Cari soci e cari amici,pubblichiamo l'Annuario 2025 già distribuito ai soci a fine anno scorso. In esso troviamo articoli che rispecchiano la vita e l'attività della Sezione durante lo scorso[...]
di Massimo Buffetti versione integrale dell’articolo pubblicato sull’annuario 2019
Mito e sacralità Il Cho Oyu ha fatto la sua comparsa nei miei pensieri per il tramite di chi ne descrisse la salita durante delle serate di montagna, diversi anni fa. Due giovani alpinisti ‘in carriera’ in un caso e la moglie di un grandissimo alpinista prematuramente scomparso in un incidente di montagna, nell’altro.
Testo di Caterina Borrello e Francesco Del Perugia
“Laboratorio stupefacente” realizzato tra il Servizio Dipendenze area minori e giovani adulti UFS Ser D Q3- Q4 Firenze , il CAI gruppo Montagna Terapia e Associazione Progetto Villa Lorenzi
Da alcuni anni
il SerD UFS Q3 Q4 di Firenze ha elaborato e sviluppato uno specifico percorso
di cura e riabilitazione per giovani utenti ( target 15-25 anni) con
problematiche di dipendenza.
Il percorso si
compone di diverse e progressive attività progettate tenendo conto delle
specifiche caratteristiche del periodo evolutivo e della differente gravità della
problematica relativa alla dipendenza.
Questo
Laboratorio Riabilitativo Sperimentale Integrato è stato organizzato nell’
ambito delle attività terapeutico-riabilitative che si propongono ai giovani
tossicodipendenti, avvalendosi della collaborazione di Enti del Privato- Sociale
(Associazione progetto Villa Lorenzi) e di diverse Associazioni che gravitano nell’area
socio-ricreativo e culturale.
Il Laboratorio è
rivolto a giovani tossicodipendenti che si trovano in una posizione di collaborazione
e consapevolezza rispetto alla cura e che sono riusciti a stabilizzarsi sotto
il profilo tossicologico, mostrando così segni prognosticamente positivi ad un
trattamento territoriale non residenziale.
Durante lo
svolgimento del Laboratorio riabilitativo integrato sono previste alcune
attività “straordinarie” a forte impatto emotivo che abbiamo chiamato
evocativamente “Laboratori Stupefacenti”.
Uno di questi laboratori
è quello denominato “Esercizi di resilienza” che viene svolto in fase iniziale del
processo di cura con lo scopo di aumentare la motivazione oltrechè di avviare una
riflessione consapevole della necessità di fortificarsi per cambiare.
Tra gli esercizi previsti significativi per aumentare la possibilità di divenire resilienti e, perciò di gestire e trasformare le avverse condizioni di partenza, vi è quello relativo ad “allenare il corpo” .
L’esercizio prevede
una uscita in montagna che chiamiamo la “camminata terapeutica” organizzata
su un percorso che include più tappe con diversi gradi di difficoltà. Per
svolgere questa attività nell’estate del 2017 abbiamo chiesto la collaborazione
del CAI sezione di Firenze trovando nel gruppo “Montagna per tutti”
un valido supporto.
Aldo Terreni e
Eleonora Bettini sono stati i nostri interlocutori nonchè guide e
accompagnatori disponibili e professionali. Con loro abbiamo, successivamente,
organizzato e condiviso insieme all’ Associazione Villa Lorenzi un più strutturato
“ Laboratorio Stupefacente” denominato”voce del verbo andare: la strada la
scopri mentre sei in cammino”.
Il
“laboratorio stupefacente voce del verbo andare” ha coinvolto 11
giovani nella fase finale del percorso riabilitativo che hanno potuto vivere un’esperienza
molto intensa e concentrata di viaggio alla scoperta della montagna e del
camminare comprendendone la straordinaria valenza educativa.
Il progetto si è svolto da gennaio a luglio 2018mediante
l’organizzazione di momenti formativi svolti prevalentemente con modalità
out-door. Si sono sfruttati diversi contesti ambientali nei quali i ragazzi
hanno potuto apprendere le nozioni basilari dell’alpinismo sviluppando nel
contempo una sempre maggiore consapevolezza delle proprie capacità e dei propri
limiti ed approfondendo l’importanza del fare squadra, muovendosi in sicurezza e
responsabilità.
Siamo partiti con degli incontri di conoscenza e riflessione utilizzando uno
scritto- testimonianza di un giovane, oggi operatore di una comunità e skipper
professionista. Abbiamo voluto che questo scritto rappresentasse una sorta di
“manifesto del nostro andare” e ne riportiamo qui l’ incipit che dà la ragione della
nostra scelta: “Ci vuole tempo e
fiducia, forza e speranza, consapevolezza, perseveranza.
Bisogna fermarsi, chiudere gli occhi e dire
a chi ti sta più vicino: “guidami tu, io adesso non ce la faccio”………………….
Promuovendo questi
valori e questo spirito, abbiamo sperimentato e vissuto tutte le attivita proposte.
Ed ecco le
nostre uscite:
arrampicate
indoor (palestra del Mandela forum a Firenze) e outdoor Falesia di Monsulmanao
(PT)
discesa
in Grotta del Chiostraccio nel Senese
ferrata
del Monte Forato sulle montagne Apuane
due
gg nell’appennino Tosco Emiliano con pernottamento al Rifugio Duca Degli Abbruzzi
Nelle uscite oltre alla presenza di Aldo Terreni ed Eleonora Bettini sono stati presenti vari volontari del CAI con cui abbiamo condiviso l’esperienza. E’ stata una presenza preziosa e molto positiva non solo per l’aspetto tecnico (necessario e fondamentale!) ma soprattutto per quello relazionale.
Ogni uscita è
stata caratterizzata da un briefing iniziale e da un momento di gruppo finale
in cui si sono condivisi i vissuti della giornata.
Ci piace
concludere con queste due citazioni:
“Nelle
montagne troverete il coraggio per sfidare i pericoli,ma imparerete pure la
prudenza e la previdenza per superarli incolumi..” Quintino Sella
(fondatore del CAI)
“La montagna più
alta rimane dentro di noi” Walter Bonatti.
