• Cari soci e cari amici,pubblichiamo l'Annuario 2025 già distribuito ai soci a fine anno scorso. In esso troviamo articoli che rispecchiano la vita e l'attività della Sezione durante lo scorso[...]

EDITORIALE 2016

Un saluto ai soci del Cai Firenze Alfio Ciabatti (Presidente del CAI Firenze)

Il mandato che insieme agli amici eletti nelle ultime votazioni mi accingo a svolgere è sicuramente impegnativo ma allo stesso tempo stimolante. Ringrazio per primo il Past President Roberto Masoni per il grande lavoro svolto nel suo mandato che ha avuto l’apice nel 100° congresso nazionale del CAI tenutosi appunto a Firenze ma ringrazio soprattutto tutti i soci che partecipando alle votazioni hanno voluto dare fiducia ad un progetto.

(altro…)

Il trenino della Val Gardena – Neri Baldi

Il centenario della ferrovia della Val Gardena è passato pressoché inosservato; cerchiamo di ripercorrere brevemente la storia di questa splendida linea di montagna, nata per esigenze belliche.

Nel 1915 la frontiera corrispondeva all’incirca con l’attuale limite amministrativo del Trentino a quote più basse rispetto al gruppo Adamello e Ortles-Cevedale; la particolare morfologia delle Dolomiti, priva di creste lunghe continue, imponeva al confine un andamento irregolare e con marcati dislivelli. Fin dall’inizio delle ostilità la linea del fronte non corrispose perciò a quella del confine politico, giudicato indifendibile dal comando militare austro-ungarico con le scarse forze allora disponibili: per contenere la possibile avanzata italiana fu deciso di accorciare la prima linea, eliminandone per quanto possibile la sinuosità, con l’arroccamento su fortificazioni già realizzate in corrispondenza dei passaggi obbligati.

Appena iniziata le guerra fu decisa la realizzazione di una ferrovia da campo (scartamento 760 mm), ritenuta indispensabile per garantire la continuità degli approvvigionamenti al fronte attestatosi sulla dorsale Tofane-Col di Lana-Marmolada. I lavori furono autorizzati il 12 settembre 1915 e procedettero in modo assai spedito con l’impiego di 500 operai civili, 2000 soldati e 6000 prigionieri russi – un primo convoglio di servizio il 23 dicembre percorse l’intera linea. La difficile orografia dei luoghi e il marcato dislivello 520 m di Chiusa si arrivava in poco più di 30 km ai 1592 m di Plan) imposero un percorso assai tortuoso (a Santa Cristina c’era un elicoidale di ben 250°), ma con la pendenza massima contenuta entro il 49‰.

La ferrovia fu formalmente attivata il 6 febbraio 1916, dopo solo cinque mesi di lavori, e svolse per tutto il conflitto un efficiente e costante collegamento fra il fronte e la ferrovia del Brennero. La linea passò poi sotto la giurisdizione FS e fu adeguata al trasporto di persone e merci, pur mantenendo lo scartamento campale. Il traffico rimase sempre modesto, tanto che già alla fine degli anni ‘30 si cominciò a parlare della soppressione, nonostante avesse acquisito una discreta rilevanza economica: il turismo nelle Dolomiti si stava sviluppando velocemente e il trenino permetteva ai turisti di raggiungere la Val Gardena con un bel tragitto panoramico, assai apprezzato. Nel 1955 la ferrovia fu addirittura interessata dalle riprese cinematografiche per il film “Il prigioniero della montagna” di Luis Trenker, con splendide immagini, a colori e sonorizzate.

Il 28 maggio 1960 il servizio venne soppresso nell’indifferenza generale; il tracciato dismesso nel 1969 venne in parte reimpiegato per costruire una nuova strada di accesso alla valle in vista dei Campionati mondiali di sci alpino 1970 … andava di moda così, si era negli anni del boom economico e il treno veniva considerato non più all’altezza dei tempi. Oggi restano solo una pista ciclabile e una locomotiva monumento … pochi hanno consapevolezza della chance persa: pensate che attrattiva avrebbe potuto essere il Trenino della Val Gardena!

Ortisei, Val Gardena – Foto: Amonn; coll. L. Carnesecchi

L’apporto scientifico del Club Alpino Italiano dalle sue origini ai giorni nostri di Marco Bastogi (Commissione Scientifica)

E’ lo Statuto del Club Alpino Italiano che stabilisce, fin dalla sua prima formulazione scritta più di 150 anni fa, che lo scopo del Sodalizio, oltre all’alpinismo in ogni sua manifestazione, è la conoscenza e lo studio delle Montagne.

Un impegno molto antico dunque, che trova il suo concepimento nella ormai mitica lettera che Quintino Sella inviò a Bartolomeo Gastaldi che di fatto segna la nascita del Club Alpino Italiano. Le Montagne che fino a poche decine di anni prima della nascita del Club erano temute e considerate una minaccia per l’Uomo, iniziavano ad essere viste con occhi diversi, quelli dei primi naturalisti che daranno un impulso decisivo alla loro conoscenza. L’attività scientifica dal XVI secolo è stata la prima motivazione per l’esplorazione di questo territorio estremo e del suo peculiare ambiente naturale. L’esplorazione delle Alpi in forma più organizzata, da parte di scienziati e naturalisti, era iniziata nel ‘700. Furono Francesi, Svizzeri ed Inglesi i primi esploratori che motivati proprio dalla curiosità scientifica, iniziarono a salire le vette delle montagne per studiarle. Uno dei principali esordienti della conquista del Monte Bianco fu il naturalista svizzero Horace Benedict de Saussure, ossessionato dal desiderio di determinarne l’altezza. La Montagna verrà poi conquistata dai francesi Jacques Balmat e Michel Gabriel Piccard l’8 agosto del 1786, ma ci vorranno molti anni prima che venga riconosciuto questo merito in precedenza attribuito erroneamente al de Saussure. L’attività di esplorazione e ricerca proseguì in seguito in maniera regolare, ma a partire dalla metà dell’800 cominciò a prevalere il puro e semplice piacere della conquista della Vetta. Ecco che cominciano a nascere in Europa le associazioni per la Montagna: in Inghilterra nel 1857, l’Alpine Club, in Austria l’Österreiches Alpenverein del 1862, in Svizzera nel 1863 ed in Francia nel 1874.

Queste associazioni riunivano scienziati, alpinisti o semplici appassionati che condividevano il piacere di andare in montagna.

In Italia la nascita del Club Alpino avverrà nel 1863 ed analogamente a quanto accade nelle altre nazioni europee, anche l’associazione alpinistica italiana comprenderà al suo interno studiosi, noti scienziati, personaggi autorevoli, agiati professionisti e benestanti, assieme a guide alpine ed amanti delle escursioni in montagna che saranno chiamate “ascensioni”. Tra i soci fondatori c’erano soprattutto ingegneri minerari, geologi e naturalisti perché l’interesse preminente era lo sviluppo industriale dell’Italia così che la matrice è tradizionalmente sempre stata di impronta geologico- naturalistica tanto da frenare l’interesse verso altri rami della scienza.

Quintino Sella, scienziato e promotore di scienza come strumento per costruire la nuova Nazione, era un ingegnere minerario e cristallografo, Georges Carrel, il primo presidente della succursale di Torino ad Aosta (1865), era un sacerdote insegnate appassionato naturalista, Igino Cocchi, fondatore della succursale del Club di Firenze (1868), era geologo e paleontologo. L’ingegnere minerario Niccolò Pellati, fu il primo presidente della Sezione di Agordo (1868), Il prof. Arturo Issel docente di Geologia all’Università di Genova, sarà il quarto presidente della Sezione CAI Genova (1884).

L’abate Antonio Stoppani, geologo, fu il primo presidente della Sezione di Milano (1873) ed anche di Lecco (1874), Giuseppe Scarabelli Gommi Flamini, fu il primo presidente della Sezione di Bologna (1875), Domenico Zaccagna, ingegnere minerario, fu il primo presidente della Sezione di Carrara (1888), Giuseppe Ponzi, professore di zoologia e anatomia comparata all’Università di Roma, fu il primo presidente della Sezione del Club di Roma (1873).

Le Alpi e gli Appennini, iniziano ad essere svelate attraverso la penna di scienziati ed intellettuali che apriranno la strada al turismo montano. L’attività scientifica è stata quindi, in passato, lo stimolo principale per andare in Montagna. Secondo L’abate Antonio Stoppani, “Il Cai scientifico serve soprattutto a stimolare il saggio alpinista che sia solo un puro camminatore o un puro escursionista, a vedere, a scoprire quei fenomeni che interessano le Alpi, i problemi connessi, le cause degli stessi fenomeni, e ad amare sempre maggiormente anche sotto gli aspetti scientifici, i nostri sentieri, le piste, le pareti, le rocce, i pascoli, le foreste, i fiori e gli insetti, ad amarli e a rispettare quanto natura ha creato e va creando”. Di questo suo pensiero darà ampia dimostrazione nella sua opera principale: “Il bel Paese” che avrà larghissimo eco facendogli acquisire un posto di primo piano in campo scientifico divulgativo e contribuendo, al contempo, alla diffusione dell’alpinismo in Italia.

Tra gli argomenti di interesse scientifico che dalle origini hanno destato interesse nel Club Alpino, c’è, primo tra tutti, quello delle osservazioni meteorologiche.

Si tratta di uno studio veramente pionieristico, possibile soltanto dalla seconda metà dell’800 perché negli anni precedenti si avevano ancora incertezze dovute sia alla scarsa conoscenza dei corpi aeriformi, ma anche all’imprecisione dei dati rilevati da strumenti ancora troppo rudimentali.

Fu l’invenzione del telegrafo nel 1843, la “chiave di volta” che permise di istituire la prima rete di comunicazioni grazie al rapido scambio di dati meteorologici rilevati simultaneamente nei diversi osservatori con l’immediata possibilità di comprendere e prevedere i fenomeni meteorologici. È la nascita della così detta “meteorologia sinottica”; dai dati rilevati simultaneamente da diverse stazioni con strumenti compatibili e tarati tra loro, si giunge ad una rappresentazione grafica delle condizioni meteorologiche riportandole con appositi simboli su mappe geografiche per ottenere le così dette “Carte del Tempo”. E’ con lo studio delle proprietà dell’atmosfera terrestre e dei fenomeni fisici e dinamici che in essa si svolgano che nascerà la moderna meteorologia.

Emerge qui la figura del Padre Barnabita ed ingegnere Francesco Denza che sarà socio onorario della Sezione di Varallo. A Denza, considerato il Padre spirituale della meteorologia italiana, va il merito di aver educato e sostenuto in Italia, una scienza nuova ed in ascesa e di aver posto le basi per lo sviluppo delle reti di osservazione anche in luoghi impervi iniziando dalla sua Regione: il Piemonte.

Grazie a questo studioso, il Club Alpino Italiano istituirà la prima rete di stazioni meteorologiche in Italia che da allora è giunta fino ai nostri giorni.

Anche Filippo Cecchi, un altro insigne studioso, ma questa volta un Padre Scolopio direttore dello Ximeniano di Firenze, seguendo il progetto intrapreso da Denza e sostenuto dalla Sede del Club di Firenze, amplierà la rete degli osservatori meteorologici realizzandone dei nuovi negli Appennini. Nascerà così quella che dal 1873 verrà chiamata ”Corrispondenza meteorologica italiana alpina-appennina” che eleverà il Professor Cecchi al titolo di socio onorario del CAI. La giovane nazione italiana, si unificava anche con il sincronismo dei dati climatici. Alla morte di Padre Denza (1894), la rete meteorologica italiana promossa dal CAI, consisterà di oltre 500 stazioni. Fu un’ opera di grande prestigio per quel tempo che pose in primo piano ed all’attenzione di tutti, anche in campo internazionale, l’operato del Club Alpino Italiano. Da questa grande esperienza nascerà la Società Meteorologica italiana.

Le relazioni tra il CAI e Meteorologia, continueranno sino agli accordi del 1937 tra il Club ed il   Ministero dell’Aeronautica. Si stabilirà che gli alpinisti possano usufruire di regolari bollettini meteorologici e che le Sezioni del CAI favoriscano l’impianto e la diffusione di nuove stazioni meteorologiche sul territorio.

Il campo di interesse scientifico più fruttuoso fu tuttavia quello legato a gli aspetti geologici e della Geografia Fisica. Nei primi anni del Bollettino sociale, appaiono articoli sulla divisione orografica tra Alpi ed Appennini e disquisizioni tra punto di vista del Geografo e quello del Geologo. Spicca tra le ricerche geologiche, la salita al Monte Cervino compiuta nel settembre del 1869 dall’ Ing. Felice Giordano, sulla scia della conquista italiana alla vetta ormai sfumata con la tragica vittoria dell’inglese Whymper tre anni prima.

Lo scienziato questa volta tuttavia, sarà attratto unicamente dagli aspetti scientifici come lui stesso dichiara, e salirà la vetta compiendo, oltre alle osservazioni barometriche per la determinazione della quota della montagna (altro tema di grande interesse nei primi anni di vita del Sodalizio promosso dallo stesso Sella), il primo rilievo geologico di dettaglio della montagna e della zona alpina circostante. Giordano azzarderà addirittura una ipotesi sull’origine del particolare settore della catena alpina e si spingerà molto vicino alla moderna “teoria delle falde”, in alternativa ai rigidi modelli “fissisti” dell’epoca. Giordano rasenterà la teoria “mobilista”, parlando di “pieghe a fungo o a ventaglio”, particolarmente “esuberanti in senso orizzontale”. Doveva trovare una spiegazione sul fatto che rocce con caratteristiche identiche, si trovassero distribuite a distanze considerevoli sopra altre rocce che riteneva più giovani.  Scarterà questa ipotesi perché troppo rivoluzionaria per quel tempo; dovranno passare almeno altri venti anni affinché le moderne teorie faldiste [1] si facciano strada per poi consolidarsi definitivamente dopo gli anni ’60 del 900.

