Via con la prima curva, poi la seconda, poi ancora un’altra in libertà. Sono talmente concentrato sulla discesa che non penso a nient’altro per godere di questo momento fantastico ma surreale. Mi lascio andare e inanello una successione di curve entusiasmanti.
Facendo attenzione a non perdere troppo quota, scendo traversando verso sinistra. Passo sotto il passo della Focolaccia, poi sotto le gobbe del Cavallo dove riconosco il ripido e stretto canal Cambron e raggiungo quasi in piano la Foce di Cardeto senza fare alcuno sforzo.
Sono alla testata di un altro grande ghiacciaio. Forse ancora più grande di quello di prima. Ma soprattutto ancora più dolce e regolare come pendenza. È grandissimo. Dovrebbe essere il ghiacciaio che scende a Gramolazzo.
Davanti svetta in evidenza il Pizzo d’Uccello con il ghiacciaio che lambisce Foce a Giovo, poi la cresta Garnerone, alla mia destra gli Zucchi di Cardeto che coprono la vista del Pisanino. Che emozione ma anche che sconcerto. Il sole è ancora alto ma devo scendere per sperare di raggiungere qualche posto dove poter capire qualcosa di più di questa situazione assurda.
Oramai gli altri due non li penso più ma sicuramente avranno trovato il modo per raggiungere un luogo tranquillo e sicuro.
Comunque la distesa di neve è ideale, è quanto di meglio uno scialpinista potrebbe trovare. Un firn da sogno.
Inizio la discesa. Le curve si susseguono in leggerezza. Mi fermo ogni tanto per guardarmi intorno. Sogno o son desto? Scendo ancora ma urto con uno sci la punta di un sasso che fa scintillare la lamina e quasi casco. No, son desto. Mi fermo ancora per riprendere fiato. Sono all’altezza delle cime del Garnerone, la cima del Pisanino ora è in tutta la sua imponenza anche se emerge dal ghiacciaio solo insieme alle punte degli Zucchi. Continuo a scendere, la discesa è da urlo come avrei detto in altri momenti.
Il ghiacciaio ora ha poca pendenza, immagino che dovrei essere all’altezza di Orto di Donna perché poco sopra sulla sinistra vedo il colle della Foce a Giovo e a destra il ripido pendio brullo del Pisanino. La neve è scorrevole e non offre resistenza, quindi riesco a fare con soddisfazione ancora delle belle curve larghe. La distesa ghiacciata ora comincia a stringersi. Dovrei essere nella valle verso Gramolazzo. Scendendo dovrei raggiungere qualcosa, non so cosa ma qualcosa sicuramente.
I pendii accanto sono aridi, rocciosi, senza alberi, solo radi ciuffi d’erba. Scendo ancora ma ecco che la pendenza del ghiacciaio aumenta e inizio a vedere qualche fenditura scura nella neve. Alcune piccole e altre più larghe. Sono crepacci! Devo fare massima attenzione. Scendo molto lentamente facendo poche curve per volta, non ho alcuna possibilità di errore e di avere alcuna sicurezza se non quella dell’attenzione e della fortuna.
La vallata con il ghiacciaio è sempre più stretta e i fianchi diventano alti e ripidi. Mi tengo sul lato sinistro e entro nell’ombra del sole che sta calando. Mi fermo un attimo per guardare con attenzione il fondovalle. Dietro non vedo più la cima del Pisanino, ma solo i contrafforti del Pizzo d’Uccello e del Baldozzana. Davanti intuisco la fine del ghiacciaio con il cambio dei colori. Scendo ancora lentamente con curve più strette su un pendio che ora è diventato po’ più ampio anche se mantiene ancora una notevole pendenza. Qua e la vedo ancora qualche crepaccio. Mi rendo conto che se dovessi cadere sarebbe un bel problema per fermarmi quindi devo stare particolarmente attento. Poco più avanti al termine del pendio, dovrebbero esserci dei seracchi che segnano la fine del ghiacciaio. Dopo ci sarà il lago terminale. La neve si mantiene ancora stranamente in buone condizioni.
Scendo lentamente ora su un pendio meno pendente rispetto a prima. Mi sembra di vedere qualcosa il lontananza, sembrano delle forme regolari, forse potrebbero essere delle capanne. Vedo le forme sul bordo del ghiacciaio, nei pressi della morena. Forse trovo qualcuno. Speriamo.
Lentamente scendo derapando puntando a quello che ho intravisto per capire meglio di cosa si tratta.