Caterina Borrello – Psicologa e
Piscoterapeuta Responsabile del percorso minori e giovani del UFS SerD B Q3 e
Q4
Francesco Del Perugia –
Educatore Professionale UFS SerD B Q3 e Q4
Racconto di Armando Ermini; approfondimenti, introduzione e foto di Alfio Ciabatti
Continua il nostro percorso sulle tracce della prima guerra mondiale. Il 2018 segna il centenario della fine del conflitto e dopo aver visitato il teatro della guerra bianca e il Pasubio, era doveroso e interessante visitare il fronte sull’Isonzo sul Carso dove furono combattute le grandi e decisive battaglie della Grande Guerra. Battaglie diverse da quelli ottocentesche, sia per la staticità che per l’utilizzo delle nuove armi come la mitragliatrice e le artiglierie che comportarono una grande quantità di caduti. L’obiettivo dell’escursione del 13 e 14 ottobre 2018 erano i luoghi di due personaggi: Niccolò Gavotti e Giuseppe Ungaretti, persone molto diverse ma ambedue con i valori del tempo, che hanno lasciato il segno nella oramai labile storia del grande conflitto.
In una galleria del monte Sabotino
Il Carso è una propaggine orientale delle Alpi. Si estende tra il nord-est dell’Italia tra le province di Gorizia e Trieste e la Slovenia e Croazia. Questa zona, composta prevalentemente di rocce calcaree, ha rilievi poco elevati e tondeggianti. È attraversato dal fiume Isonzo che prima di arrivare a Gorizia, ne incide in modo evidente il territorio. Dalla conca di Plezzo al monte Sabotino, che domina le basse colline davanti a Gorizia, l’Isonzo scorre tra ripidi versanti. Prima dell’inizio del primo conflitto mondiale, corrispondeva pressoché al confine fra Regno d’Italia e Impero Austro-Ungarico. Nell’approssimarsi del conflitto, l’area isontina fu individuata dal Regio Esercito il logico possibile punto di sfondamento verso Trieste e la Dalmazia e le pianure dell’est dell’Impero Austro-Ungarico. Il resto del confine essendo in zona alpina aveva caratteristiche non adatte al movimento delle grandi unità da combattimento. Intorno a questo fiume si svolsero le 12 cruente battaglie che presero il nome appunto dall’Isonzo, con i maggiori dispendi di vite umane da ambo le parti.
Pasubio, Grappa, Adamello, Isonzo, Piave, Sabotino, San
Martino, sono nomi che a me, che ho frequentato le elementari negli anni
cinquanta, erano già noti da quell’epoca. Ma, appunto, erano solo nomi. E tali,
o poco più, erano rimasti anche quando iniziai a frequentare quelle montagne. Percepivo
con distacco il periodo della Grande Guerra, anche per contrarietà ideologica. Mio padre possedeva diversi libri
sull’argomento, una quindicina, e non mi capacitavo del perché fosse così
appassionato; proprio lui, uomo così pacifico che quando mia madre si spaventava
per un geco o un ragno su una parete di cucina, li poggiava delicatamente fuori
dalla finestra dicendo «anche tu hai diritto di vivere». Dopo la sua morte avvenuta nel 1996, in modo
(apparentemente) casuale iniziai a sfogliarne uno, Le scarpe al sole, di Paolo Monelli, e di colpo capii. Quei luoghi
iniziarono a prendere forma, e in qualche modo vita. Non si trattava tanto di
battaglie, tattiche e strategie militari, ma di storie di uomini che vivevano
in condizioni durissime, mandati a combattere, magari dalla lontana Calabria o
Sicilia, contro altri uomini come loro, con gli stessi pensieri per la moglie,
i figli, la morosa, o i più fortunati anche per la mucca da mungere o la
botteguccia artigiana lasciata a se stessa. La guerra di trincea (spesso poche
decine di metri separavano quelle nemiche) e gli assalti alla baionetta, si
risolvevano per lo più in terribili, e militarmente inutili, carneficine, ma
paradossalmente avevano il merito di costringere i soldati avversari a
guardarsi negli occhi e scorgere in quelli altrui la stessa propria umanità. Molta
è la differenza rispetto a un colpo di fucile di precisione da grande distanza,
più ancora rispetto a un bersaglio inquadrato su uno schermo quasi fosse
virtuale, un video gioco, insomma.
E quei soldati spesso analfabeti, intuivano così bene di
dover uccidere o essere uccisi da uomini come loro, che nella Grande Guerra gli
episodi di solidarietà umana fra nemici furono innumerevoli e commoventi. Non
c’è spazio per raccontarne qualcuno, ma varrebbe davvero la pena.
È con questo spirito che ho vissuto i due giorni sul
Carso, tra la Slovenia e il Friuli, ove non ero mai stato, e ringrazio il CAI
di Firenze per le meritorie iniziative a ricordo di quegli anni ormai lontani
ma sempre tanto significativi per la nostra storia. Camminare non è solo
attività ginnica o sportiva, ma è attraversare spazi e luoghi che la natura e gli
uomini modificano in continuità; come sul Carso, tanto da rendere difficile immaginarlo
brulla pietraia com’era un secolo orsono. Natura e uomini: dal rapporto che si
instaura fra di essi nasce la cultura umana.
Bene fa dunque il CAI a espandere in questa direzione il senso e il
significato del camminare: vivere la natura (bellissima quella carsica coi suoi
stupefacenti colori autunnali) e la storia, ossia la cultura dei luoghi che si
attraversano: memoria di antichi e ormai scomparsi mestieri come sulla Apuane,
memoria di una delle più grandi tragedie dell’umanità come appunto sulle Alpi o
intorno all’Isonzo.
Il Sabotino. Primo giorno.