Degno di particolare interesse risulta lo studio sull’attraversamento delle Alpi con le grandi gallerie ferroviarie (1865), pubblicato sul Bollettino CAI del 1866 (Sismonda, Gastaldi, Giordano).  Molti sono comunque gli studi e le ricerche di carattere geologico e minerario che appaiono sulla stampa sociale del Club a firma di numerosi e diversi studiosi in relazione a gite o alla stesura di guide su aree montane specifiche. Talvolta questi brevi elaborati danno la sensazione di essere una scusa per poter svolgere, successivamente, studi più approfonditi. Il risultato, oltre a sottolineare l’interesse specifico legato a questa particolare branca della scienza, è quello di produrre un gran numero di ricerche e studi originali spesso precorritori.

A Firenze il Professor Carlo De Stefani, geologo fondatore della Scuola di Geologia fiorentina, effettuò studi sulle Alpi Apuane con digressioni sugli aspetti della vita economica dei montanari apuani ed appenninici.

L’interesse per lo studio dei ghiacciai e delle loro variazioni volumetriche è un altro grande argomento che stimola l’interesse dei soci fin dai primi anni di vita del Club, un campo che è anche oggi di grande attualità ed al centro dell’attenzione per i cambiamenti climatici che caratterizzano il nostro Tempo e che riducono rapidamente le masse glaciali. Un settore questo che porterà, con l’attività di controllo dei ghiacciai alpini da parte di molti soci, a dar vita al Comitato Glaciologico Italiano nel quale molti soci CAI confluiscono. Può suscitare ilarità, la singolare disquisizione, nei primi anni di vita del Club, sulla origine dei massi erratici (se trasportati dal ghiaccio o da torrenti), ma questo è stato in effetti, uno degli aspetti più dibattuti che ha appassionato i soci alla fine dell’800. L’abate Antonio Stoppani sarà il primo, seguito poco dopo dal Prof. Igino Cocchi, a riconoscere tracce di antichi ghiacciai nelle Alpi Apuane ed il Prof. Carlo De Stefani scriverà una importante memoria sugli antichi ghiacciai delle Alpi Apuane.

Giovanni Marinelli, alla fine dell’800 iniziò ad occuparsi di Geografia cominciando dalle sue Montagne friulane così come avevano fatto i naturalisti svizzeri, francesi ed inglesi per le Alpi Occidentali. Effettuò numerose ascensioni per determinare l’altitudine delle vette, compiere osservazioni orografiche e per raccogliere notizie circa agli insediamenti umani e la toponomastica. La sua attività scientifica ha avuto carattere prettamente divulgativo. Anche il figlio Olinto è stato un celebre geografo ed ancor più del padre dedicò alle Alpi buona parte della sua corposa produzione di studi.

Ad iniziare dagli anni ’20 del 900, l’interesse scientifico nel Club si amplia verso gli argomenti di geografia umana (ricerche etnografiche). Gli aspetti che più interessano sono l’insediamento umano sulle nostre Montagne e le condizioni economiche della Montagna. I contributi, spesso originali, vertono sull’esplorazione geografica di territori montani e studi sui caratteri etnici delle popolazioni alpine.

Merita a questo proposito di essere ricordata la figura del Geografo e Geologo, Giotto Dainelli (Presidente per quasi 10 anni della Sezione di Firenze), al quale va certamente il merito di aver consacrato la Geografia come materia scientifica; in precedenza la Geografia aveva un’impostazione di stampo umanista.

Sono ancora vivi gli echi della fruttuosa spedizione scientifica, in Karakorum, prima con il medico esploratore De Filippi (1913-1914), assieme all’amico e collega geografo Olinto Marinelli, e poi con l’Istituto Geografico Militare nel 1930. In quelle occasioni furono affrontate tematiche che spaziavano dall’origine geologica delle montagne Himalayane e della valle dell’Indo, alla geografia fisica e l’esplorazione dei ghiacciai e sugli usi e costumi delle popolazioni del Karakorum, producendo (in buona parte da solo) una messe spropositata di scritti molti dei quali pubblicata in una corposa serie di volumi e portando in Italia campioni di rocce, oggetti di uso locale e specie vegetali, ancora oggi oggetto di studio.

La speleologia è un altro grande tema scientifico di larghissimo interesse che si fa strada già dai primi anni di vita del CAI. Nel bollettino di agosto 1865, Bartolomeo Gastaldi, uno dei primi pionieri dello studio geologico delle Alpi, oltre che secondo presidente del Club, riferisce su una passeggiata fatta, …”non sul dosso, ma bensì nell’interno di un monte”. E’ il primo accenno verso un’attività che prenderà sempre più piede e si ramificherà nei più diversi aspetti ed interessi scientifici: carsismo, fauna ipogea, meteorologia ipogea, ecc… Si segnala tra l’altro la prima esplorazione dell’antro del Corchia sulle Apuane, agli inizi del 1870 ad opera del naturalista Emilio Simi che ci lascerà il primo rilievo della grotta. Parimenti vanno ricordate le prime esplorazioni nelle grotte delle Calvana (1910–1913), tra Prato e Firenze, effettuate dal giovanissimo socio, Giovan Battista De Gasperi, discepolo del Prof. Giotto Dainelli, prematuramente scomparso in un’azione di guerra, durante il primo conflitto mondiale nel 1916.

L’esplorazione botanica delle Montagne inizia nel 18° secolo con la ricerca di specie utilizzabili a scopo medicinale.

Nell’800 i botanici raggiungono tutte le vette alpine e le valli più isolate; si completano così gli studi sulla flora alpina che viene conosciuta in tutti i suoi aspetti. In Piemonte ed in particolare in Valsesia, spicca la figura dell’Abate A. Carestia che sarà proclamato socio onorario del Club durante l’Adunanza generale dell’11 febbraio 1869. Per gli Appennini settentrionali e le Apuane la vera esplorazione sistematica è documentata dal 18° secolo ad opera di Pier Antonio Micheli, Antonio Vallisneri, Giovanni Targioni Tozzetti e Lazzaro Spallanzani.

Nella seconda metà dell’800, sulle Alpi Apuane, dopo la prima salita al Monte Procinto (A. Bruni e C. Dinelli 1879), raggiungerà la cima anche il botanico fiorentino Stefano Sommier, Presidente della Società Botanica Italiana e socio consigliere della Sezione fiorentina del Club. Sulla vetta troverà una specie botanica nuova per la scienza.

Vale la pena di ricordare inoltre la figura di Odoardo Beccari che fu esploratore botanico in Borneo per due anni (1865), ed in Eritrea. Fu decorato con medaglia d’oro dalla Società Geografica Italiana per il valore delle sue scoperte.

Molti sono inoltre i resoconti e le relazioni di botanica o scritti legati ai problemi sulla forestazione del territorio montano. Molto meno dibattuto è l’ambito zoologico. I contributi di interesse zoologico, sono per lo più specializzati per un determinato ambiente ad esempio quello ipogeo, oppure sono relativi ad uno specifico campo trattato come ad esempio quello entomologico o quello erpetologico. Nel 1882 la Sezione torinese del Club propone il tema naturalistico “La Fauna alpina e la distribuzione degli animali a varie altezze”. L’invito non viene raccolto, ma poco tempo dopo il Prof. Silvio Calloni zoologo dell’Università di Pavia, scrivere una importante memoria che sarà premiata dall’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, dal titolo: “La Fauna nivale con particolare riguardo ai viventi delle alte Alpi”.

Lo spirito di ricerca, passione e preparazione di molti soci del Club ha arricchito l’associazione di un numero rilevante di studi fisici, naturalistici ed antropici così che nel 1931 si renderà necessario dotarsi di un apposito gruppo ufficialmente competente per gli aspetti scientifici della montagna. Sarà il prof. Ardito Desio, altro illustre socio del sodalizio, a dare vita al Comitato Scientifico Centrale di cui sarà il primo presidente. Di questo insigne studioso basterà ricordare il valore della spedizione scientifico-alpinistica che nel luglio del 1954 ha portato per la prima volta la bandiera italiana, quella pakistana e l’emblema del CAI sulla cima del K2.

Numerosi sono stati gli articoli pubblicati sulla stampa sociale del Club Alpino Italiano sulla scia di questo grande successo, nell’arco di tempo che va dal 1920 al 1990.

Verso la fine dell’800 sarà la Medicina a destare l’interesse scientifico di molti soci.

Molti sono gli studi di fisiologia relativi al comportamento del corpo umano ad alta quota che sono stati impostati e condotti in ambito C.A.I.. Un pioniere di questo settore fu il fisiologo torinese Angelo Moso, professore di Fisiologia presso l’Università di Torino e Senatore del Regno, vissuto tra la fine dell‘800 e gli inizi del‘900. Dopo aver traslocato l’istituto di fisiologia nel 1893 nella nuova e più ampia sede collocata in prossimità del parco del Valentino a Torino, ed averla dotata di laboratori moderni per seguire gli interessi suscitati dalla passione alpinistica, già al centro di una memoria (La respirazione dell’uomo sulle montagne, Torino 1884), nel 1895, fondò anche una stazione scientifica sul Monte Rosa (Capanna Regina Margherita), alla quale fece seguito un vero e proprio istituto al Col d’Olen (m 2.901), inaugurato nel 1907. Nel frattempo Moso aveva pubblicato alcune ricerche sulla fisiologia dell’uomo sulle Alpi (Torino 1897, tradotto in inglese e tedesco), che dettero inizio allo studio della fisiologia di alta quota indirizzando al contempo la medicina di Montagna e l’Aeronautica.

Non mancano comunque scritti divulgativi di soci competenti a proposito di traumatologia fisiologia, igiene dell’alpinista, argomenti trattati anche in seno al Comitato Scientifico Centrale.

Dal gruppo iniziale del Comitato Scientifico, nel corso degli anni si staccheranno altri Organi Tecnici Centrali con tendenze più specialistiche ed applicative. La Commissione Centrale Medica, costituita da medici specialistici in varie branche della Medicina è uno di questi ed ha specifiche competenze in ambito della Medicina di Montagna, svolgendo un ruolo consultivo e di aggiornamento su tematiche mediche. Dal gruppo iniziale del Comitato Scientifico, si sono staccati anche altri Organi Tecnici Centrali con tendenze specialistiche e applicative, come la Commissione Nevi e Valanghe, (poi Servizio Valanghe Italiano) la Commissione protezione Natura Alpina (poi Commissione Tutela Ambiente Montano) e la Commissione per la Speleologia. Lo scopo del Comitato Scientifico è la promozione della conoscenza e dello studio degli ambienti montani, specialmente di quelli italiani, nei loro aspetti naturalistici ed umani; ciò viene realizzato attraverso un’opera di divulgazione per informare ed aggiornare sui problemi scientifici della montagna, anche attraverso la costituzione di commissioni scientifiche periferiche e con la promozione di ricerche e studi sui vari ambienti.

La rapida rassegna sulle attività scientifiche principali sviluppate dal CAI nel corso della sua storia, non esaurisce gli argomenti e le curiosità di ambito scientifico che negli anni sono stati proposti costituendo nell’insieme un bagaglio di studi che poche associazioni, non espressamente scientifiche come il CAI, possono vantare. L’attività scientifica costante svolta dal Club nel corso della sua storia, anche se fondamentalmente di carattere divulgativo, ha contribuito ad aumentare e da mantenere vitale il patrimonio di conoscenza dei numerosi frequentatori della Montagna.

[1] Le teorie che riguardano la traslazione di grandi unità rocciose chiamate “falde” che durante la formazione di una catena montuosa a causa di enormi spinte compressive, si spostano orizzontalmente   anche per diversi chilometri.

Il Club Alpino Italiano nella Firenze capitale di Marco Bastogi

Con l’unità d’Italia, anche il Club Alpino nato appena tre anni dopo in Torino, sente la necessità di rafforzare gli ideali unitari del nuovo Stato promuovendo l’esplorazione e la conoscenza dell’intero territorio montano nazionale. E’ certo che l’appartenenza al Club contribuì ad alimentare lo spirito di unità nazionale infiammato dalle recenti contese risorgimentali. Le Alpi, baluardo della Nazione, divenivano ambiti traguardi da scalare e studiare per rivendicare la supremazia dell’Italia anche in questo particolare settore che destava interesse di molti altri Paesi circostanti.

I primi soci del Club Alpino sono cittadini autorevoli: nobili, deputati, scienziati, professionisti e benestanti, una intraprendente élite cittadina aristocratica o comunque appartenente all’alta borghesia, caratterizzata da un forte rigore etico morale; ecco quindi come interessi di Stato e Montagna si incontrano completandosi a vicenda.

Con il 1866 il Club Alpino inizia a dotarsi di sedi -succursali poiché si manifesta il bisogno di stabilire centri di riunione per i soci che risiedono fuori Torino. Il 31 maggio 1866 la prima succursale del Club sarà Aosta, seguita il 25 giugno 1867 da quella di Varallo in Valsesia. Durante l’adunanza generale del Club il 18 marzo 1866 a Torino, Il Presidente Bartolomeo Gastaldi pone l’attenzione sul trasferimento di numerosi soci piemontesi a Firenze in conseguenza dello spostamento della Capitale; nella stessa occasione segnala per la prima volta la necessità di istituire altre sedi dipendenti da Torino.

A Firenze, un piccolo gruppo di promotori, raccoglie l’invito della direzione torinese e fa pubblicare, alla fine di giugno del 1868 su alcuni giornali fiorentini, il seguente avviso:

Firenze capitale in quel momento era in pieno fermento per i grandi lavori detti di “risanamento” iniziati quattro anni prima e che termineranno tra il 1870 ed il 1871 con il definitivo spostamento della capitale a Roma. Il Piano di ampliamento della città fu affidato con urgenza all’Ingegnere architetto Giuseppe Poggi che lo presenterà il 18 febbraio 1865. Nel 1866 Firenze era già molto cambiata, l’emergenza casa per l’arrivo di trentamila funzionari piemontesi con le famiglie, imponeva drastici ed urgenti lavori urbani. L’abbattimento delle antiche mura, concepite da Arnolfo di Cambio, era iniziato nel 1865 e doveva permettere la realizzazione di una ampia viabilità di circonvallazione, ben alberata, ispirata ai boulevard parigini e che doveva collegare il tessuto urbano del centro con i nuovi quartieri residenziali borghesi.