Che sgomento e che delusione! Sono solo dei grandi massi erratici!
All’improvviso mi sento precipitare, scivolo e vedo tutto buio. Ruzzolo, rantolo, urlo.
Cerco di aprire gli occhi ma non ci riesco. Mi muovo ma non riesco ad aprire gli occhi. Urlo tra la disperazione e la paura.

I miei compagni mi toccano, mi scuotono.
Che cos’hai? Stai male? – Apro gli occhi e mi vedo nella tendina arancione.
No, non è nulla– dico ma ho il fiatone dell’ansia.
Dai, svegliati– mi dicono, –manca poco alla partenza, alziamoci e cominciamo a prepararci-.
Mi metto a sedere sul sacco piuma e lentamente riprendo il contatto con il mondo reale.
Ho fatto un sogno, surreale ma fantastico anche se a momenti angosciante.
Ho salito la Tambura e attraversato due fra i ghiacciai più belli delle Alpi Apuane alcune decine di millenni di anni fa. In un altro mondo, quando c’era davvero tanta neve.

12 aprile 2020

Ps: i nomi citati sono montagne e altri luoghi delle Alpi Apuane.

Il percorso scialpinistico fantastico è illustrato sulla carta tratta da: http://www.stsn.it/AttiA1986/braschi-del_freo-trevisan.pdf

RICOSTRUZIONE DEGLI ANTICHI GHIACCIAI SULLE ALPI APUANE S. BRASCHI, P. DEL FREO, L. TREVISAN.

Atti Società. Toscana. Scienze Naturali, Memorie, Serie A, 93 (1986) pagg. 203·219, figg. lO, lavo f.l. l Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Pisa.

Un viaggio senza tempo di Alfio Ciabatti

Articolo non disponibile sulla rivista cartacea. Solo online.

Testo e foto di Alfio Ciabatti @tutti i diritti sono riservati

Viaggiare sui mezzi pubblici è un modo per conoscere il territorio nel suo intimo. La Sardegna è ancora una regione dove in un ambiente naturale unico e meraviglioso si contrappongono modernità e tradizioni. Ma forse quest’ultime spesso sovrastano le prime. Basta allontanarsi solo pochi chilometri dalla costa e tutto cambia. Le vecchie miniere, le strutture preistoriche come i più noti nuraghi, il territorio carsico con le grotte e le voragini, le falesie per l’arrampicata, il mare azzurro incontaminato, gli allevamenti bradi oltre alle tradizioni del popolo sardo sono sono alcuni dei motivi per comprendere una regione con una storia che viene da lontano. Un ambiente che sembra abbandonato ma non lo è. È la natura profonda di questa terra aspra e difficile nel confronto fra le pianure e le montagne. Sono le Terre Alte di un isola da scoprire ma sopratutto da comprendere. La ferrovia Mandas-Arbatax a scartamento ridotto, la più lunga di questo tipo, collega l’Ogliastra, la Barbagia Seula e il Sarcidano, diventata recentemente Turistica, permette ancora di addentrarsi in ambienti dove i ritmi ancora sono quelli immutati di un tempo.

Incrocio di treni della Sardegna a Seui
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Luglio 2014, ore 7:30, il cielo sgombro dalle nuvole promette una bella giornata. Sono alla stazione di Arbatax, nella splendida costa dell’Ogliastra in Sardegna. Questa città ha vissuto momenti felici per la grande cartiera ma oggi vive prevalentemente di turismo. Sul porto a ridosso delle barche lì ormeggiate, c’è il trenino che aspetta. Acquisto rapidamente il biglietto e salgo sulla vettura accanto al locomotore che già brontola con il motore al minimo. Il treno è composto da un locomotore LDe degli anni ’50 con la cabina di guida al centro e con due lunghi cassoni esterni contenenti i due motori diesel-elettrici. Il fregio, una banda blu che termina con una V sul frontale, ricorda lo stile classico di quegli anni. Dietro, fa bella mostra di se, una vetture d’altri tempi con le ruote a raggi. Il singolo respingente sul frontale caratterizza questo piccolo treno

È il racconto di un viaggio fatto sul Trenino Verde della Sardegna da Arbatax fino a Mandas. Un viaggio che avevo già parzialmente fatto altre volte vari anni prima con altri scopi. Questa volta non mi interessava andare da nessuna parte, ma solo fare un viaggio su questa particolarissima ferrovia che attraversa alcune fra più belle e autentiche zone della Sardegna, l’Ogliastra, quelle a cui sono più affezionato, dove montagne, radure, boschi e mare sono uniti da un sottile cordone chiamato Trenino Verde.