Camminando nelle vecchie trincee italiane sul Sabotino Il crinale del Sabotino che degrada con la scarpata verso l’Isonzo sottostante
Grazie all’amico triestino Sergio Stibelli della Sezione «XXX Ottobre» del CAI di
Trieste, un singolare fisico prestato alla storia così competente e
appassionato da aver riscoperto personalmente alcune vestigia dimenticate e su
cui la natura ha ripreso i suoi «diritti», abbiamo potuto visitare punti non visibili dal
sentiero di cresta che abbiamo percorso, e conoscere meglio ciò che i nostri
occhi vedevano sì, ma senza poter capire fino in fondo: camminamenti, caverne,
trincee, postazioni d’artiglieria, posti d’osservazione. E immaginare come
potevano sentirsi quegli uomini in quei luoghi e in quel tempo: l’ansia prima
dell’assalto alla baionetta, la paura da ricacciare indietro, i colpi di
mitragliatrice che ti sfiorano e colpiscono il commilitone accanto, ma anche la
vita nelle baracche, i piccoli problemi quotidiani, le pulci, la sete per la
carenza d’acqua. Percorso bello e appagante anche dal punto di vista
paesaggistico, con in basso la vista dell’Isonzo incassato fra i ripidi pendii
del Sabotino, e dall’altro lato i monti San Gabriele, Monte Santo, Vodice e Kuk,
mentre sullo sfondo si stagliano le Alpi Giulie con il Triglav e il Canin. Poi,
dopo l’escursione, l’interessantissima proiezione di diapositive con foto
d’epoca, dati, spiegazioni ecc., sempre a cura di Sergio. Ed infine l’ottima
cena all’agriturismo, preceduta dalla «problematica» distribuzione dei
partecipanti nelle camere ad opera di Italo, impegnato ad aggregare, unire,
dividere e riaggregare secondo lo status familiare, il sesso, la propensione a
russare e così via, con l’ineliminabile limite della matematica; per cui,
poiché le coppie non intendevano (misteriosamente, dato le lunghe convivenze) scoppiarsi, non restava scampo: una
signora avrebbe dovuto condividere la camera con due uomini. La gentile signora
in questione (si dice il peccato, non il peccatore) ha chiesto e ottenuto una
diversa sistemazione, sottovalutando una occasione irripetibile e unica.
Il monte Sabotino (609 mt) è una montagna che sovrasta la piana di Gorizia distinguendosi dai rilevi intorno per la sua forma evidente. Durante la Grande Guerra per via della sua posizione strategica, rappresentava un punto chiave della difesa Austro-Ungarica e già da prima dell’inizio delle operazioni belliche, fu fortificato con caverne e osservatori. I soldati austriaci costruirono una centrale idroelettrica sul sottostante Isonzo che produceva l’elettricità necessaria per le comunicazioni, le perforatrici, le pompe per l’acquedotto, la ventilazione e l’illuminazione e altri servizi. Per portare viveri e munizioni alle truppe, fu realizzata una funicolare su rotaie per il trasporto di merci dalla valle del fiume Isonzo e una «mulattiera» che saliva da Salcano (Solkan) sul versante nord-orientale. Questa situazione durò fino al 6 agosto del 1916 quando il Sabotino fu conquistato dagli italiani durante la sesta battaglia dell’Isonzo. Subito dopo, da parte degli italiani fu necessario rinforzare le posizioni. L’incarico fu dato al capitano del Genio ing. Niccolò Gavotti. Costui, ingegnere di nobile casata e brillante ufficiale seppure di complemento, riuscì, malgrado forti resistenze interne, a convincere gli alti gradi dell’esercito sull’efficacia del suo concetto di fortificazione per l’artiglieria in caverna. Con la Compagnia Lavoratori che prenderà il suo nome, unico esempio nel conflitto, realizzò sul Sabotino e poi sul Grappa due imprese apparentemente impossibili: allestire i più grandi apprestamenti difensivi del 1915-‘18 in tempi molto ristretti. Nei giorni successivi la conquista del Sabotino, nel mese di agosto 1916, con la sua compagnia, costruì la strada carrareccia lunga 16Km che da Podsenica arrivava fino alla quota 535. La strada fu costruita, nel tempo record di soli 16 giorni. Gli zappatori, così allora si chiamavano i genieri, della sua compagnia, a quota 500 modificarono l’esistente sistema di gallerie austriache, in caverne per cannoni (le cannoniere) con le feritoie rivolte verso il Monte Santo e il San Gabriele. Nel particolare sistema di gallerie che prese il nome di «Gallerie delle otto cannoniere», furono posizionati vari cannoni da 105/28 e 75/27. Si racconta che le bocche da fuoco una volta posizionate all’interno, all’inizio delle operazioni non avessero ancora la feritoia aperta verso l’obiettivo ma solo un sottile diaframma di roccia per mascherare la posizione all’avversario. All’alba del 12 maggio del 1917, inizio della Decima battaglia dell’Isonzo, la sottile parete di roccia fu demolita e i cannoni iniziarono il tiro verso il Kuk, Vodice, Monte Santo e il San Gabriele cogliendo di sorpresa gli austriaci. Dopo il novembre 1917 con la ritirata di Caporetto le postazioni furono abbandonate.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, con la firma del trattato di Parigi nel 1947, il Sabotino fu diviso tra Italia e Jugoslavia a cui subentrò nel 1991 la Slovenia. Da allora il Sabotino è un parco naturale dove storia e natura si fondono in modo armonioso.
Nel museo di Redipuglia
Monte San Michele e Redipuglia. Secondo giorno.
Giornata, direi, evocativa e meditativa ancor più della
prima. Ancora trincee e caverne italiane ed austriache, e affusti di cannone e residui
di acquartieramenti nella roccia e di impianti logistici militari, certamente.
Ma la visita al Sacrario di Redipuglia per quanto limitata dai lavori in corso,
al limitrofo colle di Sant’Elia costellato di lapidi e sculture, alla modesta
elevazione del vicino monte di San Michele dove è situato il parco dedicato al
poeta Ungaretti che in quei luoghi combatté, ai piccoli ma numerosi musei di
guerra sparsi su tutto il territorio, evocano pensieri su quanto sia tragica la
guerra e quanto importante la pace. Ma soprattutto debbono accomunare tutti i
caduti di tutte le parti, indistintamente, nella memoria di quegli anni tragici
e dolorosi, e nell’omaggio doveroso che loro si deve. Il sentimento di amor
patrio è lodevole e giusto se include il rispetto rigoroso per il simmetrico
sentimento altrui, senza mai sfociare in malinteso e asfittico nazionalismo.