Erano già stati costruiti i quartieri di San Gallo –Savonarola e della Mattonaia. Nel 1867 fu realizzato il quartiere di San Niccolò, mentre nell’anno della nascita della Sede del Club (1868), i lavori raggiungono il loro massimo sviluppo: sarà completata ed inaugurata piazza della Libertà, piazza d’Azelio e saranno completati i Lungarni su entrambe le rive. I vecchi ponti sull’Arno vengono allargati come anche diverse strade del centro e viene realizzato il viale dei Colli con il Piazzale Michelangelo che sarà inaugurato nel 1871. Nell’agosto del 1868 verrà abbattuta Porta a Pinti, l’unica tra le Porte fiorentine a scomparire. Firenze cresce molto rapidamente, nel 1865 gli abitanti sono già 150.000 e nel 1868 diventano 191.000 con tendenza alla ulteriore crescita. In città ancora non si erano affievoliti gli echi dei festeggiamenti per le nozze reali tra il Principe Umberto e la cugina Margherita di Savoia, figlia di Ferdinando duca di Genova.

Dopo le nozze a Torino il 30 aprile 1868, la coppia reale decise di venire a Firenze dove fu decretato di festeggiare l’evento per otto giorni consecutivi (fino al 7 maggio). Secondo i giornali dell’epoca, per l’evento, affluirono in città circa sessantamila persone; fu certamente uno degli eventi più solennemente grandiosi dell’ultima metà dell’800. Grandi guadagni per i cinquecento fiaccherai fiorentini ed anche per gli omnibus trainati dai cavalli[1] che fin dal 2 giugno 1865 offrivano il servizio di trasporto pubblico nella capitale. Firenze era collegata molto bene anche dal punto di vista ferroviario sia a scala regionale che nazionale. La città assumeva sempre più un volto di metropoli europea.

Alessandro Manzoni nel 1860 era stato nominato Senatore del Regno di Sardegna e con questo incarico aveva votato a favore dello spostamento provvisorio della capitale da Torino a Firenze. Come presidente della commissione parlamentare della lingua, nel 1868 scrisse una breve relazione sulla lingua italiana (Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla), nella quale elesse una lingua basata sul fiorentino.

Ed arriviamo a quello storico raduno del 1° luglio 1868 in cui un gruppo di eruditi benestanti propose di aprire una succursale del Club Alpino a Firenze. Il fatto memorabile del momento è del giorno precedente quando due personaggi illustri si incontrano per la prima ed unica volta: sono Giuseppe Verdi che si reca a Milano a trovare Alessandro Manzoni. Quello che avviene a Firenze, nell’ambito del Club Alpino, è qualcosa che va ben oltre la semplice apertura di una succursale del Club; a Firenze, si gettarono infatti le basi del futuro ordinamento del Club in Sezioni autonome.

Con la nascita della Succursale Fiorentina, il Club Alpino Italiano, approvando in via definitiva lo statuto  della sede di Firenze (seduta a Torino dell’11 febbraio 1869), riconoscerà il principio di vita indipendente e di amministrazione autonoma delle Sedi che sarebbero nate in seguito. In quella prima riunione istitutiva della durata di poco più di due ore, si discusse per prima cosa, su quale fosse l’organizzazione migliore e conveniente per poter istituire una succursale del Club Alpino a Firenze. Fu subito chiaro per tutti che l’istituzione dovesse rimanere unitaria e col nome di Club Alpino Italiano, dotata di una sola cassa ed un solo bollettino sociale. Igino Cocchi che assieme a R. H. Budden aveva avuto già una precedente esperienza nell’istituzione di succursali, propose una suddivisione in “sedi” o “circoli” per la comodità dei Soci residenti in luoghi vari d’Italia. Un Club che comunque rimaneva organizzato con un Presidente Generale, un Consiglio e una sede centrale in Torino, mentre per le sedi distaccate nelle diverse località, un proprio Presidente ed un Segretario. Il Consiglio d’Amministrazione centrale, in occasione del bilancio preventivo, avrebbe stabilito le somme occorrenti per le spese fisse di ogni circolo, mentre tutte le altre spese sarebbero state da farsi in comune tra tutte le diverse sedi. La discussione che seguirà esprimerà i diversi punti di vesta sugli scopi che dovrebbe perseguire un circolo come quello fiorentino, lontano dalle Alpi per il fatto che gli Appennini non presentano le altezze e le difficoltà delle Alpi. Cocchi in qualità di “padrone di casa” verrà nominato Presidente dell’assemblea e ricorderà che gli scopi del Club sono anche educativi e che comunque per l’aspetto dilettevole, anche le Apuane possono offrire salite difficili, riportando quindi la discussione sul modo di istituire una Sede in Firenze. Cocchi spiega che una sede indipendente e con piena autonomia sarebbe un errore perché la forte disparità nella distribuzione degli iscritti potrebbe portare

Una cartolina d’epoca: via Tornabuoni nella seconda metà dell’800. Sulla destra il palazzo Feroni, Sede fiorentina del Club Alpino Italiano  (da: it-it.facebook.com/vecchiaFirenzemia)

Prof. Igino Cocchi

primo Presidente del CAI Firenze (Dipartimento Scienze della Terra Università degli Studi di Firenze)

anche ad un conseguente rischio di chiusura della stessa. Su richiesta di alcuni convenuti verrà data lettura dello Statuto del Club e si inviterà l’assemblea ad approvare la creazione della Sede di Firenze sulla base di quanto discusso e cioè:

– un unico Club Alpino Italiano;

– un unico Bollettino sociale;

– un Consiglio Generale d’Amministrazione in Torino;

– un Presidente Generale;

–  un unico bilancio di cassa;

–  apertura di Sedi in altri luoghi d’Italia ove se ne presenti l’opportunità. Ad ognuna di queste  sarà assegnata una quota di bilancio generale per le proprie spese.

L’’assemblea approvò.

Il Cav. Sebastiano Fenzi ed il Conte Luigi Sormani Moretti chiesero la nomina di una commissione tra i presenti che avesse l’incarico di presentare all’Amministrazione Centrale del Club a Torino la proposta di aprire il circolo a Firenze; verranno designati il Prof. Igino Cocchi, il Barone Federico Savio, l’Ing. Felice Giordano, il dott. Giuseppe Haimann  e l’Ing. Antonio Fabri. Colpisce, anche se anticipato tra gli scopi dell’incontro, l’intenzione di cominciare da subito con l’attività escursionistica. Il Presidente Cocchi propose alcune gite tra cui una di maggiore interesse da fare nelle Alpi Apuane che definirà con l’occasione: regione interessantissima. La gita si effettuerà alla fine del mese di agosto ed invita coloro che vorranno prendervi parte a dargliene avviso. Come le Alpi, anche gli Appennini, ossatura portante della nostra penisola, iniziavano a destare interesse esplorativo per il futuro sviluppo del Club e della Nazione.

Vediamo adesso chi erano questi promotori che volevano aprire una sede del Club a Firenze.

Igino Cocchi, nativo di Terrarossa in Lunigiana (Comune di Licciana Nardi – MS), diventerà il primo Presidente della Sezione di Firenze (15 febbraio 1869) e resterà in carica fino al 1871 anno in cui dovrà lasciare l’incarico per doveri d’ufficio, rimanendo tuttavia sempre socio della Sede fiorentina. Cocchi è professore di Geologia, Mineralogia e Paleontologia al Regio Istituto di Studi

Superiori e di Perfezionamento di Firenze, nonché Direttore del Gabinetto di Geologia e Paleontologia. Sarà uno dei paleontologi italiani più importanti e diventerà uno dei personaggi principali nella storia iniziale della Carta Geologica d’Italia (1861-1873).

Felice Giordano è stato un ingegnere minerario molto legato da fraterna amicizia con Quintino Sella con il quale ha condiviso gli studi di specializzazione dopo la laurea. Tra i fondatori del Club Alpino a Torino, è divenuto famoso per la gara alla scalata del Cervino con l’inglese lord E. Whymper che raggiunse la vetta per primo nel 1865, ma a caro prezzo di vite umane. Giordano, dopo precedenti tentativi, nel settembre 1868 raggiunse la cima dal versante italiano scendendo poi per quello svizzero, per esclusivi scopi scientifici. Giordano fu comunque un grande personaggio in ambito minerario (Ispettore Capo delle Miniere), dopo il suo ritorno da un lungo viaggio in estremo Oriente tra il 1872 e il 1876, su incarico  del Governo per la ricerca di nuove colonie, assunse la direzione del Servizio Geologico con l’incarico del rilevamento e della stampa della Carta geologica del Regno d’Italia. Il 27 settembre 1881, insieme con Sella, Capellini e Stoppani, fonderà la Società Geologica Italiana.

Del Barone Federico Savio di Bernestil, si hanno poche notizie, sappiamo che la madre Olimpia Rossi Ferrero, curava uno dei salotti più noti e frequentati di Torino

(villa Millerose) e che fece trascrivere i suoi diari al figlio Federico (Memorie della baronessa Olimpia Savio). A Firenze il Barone Savio giunse giovanissimo poco più che ventiduenne e probabilmente i suoi impegni di lavoro lo tennero quasi subito lontano dall’attività del Club. Fu magistrato a Sarzana (1880) e poi consigliere alla Corte d’Appello di Torino (1895).

Anche Costantino Perazzi fu un fondatore del Club in Torino, ma non fu mai socio del Club a Firenze. Era un Ingegnere minerario e come Felice Giordano, conobbe Quintino Sella durante gli studi di perfezionamento a Parigi (presso la Ecole des Mines) e rimase amico per tutta la vita. La sua carriera iniziò nel Corpo Reale delle Miniere Sarde, ma Sella lo volle a suo fianco nella politica. Fu Ministro del Tesoro e dei Lavori Pubblici; per molti anni fu consigliere alla Corte dei Conti e del Consiglio di Stato e vicepresidente del Consiglio delle miniere dal 1883.

Giovan Battista Rimini è tra i fondatori del Club a Torino e segretario tra il 1865-1867 sotto la presidenza di Bartolomeo Gastaldi. Si trasferirà per motivi di lavoro da Torino a Firenze e dal 1868 diventerà per oltre trenta anni, segretario della Sezione del Club fiorentino. Un personaggio decisamente prezioso costantemente presente in tutti i principali eventi della storia ottocentesca della nostra Sezione. Iniziò a lavorare nel Corpo di Stato Maggiore Sardo con la qualifica di Disegnatore Topografo per entrare successivamente a far parte, nel 1872, dell’Istituto Geografico Militare come aiutante topografo di prima classe fino ad arrivare alla qualifica di Topografo Principale di Prima Classe nel 1893. Sono molto famosi i suoi estremamente dettagliati disegni di montagne che spesso apparivano nella stampa sociale.

Giovanni Morandini fu ingegnere direttore del comparto Nord delle Ferrovie e Senatore del Regno.

Giuseppe Haimann era un uomo di vasti interessi culturali. Magistrato e grande viaggiatore, fu un valente pittore, forgiato all’Accademia di Brera ed anche un alpinista. A Firenze giunse appena sposato come Capo Sezione al Ministero di Grazia e Giustizia. La conoscenza delle lingue arabe gli permise, poco dopo, di essere inviato dal Governo Italiano presso il Ministero Egiziano di Giustizia come Capo Divisione collaborando alla riforma giudiziaria internazionale. Con il suo spostamento a Roma assieme alla capitale, promuoverà nel giugno del 1873, la nascita della locale Sezione del Club, presso la sede della Società Geografica Italiana e diventerà vice presidente.

Sansone d’Ancona si trasferì con la famiglia a Firenze dopo la morte del padre commerciante a Pisa. Laureato in Matematica, fu Senatore del Regno. Era primogenito di nove fratelli tra i quali Cesare che fu un paleontologo collega di Cocchi nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze dove ricoprì la carica di Assistente alla Cattedra di Geologia e Geografia Fisica e di professore aggregato e straordinario di Paleontologia dal 1860 al 1897. Cesare, a differenza del fratello Sansone che si limitò a promuovere soltanto la nascita della Succursale fiorentina del Club, fu socio effettivo del Club di Firenze nei suoi primi dieci anni di vita.

A questi otto iniziatori, rispondono presentandosi alla prima adunanza la sera del primo luglio: il Conte Luigi Sormani Moretti, Sebastiano Fenzi, l’Ing Luigi Trevellini, Ing. Domenico Cipolletti, il Dott. Francesco Grispigni, l’Ing. Antonio Fabri, l’Avv. Giovanni  B. Robbo, il geometra Carlo Berruti, Abele Mancini ed il Prof. Carlo Cassola. Di questi, solo gli ultimi tre, Berruti, Mancini e Cassola, non aderiranno al sodalizio.

Il Conte Luigi Sormani Moretti, nativo di Reggio Emilia, fu un diplomatico e senatore del Regno. Probabilmente rimase socio di Firenze fino ai primi anni ’70 dell’800 quando per motivi istituzionali fu inviato come Prefetto a Venezia e poi a Verona. Di questo personaggio è famoso il suo interesse a favore del rimboschimento delle Montagne. Fu presidente della società “Pro Montibus” ed in ogni occasione (al Senato e nei Congressi) esprimeva il suo interesse a favore della Montagna.