Qualche minuto dopo le 8:00 il treno lentamente si muove. Passa tra le abitazioni con il caratteristico rumore cadenzato delle ruote sulle frequenti giunzione delle rotaie. Il fracasso proveniente dai finestrini aperti sopravanza le conversazioni dei passeggeri incuriositi. In questo tratto i piccoli binari sono ancora quelli originali di tanti anni fa.

Dopo la breve sosta alla stazione di Tortolì per far salire altri passeggeri, il treno abbandona la mondanità del mare con gli ombrelloni e altri sollazzi ed entra nel suo mondo, quello più gli appartiene: i pascoli, i boschi, le rocce e gli animali. La ferrovia Arbatax – Mandas lunga 159 Km, fa parte delle Ferrovie Della Sardegna (ARST – ex FDS). Fu costruita tra il 1890 e il 1894 per collegare Cagliari con Arbatax. Il criterio realizzativo fu, come per tutte le ferrovie secondarie, quello dell’economicità. Per lo scartamento fu scelto quello di 950 mm che permise la realizzazione di curve a raggio stretto e un basso numero di opere d’ingegneria come ponti e gallerie. Fu necessaria la realizzazione di numerosi tornanti per seguire l’andamento dei ripidi versanti montuosi particolarmente presenti in questa zona della Sardegna. Comportò per contro, un tracciato complessivo più lungo. É un percorso tortuoso dove le curve si susseguono senza interruzioni. I rari tratti rettilinei si trovano solo all’inizio e alla fine della linea. Una gran parte del territorio che attraversa non è raggiungibile dalle strade rendendo quindi la ferrovia è l’unico mezzo per arrivarci. Rese possibile il collegamento dei centri abitati più remoti con la costa e i capoluoghi.

Il mare dell’Ogliastra dai pressi di Lanusei
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Man mano che lasciamo la pianura, il treno inizia la salita, allontanandosi sempre di più dal mare e dai suoi colori che si estendono in profondità verso l’azzurro. Il trenino gira e rigira continuamente tra le rocce di granito rosso, tra le terre arse punteggiate dai fichi d’India che sembra vogliano protendersi verso il mare. Si scorge il Supramonte di Baunei con le alte pareti rocciose illuminate dal sole. I paesi arroccati appaiono come pennellate chiare in quadro tra il marrone delle rocce ed il verde intenso dei boschi. Dai finestrini aperti si avverte l’intenso odore dei fichi.

Nell’Ogliastra olivi e lecci si alternano a radure e rocce di granito caratterizzando questa parte della Sardegna. Il tratto di linea che forma il tornante, è dopo Sella Elecci verso Lanusei.

Giungiamo nella stazione di Lanusei dove i binari sono nel piazzale asfaltato condiviso con gli autobus. Sul primo binario una pompa tipo automobilistica per il gasolio, completa la singolare coreografia della stazione. Una targa sul fabbricato viaggiatori ricorda che la ‘recente’ ristrutturazione dell’edificio. Diversi turisti con gli zainetti colorati salgono sul treno.

Ripartiamo. Il treno si inerpica ancora sulla mezza costa della montagna dove sono addossate le ultime case di Lanusei. Non ci sono più boschi fitti, l’aria è frizzante e si possono ammirare scorci particolarmente suggestivi verso la pianura verde di Tortolì e l’azzurro del mare.

Il caratteristico passaggio nella galleria di “Pitzu e’ Cuccu”
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In alto il treno dopo avere percorso la curva a 360 gradi sopra la galleria a “Pitzu e’ Cuccu”
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A Pitzu e’ Cuccu, poco sopra Lanusei, la ferrovia compie un gioco d’ingegneria: per prendere quota in breve spazio, passa sotto-sopra su se stessa con una curva circolare completa a 360 gradi, come con una piroetta. Che impressione fa vedere i binari appena percorsi pochi metri sotto di noi! Come quella del Trenino Rosso del Bernina. Passiamo accanto al rudere dell’alta casa cantoniera sa figu craba che domina Lanusei da cui la vista si perde dall’orizzonte lontano del mare dell’Ogliastra, alle montagne del Gennargentu e del Supramonte.

Continuano a sfilare accanto a noi i ruderi delle case cantoniere. Erano il presidio delle linea. Nelle case cantoniere si vivevano i ritmi di una vita. Alcuni amici locali ricordano ancora che quando erano ragazzi, il fischio del treno scandiva gli orari della giornata. Il cantoniere, in genere l’uomo, percorreva giornalmente il tratto di ferrovia assegnato per controllare che tutto fosse in ordine e nel caso faceva qualche piccolo intervento. A casa la donna accudiva la famiglia e le faccende domestiche. Nel pressi della casa era presente un forno e un piccolo appezzamento di terra per la coltivazione dei generi di prima necessità. 