Sul sentiero di crinale del Sabotino (sentiero della pace)
Diciamolo, allora: le frasi scolpite sulle numerose
lapidi, sui cippi ricordo ecc., sono alle volte ammantate di una retorica che
stona ormai alle nostre orecchie. Ma è anche vero che se la retorica di allora
e degli anni seguenti fu eccessiva, ancor più sbagliato è il nostro disincanto
del mondo, il disinteresse per la memoria storica, quasi fossimo schiacciati
solo sul presente, e come se il futuro potesse avere una direzione consapevole
senza i sedimenti del passato.
Una celebre frase di Bertold Brecht recita, «beati i popoli che non hanno bisogno di eroi». Credo che quella frase sia forse infelice e irrealistica. Piuttosto, «beati i popoli che hanno eroi quando c’è bisogno», perché prima o poi quel tipo d’uomo necessita. Eroi, però, non nel senso di micidiali e insensibili macchine da guerra, bensì uomini normali che sappiano trovare dentro di sé il coraggio e la determinazione necessari al momento giusto, che sappiano praticare le virtù (da vir-uomo) virili del coraggio e dell’onore, ma che mai perdano il senso di umanità anche quando, come talvolta necessario, usano la forza. Eroi controvoglia, mi viene da dire, e forse per questo ancor più eroi. Ho sempre preferito Ettore, che adempie al suo dovere civile recandosi al duello con l’invincibile Achille (il guerriero per antonomasia animato da furor belli), sapendo che sarebbe morto e lasciato soli l’amata Andromaca e il figlioletto. Di questi eroi normali ce ne furono molti, allora, ed è stato giusto ricordarli ricalcando coi nostri confortevoli scarponi quelle orme impresse in ben altre e tragiche circostanze.
I baraccamenti austriaci restaurati sotto la cima del SabotinoSergio Stibelli mentre spiega le operazioni belliche sul Sabotino Lungo il sentiero della Pace
Nel furore dei combattimenti sotto il monte San Michele nei pressi di Gorizia, combatté il soldato e poeta Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto 1888 – Roma 1970). Arruolatosi come interventista convinto, nelle trincee sotto il monte San Michele prese coscienza della drammaticità della guerra abbandonando presto i suoi propositi. Ungaretti da sensibile letterato, nel fango delle trincee comprese la fragile condizione dell’essere soldato e la fraternità che si creava nella sofferenza nell’estrema precarietà della situazione. In quei difficili momenti scaturirono alcune delle più toccanti fra le sue poesie. Durante i brevi periodi di riposo tra i combattimenti, iniziò a scrivere su foglietti di vario genere una sorta di diario in forma di poesia. Erano poche ma significative parole con annotata la data e il luogo. Il tenente Ettore Serra anche lui letterato, conosciuto in quei momenti che diventò poi suo amico, dopo avere letto le poesie, lo convinse a farsi consegnare gli scritti per raccoglierli e nel 1916 ne fece stampare a Udine una raccolta di 80 copie con il titolo «Il Porto Sepolto». Al suo interno erano comprese 29 poesie, alcune divenute poi famosissime come «San Martino del Carso».
San Martino del Carso
Di queste case Non è rimasto Che qualche Brandello di muro Di tanti Che mi corrispondevano Non è rimasto Neppure tanto Ma nel cuore Nessuna croce manca È il mio cuore Il paese più straziato
La famosa poesia San Martino del Carso scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1916 nei momenti di riposo nelle trincee sotto il Sabotino.
Lapide sul Monte San Michele posata dagli ungheresi dove si ricordano i soldati dei due schieramenti caduti nel compimento del loro dovere come importante monito alle future generazioniLa desolazione durante il conflitto. Rovine del paese di San Martino del Carso – Bologna, Museo Civico del Risorgimento Civili e soldati verso il San Michele. La località è il costone denominato “Le Rocce Rosse” dal quale muoverà l’avanzata verso il San Michele che sarà conquistato dagli italiani il 6 agosto 1916. Foto dalla rivista L’Illustrazione Italiana, 27 febbraio 1916. Bologna, Museo Civico del Risorgimento La prima pagina del Resto del Carlino del 14 agosto 1916 dove con l’enfasi del tempo si comunicava l’andamento delle battaglie sul Carso. Bologna, Museo Civico del Risorgimento
Pianto la picca, salgo con i piedi e poi
ripianto anche l’altra picca. Finalmente sono nei pressi della fine del muro di
ghiaccio, la vite ben piantata non troppo più in basso dei miei ramponi mi dà
sicurezza, ma preferirei averne messa un’altra; pace, altri due passi e sono
fuori. Salgo e finalmente vedo il canale che si appoggia sempre di più di
fronte a me. In un attimo si alza il vento e mi ritrovo sotto uno spindrift*
incredibile; la neve che scendeva in una calma
irreale fino a qualche momento fa adesso si sta riversando sopra di me. La
maschera non serve più già da un paio di tiri dato che si è appannata e poi
ghiacciata; il guscio che mi sono aperto durante l’avvicinamento sta
accogliendo tutta la neve che scende. Chiudo gli occhi per evitare che ci entri
la neve e impreco in silenzio per la situazione in cui mi trovo. Vorrei issarmi
sopra nel canale e togliermi da quel getto di neve ma non riesco a vedere
niente. Continuo a imprecare, dentro di me incolpo i due inglesi con cui
abbiamo discusso a Peretola, gli aeroporti, Lufthansa e i lost baggage, la
bella giornata perduta aspettando i bagagli, la visita al lago di Loch Ness
(bello eh, ma ne facevo anche a meno), il ciccione sudato che mi ha dormito
vicino e tutte le sventure vissute in solo due giorni. Incolpo tutto questo.
Forza, esci da qua!
Apro gli occhi.
Sulle ciglia mi si è incrostato un po’ di
ghiaccio, il fiume di neve continua a scendere. Ripianto le picche ed esco,
faccio una sosta e recupero Checco. In due tiri siamo fuori, il vento si è
calmato ed è uscito il sole. Siamo in vetta al Ben Nevis il primo giorno
effettivo di scalata.