Sebastiano Fenzi era il terzogenito dei quattro figli del senatore e finanziere Emanuele Fenzi, noto per aver istituito l’omonima banca a Firenze, in Piazza della Signoria nel 1821. Il nome dei Fenzi è soprattutto legato al progetto (1835) della prima ferrovia toscana: la Leopolda che univa Firenze a Livorno, della quale si aggiudicò l’appalto. Sebastiano non era certamente adatto a seguire le orme del padre in campo finanziario dedito come era all’amore per i piaceri, i bei vestiti ed il gioco. Nel 1844 assieme ad alcuni amici dell’aristocrazia fiorentina, diede vita al primo club ginnico. L’interesse per l’esercizio ginnico lo vide sempre un attivo promotore fondando altre associazioni simili in altri luoghi, fino a promuovere l’insegnamento obbligatorio della ginnastica nelle scuole. Scrisse anche molto in merito a questo suo interesse.  Nel 1877 pubblicò un proprio diario di viaggio con descrizioni accurate di carattere geografico ed etnologico. Assieme a lui si iscriveranno nelle file del Club fiorentino, il fratello Carlo (deputato) ed il nipote Emanuele Orazio che educato dal nonno seguì la strada della Finanza.

Domenico Cipolletti fu ingegnere e si occupò principalmente di meccanica applicata e resistenza dei materiali. Nel 1873 divenne direttore dell’Osservatorio Astronomico di Arcetri (inaugurato il 27 ottobre 1872), ma morì improvvisamente l’anno dopo all’età di soli 34 anni.

Antonio Fabri, fu ingegnere del Real Corpo delle Miniere, conobbe Felice Giordano quando lavorava per la società Monteponi in Sardegna e su proposta di Giordano si specializzò presso l’Ecole des Mines a Parigi. Nel 1867, sostituì come Ingegnere Capo a Firenze, Felice Giordano che si trovava ad organizzare l’Esposizione Universale Italiana a Parigi. Nel 1877 fu chiamato a dirigere, dopo quello di Roma, il Distretto Minerario di Firenze. E’ autore di saggi sui giacimenti minerari elbani, tra i quali si ricordano Cenni sulle miniere di ferro dell’isola d’Elba (1881) e Relazione sulle miniere di ferro dell’isola d’Elba (1887).

Luigi Trevellini fu un ingegnere delle Ferrovie Meridionali, mentre Francesco Grispigni fu un professore di Fisica, quest’ultimo, per brevissimo tempo divenne anche Sindaco di Roma.

Il Professor Grispigni assieme all’Ing. Trevellini, diressero e pubblicarono l’annuario scientifico ed industriale. L’Avv. Giuseppe B. Robbo, tra i soci fondatori della sede di Torino nel 1863, era un banchiere e si sposterà a Firenze per motivi di lavoro fino al 1872, quando si trasferirà alla Sede del Club di Varallo.

Il 17 dicembre 1868, il Direttivo del Club centrale, approverà il progetto per la realizzazione della Sede di Firenze (vd. Boll. C.A.I. n° 55 1868 pag.15). In relazione alle proposte che erano pervenute da Firenze attraverso la Commissione nominata durante l’adunanza del 1°luglio 1868, la Direzione Centrale del Club, accordò a favore della succursale, la quota definita “di buon ingresso”, cioè una quota fissa di iscrizione di pari entità di quella annuale, ed i 2/3 della quota sociale annuale. Il Presidente generale, Bartolomeo Gastaldi, esprimerà tuttavia contrarietà nella suddivisione del Club in

“Sezioni o Circoli” completamente indipendenti poiché in quel momento la compagine sociale non lo poteva permettere. Il riconoscimento dell’autonomia locale amministrativa della Sede, è tuttavia la prima rivoluzione nella struttura del Club, il primo segno della futura suddivisione autonoma in Sezioni.

Con la seconda adunanza a Firenze del 12 gennaio 1869, gli intervenuti prenderanno atto delle decisioni della Sede Centrale e su proposta di Quintino Sella di considerarsi costituiti di fatto in Sede Fiorentina (Boll. C.A.I. n°13 del 1868 pag. 218). Nella medesima riunione appare per la prima volta nella storia del Club Alpino di Firenze, la figura di Richard Henry Budden.

Budden, fu uno dei pionieri dell’alpinismo denominato per la sua costante azione di promozione del Club,

“Apostolo dell’alpinismo”. Londinese di nascita, come altri suoi concittadini, conobbe le Alpi della Val d’Aosta e Courmayeur che divenne la sede principale per le ascensioni. Nel suo tentativo di migliorare le condizioni del soggiorno nel villaggio di Courmayeur ed offrendo per lo scopo un suo contributo economico (e non sarà l’unica volta in cui proporrà un suo contributo per iniziative o premi), conoscerà Rimini e Gastaldi che accogliendo con entusiasmo la sua proposta, lo faranno iscrivere al Club. Da allora inizierà una lunga collaborazione alle attività del Club che diverrà la sua famiglia e durerà per tutta a sua vita.

Con la nascita della succursale del Club a Firenze, sarà tra i primi iniziatori attivi e socio perpetuo, diventando Presidente dal 1874 per ben 21 anni. Quel 12 gennaio 1869, durante la riunione, saranno delegati i soci: Cocchi, Budden e Giordano, di redigere uno “statuto” per la Sede di Firenze in accordo con quello Centrale e con l’Amministrazione di Torino. Budden si recherà a Torino all’Assemblea Generale l’11 febbraio 1869, riportando l’approvazione di massima dello Statuto oltre all’espresso desiderio, da parte del Presidente Gastaldi e del gruppo Direttivo, di concludere le trattative per stabilire definitivamente la Sede a Firenze.

L’Adunanza Generale dei Soci del Club della Sede di Firenze, si tenne la sera del 15 febbraio 1869 alle ore 20,00, nei locali gentilmente offerti dalla Società Geografica Italiana, presso la sede del Ministero della Pubblica Istruzione al piano terreno in Piazza San Firenze. Gli intervenuti furono 24 tra i quali erano presenti il primo Presidente della Società Geografica Italiana l’Avvocato Cristoforo Negri ed il Segretario Generale della stessa il Marchese Orazio Antinori. La presenza di questi ultimi era richiesta per discutere su una possibile unione tra le due Società caldeggiata da Quintino Sella. Tra i presenti molti di loro intendevano iscriversi alla Sede di Firenze.

Come previsto dal nuovo Statuto, si svolgeranno le votazioni[2]   che vedono eletto a Presidente il Prof. Igino Cocchi, a Vice Presidente  Richard Henry Budden ed a segretario Giovan Battista Rimini. Per la scelta del cassiere si lascia alla Direzione la facoltà di decidere in un secondo momento, in quanto qualora le due società (Club Alpino e Società Geografica) dovessero costituirsi in una unica federazione si opterebbe per nominare lo stesso cassiere della Società Geografica Italiana.  La riunione avrà termine alle ore 23,00. Tra i presenti vale la pena ricordare Ubaldino Peruzzi, uomo politico, Ministro dei Lavori Pubblici e degli Interni che fu anche sindaco di Firenze nel periodo della capitale. Peruzzi era laureato in Giurisprudenza ed aveva anche il diploma in ingegneria delle miniere conseguito a Parigi. Nel Club appare tra i fondatori a Torino assieme ai fratelli Ricasoli con i quali era legato da rapporti di parentela. Sarà grazie a lui che la Sede di Firenze dal 1873 troverà una sua duratura collocazione in due sale del Palazzo Feroni (ex Spini), in via Tornabuoni. Il palazzo, infatti, dopo lo spostamento della capitale a Roma, fu lasciato libero dagli uffici del Comune di Firenze che si trasferivano in Palazzo Vecchio. Nel medesimo palazzo sempre il Peruzzi presiedeva il Circolo Filologico con il quale il Club Alpino ha avuto sempre ottimi rapporti di reciproco scambio di aiuto e diversi soci in comune. Sempre tra i presenti vi era Lamberto Demarchi, anche lui Ingegnere delle Miniere ed anche lui inviato a completare la specializzazione degli studi minerari a Parigi ed a Liegi. La sua attività nel Club fiorentino si interrompe nel 1871 anno in cui fu inviato in Sicilia come direttore della Scuola mineraria di Caltanissetta. Tommaso Agudio era un ingegnere e politico eletto alla Camera; fu un geniale progettista e costruttore di ferrovie e di funicolari tra le quali quella di Superga a Torino.

Emilio Bechi, era un prof. di Chimica al Politecnico di Firenze, sarà accademico georgofilo e Preside dell’Istituto Tecnico Agrario di Firenze, si occuperà anche di aspetti di chimica mineraria. Esiste poi una serie di nuovi soci provenienti dall’ambiente militare tra cui: Pompeo Bariola, milanese di nascita che frequentò l’accademia militare diventando comandante di Corpo d’Armata. Fu anche senatore del Regno.

Il Conte Enrico Lorenzo Avet che nacque a Chambery e frequentò l’accademia militare di Torino. Si laureò in giurisprudenza e la sua carriera militare lo portò al grado di Maggior Generale. Il generale Ernesto Guidotti e Luigi Battizzocco, capitano del Genio addetto al Comando dello Stato Maggiore in Firenze. Ezio Camillo Giorgio De Vecchi, era Colonnello Brigadiere, Segretario Generale al Ministero della Guerra a Firenze al momento della sua iscrizione al Club; in seguito diviene Tenente Generale (1877). Sarà anche lui un Senatore del Regno. De Vecchi era un appassionato di studi geologici (aveva studiato a Pisa con il Prof. Leopoldo Pilla), collaborò in Sardegna con Alfonso La Marmora per il rilievo geologico dell’isola e fu Direttore dell’Istituto Topografico Militare. Lorenzo Sevez fu il revisore della corrispondenza al Ministero degli Esteri e Caranti Biagio, piemontese, laureato in giurisprudenza a Torino, seguì la carriera politica diventando deputato nel 1874. Il dott. Filippo Schwarzenberg era un possidente, finanziere tedesco che aveva acquistato nei primi anni del 1870 diritti di escavazione minerari nella zona dell’Amiata (miniere di cinabro presso Abbadia San Salvatore).

Nei documenti della Sezione del Club di Firenze, non troviamo più alcun accenno circa la proposta di federazione con la Società Geografica che pochi anni più tardi, nel 1873, fu trasferita a Roma. Il direttivo del Club fiorentino scelse come cassiere, un ricco commerciante Giuseppe Peyron.

Giuseppe Peyron era uno dei tanti piemontesi che arrivarono con la capitale nel 1865 a Firenze, seguendo la corte Sabauda per commerciare tappezzerie e tessuti vari. Facoltoso commerciante e di famiglia banchieri, Giuseppe acquistò palazzo Mondragone in via dè Banchi, sistemando il negozio al pianterreno sul lato di via Panzani, nella loggia del retrostante palazzo. Successivamente acquistò un palazzo in piazza Indipendenza al n°18 dove si trasferì per risiedere con la famiglia. Rimarrà il cassiere della Sezione fiorentina fino ai primi anni ’80 dell’800.

Nello stesso giorno in cui il Direttivo del Club a Torino approva la realizzazione della Sede di Firenze (17 dicembre 1868), verrà contemporaneamente approvata anche la realizzazione di un’altra Sede del Club, quella di Agordo. Ad Agordo, già da tempo, si parlava di fondare una società alpinistica che potesse servire da ufficio informazioni per coloro che giunti in zona, volessero affrontare escursioni montane ed anche per promuovere turisticamente il territorio delle Dolomiti bellunesi.

Nell’estate del 1868, una Società Alpina di Agordo sorse autonoma grazie ad un personaggio molto rilevante: l’Ing. Del Regio Corpo delle Miniere Niccolò Pellati, che giunse proprio in quel periodo ad Agordo con l’incarico di dirigere le miniere della valle Imperina. Pellati era amico di Quintino Sella che, venuto a sapere di questa importante e tempestiva opportunità di intenti per la promozione della Montagna, gli propose l’unione al Club di Torino. La Sezione di Agordo e quella di Firenze vengono approvate il 17 dicembre 1868 dalla Direzione del Club di Torino che ne darà successiva comunicazione per lettera. Le proposta che la Sede di Torino approva per l’istituzione delle due Sedi di Firenze e Agordo, ma in seguito per tutte le Sedi che nasceranno, è sostanzialmente quella che il Professor Igino Cocchi aveva esposto durante la prima adunanza del 1° luglio 1868 a Firenze. Una proposta che sarà ulteriormente affinata nella seconda riunione della Sede fiorentina del 12 gennaio 1869 ed in particolare dai soci Cocchi, Budden e Giordano che ebbero l’incarico dall’assemblea stessa di perfezionare la proposta di Statuto in accordo a quello fondamentale del Club; tale Statuto sarà quindi approvato definitivamente dall’Assemblea generale di Torino l’11 febbraio 1869.

l principio di vita propria e di amministrazione autonoma proposto da Firenze è stato quindi senza dubbio il fondamento dell’autonomia sezionale del Club. Le date formali di entrata in funzione delle Sedi di Firenze ed Agordo, sono rispettivamente quelle del 15 febbraio 1869 e del 3 febbraio 1869, nelle quali i soci delle relative Sedi oltre ad approvare definitivamente il loro “statuto” (12 articoli per la Sede di Firenze e 7 articoli per Agordo), vengono attribuite le cariche elettive. I soci della sede di Firenze nel 1869 saranno 88 che per una Sezione lontana dalle Alpi, prima di tante altre città del nord, rappresenta un vero successo. Quello che è certo, comunque, è che se non ci fosse stata una fortissima volontà di esistere, l’attività di questa Sede sarebbe certamente cessata dopo poco tempo.

[1] Erano grosse carrozze che potevano ospitare fino a dodici persone a costi veramente popolari.

[2] I venti elettori esprimeranno le seguenti preferenze: per la Presidenza Igino Cocchi riceverà 9 voti, R.H. Budden 6 voti e F. Giordano 5 voti. Per la Vice presidenza, Quintino Sella riceverà 5 voti, Giordano 5 voti, E. De Vecchi 4 voti, Igino Cocchi 3 voti e R.H. Budden 3 voti (Budden divenne Vice Presid. evidentemente per il fatto che Sella, Giordano e De Vecchi, declineranno l’incarico).