Siamo al termine della salita più impegnativa. Dopo il capolavoro d’ingegneria, il trenino lascia gli ampi panorami sulla costa e entra in un ambiente completamente diverso. Nella stazioncina di Arzana, punto più alto del percorso a 853 metri di quota, il cui paese come molti altri è lontano alcuni chilometri, sono presenti gli scheletri di due vecchi carri merci reduci di un incidente. Stanno lì come impietosa memoria di un tempo che fu. Nella breve sosta necessaria per far salire alcuni passeggeri, i motori sembrano volere riprendere fiato dopo la lunga salita. Ripartiamo.

Superata la piccola stazione di Villagrande Strisaili nel cui paese è prodotto un ottimo pistoccu, giungiamo su un arido altipiano dove inizia il bacino del Lago Alto Flumendosa. Animali allo stato brado come suini, cavalli e mucche caratterizzano la fauna. La quota rimane intorno agli 800 metri e si fa sentire con l’aria fresca che entra dal finestrino. In alto si individuano i contrafforti brulli delle non lontane cime del Gennargentu.

La solitaria stazione di Arzana
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Improvvisamente il treno rallenta la sua già modesta velocità. Un fischio. Ci affacciamo al finestrino e sui binari vediamo pascolare tranquille alcune mucche. Il treno si avvicina lentamente quasi per non disturbarle, esse si spostano pigramente per poi rioccupare il loro territorio dopo il passaggio del convoglio

La marcia riprende, passiamo accanto ad una strada. Da un auto con targa estera dei ragazzi ci salutano e noi ricambiamo. Certo che un trenino così non può che essere una rarità.

Il nostro capotreno, una persona appassionata, racconta che le case cantoniere erano in totale circa cento, una ogni chilometro e mezzo, veramente tante. Oggi sono tutte abbandonate e la maggior parte sono dei ruderi. Allora la linea era di elevata importanza, richiedeva una grande attenzione dovuta al territorio particolarmente impervio che richiedeva una vigilanza continua. –E oggi? chiedo al macchinista che gentilmente mi ha fatto accomodare nella cabina di guida. –Oggi la manutenzione è ridotta all’essenziale. Sai, sono rimasti solo cinque cantonieri su tutti i 159 Km di linea– Mi fa vedere il punto dove qualche anno fa un treno deragliò a causa dell’allentamento di un binario. Fortunatamente non ci furono particolari danni. –Cose che succedono– dice sospirando.

Arriviamo alla stazione di Gairo-Taquisara incassata tra ripide pareti e fitti boschi. Scende un bel gruppo di persone, alcune attrezzate per escursionismo. Da queste parti sono presenti alcune fra più famose falesie per l’arrampicata in Sardegna

Da questa stazione è inoltre possibile fare alcune belle gite a piedi con percorso ad anello salendo sull’altipiano sovrastante, arido ma affascinante dove sono presenti delle particolari cavità naturali come la grotta Taquisara, oltre ad alcuni bei nuraghi. Fino al 1956 da qui si dipartiva un tronco di linea di 7 km che raggiungeva Jerzu passando per Osini e Ulassai. Il tratto fu dismesso per vari motivi tra cui il fatto che negli anni ’50 nella zona ci furono eventi alluvionali catastrofici che fecero franare parte dei paesi di Gairo e Osini e tratti della linea. I paesi furono ricostruiti in zone più sicure ma la ferrovia non fu più riaperta.

Penso a quando nel 1894 quando la ferrovia fu inaugurata e per la costruzione furono necessari solo quattro anni. Per l’epoca fu un avvenimento eccezionale in quanto la ferrovia ruppe l’isolamento di vari paesi dell’entroterra collegandoli con la costa in tempi rapidi per allora. Erano momenti in cui le stazioni erano realmente vissute e l’arrivo del treno con il caratteristico sbuffo del vapore, scandiva l’orario ed era salutato come una festa per l’arrivo dei passeggeri che erano una novità. Era il tempo quando durante il viaggio si potevano conoscere persone nuove e vedere luoghi sconosciuti. Storie oramai lontane ma da non dimenticare.