Siamo felicissimi e penso a dove possono
essere Simo, la Cri e il Biancio; speriamo si siano goduti questa giornata.
Dopo tutte le tensioni legate alla perdita dei bagagli ci meritiamo un premio.
Arriviamo allo shelter che c’è in vetta, la
foto è d’obbligo e via in discesa. Freddo, tempo bello e vento quasi assente;
cosa chiedere di più?
Vicino al cic hut, il bivacco dove dormiremo
per tutta la settimana, incontriamo gli altri di ritorno da una bella via
seguita da una veloce discesa per poi salire un’altra cascatina più breve.
Entriamo dentro e finalmente per la prima volta da quando siamo partiti si
dipingono sui nostri volti dei sorrisi. Sorrisi di soddisfazione per la bella
giornata passata. La serata scorre via veloce, mangiamo, scherziamo, prendiamo
per il culo e assegniamo nomignoli a chiunque sia nel bivacco. Anche se dal
giorno dopo il meteo annuncia allerta rossa e temperature percepite prossime ai
-30 non ci scoraggiamo; armati di guide e foto studiamo le vie che ci
interessano. Poco tempo dopo siamo tutti a letto, vicini per i letti minuscoli
e ancor più vicini per le quattro persone di troppo all’interno del bivacco.
Il secondo giorno di scalata (terzo, se contiamo il canale che abbiamo fatto lunedì dopo 1300 metri di dislivello carichi come muli di viveri e materiale) si prospetta assai duro. Il vento ci mette in seria difficoltà anche a camminare e, essendo la via che abbiamo scelto sulla parete più esposta al vento, annulliamo quella salita. Ci spostiamo nella valle adiacente e mentre io e Checco saliamo una bella cascatina di due tiri, gli altri vanno in vetta per una bella classica.
Usciti dalla cascata ci troviamo in mezzo a
raffiche mostruose che sembra ci vogliano strappare dalla parete insieme a
quella misera sosta alla quale siamo legati. Aspettiamo qualche istante distesi
sul pendio, e guardandoci senza dire niente capiamo che scendere dal percorso
prefissato è troppo pericoloso. In un attimo in cui il vento si calma mi slego
dalla sosta e inizio a correre nel canale sopra di noi che conduce al plateau
sommitale, facile ma comunque esposto. Corro fino a fine corda mentre il vento
ricomincia a soffiare. Checco parte in conserva dietro di me e mi segue fino a
quando, sputando i polmoni e con i polpacci in fiamme sono costretto a fermarmi
su un lato del canale cercando di farmi ancora più piccolo per riparami dalle
ventate. Sono ancora a riprendere fiato quando vengo raggiunto e superato dal
mio super-compagno che in un attimo supera il tratto finale del canale, quello
più ripido, oltrepassa la cornice e mi recupera quasi fossi un bambolotto.
Dieci minuti dopo scopriamo che purtroppo il
bivacco di vetta è pieno di scozzesi; velocemente apriamo la tendina di
emergenza e ci chiudiamo dentro. Ci rendiamo veramente conto del freddo che fa,
quando uscendo dalla tendina notiamo che il tè bollente caduto poco prima su
uno scarpone è diventato una crosta di ghiaccio.
Un’ora dopo e 500 metri più in basso ci
stiamo riprendendo tutti insieme con whiskey, salame e pecorino.
L’ultimo giorno di scalata inizia con il
meteo peggiore e questo viene confermato dagli scozzesi che rientrano al caldo
senza aver fatto niente poco dopo le nove. Con questo brutto segnale usciamo
con aria mesta e senza grandi obiettivi. Passando sotto la parete però mentre
salutiamo gli altri che hanno optato per una via decisamente più dura di quelle
fatte nei giorni passati, veniamo attratti da quello stretto rigagnolo che ci
ha “chiamato” fin dal primo giorno quando l’abbiamo visto. Avendolo lasciato
fare nei giorni precedenti a causa del grado più elevato, ma forti del fatto
che abbiamo preso dimestichezza con questo particolare ghiaccio, decidiamo di attaccare; con una punta di incoscienza
realizziamo la via più impegnativa della settimana.
Rientrati tutti nel rifugio, coscienti del
fatto che non avremmo ritoccato le picche il giorno seguente ci diamo alla
pazza gioia cucinando tutto ciò che ci è rimasto e offrendo agli scozzesi una
super cena italiana.
Con l’ultimo giorno diciamo “arrivederci” a questa incredibile montagna scozzese e torniamo nella civiltà dove festeggiamo con birre, shopping, biliardo e freccette (dai quali ovviamente esco vincente), ma soprattutto con la prima meravigliosa doccia dopo quasi una settimana.
IL BEN di Simone Faggi
Il Ben, come chiamato dai locali, si trova nelle Highlands scozzesi, vicino alla città di Fort William. Alto 4406 piedi (1344 metri), è la montagna più alta delle isole britanniche, ma l’interesse alpinistico per il Ben Nevis non è la quota bensì il roccioso e articolato versante nordest, con speroni, pareti, creste e canali (gullies) più o meno ripidi, che d’inverno si incrostano di neve e ghiaccio formando itinerari invernali da salire con piccozze e ramponi.
Per la sua
vicinanza al mare e la sua altezza è esposto a frequenti perturbazioni e
continui mutamenti delle condizioni meteo: la cima è un ampio pianoro spesso
avvolto nella nebbia o battuto da forti venti e può presentare notevoli
difficoltà di orientamento in caso di scarsa visibilità. Alla base della
parete
nordest, a circa 680 metri di quota, si trova la CIC Hut, un rifugio di
proprietà dello Scottish Mountaineering Club, base ideale per gli scalatori. Il
Ben Nevis è uno dei luoghi storici dell’arrampicata su ghiaccio e sui suoi
fianchi sono stati tracciati centinaia di itinerari di tutte le difficoltà, dal
classico all’estremo.