Per Segretario: G. B. Rimini 12 voti, Fabri 7 voti, Demarchi 1 voto (Archivio Storico CAI Firenze)

Una gita strepitosa di Giulia Gramegna Marinelli

Finalmente sono sul Libro Aperto. Da tanto tempo volevo arrivarci. L’avevo visto dal monte Gennaio, dal Corno alle Scale e perfino da casa mia a Bivigliano. Siedo e azzanno un panino (il più buono che abbia mai mangiato).
Mi guardo intorno e vedo il Cimone tanto vicino che pare toccarlo, il monte Spigolino, il Corno alle Scale, le Tre Potenze e il paesino dell’Abetone. E’ bellissimo ma che fatica! Ripenso al sonno di questa mattina alle cinque, per me era prima, quando il nonno mi ha svegliato. Fatta colazione, siamo usciti, dalla casa di amici al Conio,un gruppo di case sopra il Melo di Cutigliano e partiti verso i Tauffi dove abbiamo parcheggiato. Avevo tanto freddo era buio, il sole non splendeva ancora in cielo. C’era una sbarra e pensai che si dovesse passare di lì e invece prendemmo un sentierino vicino al bosco.

Camminavo davanti facendo attenzione ai segni del sentiero. Avevo un po’ di paura perché il nonno mi aveva detto che la gita sarebbe stata davvero faticosa. Superata la fonte del Capitano mi apparve un’immensa pianura che terminava dove si alzavano i monti. Arrivammo a delle vasche (vecchie tinozze) e il nonno mi disse che queste servivano agli animali per bere. Iniziammo la ripida salita che ci avrebbe portato al crinale. Piano piano il sole cominciò a salire e il nonno iniziò a brontolare perché stava già sudando. Col sole che picchiava come quello di mezzogiorno cominciarono ad arrivare mosche e tafani, erano fastidiosi! A un certo punto, in un tratto tutto pietroso i segni sparirono e dovemmo arrampicarci aggrappandoci alle rocce e all’erba che il nonno mi spiegò chiamarsi “paleo”. Poi finalmente il crinale, alla Sella del Lancino, da dove si vedeva un panorama fantastico e dove ci fermammo a riposare e fare merenda.

C’era un cippo cilindrico di pietra e chiesi al nonno cosa era. Mi disse che era un segno, posato nel 1789 al tempo del granduca Leopoldo per definire il confine tra la Toscana e lo Stato della Chiesa. Ora fissa il confine tra la Toscana e l’Emilia-Romagna.

Riprendemmo il cammino e su un pendio vidi tante margherite gigantesche: erano meravigliose.

Proseguimmo il cammino lungo il dorsale che in dei punti diventava sempre più sottile con precipizi a destra e a sinistra e dove la mia attenzione fu messa alla prova. Insieme a noi, qui in cima, ci sono alcuni ragazzi ai quali il nonno chiede di scattarci una foto cosa che altrettanto faccio io a loro perché, non avendo la macchina fotografica ma un telefonino touchscreen, il nonno non lo sa adoperare. Agguanto un altro panino mentre il nonno dorme come un ghiro. A un tratto ecco che il nonno si sveglia , si alza e mi dice: “ Su dai è l’ora di andare”; l’avrei ucciso. Un ultimo sguardo e via da questa bellezza. Iniziamo a scendere, io a passo svelto non vedo un sasso, inciampo cado e mi faccio un graffio. Poco dopo perdo l’elastico dei capelli, torno indietro per cercarlo e nello stesso tempo trovo mirtilli e fragole, che bontà!

Alla fine della discesa iniziamo a percorrere una strada nel bosco che non finisce mai ma che ci porta all’Abetone dove il nostro amico ci attende per riportaci a riprendere la nostra auto. Arrivati, il nonno scende mentre io e il nostro amico partiamo per andare a casa, dove aspettiamo a lungo il nonno che non arriva. Cosa è successo? È successo che lo zaino del nonno con le chiavi dell’auto lo abbiamo portato via noi e lui è rimasto ai Tauffi… che risate! Allora il nostro amico ritorna dal nonno con le chiavi e finalmente ci riuniamo tutti al Conio. E’ stata una giornata indimenticabile piena di divertimento e di esperienze nuove passata insieme al nonno.

Un itinerario da conoscere e valorizzare di Giancarlo Migliorini

Giancarlo Migliorini – Sottosezione di Stia

Da diversi anni, a Stia, si nota un certo “traffico” di escursionisti che, provenienti da Firenze, si dirigono verso il Santuario della Verna. Si tratta di un transito quasi quotidiano, di persone singole o di gruppi, quasi esclusivamente stranieri che, a piedi con lo zaino in spalla, sono diretti verso i luoghi santi francescani.

L’interessante itinerario, poco conosciuto dai nostri escursionisti, è descritto da anni in guide realizzate in lingua olandese e tedesca. La recente pubblicazione, in italiano e inglese, intitolata “Da Firenze alla Verna passando per Ama” di Don Francesco Pasetto, di cui citiamo qualche passaggio, è finalmente un’occasione per valorizzare questo percorso anche nel nostro paese. Sicuramente siamo in un epoca nella quale cresce la voglia di fare escursionismo e i pellegrinaggi religiosi sono un “motore” importante, incentivato anche da interessi culturali e da valori spirituali, per affrontare un viaggio, anche impegnativo sia dal punto di vista fisico che da quello economico. Il luogo di richiamo principale della cristianità (insieme alla Terra Santa) è da tanti secoli la città di Roma e tutti i percorsi tendono, intersecandosi e sovrapponendosi fra loro, ad arrivarci; molti studiosi hanno ricostruito, a loro modo di vedere, le varie direttrici anche se, è bene ricordarlo, nei secoli passati le strade non avevano la stessa “stabilità” di oggi, si trattava di percorsi che andavano da un luogo all’altro modificandosi in funzione di tante situazioni diverse (stagioni, meteo, difficoltà dei guadi, pericoli, guerre, ecc.). I riferimenti certi, che aiutano le varie ricostruzioni, sono le pievi, gli spedali con la loro storia individuale e i racconti tramandati nel tempo. Esistono e si moltiplicano, inoltre, tanti percorsi dedicati a santi e/o a monaci ricchi di vicende affascinanti; fra tutti esercitano un richiamo fortissimo i “cammini”, nonché i luoghi, collegati alla vita di San Francesco per la sua unicità e il suo modo di vivere la fede (“la pura e santa semplicità confonde ogni sapienza”).

L’itinerario che raccontiamo vuole incentivare la possibilità che molti pellegrini, o comunque escursionisti, possano ripercorrere i passi di San Francesco, anche partendo da Firenze. L’asse portante delle vie francescane è quello che collega La Verna con Assisi e con Greccio, ma San Francesco si recò, oltre che a Roma, in moltissimi altri luoghi dove sono rimaste tracce del suo passaggio. Nella nostra città e a Fiesole, è noto, sono presenti numerose chiese e importanti conventi francescani.

A Firenze i primi seguaci di San Francesco giunsero nel 1209. Il santo venne, insieme a Fra Silvestro, nel 1211 fermandosi, secondo la tradizione, nell’Ospizio di Santa Lucia dei Magnoli. Lì vicino, in un isolotto dell’Arno, sarebbe stata donata a  San Francesco una cappella dedicata alla Santa Croce, dalla quale avrebbero poi preso il nome la chiesa e il convento realizzati nel 1228. Nel 1294 venne costruita la splendida chiesa attuale, con il contributo di importantissimi artisti dell’epoca; è da qui che inizia il nostro itinerario che è diretto a Camaldoli ea La Verna (in 6 tappe) ma anche verso Gubbio e Assisi (in 16 tappe), Greccio e Roma (in 32 tappe). Ovviamente, come ogni trekking, ognuno programma il proprio percorso in base alle sue esigenze; in questo caso sono da considerare anche i tempi dedicati alla visita dei vari siti incontrati lungo l’itinerario. Sarebbe importante una maggiore attenzione degli enti pubblici locali e di quelli ecclesiastici per favorire, come avviene in altri casi, l’accessibilità continuativa alle pievi e agli spedali e l’ospitalità a costi adeguati allo spirito che caratterizza i pellegrinaggi, non interessati all’offerta di servizi accessori, ma ad una sosta a prezzi contenuti. La guida sopracitata elabora una proposta che tende ad evitare le strade asfaltate, ricerca i percorsi tracciati dai boscaioli, dai carbonari, dai forestali, dagli abitanti dei luoghi per le loro attività; alcuni di questi sentieri sono mantenuti con grande attenzione dai soci volontari del CAI di Firenze, di Pontassieve e di Stia, ma ci sono altri tratti, non controllati, che possono essere di più difficile percorrenza; confidiamo che l’eventuale aumento dell’interesse escursionistico diventi motivo anche di maggiore attenzione da parte dei Comuni attraversati.

San Francesco, lo ricordiamo con grande gratitudine, oltre a essere sublime nella sua fede e nella sua semplicità, ringraziava Dio per quello che ci ha donato. Le sue parole: “Laudato sii, mio Signore, per Frate Sole e Sora Luna, per Frate Vento e per Sora Acqua e per Frate Foco; laudato sii, mio Signore, per Sora nostra Madre Terra, nostra casa comune, che ci sostenta e ci governa” sono anche per noi, soci CAI, la rappresentazione di ciò che amiamo e che la moderna società spesso tende a distruggere per incuria e per interessi discutibilissimi. Percorrendo i luoghi transitati da San Francesco e frequentando quelli dove visse ci vengono in mente le sue parole e si percepisce la sua presenza; camminare a piedi era per lui, la scuola di tutte le virtù.

Era anche l’occasione per avvicinarsi ai suoi simili, agli animali, alle piante e, attraverso di loro, all’energia creatrice che anima il modo.

Buon compleanno “Martinella” di Raimondo Perodi Ginanni

Questo 2015 è un anno particolarmente impegnativo per il nostro Coro, che, oltre agli impegni consueti, è chiamato a presenziare ad importanti eventi quali la ricorrenza dei 150 anni di Firenze capitale, il Centenario della Grande Guerra, il 100° Congresso Nazionale del CAI. E non solo.

Nel primo semestre, tra i vari impegni, merita ricordare il concerto richiestoci dai soci Coop di Pontassieve proprio sulla ricorrenza della Grande Guerra e, soprattutto, il toccante evento, nel chiostro del Museo del ‘900 di Firenze, intitolato “Parole e Musica della Grande Guerra”, organizzato dal Maggio Musicale Fiorentino, che ci ha voluto: confidiamo che questo prestigioso contatto possa produrre ulteriore sviluppi. A maggio, per il 35° del Coro La Grolla, siamo stati a Livorno dove abbiamo colto l’opportunità di girare in battello i Canali Medicei (“Fossi Livornesi”) per scoprire tanti e suggestivi angoli nascosti della città. In giugno abbiamo preso parte ad una rassegna corale a Ravenna dove, aldilà del canto, abbiamo potuto apprezzare questa bellissima città, ricca di storia e di arte, quest’anno al primo posto della classifica del Sole 24 Ore tra le città più gradevoli e vivibili d’Italia.

Al rientro delle vacanze gli impegni si infittiscono, ne citiamo i più rilevanti: in settembre la 38° edizione della nostra consueta Rassegna Corale, in questa occasione presso il Giardino dell’Orticultura al Ponte Rosso, nella suggestiva cornice dell’ottocentesco Tepidarium in ferro e vetro, opera dell’Arch. Roster, la più grande serra d’Italia; in ottobre prendiamo parte ad una rassegna corale a Sondrio e ad un evento del Comune di Prato su Emilio Bertini fondatore della locale sezione Cai, per concludere con l’impegno operativo ed un concerto per il 100° Congresso Nazionale del Cai a Firenze. L’annata si chiuderà con il Concerto di Natale che il CAI Firenze, come sempre, offre alla Città: il 19 dicembre saremo nella quattrocentesca Chiesa di San Salvatore al Monte, alle spalle del piazzale Michelangelo; proprio il Buonarroti chiamava questo luogo di culto francescano “la mia bella villanella”. Ultimo ma non ultimo: quest’anno il Coro La Martinella compie 45 anni: dal 1970 ad oggi siamo cresciuti sotto molti aspetti: dedizione (ed abnegazione!) da parte dei tre Maestri che si sono succeduti alla “bacchetta” (il fondatore Claudio Malcapi, poi Fabio Azzaroli, e l’attuale direttore Ettore Varacalli); volontà ed impegno dei tanti coristi che hanno tessuto e rinnovato le fila (abbiamo ancora 2 fondatori, Valerio Bortolotti e Beppe Ocello); varietà di repertorio; qualità di rappresentazione. Tutto ciò viene testimoniato dal costante gradimento del pubblico che partecipa ai nostri eventi con un affetto sempre degno di nota. Per festeggiare questo compleanno il Coro ha provveduto alla ottava pubblicazione musicale intitolata “La Nostra Voce”. Questo cd contiene diciassette brani dei quali tredici sono stati appositamente registrati, sono vari per repertorio e confermano la ricerca della tradizione dei canti eseguiti a cappella (di origine popolare, sociale, montanara, alpina e di guerra) da sempre particolare caratteristica del ns. Coro; gli altri quattro sono brani riproposti tra i più significativi della ns. storia, anche in ricordo di alcuni ns. coristi e solisti tra i quali Raffaello De Rocco che da poco “è andato avanti”. Il titolo del cd testimonia, oltre alla ovvia considerazione che siamo, appunto, un Coro, che l’impegno di noi tutti è frutto di una unica intensa e costante volontà di stare
insieme e di esprimere insieme, con il canto, il forte sentimento di amicizia che ci lega.

Questo cd viene dato in omaggio ai soci CAI presenti al 100° Congresso Nazionale.