Giuseppe, il macchinista, aziona la lunga leva del comando della velocità che ricorda quella delle locomotive a vapore. Chiedo perché sui locomotori ci sono due macchinisti invece che uno come sulle automotrici. Risponde facendomi notare fra le varie cose che dal posto di guida il lungo “muso” del locomotore impedisce di vedere il lato opposto delle curve strette. È quindi necessario essere in due per controllare cosa c’è davanti. Qui si naviga come su una barca a vela, penso fra me e me. Guardando tra i pochi strumenti della cabina di guida, osservo che il tachimetro ha la lancetta ferma sullo zero. Domando ad Antonio, l’altro macchinista: –Ma come fate a regolarvi per la velocità da tenere?”. “È semplice”, risponde, “con l’esperienza. É una linea che facciamo oramai da oltre trenta anni e sappiamo regolarci semplicemente guardando dove siamo e sentendo il motore. Conosciamo ogni curva. Comunque la velocità dovrebbe oscillare tra i trenta e i trentacinque chilometri l’ora-. Rifletto pensando alla profonda conoscenza che hanno queste persone delle loro macchine e del territorio. Penso anche che questa è la velocità giusta per assaporare questo meraviglioso territorio. Andare più veloce non servirebbe a nulla.

Il macchinista Giuseppe
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Stiamo attraversando la foresta di Montarbu nell’omonimo parco naturale. Le strade asfaltate sono oramai lontane e accanto sfila solo qualche raro tratto di sentiero e tracce di passaggio di pecore e capre. Gli alberi di leccio e quercia da sughero con qualche acero dominano incontrastati creando il sottobosco nudo senza vegetazione. Qualche rapace volteggia in alto.

Il treno rallenta, si ferma in mezzo al bosco. Non vedo nessuna abitazione o costruzione ma riconosco infine la fermata di Niala. È solo un corto marciapiede in terra battuta con un semplice cartello, senza alcuna costruzione intorno. Scendono alcuni escursionisti. Qui inizia un bellissimo itinerario escursionistico che ho già fatto in passato. Attraversando boschi secolari, si raggiunge una delle cime più interessanti dell’intera zona, Pizzu Margiani Pubusa 1324 mt, nella zona dei caratteristici “tacchi”. Sono così denominati questi altipiani con i fianchi rocciosi verticali formati da un bel calcare che va dal giallo al grigio. Il “tacco” più famoso è Perda Liana visibile da grande distanza. Sono strutture rocciose tipiche di questa parte della Sardegna. Su queste pareti si svolgono molte vie di arrampicata. La difficoltà è spesso solo la non facile raggiungibilità. Ma forse questo non è un limite. Nella zona sono presenti anche alcuni voragini di cui una particolare è Su Stampu.

Il viadotto di San Gerolamo sovrastato dalle caratteristiche formazioni rocciose
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Attraversiamo rumorosamente l’alto viadotto sul torrente di San Gerolamo, uno dei pochi ponti metallici con queste dimensioni.

Un’automotrice Ade sul viadotto di san Gerolamo
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I boschi accolgono la ferrovia nel verde
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Il treno corre costantemente immerso nel verde dei lecci e querce da sughero, ai piedi delle pareti contornandole lungamente o attraversandole mediante profonde trincee.

Sono presenti solo con qualche rara galleria e alcuni bei viadotti. Nei tratti con curve strette o punti esposti, sono presenti le controrotaie per evitare in caso di deragliamento la fuori uscita completa del treno. Ogni tanto il rumore di ramo che striscia sul tetto delle vetture indica la natura di questa ferrovia. È come quella di un antico sentiero nel bosco, dove è necessario farsi strada spostando a volte i cespugli.

Per la conformazione del percorso nelle strette e profonde vallate, si possono vedere i binari sul lato opposto del versante in una dimensione assolutamente unica per una ferrovia. Un nuraghe appare in lontananza per ricordare l’antico passato di questi territori. Siamo nella Barbagia di Seulo.

Rocce e ferrovia, un binomio unico.
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Dopo tanti scuotimenti, raggiungiamo il paese di Seui dove c’è la sosta per l’incrocio con il convoglio che proviene da Mandas. È la prima stazione degna di una qualche vita. Qualcuno scende. La stazione è come un piccolo porto dove in ogni arrivo si spera nella novità. Dopo che è giunto l’altro treno, una automotrice nel suo caratteristico colore grigio e verde, il capostazione con il tradizionale berretto rosso, dà il via e riprendiamo il viaggio. Attraversiamo il paese passandoci nel mezzo. Le alte case costruite a ridosso della ferrovia la fanno sembrare quasi un erboso vialetto interno.