Testo di Chiara Mignani, Simona Vanni, Chiara Selmi
Le gite sezionali che non si risolvano in una scampagnata sono sempre un po’ una brutta bestia. È difficile gestire tante persone tutte insieme; diverse sono le capacità tecniche di ciascuno, diversa è la preparazione atletica, diverse sono le aspettative e gli interessi; e poi – diciamocelo francamente – la divisione fra gita “A” e gita “B” spesso proposta per far numero viene di regola intesa come divisione fra quelli che son bravi e quelli che lo sono meno.
In cima all’Angelo Piccolo
Quest’anno, rincuorati dal buon esito complessivo e dalle soddisfazioni personali dei partecipanti alla gita dell’anno scorso al Bivacco Sberna, abbiamo provato a mettere a punto qualcosa di diverso: un’unica gita dal punto di vista logistico però con tre destinazioni autonome, tutte e tre oltre i “tremila”, diverse per caratteristiche ma accumunate dalla bellezza dei luoghi e dalla necessità di un’adeguata preparazione.
Così il gruppo diretto all’Angelo Piccolo vedeva gli amici in cammino verso l’Angelo Grande- A. Ciabatti
C’abbiamo creduto e con serietà
abbiamo organizzato nel dettaglio ciascun itinerario, consapevoli che la
montagna è sempre la stessa, ciò che cambia sono le caratteristiche oggettive
di ciascun contesto e le capacità tecniche di affrontarle
Punto d’appoggio il Rifugio Serristori a Solda, in valle di Zai; obbiettivi per il giorno dopo la salita all’Angelo Piccolo (in 12, 3318 metri, EE – A – I – F+), la Croda di Cengles per la ferrata (in 11, 3375 metri, classificata abbastanza impegnativa), e poi all’Angelo Grande con la traversata della vedretta di Lasa (in 15, 3521 metri, nel complesso valutabile EEA – AG – II – PD). Chi può descrivere la salita meglio di chi l’ha fatta? Lasciamo loro la parola.
IL MIO PRIMO GHIACCIAIO di Chiara Mignani
Finalmente ho fatto la mia prima salita su di un ghiacciaio! Che meraviglia! Anche se un semplice ghiacciaio che a detta degli accompagnatori non presentava grosse difficoltà tecniche, sono riuscita a concretizzare un desiderio che da tempo avevo in mente. Grazie agli organizzatori di questa bellissima uscita, finalmente si è presentata l’occasione che non mi sono fatta scappare, nonostante dubbi e perplessità che vengono in mente quando devi affrontare qualcosa di nuovo, ma la curiosità e la voglia di sperimentare hanno avuto la meglio sulla decisione di tentare. Il gruppo era numeroso, composto principalmente da partecipanti che già avevano esperienza e con pochi altri che, come me, erano alle prime armi.
Ultimi passi sulla Vedretta di Lasa prima di raggiungere il Passo di Rosim – A. Mattioli
Un gruppo
che da subito ha dimostrato attenzione e disponibilità nel dare consigli e aiutare
nei passaggi più impegnativi i meno esperti come me.
Dopo una concitata preparazione mattutina di tutti e un’abbondante colazione, siamo partiti di buon’ora, com’è consueto per chi pratica alta montagna e ci siamo messi in cammino sul sentiero che per blocchi di pietra e piccoli nevai, ci ha condotto alla base del ghiacciaio. L’avvicinamento è stato emozionante. Tra meraviglia e stupore, quello che da lontano sembrava essere un piccolo ghiacciaio, man mano che si avanzava, diventava sempre più ampio e verticale. Una distesa di neve bianca e compatta quasi incontaminata, tanto da sembrare un mare increspato.
Dopo aver messo con qualche incertezza i ramponi (i lacci sono sempre troppo lunghi per capire alla prima come stringerli) e impugnata con emozione la piccozza (ma al contrario ovviamente!) è iniziata l’avventura della salita. I primi passi mi hanno dato subito una strana sensazione. Un po’ come quando impari ad andare in bici, ti manca il giusto equilibrio per stare in piedi e avanzare. Procedendo verso la cima per piccoli passi, a tratti affondando anche nella neve con il timore di sprofondarvi del tutto, data la mia altezza non troppo spiccata, il tragitto diventava sempre più in salita e faticoso, alternando anche passaggi su roccia dove i ramponi talvolta slittavano stridendo.
Lo spettacolo che è apparso alla vista una volta arrivata in cima ha però ricompensato la fatica della salita. Un’immensa distesa a perdita d’occhio di monti e vette innevate e non, ci circondava, sullo sfondo di un cielo azzurro attraversato solo da qualche nuvola; sembrava di stare dentro a un dipinto di Segantini. Dopo una breve pausa mangereccia per recuperare energia e godere ancora un po’ del bel panorama, a malincuore ci siamo rimessi in cammino per la discesa, non meno impegnativa della salita. Nonostante la fatica e l’impegno, sicuramente è stata una prima esperienza più che positiva, sia per la compagnia che per il tipo di meta; da ripetere questa volta senza la minima esitazione. Resta solo l’attesa di qualche altra bella occasione come questa!
VALLE DI ZAI: ferrata alla Croda di Cengles di Simona Vanni
Tutto pronto: scendo in strada con zaino e scarponi. Nell’ora grigia fra giorno e notte… ma quando arrivano gli altri? Pochi chilometri più lontano, Gianluca e Arabella preoccupati del ritardo telefonano a Sandra, che non risponde. Le lancette girano, una lunga scampanellata… dopo qualche secondo dal citofono: “… Pronto?” … la sveglia non aveva suonato! Fra panico e risate raggiungiamo il pullman, in ritardo. Ci scusiamo in fretta, vergognosi dell’incidente, ma portando con noi un sottofondo di allegria che proseguirà per tutto il viaggio, contagiando anche gli altri. Il tragitto è lungo, ma per raggiungere le “montagne alte” dalla nostra Toscana non è possibile altrimenti. La prima tappa inizia comunque con la seggiovia, che fin da bambina mi ha deliziato, un premio più ambito del giro sulla giostra. Saliamo un bel sentiero, facile e panoramico fino al rifugio Serristori, dove il resto del pomeriggio passa veloce; chi esplora l’ambiente circostante e chi si dedica alla socializzazione. Il rifugio è adagiato in una conca di un verde tenero, punteggiata da laghetti glaciali, e, ulteriore premio, ha perfino un’altalena. Circondata da una corona spettacolare di monti, in mezzo ad amici e risate, non manca nulla per essere felici!