Monte Kenya – Montagne d’Africa di Nelusco Paoli

Ho sognato il Kenya leggendo il libro di Felice Benuzzi “ Fuga sul Kenya”. Cresciuto nella Trieste di Comici, Benuzzi aveva praticato e si era appassionato all’alpinismo fino da giovanissimo; aveva arrampicato sia nelle “sue” Alpi Giulie, in Dolomiti e si era spinto fino alle Alpi Occidentali. Nel 1943 mentre si trovava da poco prigioniero di guerra in un campo inglese, a Nanyuki, in Kenya, in un mattino sereno vide splendere all’orizzonte una montagna coperta di ghiacci e per reagire all’inedia ed alle frustrazioni della prigionia concepì la folle idea di scalarla.

Non aveva alcuna conoscenza della montagna; non sapeva chi l’aveva scalata, quali erano le “vie” aperte, non conosceva gli accessi per raggiungerla. Era solo in possesso di un disegno della montagna, del versante sud, impresso su una scatoletta di carne e di uno schizzo del suo versante, il nord nord-ovest, fatto di nascosto dal campo nel quale era recluso.

Sondando cautamente per non scoprire i propri piani, riusci a convincere due compagni di prigionia a fuggire dal campo per scalare la montagna che prepotentemente lo attraeva. Il primo era il medico Giovanni Balletto detto Gùan, genovese, anche lui esperto alpinista; occorreva inoltre un’altra persona per aiutare gli alpinisti nella sorveglianza dei campi dalle bestie feroci. Fu trovato in Enzo Barsotti, privo di ogni minima conoscenza montana ma audace e amante dell’avventura. Si erano procurati l’attrezzatura utilizzando del ferro recuperato dai rifiuti e lavorato da un fabbro recluso nel campo; lo stesso avevano fatto per      il vestiario pesante (necessario sulla montagna dato che scintillava di neve), trasformando le coperte in caldi abiti.

Avevano inoltre accumulato del cibo con scambi con gli amici e risparmiando sul vitto. Quando furono pronti iniziarono la fuga che, romanzesca e avventurosa, durò diciassette giorni. Evasero di notte, con sulle spalle  carichi pesantissimi, e seguirono il corso del fiume Nanyuki, sempre vigili ed attenti a non farsi catturare e al pericolo degli animali feroci – una notte un enorme elefante si presentò sul fiume ad abbeverarsi, vicino a dove avevano posto il campo, e dopo aver soddisfatto la sua necessità, senza degnare i nostri di uno sguardo, placidamente se ne tornò nel folto. Con fatica e grandi sforzi raggiunsero le pendici del versante nord del Batian la cima più alta del Monte Kenya. Fissato il “campo base” lasciato in custodia a Enzo, Felice e Gùan tentarono la cima da nord – ovest, settore che aveva messo in difficoltà alpinisti del calibro di Shipton e Tilman, ma dovettero desistere sotto una violenta bufera. La stanchezza e la scarsità di viveri li fece ripiegare il giorno successivo sulla punta Lenana sulla quale piantarono con orgoglio il tricolore italiano.

Riuscirono a rientrare nel campo di prigionia senza essere catturati e il giorno dopo, puliti ed in ordine, si presentarono al comandante inglese. Questi assegnò loro la punizione prevista per la fuga: ventotto giorni di reclusione completa. Venuto a conoscenza dell’impresa il comandante revocò la pena dopo solo sette giorni di punizione “per buona condotta in cella”; probabilmente lo spirito sportivo ebbe il sopravvento sul regolamento. Finita la guerra Benuzzi rientrò in Italia per abbracciare la carriera diplomatica. Ricoprì vari incarichi a Parigi, a Karachi, a Berlino e a Montevideo. Si adoperò infine per conto del Ministero degli Affari Esteri di condurre i negoziati relativi all’Antartide, fino alla firma del trattato nel 1981. Fu tra i soci fondatori di Mountain Wilderness. Morì a Roma il 4 luglio 1988.

Anche il dottor Balletto rientrò in Italia ma aveva contratto un’inguaribile malattia: si era preso il “mal d’Africa”. Tornò ad esercitare la propria professione in Somalia e successivamente in Tanganica. Innamoratosi del Kilimanjaro (che scalò innumerevoli volte da ogni versante) si trasferì alle sue falde per curare la popolazione Chagga. L’amatissimo “John”, come lo chiamavano i locali, morì a Himo nel 1972.

Quando ho pensato di attuare il sogno di scalare il Kenya, ho avuto bisogno di un compagno di cordata e mi è venuto spontaneo il nome di Marco. E’ stato l’amico delle più belle avventure giovanili; eravamo una coppia affiatata e forse un po’ azzardosa (Rolando, ci aveva soprannominati Garibaldi e Nino Bixio). Con lui ho praticamente iniziato ad arrampicare; oltre alle “vie” del Procinto ho “fatto” la mia prima lunga arrampicata: l’Oppio-Colmaghi al Pizzo d’Uccello (ripetuta quasi sempre con lui). Ho condiviso con Marco la felicità e l’appagamento delle belle arrampicate fatte sulle Alpi, dopo una lunga corsa in autostrada, al venerdì sera, e la stanchezza soddisfatta del rientro a Firenze la sera della domenica.

Non ho faticato molto a convincere Marco. Siamo stati in palestra un paio di volte, abbiamo fatto qualche escursione e sebbene non fosse molto in forma, con il consueto ottimismo, ha condiviso il mio desiderio. Per preparare l’ascensione del Kenya mi ero potuto documentare e, a differenza di Benuzzi, impossibilitato a farlo dalla prigionia, avevo una buona conoscenza delle vicende alpinistiche della montagna. Sapevo che per primo era stata avvistata dal pastore protestante dottor Johann Ludwig Krapf il 3 dicembre 1849, confratello di quel Rebmann che l’anno precedente aveva avvistato la cima del Kibo. Anche al Krapf “la gigantesca muraglia che si estendeva da nord a sud, sulla cui sommità si elevavano due torri d’un aspetto grandioso e maestoso” aveva fatto nascere nell’animo pensieri sublimi, ed anche alla sua scoperta la Royal Geographic Society aveva attribuito lo stesso scetticismo ed il medesimo sarcasmo riservati a quella del Rebmann.

Per aver ragione e vedersi riconosciuta la scoperta il reverendo Krapf avrebbe dovuto attendere ben trentaquattro anni. La spedizione che avrebbe potuto appurare la verità fu impossibilitata a farlo; nel 1877 il naturalista tedesco J. M. Hildebrandt soggiornò a Kitui, da dove si poteva vedere il Kenya, ma non poté confermare la scoperta del reverendo Krapf poiché, come accade spesso durante la stagione delle piogge, il monte rimase invisibile a causa delle nebbie che stazionarono sulle cime per l’intero periodo. La conferma a quanto visto da Krapf avvenne soltanto nel 1883 con la spedizione del naturalista scozzese Joseph Thomson. Come dichiarerà nel suo libro Attraverso il paese dei Masai, mentre inseguiva un leopardo sulla catena degli Aberdare vide una montagna “ splendente di candore, dalle pareti luccicanti che scintillava con la bellezza superba di un colossale diamante”.

Per conquistare il Batian, come sarebbe stata chiamata dai primi salitori la vetta principale del Kenya, fu necessario attendere la fine del secolo. Ma dal 1883 al 1899 ben cinque spedizioni si recarono alle pendici del Kenya. Non raggiunsero la vetta ma aumentarono considerevolmente la conoscenza della montagna e dell’Africa.

A cavallo fra il 1884 e il 1885 visitò la zona la spedizione del medico tedesco G.A.Fischer. Anche questi contribuì ad avvalorare la scoperta del Krapf, riferendo di aver scorto di sfuggita “la punta meridionale nevosa”.

Nell’anno 1887 fu la volta del conte ungherese Samuel Teleky de Szék accompagnato dal tenente di vascello della marina austro-ungarica Ludwig von Hoehnel.

Arrivavano dal Kilimanjaro dove  von Hoehnel aveva raggiunto l’altezza di 5.250 metri. La spedizione portò alla scoperta dei laghi Rodolfo (ribattezzato Turkana, dal nome di una tribù locale) e Stefania, così chiamati in onore del figlio e della nuora dell’imperatore d’Austria. Von Hoehnel redasse inoltre una mappa dettagliata di tutto il territorio esplorato. Ebbero molte peripezie; mentre von Hoehnel cadde malato e fu costretto a restare al campo a fronteggiare i minacciosi Masai, Teleky affrontò, con i soli portatori, l’ascensione. Superò la fascia di bambù, definita “pressoché impassabile”, e raggiunse la quota di 4.680 metri in quella valle che oggi porta il suo nome.

Ludwig von Hoehnel tornò in Kenya con l’inglese Astor Chander nel 1892 per tentarne di novo l’attacco. Anche in questa occasione riuscì a vedere il Kenya soltanto da lontano; per poco non morì dissanguato dalla carica di un rinoceronte ferito. Un ammutinamento dei portatori costrinse la spedizione a sciogliersi e von Hoehnel e Chander riuscirono a malapena a salvarsi.

Peggior sorte capitò quattro anni dopo al medico e naturalista tedesco  George Koble. Appassionato di caccia grossa, non riuscì a colpire a morte un rinoceronte che lo travolse e lo uccise.

Nel 1893 fu la volta di un vero alpinista J.W Gregory. Si spinse fino alle pareti dell’attacco ma non riuscì a salire sulla cima. Contribuì alla conoscenza della zona scoprendo alcuni ghiacciai che battezzò Darwin, Tyndall, Heim e Forrel. Come era avvenuto per il Kilimanjaro anche il Kenya fu vinto dalla costanza e determinazione di un uomo di scienza con l’apporto essenziale di esperti alpinisti. Nel 1899 Halford John Mackinder, geografo di fama con cattedra ad Oxford, organizzò una spedizione con il naturalista G. B. Hausburg, E Saunders e C. F. Compburn. Mackinder si avvalse anche dell’opera, che risultò determinante al fine della conquista della vetta, di due esperte guide valdostane Cesare Ollier e Giuseppe Brocherel. La spedizione iniziò sotto cattivi auspici. A Mombasa vennero trattenuti in quarantena a causa di una epidemia di vaiolo. Riuscirono a recuperare parte del tempo perduto grazie all’utilizzo dell’erigenda ferrovia, che avrebbe collegato la costa con i grandi laghi. In soli tre giorni di treno raggiunsero Nairobi; anche li infuriava l’epidemia del vaiolo e dovettero lasciare la zona in tutta fretta, senza potersi rifornire del necessario. Imperversava inoltre la peste bovina che aumentò le difficoltà di reperire il cibo per la spedizione.

Su consiglio dell’amministrazione britannica il laibon dei Masai, Lenana che comandava diecimila guerrieri aveva fatto spostare tutta la sua gente con le mandrie nell’interno. Quando Lenana incontrò Mackinder, per ringraziarlo del consiglio ricevuto dagli inglesi che aveva consentito al suo popolo di salvare i preziosi bovini, gli consegnò il suo bastone di comando da usare come lasciapassare in caso di bisogno. La carovana di 170 persone, fra le quali due guide Masai, iniziò la marcia fra paludi e fitte foreste sotto una continua pioggia battente. Le diserzioni fra il personale, non avvezzo e poco equipaggiato per quel clima erano quotidiane.

Inoltre la scarsità di cibo e l’impossibilità di comprarne, nella zona c’era una pesante carestia, induceva i portatori ai furti; gli indigeni al contempo vedevano nella carovana una fonte di cibo. I contrasti sfociarono in imboscate e rimasero uccisi diversi portatori. La carovana dovette impugnare la armi; perfino Mackinder per poco rischiò di morire con una freccia avvelenata che fortunatamente lo sfiorò. Come era accaduto alle spedizioni precedenti anche la carovana Mackinder venne caricata in due diverse occasioni da rinoceronti.. Vincendo tutte le avversità riuscirono ad arrivare ai piedi del massiccio e per risparmiare cibo che diventava sempre più scarso, rimandarono indietro sessanta portatori. Le guide Masai furono rimpiazzate da quelle valdostane, che seguendo le piste degli elefanti e aprendosi la strada a colpi di accetta riuscirono in un solo giorno a superare la foresta e a stabilire il campo base a circa 3300 metri, alla confluenza delle valli Mairi e Hohnel. Il giorno successivo Mackinder con i valdostani effettuò una ricognizione durante la quale localizzarono la Punta Piggott e il picco sommitale. Sulla via del ritorno provocarono involontariamente un incendio che si sviluppò durante la notte e il giorno successivo fino a devastare la Teleki Valley ed il versante di destra della Hohnel Valley. Soltanto con un lungo lavoro di badile e picozza arginarono le fiamme e a stento riuscirono a salvare l’accampamento . Ulteriori contrattempi occuparono Mackinder, efecero rinviare l’ascensione alla vetta. Dovette tornare indietro per procurare del cibo e sedare una feroce lotta fra i portatori e gli abitanti della valle.

In sua assenza si provvide ad allestire un campo avanzato ed al suo ritorno venne effettuato un primo attacco, che abortì di fronte ad un’impervia parete verticale. In tale occasione Mackinder provvide a nominare le cime principali della montagna. Sebbene anche lui forre prigioniero della “cultura” europea che riteneva l’uomo bianco di gran lunga superiore alle popolazioni africane, rese un giusto omaggio alla terra che lo ospitava nominando Batian, e Nelion, dal nome del grande laibon Masai e di suo fratello, le cime principali del Kenya. In omaggio al laibon che l’aveva aiutato, affidandogli il bastone di comando, chiamò Lenana la terza cima del monte. Nominò inoltre Sendeyo, fratello di Lenana e figlio di Batian, un’altra cima più in basso. Il secondo tentativo di scalata venne compiuto da Hausburg insieme alle guide valdostane. La vetta non venne raggiunta ma aggirando il massiccio fu scalata la punta Lenana. L’ultimo tentativo, dato che la spedizione aveva finito i viveri ed era urgente rientrare, venne effettuato da Mackinder, Ollier e Brocherel.