Poco dopo passiamo accanto alla vecchia miniera di carbone oramai abbandonata di San Sebastiano-Corongiu che ha vissuto il suo momento più importante proprio con l’apertura della ferrovia. Proprio la presenza di questa miniera fu uno dei maggiori motivi di interesse per il passaggio della ferrovia li vicino. La miniera di carbone antracite, l’unica della Sardegna e una delle poche in Italia, ebbe il suo momento di maggior sviluppo negli anni tra le due guerra. Vicino alla ferrovia è presente la laveria dove il carbone arrivava attraverso una teleferica. Il paese di Seui si trasformò e da una economia rurale si trasformò in industriale consentendo lo sviluppo di una socialità sconosciuta.

San Sebastiano Corongiu nei pressi di Seui. Sulla destra si intravede ciò che rimane del binario per la vecchia miniera di carbone antracite.
Altre Informazioni sulla miniera

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Le oscillazioni della vettura che a volte rendono impegnativo fare le foto e prendere appunti, danno proprio l’idea di un viaggio su una carrozza di tempi lontani. I sedili bassi senza poggiatesta, consentono ai passeggeri di voltarsi e parlare tra di se in una sorta di condivisione del viaggio. Dagli ampi finestrini completamente apribili si può entrare in contatto, letteralmente, con ciò che scorre intorno. Infatti è necessario fare attenzione alle frasche che spesso strisciano sui fianchi del treno e possono strisciare anche sul viso

Ecco, ad un certo punto da un finestrino entra una farfalla, si ferma, si fa trasportare per qualche chilometro riposandosi, poi con un battito d’ali vola via scendendo dal “suo” treno.

La farfalla sul ‘suo’ treno.
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Un’altra sosta è alla stazione di Sadali, il paese delle acque buone e abbondanti. Molti scendono per il tour guidato “grotte+porceddu”. Rimaniamo in pochi. Il capotreno ci chiama “i coraggiosi”, siamo quelli che per fare i 159 km ci mettono 5 ore.

Il convoglio riprende la discesa. Un particolare mi colpisce: prima di entrare nelle gallerie rallentiamo e poi riprendiamo velocità. Chiedo il perché a Giuseppe il macchinista, mi dice: “sai in questa stagione quando è molto caldo, gli animali al pascolo ma anche altri animali, si rifugiano nella gallerie per trovare un po’ di fresco, e, in particolare nelle gallerie in curva, all’improvviso ce li siamo trovati davanti e non siamo riusciti ad evitarli. Il ferimento di un animale è un grave danno per l’animale ma anche per il pastore”. Un altro particolare che fa riflettere sul senso e il rispetto della ferrovia nel verde. Solo ora capisco ora perché le motrici sul davanti in basso hanno una sorta di vomere, non è solo per la neve, forse è anche per evitare danni maggiori agli animali investiti.

Dopo Sadali la ferrovia comincia la lunga discesa per raggiungere l’attraversamento del Flumendosa. Raggiungiamo la vecchia stazione di Esterzili il cui paese è distante alcuni chilometri. I fabbricati ferroviari abbandonati sono oramai diventati dei ruderi. Ma mi colpisce un particolare. Oltrepassata la stazione, la ferrovia compie un doppio tornante di cui il primo è spettacolare. Si tratta uno stretto giro all’aperto su stesso di 360 gradi con raggio di meno di 100 metri che la porta a rivedere il tratto poco prima percorso una ventina di metri sopra. Come fosse una giostra o un plastico ferroviario ma invece è in un ambiente reale e autentico!

Dopo un ennesima curva, la ferrovia si affaccia su una profonda valle. Sul fondo ritroviamo il fiume Flumendosa che si trasforma in breve in lago, inizialmente stretto, come un fiordo e poi sempre più largo e più lungo. È il lago Basso Flumendosa. È lungo 17 Km ed è stato formato da uno sbarramento artificiale. Fu costruito nel 1952 per la generazione di energia elettrica e irrigazione delle pianure del Sarcidano.  Una breve sosta per vedere la famosa casa cantoniera “Palarana”. Fu costruita fra due alte parete rocciose su cui sono presenti solo le gallerie. Si racconta che era riservata ai cantonieri più riottosi al lavoro. Era considerata punitiva in quanto era particolarmente isolata. A quei tempi non c’era né il lago né le strade di oggi.

La ferrovia costeggia l’invaso scendendo fino all’attraversamento su un ponte nei pressi della diga. La risalita del versante opposto presenta ancora alcuni spettacolari stretti tornanti.