A letto presto, perché la mattina partiamo molto per tempo.
Il
sonno viene polverizzato dalla luce dell’alba, che si affaccia piano piano
dalle vette, regalandoci un cielo di cristallo e un senso di ammirazione e
gratitudine.
Splendido panorama sul laghetto di fusione della vedretta dell’Angelo Piccolo; sullo sfondo Gran Zebrù, Monte Zebrù e Ortles – S. Fivizzoli
Saliamo
in silenzio, fino all’attacco della ferrata, fra pietraie, laghetti blu,
chiazze di neve e pecore. Sono tesa, e poco esperta e dunque vengo sistemata fra compagni di cammino più
preparati. Scelta che si rivela valida, perché un passaggio verticale secondo
me particolarmente difficile, mi fa rimanere inchiodata sui miei passi. Ed è
qui che si scopre un altro dei motivi per cui si viene in montagna, perché
nella solitudine dei propri pensieri, in bilico fra rocce e cielo, in realtà
non si è mai soli. Ci sono i compagni più esperti che si prendono cura di te,
ti aiutano ad affrontare un momento buio, un passaggio difficile. Michele e
Massimiliano hanno fatto di tutto per farmi uscire dall’impasse, ma anche dal
dietro, sentivo tutti gli altri che mi incoraggiavano.
Ripartita,
ho affrontato tutto il lungo (e non banale) percorso con tranquillità e
piacere, godendo dei panorami, cercando con lo sguardo gli altri compagni
impegnati nelle altre ascese ai due Angeli, assaporando il piacere di toccare
la montagna, una roccia diversa dalle altre che avevo incontrato, più aspra e difficile. Qualche incertezza nei
passaggi, qualche fittone divelto, ci hanno fatto accumulare un po’ di ritardo
sulla tabella di marcia. Ma finalmente,
la cima della Croda!
Per
tutti la soddisfazione era palese, baci, abbracci, sorrisi, foto ad immortalare
il momento (con Michele, il nostro accompagnatore, preoccupato che nell’euforia
non finissimo giù, un migliaio di metri più a valle, fra alberi di mele
microscopici e chiesette giocattolo). Per me la sensazione di pace e
gratitudine di essere in cima, di
aver superato le difficoltà, di averci provato ed essere riuscita.
La
discesa, per la via normale, è stata comunque impegnativa, e abbiamo raggiunto
il pullman, dove ci attendeva un gradito rinfresco, veramente stanchi, ma con
gli occhi ancora luminosi per il bel regalo che anche oggi ci ha fatto la
Montagna.
IN CIMA ALL’ANGELO GRANDE di Chiara Selmi
Anche stavolta non credo di essere capace di scrivere di montagna. Nonostante gran parte del mio tempo libero lo passi su vette, rocce, valli e pendii innevati, non mi sento ancora pronta per raccontare qualcosa così più grande di me. Così vi racconto di un viaggio fatto di persone, di occhi e vite che si incontrano su un cammino, come in esperimento sociale ad alta quota dove però nessuno è protagonista tranne la Natura.
Salendo all’Angelo Piccolo – S. Fivizzoli
Il gruppo è
numeroso, anche quest’anno la gita sociale ha riscosso successo fra i
frequentatori del CAI, ma già prima di venire ideata, plasmata e organizzata,
la voglia di una storia da vivere insieme nasceva nei cuori di uno sparuto
gruppo di amici.
Gli aperitivi erano il momento prediletto per discutere di vette viste, ed altre solo sentite raccontare, o parlare di cime mitiche con nomi altisonanti; mentre accanto al nostro tavolo scorreva la movida, noi invece ci tuffavamo in relazioni alpinistiche o immagini di rifugi i cui tetti potevano essere scorti solo dallo sguardo delle aquile, incapaci di esser attratti da altro che non fosse la Montagna. Più si consumavano i brindisi, più le imprese ardite ci sembravano un gioco da ragazzi se affrontate tutti insieme.
Il gruppo impegnato alla salita della Croda di Cengles – M. Rondina
L’entusiasmo che ci portavamo dentro viene accolto con calore ed emozione dal nostro mentore e fan più accanito, Neri, il quale a sua volta si prodiga per noi e per i soci a creare la gita perfetta, quella che ci potesse far sperimentare tutto ciò che desideravamo.
Aerei passaggi verso l’Angelo Grance – N. Baldi
Il gruppo dei ragazzi degli aperitivi
al sapore di montagna viene premiato e i responsabili della gita ci comunicano
che in Val di Zai saremo, tutti noi amici insieme, fra quelle cordate che
saliranno l’Angelo Grande, la gita che fra i vari itinerari proposti più si
avvicina all’alpinismo.
Al Rifugio Serristori ci attendono una aspra parete sopra di noi e i racconti dei veterani su ciò che ci aspetterà l’indomani che rendono la nostra “impresa” ancora più emozionante. Come ogni anno io mi tengo accanto Carlo, Rampone selvaggio per gli amici. Accanto a lui respiro la naturalezza di chi la montagna l’ha assorbita fin sotto pelle; Carlo ti parla del dettaglio di un passaggio di V sul Gran Zebrù o di una passeggiata in appennino con lo stesso trasporto, Carlo non è mai ostentazione, è semplicemente tutto per la montagna in ogni cosa che fa o ha fatto, e la vive come se in ogni passo si portasse dentro un infinito presente colmo di storie.
Verso la Croda di Cengles -M. Rondina
La notte è breve, l’alba frizzante, la luce inizia a sbucare da dentro al buio quando ci incamminiamo, già imbragati, verso la nostra lingua di neve che da sotto appare verticale e sospesa nel vuoto. Il materiale appeso addosso tintinna e ci deve far apparire al cospetto delle prime rocce ritte e improvvise come un allegro corteo discreto e rispettoso. C’è chi sdrammatizza, chi ora non parla più, chi osserva se qualcuno ha bisogno; è come se, passo dopo passo, ognuno trovasse la propria identità, il proprio posto in quel drappello di anime seppur sconosciute e diverse.