Attraversarono il Lewis glacier, scalarono una parete di roccia, effettuarono due traversi e un tiro verticale, ma il sopraggiungere della notte li costrinse ad un bivacco. Il mattino successivo raggiunsero il filo di cresta, traversarono il ghiacciaio Darwin fino ad una cresta rocciosa e iniziarono a seguirla, pensando di poter raggiungere la cima del Nelion da dove intendevano raggiungere il Batian. Dopo circa mezz’ora dovettero arrendersi al ghiaccio che si impennava; si diressero allora verso la cima del Batian scavando gradini nel ghiaccio. Le guide gradinavano sul ghiacciaio sospeso imprecando per la sua durezza. “è duro come un diamante”, e diamante, Diamond in inglese, rimase il nome del ghiacciaio. Finalmente quasi a mezzogiorno del 13 settembre 1899 raggiunsero la vetta. A differenza di Meyer, Mackinder non osservò alcuna solennità, si limitò soltanto a scattare alcune fotografie.

Conclusa l’esperienza africana, Mackinder si dedicò all’attività di insegnamento e ricerca nei campi della geografia, dell’economia e della politica. Morì a Bourmemoth il 6 marzo del 1947. Ollier e Brocherel tornarono in Africa dopo sette anni ma rividero la cima da loro conquista soltanto da lontano, senza potersi riaccostare. Erano in viaggio verso l’Uganda, per conquistare con il Duca degli Abruzzi e Giuseppe Petigax le vette inviolate del Ruwenzori.

Anche il massiccio del monte Kenya ha origini vulcaniche; si è formato approssimativamente 3 milioni di anni dopo l’apertura della Est African Rift. Prima della glaciazione era alto 7.000 metri ed è rimasto ricoperto da un cappello di ghiaccio per centinaia di anni. La fine della glaciazione ha lasciato pareti scoscese e numerose valli che si irradiano dal centro ed una grande serie di laghetti, chiamati turn. L’area, oggi parco nazionale, è vasta 715 kmq; a differenza del Kilimanjaro che ha l’aspetto di un enorme panettone, è un affascinante affastellamento di picchi, torri, canaloni e ghiacciai, che richiamano le Alpi. Il Kenia è praticamente sull’equatore e i sui versanti nord e sud presentano un fenomeno particolare, del quale l’alpinista deve tener conto: quando il sole si trova nell’emisfero boreale, la nostra estate, la parete nord del Kenya si trova in condizioni estive, mentre il versante sud è coperto da neve e ghiaccio, viceversa durante l’estate australe, il nostro inverno, è la parete sud ad trovarsi in condizioni estive mentre la nord è abbondantemente ghiacciata e innevata.  Con ancor vivo il ricordo della bella esperienza del Kilimanjaro mi sono imbarcato, con Marco e mia moglie Daniela, per Nairobi dove ci attendevano i compagni con i quali avemmo condiviso il trekking del Kenya. Per assaporare appieno luoghi ed atmosfere avevamo concordato di muoverci contromano rispetto alle rotte suggerite da quasi tutte le agenzie; era stato stabilito di partire da sud-est, dal piccolo villaggio di Chogoria, scegliendo varianti evidenti in completa solitudine. Per poterci acclimatare pensavamo di procedere piano piano fra savane di alta quota, piantando le tende su laghi cristallini per godere di una integra atmosfera di montagna. Il programma prevedeva di girare attorno al massiccio per visitare anche il versante nord e concludere il safari per la Sirimon route. Nella spedizione era prevista anche la salta alla Punta Lenana; in quel giorno, mentre Daniela avrebbe raggiunto la vetta con la compagnia, avevo progettato di scalare il Nelion con Marco, per la via normale.

Dovettero passare circa trent’anni dall’impresa di Mackinder e dei valdostani perché anche la vetta del Nelion venisse conquistata, perché l’orma umana calpestasse di nuovo la neve della cima del Batian e perché venisse effettuata la traversata integrale, ovest- est del massiccio. Fu opera di tre alpinisti inglesi, che diverranno noti per le loro imprese himalayane e che il caso fece incontrare nella colonia britannica del Kenya. Percy Wyn Harris, fortissimo alpinista himalaiano, famoso per aver partecipato alla spedizione britannica all’Everest del 1933 e per aver ritrovato la la picozza di Mallory e Irvine, scomparsi sul tetto del mondo nel 1929, era un funzionario del Colonial Civil Service e nel 1929 si trovava in Kenya  come commissario distrettuale del Colonial Service di Kakamega.

Nel 1928 arrivò in Kenya Eric Earle Shipton. Tutto il mondo alpinistico conosce le imprese di questo eccellente scalatore: il Kamet nel 1931, la partecipazione alla spedizione inglese del 1933 dove raggiunse senza ossigeno la quota di 8400 metri e sopratutto la scoperta, nel 1951 , della via del Kumbu e del Colle Sud che avrebbero permesso a Tenzing e Hilary la conquista dell’Everest. Quando arrivò in Africa aveva ventidue anni e desiderava impiantare una coltivazione di caffè. Aveva alle spalle diverse esperienze alpinistiche e dato che anche in Africa c’erano montagne si era portato la completa attrezzatura per arrampicare. L’anno successivo si mise in contatto con Wyn Harris per tentare  di aprire una nuova via al Batian. Fecero un primo tentativo sulla grande parete nord-est, ma dovettero rinunciare a circa 100 metri dalla vetta. Il giorno successivo fallisce anche un altro tentativo per la parete sud-est del Nelion. Ma i nostri sono tipi tosti; il 6 gennaio sono di nuovo all’attacco della parete sud-est del Nelion  e alle 11,15 si stringono la mano sulla fino allora inviolata  vetta, aprendo quella che diverrà la via normale di salita. Da lì ridiscendono verso Porta delle Nebbie, come Mackinder aveva chiamato la forcella che se para il Nelion dal Batian, e raggiungono, per la seconda volta, la vetta  del Batian alle 13, 45.

Il terzo personaggio della nostra storia è Harold Willian (Bill) Tilman, colui che in seguito alle ascensioni africane formerà con Shipton una delle più famose coppie della storia dell’alpinismo. Anche lui partecipò alle spedizioni britanniche all’Everest: quella del 35 e quella del 39, dove ricoprì il ruolo di capo spedizione. Vinse, con Shipton, il Kellas Rock Peack nell’Himalaya e nel 36 scalò con l’americano Odell il Nanda Devi nell’Himalaya del Gardhwal, la più alta vetta mai scalata fino allora. Shipton aveva in programma di compiere la traversata integrale del Mount Kenya toccando le vette principali. Lo attraeva la lunga cresta nord-ovest che parte da una sella fra la punta Piggot ed il picco principale. Nel luglio del 1930 partì con Tilman da Nanyuki e si accamparono alla testa della valle Mackinder, in una caverna chiamata in seguito Shipton Cave. Per esaminare la via di salita scalarono  una punta innominata, che chiamarono Dutton (5.907 m.) e successivamente la più bassa e difficile punta Peter. Il giorno precedente l’ascensione Tilman e Shipton prepararono, scavando una serie di gradini nel ghiaccio, la via per raggiungere il Firmin Col. Il 1° agosto del ’30 risalirono la traccia preparata e affrontarono le grandi difficoltà della scalata che mise a dura prova le capacità tecniche e le doti di coraggio dei due alpinisti. Alle 16,20 la vetta del Batian veniva calcata per la terza volta. Iniziarono la discesa dal Nelion, sulla parete sud, seguendo la via che Shipton ben conosceva per averla “aperta”. In discesa Shipton si sentì male in seguito ad intossicazione per aver ingerito carne di una scatoletta avariata, inoltre la parete sud era coperta di neve e di ghiaccio ed anche la discesa divenne un incubo. Solo all’alba del 2 agosto raggiunsero il ghiacciaio Lewis da dove poterono rientrare al campo. Anche la traversata completa del massiccio era stata portata a termine.

Al mattino del 30 gennaio 2007 a Chogoria il sole splende in un azzurro cielo africano. Mentre i portatori caricano le jeep i compagni d’avventura ciondolano nel giardino dell’albergo, desiderosi di partire. Anch’io ho voglia di muovere le gambe; sono in forma per il trekking e a dispetto dei nomi importanti che hanno aperto la via Nelion mi sento in grado di affrontarla. Ho corso per acquisire resistenza, ho arrampicato su difficoltà superiori a quelle che dovrò affrontare, mi sono studiato lo schizzo della via, mi sono tradotto dall’inglese anche la  descrizione (della traduzione ho chiesto conferma alla mia vicina americana, data la mia modesta conoscenza della lingua) e della relazione e dello schizzo ho la fotocopia nello zaino. In passato, con Marco, abbiamo affrontato con piacere vie lunghe di modesta difficoltà: lo spigolo nord del Badile, la Dimai sullo spigolo est della Grande di Lavaredo, sempre sulla Grande abbiamo fatto la Mazzorana sullo spigolo ovest, la Pompanin-Alverà al primo spigolo di Tofana, il Crozzon del Brenta. Insomma i settecento metri di dislivello del Nelion mi sembrano  una Oppio a oltre 4000 metri, con la possibilità  eventuale di riparare in un piccolo bivacco nei pressi  della cima. L’unica modesta preoccupazione è per Marco; lo trovo un po’ sovrappeso, ma lui sopperisce spesso alle carenza fisiche con grande forza di volontà. Mentre sono assorto in queste riflessioni iniziamo a muoverci. Per traversare la fitta foresta che cinge il massiccio, popolata ancor oggi da elefanti, bufali e da qualche felino, che aveva creato tanti problemi e richiesto molto tempo ai primi esploratori, ci  impieghiamo poco più di un’ora seguendo un’orribile carrareccia. Arrivati all’entrata del parco si inizia a procedere a piedi. Fortunatamente non facciamo nessun brutto incontro perché durante il giorno gli animali se ne stanno rintanati nel folto della foresta, ma ne avvertiamo facilmente la presenza; l’escremento di elefante è davvero inconfondibile anche per chi lo vede per la prima volta.

Procediamo fra una fascia di pascoli e bosco che si spegne nella macchia arbustiva, fra vasti scenari  costituiti da colline e tavolati; dobbiamo raggiungere l’Ellis Turn, un ameno laghetto a 3400 metri dove pianteremo il nostro primo campo. Ci fermiamo per lo spuntino del pranzo a mezzogiorno e mezzo circa, il cielo è coperto e lattiginoso. Noto che un portatore sta velocemente cercando di montare la tenda mensa, come riparo per la pioggia. Lo guardo con stupore e gli dico: “I don’t think it’s going to rein”. Mai profezia risultò più sbagliata. Il ragazzo non fa neppure in tempo a rispondermi perché improvviso si scatena un  acquazzone e ci infiliamo precipitosi nella tenda non ancora completamente montata. Protetti con giacche a vento, mantelle e con qualche ombrello riprendiamo il cammino quando la violenza dell’acqua diminuisce e arriviamo al campo con le ultime gocce. Mentre i portatori montano le tende con Piero e Alberto, una vecchia conoscenza del Kilimanjaro e dell’Ararat, raggiungiamo la cima della Mugi Hill (3.450 m.), una collina vicina che era stata la direttrice del percorso per l’intera giornata. La mattina successiva ci svegliamo nel giardino dell’Eden. Siamo soli sulle sponde di un laghetto turchese dove si specchiano le colline circostanti, il cielo  è blu con una nube bianca sullo sfondo che nasconde le cime più alte del Kenya. Partiamo per una gita di acclimatamento, Seguendo il fiume Nithi raggiungeremo le omonime cascate per rientrare al campo con un giro circolare. L’ambiente è bellissimo, procedendo fra alte erbe incontriamo i primi seneci e le prime protee e in lontananza avvistiamo un gruppo di gazzelle.

Arrivati alle cascate, circa a mezzogiorno, facciamo appena in tempo a scattare qualche foto che si aprono le cateratte del cielo. Nonostante indossi la giacca a vento in pochi minuti mi trovo completamente zuppo, compresi gli slip, ed il freddo mi entra nelle ossa. Aumento il passo per raggiungere il campo e poter indossare abiti asciutti e penso a cosa sarebbe potuto succedere se quest’acquazzone mi avesse preso mentre stiamo arrampicando. Mi sorgono dubbi sull’opportunità di effettuare la prevista ascensione e la paura si insinua dentro di me. “Sarà un evento straordinario”, sto pensando, “ma è successo anche ieri alla stessa ora; inoltre ho riscontrato questi fenomeni nella lettura di quasi tutti gli episodi relativi all’ascensione di questa montagna”. Tento di rassicurarmi rimandando: “ vedrò cosa succederà domani” e per adesso decido di non comunicare questi dubbi a Marco. La pioggia continua scrosciante per oltre un’ora. Quando raggiungo il campo battendo i denti, la bufera sta spegnendosi in una leggera pioggerella ed in cielo gli squarci di blu si fanno sempre più ampi. La tenda si è trasformata in un lago ed appena arriva Daniela ci mettiamo di lena ad asciugarla. Per fortuna gli abiti sono rimasti asciutti e i portatori hanno acceso un bel fuoco per asciugare quelli bagnati.