Una famiglia con tre ragazzi fa il mio stesso viaggio. Sono seduti sui sedili davanti a me. Sono abitanti nelle Marche, il padre originario della Sardegna mi dice che è stato su tutte le ferrovie della Sardegna. Questa era l’ultima che gli mancava e mi dice che forse è la più bella.

Ora gli aridi campi orlati da siepi, hanno preso il posto dei boschi. All’ombra di una grande querce un gregge di pecore si ripara dal caldo cocente. Il capotreno con una passione rassegnata, racconta che tutti sanno che questa ferrovia è un gioiello di questa terra, inserita così profondamente fino a farne parte, ma avrebbe bisogno di grandi interventi di manutenzione e di un maggiore organizzazione orientata al turismo. Dice: “qualche finanziamento arriva, ma si ferma sempre vicino a Cagliari”. Il Trenino Verde della Sardegna è in predicato di avere il riconoscimento di patrimonio mondiale dell’Unesco al pari del Trenino Rosso del Bernina. Chissà. Sicuramente se lo meriterebbe.

Il treno continua perdendosi tra i boschetti di leccio, olivastri e campi inariditi dal sole cocente girovagando tra le alture come volesse farci vedere tutti i risvolti del suo territorio.

Oltrepassiamo le piccole stazioncine di Nurri e Orroli e dopo un’altra serie infinita di curve e controcurve che assecondano le ondulazioni del terreno, ci immettiamo sulla linea per Isili-Sorgono-Cagliari. Con un breve tratto finalmente rettilineo senza scosse e ondulazioni, raggiungiamo la stazione di Mandas. Questo tratto della ferrovia è stato recentemente ammodernato e fa parte del servizio del trasporto pubblico locale dell’ARST.

A nord della stazione di Mandas, la diramazione dalla linea per Isili – Sorgono
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Dopo pochi minuti, nel caldo assolato della pianura del Sarcidano, ci accoglie la grande stazione di Mandas segno di un trascorso importante. Ora è trascurata e sotto utilizzata.

Oggi è caratterizzata da una totale assenza di vita. Nel parco binari oltre a qualche locomotore, è presente qualche vettura e automotrice pronte a prendere servizio. Mi colpiscono alcune vecchie locomotive a vapore abbandonate completamente arrugginite con altrettanti vecchi carri merci. Sono lì come muti testimoni del servizio che hanno svolto in modo onorevole fino ad vari decenni fa. Sono monumenti per ricordare una storia passata da non dimenticare.

Dal nostro treno scendono due coppie di ragazzi con lo zaino. Viaggiano così, senza tempo. Aspettano l’autobus. Mi dicono che andranno a Cagliari.

Due ferrovieri discutono concitatamente del Mondiale. Sono arrivato. Solo il frinire delle cicale nella calura mi fa compagnia. Aspetto il treno per il ritorno.

Alcune foto sono state fatte in momenti diversi

Altre informazioni su https://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Mandas-Arbatax e su http://www.treninoverde.com/

Una bella carta interattiva della Sardegna http://www.sardegnasentieri.it/mappa-interattiva

Emozione Cho Oyu

La montagna dell’amicizia

di Massimo Buffetti versione integrale dell’articolo pubblicato sull’annuario 2019

Mito e sacralità
Il Cho Oyu ha fatto la sua comparsa nei miei pensieri per il tramite di chi ne descrisse la salita durante delle serate di montagna, diversi anni fa. Due giovani alpinisti ‘in carriera’ in un caso e la moglie di un grandissimo alpinista prematuramente scomparso in un incidente di montagna, nell’altro.

Cho Oyu
(altro…)

Voce del verbo andare

La strada la scopri mentre sei in cammino

Testo di Caterina Borrello e Francesco Del Perugia

“Laboratorio stupefacente” realizzato tra il Servizio Dipendenze area minori e giovani adulti UFS Ser D Q3- Q4 Firenze , il CAI gruppo Montagna Terapia e Associazione Progetto Villa Lorenzi

Da alcuni anni il SerD UFS Q3 Q4 di Firenze ha elaborato e sviluppato uno specifico percorso di cura e riabilitazione per giovani utenti ( target 15-25 anni) con problematiche di dipendenza.

Il percorso si compone di diverse e progressive attività progettate tenendo conto delle specifiche caratteristiche del periodo evolutivo e della differente gravità della problematica relativa alla dipendenza.

Questo Laboratorio Riabilitativo Sperimentale Integrato è stato organizzato nell’ ambito delle attività terapeutico-riabilitative che si propongono ai giovani tossicodipendenti, avvalendosi della collaborazione di Enti del Privato- Sociale (Associazione progetto Villa Lorenzi) e di diverse Associazioni che gravitano nell’area socio-ricreativo e culturale.