Inizio del lungo traverso in discesa dal Passo dell’Angelo verso la Vedretta di Lasa – N. Baldi
Noi “favelesse”, così ci siamo
soprannominati durante uno degli aperitivi di briefing, siamo sempre vicini,
uno dopo l’altro, come collegati da un invisibile cordone ombelicale scaturito
da Madre Montagna, pronti come fratelli a cogliere attimi di vita o tenderci la
mano.
All’uscita in cresta dal nevaio sommitale ormai siamo in cima all’Angelo Grande – N. Baldi
Il cavo metallico
ci aiuta a superare il risalto verticale e ora cede il posto agli sfasciumi
della cresta che incerta lambisce il nevaio, il quale appare meno ostico
rispetto a sotto.
Arriviamo in cima
alla croce dell’Angelo Grande con il sole che ci trafigge gli occhi e scalda
l’aria, ma non c’è tempo che per qualche foto, il cammino è ancora lungo e per
niente banale.
Le rocce a volte
sembrano non volere stare al loro posto, la via deve cambiare il suo assetto
così spesso che a volte diviene difficile distinguerla, fintantoché sotto di
noi non ci appare nella sua limpida magnificenza il Ghiacciaio di Lasa. Ampio,
lucente, calmo, come un piccolo anfratto di mare rubato all’oceano dal
ghiaccio, e che adesso la montagna costudisce solo per coloro che si spingono a
cercarlo.
Sulla cresta dell’Angelo Grande – N. Baldi
Giusto il tempo di metterci i ramponi e
legarci nelle cordate che le rocce minacciose della Vertana sopra le nostre
teste iniziano a dar segni di insofferenza. Qui, nonostante le apparenze, è
tutto più vivo e in movimento di quanto possa sembrare…
Il mio terzo di cordata, Guido, fa
appena in tempo ad accennare a un discorso sull’arretramento dei ghiacciai
negli anni e sentiamo delle scariche di sassi che ci fanno rabbrividire e
ulteriormente accelerare l’andatura. Guido è, come tutti i membri storici del
CAI, un uomo di grande esperienza, competenza e compagnia. Si prende in giro da
solo quando fa fatica e allo stesso tempo fa il tifo per me quando cerco di
aiutarlo con la corda all’uscita, un po’ ostica, del ghiacciaio.
In ogni caso è motivo di festa per
tutti aver superato brillantemente sassi improvvisi, piccoli crepacci e
saliscendi che a 3500 mt di quota si fanno sentire su gambe e fiato.
Il gruppo “escursionisti anonimi” si
prodiga in foto da inviare a chi degli amici non ha potuto partecipare alla
gita, in modo da far sentire anche agli assenti di essere su in vetta con noi.
Dopo 7 ore abbondanti di cammino però
siamo a poco più di metà percorso, la strada che ci porterà a ricongiungerci
agli altri due gruppi è ancora lunga. Solo dopo aver corso liberi su un
nevaietto, esserci rituffati in un’altra lingua di ghiaccio e tanti, tanti (!)
altri sfasciumi che l’acqua di millenni ha levigato, finalmente vediamo in
lontananza dei prati, la verticalità della discesa si fa più docile, i passi
possono divenire meno circospetti, le gambe libere di lasciarsi andare.
Una cascata dà vita al fiume che
disegna un nastro scintillante a fondo valle. Abbiamo giusto il tempo per
sederci e rifocillarci un attimo accanto a un giovane torrente, far il punto e
finalmente complimentarci davvero per l’impresa.
Pochi minuti e ci riuniremo con gli
altri membri, ma vogliamo goderci ancora un attimo i nostri “segreti” senza che
alle orecchie di qualcun altro diventino solo “fatti”.
Abbiamo ancora immagini da condividere,
chiacchiere che non siamo riusciti a fare in quota, idee da far sgorgare. Ma,
stanchi e felici, torniamo verso gli impianti, e dagli impianti al pullman, e
dal pullman a casa.
Ci saranno tanti altri aperitivi al
sapore di montagna con gli amici in cui poter sognare.
Il sei giugno 2018 Sandro ci ha lasciato, colpito da un improvviso malore sulla cresta ovest del Libro Aperto. Del gruppo – la Casa di Riposo S. Biagio, come amiamo scherzosamente definirci – era il più giovane, il più entusiasta, il più anticonformista, il più libero. Arrivato a Firenze dal trentino era rimasto orfano delle sue montagne e nella ricerca di sostituirle con l’Appennino e le Apuane, ci aveva incontrati. Lo sci-alpinismo era la passione principale che lo conduceva in montagna e che coniugava con l’amicizia. Non amava soltanto sciare; la convivialità faceva parte di Sandro e ne plasmava ogni attività. Sandro era il compagno ideale per ogni gita in ogni stagione e su tutti i terreni, difficile avere con lui discussioni su come organizzare una escursione, al più si limitava a dare qualche “suggerimento” frutto della sua esperienza. E naturalmente a fine gita l’immancabile sbicchierata con Sandro indiscusso regista di brindisi, canti conditi con urla che facevano storcere il naso a qualche fondamentalista della montagna. Caro Sandro sentiremo la tua mancanza, ci mancheranno le tue serpentine strette, gli urli di gioia per le discese innevate e soprattutto ci mancherà la tua amicizia ed il tuo buon umore.
di Neri Baldi, Fabrizio Darmanin, Francesco Sberna
Fra pagine, costole e righe
Accoglienti conche erbose, boschi di faggi secolari, crinali tesi in ogni direzione, scoscesi pendii solcati da ripidi canaloni sono il regno di rapaci, caprioli, volpi, lupi, piccoli roditori. Se per gli animali il Libro è la loro casa, per gli amanti della montagna offre un capitolo per ogni mese dell’anno.
La storia inizia i primi di gennaio del 2018. Viste le condizioni favorevoli di neve e ghiaccio in Apuane, con Claudia pensavo di andare a fare qualcosa ma già nei giorni precedenti l’uscita, aveva cominciato a stressarmi con la richiesta di portare anche Stefano Ciarli. Ma chi è il Ciarli?…