Il Laboratorio è rivolto a giovani tossicodipendenti che si trovano in una posizione di collaborazione e consapevolezza rispetto alla cura e che sono riusciti a stabilizzarsi sotto il profilo tossicologico, mostrando così segni prognosticamente positivi ad un trattamento territoriale non residenziale.

Durante lo svolgimento del Laboratorio riabilitativo integrato sono previste alcune attività “straordinarie” a forte impatto emotivo che abbiamo chiamato evocativamente “Laboratori Stupefacenti”.

Uno di questi laboratori è quello denominato “Esercizi di resilienza” che viene svolto in fase iniziale del processo di cura con lo scopo di aumentare la motivazione oltrechè di avviare una riflessione consapevole della necessità di fortificarsi per cambiare.

Tra gli esercizi previsti significativi per aumentare la possibilità di divenire resilienti e, perciò di gestire e trasformare le avverse condizioni di partenza, vi è quello relativo ad “allenare il corpo” .

L’esercizio prevede una uscita in montagna che chiamiamo la “camminata terapeutica” organizzata su un percorso che include più tappe con diversi gradi di difficoltà. Per svolgere questa attività nell’estate del 2017 abbiamo chiesto la collaborazione del CAI sezione di Firenze trovando nel gruppo “Montagna per tutti” un valido supporto.

Aldo Terreni e Eleonora Bettini sono stati i nostri interlocutori nonchè guide e accompagnatori disponibili e professionali. Con loro abbiamo, successivamente, organizzato e condiviso insieme all’ Associazione Villa Lorenzi un più strutturato “ Laboratorio Stupefacente” denominato”voce del verbo andare: la strada la scopri mentre sei in cammino”.

Il “laboratorio stupefacente voce del verbo andare” ha coinvolto 11 giovani nella fase finale del percorso riabilitativo che hanno potuto vivere un’esperienza molto intensa e concentrata di viaggio alla scoperta della montagna e del camminare comprendendone la straordinaria valenza educativa.

Il progetto si è svolto da gennaio a luglio 2018mediante l’organizzazione di momenti formativi svolti prevalentemente con modalità out-door. Si sono sfruttati diversi contesti ambientali nei quali i ragazzi hanno potuto apprendere le nozioni basilari dell’alpinismo sviluppando nel contempo una sempre maggiore consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti ed approfondendo l’importanza del fare squadra, muovendosi in sicurezza e responsabilità.

Siamo partiti con degli incontri di conoscenza e riflessione utilizzando uno scritto- testimonianza di un giovane, oggi operatore di una comunità e skipper professionista. Abbiamo voluto che questo scritto rappresentasse una sorta di “manifesto del nostro andare” e ne riportiamo qui l’ incipit che dà la ragione della nostra scelta: “Ci vuole tempo e fiducia, forza e speranza, consapevolezza, perseveranza.

Bisogna fermarsi, chiudere gli occhi e dire a chi ti sta più vicino: “guidami tu, io adesso non ce la faccio”………………….

Promuovendo questi valori e questo spirito, abbiamo sperimentato e vissuto tutte le attivita proposte.

Ed ecco le nostre uscite:

  • arrampicate indoor (palestra del Mandela forum a Firenze) e outdoor Falesia di Monsulmanao (PT)
  • discesa in Grotta del Chiostraccio nel Senese
  • ferrata del Monte Forato sulle montagne Apuane
  • due gg nell’appennino Tosco Emiliano con pernottamento al Rifugio Duca Degli Abbruzzi

Nelle uscite oltre alla presenza di Aldo Terreni ed Eleonora Bettini sono stati presenti vari volontari del CAI con cui abbiamo condiviso l’esperienza. E’ stata una presenza preziosa e molto positiva non solo per l’aspetto tecnico (necessario e fondamentale!) ma soprattutto per quello relazionale.

Ogni uscita è stata caratterizzata da un briefing iniziale e da un momento di gruppo finale in cui si sono condivisi i vissuti della giornata.

Ci piace concludere con queste due citazioni:

“Nelle montagne troverete il coraggio per sfidare i pericoli,ma imparerete pure la prudenza e la previdenza per superarli incolumi..” Quintino Sella (fondatore del CAI)

La montagna più alta rimane dentro di noi” Walter Bonatti.

Caterina Borrello – Psicologa e Piscoterapeuta Responsabile del percorso minori e giovani del UFS SerD B Q3 e Q4

Francesco Del Perugia – Educatore Professionale UFS SerD B Q3 e Q4