Il terzo giorno riprendiamo il cammino. Un sentiero risale dolcemente la montagna ed entra nella Gorge Valley da dove si scende per porre il campo nell’incanto del Michaelson Turn. Il paesaggio muta gradatamente. La macchia arbustiva va scomparendo per lasciare il campo alla nuda roccia dove spuntano i seneci giganti e le lobelie. Il consueto temporale delle 12 e trenta è molto più leggero, inoltre sopra la giacca a vento ho indossato la mantella. La pioggia tuttavia rafforza i dubbi di ieri e la baldanza che avevo alla partenza si trasforma in timore. “Altro che Oppio-Colnaghi. Non deve essere piacevole arrampicare su una grande montagna con questo tempo”; inoltre la possibilità di un bivacco, tutto zuppo, nel freddo dei 5000 metri mi spaventa. Decido di tenere ancora per me questi timori, anche se mi pare che Marco abbia già intuito le mie titubanze. Alla luce del mattino della quarta giornata il campo sul lago Michaelson è veramente splendido. E’ bellissimo contemplare l’azzurro del lago circondato da ciuffi di erba giallo-verde, incastonato fra pareti strapiombanti.  Si procede salendo in una prateria, fra innumerevoli seneci, in un incredibile anfiteatro fra le cime. Mano a mano che aumenta l’altitudine la vegetazione scompare ed entriamo nel regno delle rocce, della neve e del ghiaccio. Il panorama è spesso coperto dalla nebbia che si sposta con le folate del vento e a tratti nevica e piove. Una breve schiarita ci permette la visione dei Gallery Turn e dopo poco raggiungiamo la nostra meta, l’Austrian Hut base di partenza sia per la normale al Nelion che per salire sulla modesta punta Lenana. La capanna è posta su un ghiaione a 4750 metri, sotto la Punta Lenana, di lato al Lewis Glacier ed offre una splendida vista della parete est del Nelion.

Mentre sono con Marco fuori dalla capanna, per vedere se una schiarita ci consente la visione del Nelion, gli comunico le mie paure e la decisione di rinunciare alla scalata. Con poco entusiasmo si adegua alle mie esigenze e decidiamo di seguire la compagnia sulla Lenana.Alle quattro, dopo una notte insonne a causa della quota, siamo tutti in fila, con la luna piena e le pile frontali. Si procede fra sfasciumi e nevai ed alle sei raggiungiamo la vetta. E’ ancora buio e fa un freddo “equatoriale”, ma lo scenario della luna sulla scura sagoma del Nelion è favoloso. Dopo una ventina di minuti è apparso il sole che ha pennellato di rosso e di giallo tutte le cime del Kenya; sono brevi attini, all’equatore le albe ed i tramonti sono molto veloci, ma le sensazioni sono indescrivibili e valgono l’intero trekking. Ridiscesi alla Austrian abbiamo fatto colazione e siamo scesi nella Teleky Valley. Passiamo sotto l’intera parete sud del Kenya e il cielo limpido del mattino ci mostra le torri grandiose del Nelion, del Batian e la Punta John. E’ inverno boreale e la parete sud del Kenya è coperta da poca neve ma si nota la preoccupante diminuzione dei ghiacciai: il Diamond, che Ollier e Brocherel avevano trovato durissimo, da meritare quel nome, e che scende ripido fra le torri del Batian e del Nelion è quasi scomparso e si è molto ridotto, rispetto alle immagini di riferimento anche il Lewis Glacier, sotto alla punta Lenana. Raggiungiamo abbastanza presto il Mackinder lodge e al coperto assistiamo al consueto acquazzone pomeridiano.

Alle 8 nella luminosa mattina del nostro sesto giorno di trekking risaliamo il versante sud della valle sotto l’imponente punta Piggott, arriviamo in un pianoro costellato da laghetti e seguendo una larga cengia raggiungiamo una breccia, la Western Terminal che ci immette nella testata della Hausberg Valley. Saranno state circa le 11 e una fitta nebbia ha coperto tutto. Siamo scesi sul ghiaione senza vedere niente e mi sono accorto di essere arrivato nella valle soltanto quando mi sono trovato fra i seneci a percorrere la riva di un laghetto, probabilmente l’Hausberg Tarn (accanto c’è anche l’Oblong Tarn, scomparso fra le nebbie). Siamo poi risaliti ai 4.570 metri dell’Ausberg Col che ci immette nella Mackinder Valley dove è ubicata la nostra meta lo Sirimon Lodge. Sul colle sono iniziati a cadere grossi goccioloni che presto si sono trasformati nella consueta pioggia torrenziale. Sotto l’acqua e fra la nebbia siamo scesi velocemente in una valle, che dovrebbe essere bellissima, piena di seneci e di lobelie con sullo sfondo le guglie e le torri del versante nord del Kenya ricoperte di neve e di ghiaccio, fino al lodge dove siamo arrivati completamente zuppi.

Il trekking si concluderà fra due giorni ma praticamente la camminata di domani è l’ultima. L’ultima giornata prevede soltanto di un breve trasferimento su una larga strada in foresta. Timorosi dell’acquazzone che non ci ha mai risparmiati partiamo a buio, alle sei, percorrendo la Mackinder valley. Alle spalle abbiamo l’imponente versante nord che luccica sotto il chiaro di luna. Camminiamo veloci perché la strada da fare è molta. Quando arriviamo ad un colle che permette di lasciare la Mackinder per traversare un paio di rii e raggiungere l’Old Moses Lodge, ci fermiamo per rifocillarci e riposare qualche minuto e volgendo lo sguardo a nord-est ci appare per l’ultima volta l’affascinante vista del gigantesco cristallo che aveva attratto e stregato Felice Benuzzi.

 

Il mio Nepal di Carlo Labardi

Come ha scritto Erri De Luca ”un innamorato di montagne, se può permetterselo, dovrebbe andare almeno una volta a visitare le più alte,Nepal, Karakorum, per devozione di pellegrino, non necessariamente con intento di arrembaggio”. Io ho avutola fortuna di andare più volte in quel meraviglioso e, al tempo stesso, poverissimo paese che è il Nepal.

Quando nello scorso mese di aprile un sisma di fortissima intensità lo ha colpito, e si rincorrevano le immagini sui vari canali televisivi, un senso di profonda tristezza mi ha pervaso e nella mia mente sono cominciati a rincorrersi ricordi e riflessioni su quello che potrà essere il futuro di questa gente che ha nel turismo una risorsa fondamentale. A prescindere logicamente da Katmandu dove le conseguenze del sisma sono state a tutti gli effetti disastrose, com’è ridotta la valle del Khumbu che porta al BC dell’Everest? Come le valli del Marsyangdi River e del Kali Kandaki o quella dell’Hongu e Ingkhu Khola? Per citare alcune di quelle che ho percorso per salire dei “trekking peaks” di oltre seimila metri. Nella valle del Lantang dove sono stato nell’autunno del 2012 per salire lo Yala Peak (mt. 5.540) con un gruppo di cui facevano parte anche gli amici Gianluca Zuppani, Nelusco Paoli e Luca Ciappi. Sappiamo per certo che è stata la più colpita dal sisma e che una frana di rocce e ghiaccio ha travolto il villaggio di Lantang distruggendolo quasi completamente con  centinaia di morti fra cui due speleologi italiani: Gigliola Mancinelli ed Oskar Piazza. Ricordo che avevamo fatto tappa in questo grazioso villaggio, accolti gentilmente dalla popolazione alla quale fra l’altro avevamo lasciato del materiale scolastico. Pensare che probabilmente gran parte di questi bimbi cui era destinato questo materiale non ci sono più a correre, scherzare e giocare con i loro visi sporchi e sorridenti mi fa venire un nodo alla gola.

La domanda che mi pongo è: quanto tempo occorrerà a questo paese per risollevarsi?

Conoscendo la filosofia di vita dei suoi abitanti in particolare la loro tenacia nel resistere alle avversità e auspicando altresì aiuti importanti da parte di tutti coloro che lo amano, una volta spentisi i riflettori iniziali, confido che ciò avvenga in tempi meno lunghi possibile. I contatti avuti recentemente con l’amico Carlo Marberto dell’Hymalaian Trailfilder mi fanno ben sperare a riguardo. Grazie ai contributi giunti dalla Comunità Europea e dagli USA, molti templi della valle di Katmandu sono già in via di avanzata ristrutturazione. Purtroppo ci mancheranno le decine di migliaia di morti.

Il sogno di vedere da vicino l’Everest, la montagna più alta del mondo, in nepalese Sagarmatha (Dea del cielo ) e in tibetano Chomolungma (Dea madre della terra ), si è avverato per me nell’autunno del 1997. Faccio parte di un gruppo di trekkers guidato da Marcello  Cominetti. Con il sottoscritto anche l’amico Alessandro Aiazzi, “Zolfino” del CAI di Sesto Fiorentino. Nostro obiettivo era il classico trek nel Khumbu e la salita alpinistica dello Imjatse ( Island Peak) di mt. 6.189. Le ghirlande di fiori profumati con cui ti cingono il collo quando arrivi a Katmandu, rituale che si ripeterà sistematicamente anche nei viaggi successivi, ti danno subito un’idea della gentilezza di questo popolo. Katmandu, città caotica ma affascinante, così diversa dal nostro mondo occidentale. Misteriosa e favolosa con i suoi odori di incenso e di altre spezie che ti permeano il corpo e che ti porterai fino in  Italia. Ovunque una grande spiritualità che non fa differenza fra induismo e buddismo, perfettamente integrati fra loro come lo sono le varie etnie presenti nella valle. Gli occhi dorati di Budda che ti scrutano dall’alto e quasi sembra vogliano interrogare la tua coscienza nei grandi stupa di Bodanath e Swayambunath, il  cosiddetto tempio delle scimmie, orlati da una miriade di bandierine di preghiera. Durbar Square la piazza che racchiude il cuore della città dove si raggruppano i templi principali in mattoni con tetti a file degradanti testimoni di secoli di storia, il vecchio palazzo reale, la casa della Kumari Reale una bambina venerata dagli indù come una dea vivente ma soprattutto la grande scultura nera raffigurante il dio Shiva nella sua forma più terrificante con centinaia di candele accese e una capretta incatenata, a fianco, in attesa di essere sacrificata.

I tanti tempietti e tabernacoli screziati con polvere color vermiglio e macchiati di sangue a testimonianza di offerte sacrificali durante quella giornata sacra per gli indù. Una fila interminabile di fedeli in paziente attesa di salire al tempio dedicato alla Dea Taleju. Ma ciò che maggiormente mi aveva impressionato era stata la visita a Pashupatinath sul Bagmati River, un fiume Gange in piccolo. Qui sorge il tempio più sacro dell’induismo in Nepal, tempio del XIII secolo dedicato a Shiva, il Dio che rappresenta il concetto dualistico della distruzione e della creazione. E’ proibito agli stranieri ma il suo vasto cancello non riesce a nascondere ai nostri occhi il colossale toro di rame inginocchiato nel cortile e il grande fallo (linga). Fuori ali di mendicanti lebbrosi assieme a Sadhu, asceti che dipendono dalla generosità dei devoti, con i corpi cosparsi di cenere e i capelli raccolti in lunghe trecce che non tagliano né lavano mai. Sul fiume il ricovero voluto da Madre Teresa di Calcutta che accoglie persone indigenti al termine della loro esistenza, una sequenza di pire con defunti avvolti in drappi colorati coperti di fiori. Dentro al fiume uno stuolo di persone di ogni età che fa abluzioni per purificarsi e setaccia il fondo alla ricerca di oggetti metallici di valore rimasti incombusti: la povertà e la fame giustificano questo ed altro.

Patan e Baktapur, le due vecchie capitali del Nepal, erano state poi un tuffo in un raffinato medioevo architettonico. Da Katmandu, pigiati fra sacconi, viveri e quant’altro, un grosso elicottero russo ci deposita in quel nido  d’aquila che è l’aeroporto di Lukla a 2.800 metri di quota. La pista ancora in terra battuta e in salita per rallentare la frenata dell’aereo che atterra. Per il decollo … “no problem“, la pista finisce nel vuoto. Il volo ci regala anche la visione ravvicinata di un 8.000, il Cho Oyu. A Lukla abbiamo un incontro con i portatori, fra cui tre donne, cuochi e gli scherpa con le guide Pasang e Phurba. C’è anche un mandriano, suddivisione dei carichi, file di yak , animale prezioso oltre che per il trasporto anche per la lana, il latte, la carne e da non dimenticare lo sterco che una volta essiccato è usato come combustibile. Si parte percorrendo la via principale del villaggio, lastricata e sporca. Ai lati negozietti, pezzi di carne appesi con ganci circondata da nugoli di mosche. Qualche spartano alberghetto. Non starò qui a fare un diario preciso di questo trek nel Khumbu, mi limito soltanto a dei flash di ricordi: il ricorrente “namastè “ (saluto il divino che è in te ), i muri mani che devono essere passati rigorosamente sulla sinistra con dipinto il mantra “on mani padne hum “, ovunque bandierine di preghiera che sventolano al vento, chorten   e stupa tibetani, rulli e mulini di preghiera, l’attraversamento dello spumeggiante Dudh Kosi su traballanti ponti, famiglie intente alla raccolta di patate nei campi, il rito che si ripete più volte nella giornata di bere “a cup of  tea“ e tanti, tanti bimbi con la “candela” al naso che dicono “pen, pen “. A riguardo ricordo di avere peccato allora d’inesperienza compiendo un errore non più ripetuto nei viaggi successivi. Attraversando un villaggio alla richiesta di “pen “ ho cominciato a distribuire alcune penne biro e subito sono stato assalito e sepolto da un nugolo di bimbi che parevano uno sciame d’api che cercavano di rovistare anche nel mio zaino.

Ma ecco Namche Bazaar a 3.500 metri di quota, la capitale degli sherpa, gente dell’est perché proveniente dal Tibet. E’ posta in un anfiteatro naturale al riparo dai venti del nord, con l’effige di un grande Budda dipinto su un masso del “loggione”. Ricordo di una pasticceria bavarese, che contrastava con gli squallidi negozi e lodge vicini, dove abbiamo gustato dell’ottimo strudel e un tazzone di cioccolata calda. Sempre a Namche avevamo incontrato dei trekkers italiani di Macerata di ritorno dal Kala Pattar (mt. 5.545) la maggior parte dei quali non era riuscita a raggiungere per mal di montagna e il forte freddo umido. Una cosa che ci aveva impensieriti non poco. Non è sabato altrimenti avremmo potuto vedere un importante mercato che si tiene in questo giorno della settimana nel piano alla base dell’anfiteatro.

Ricordo che a Namche, dov’è consuetudine trascorrere un giorno per acclimatarsi e mentre ancora mi trovavo in tenda, un altoparlante fece richiesta di un medico. Accompagnato da Augustine, la compagna argentina di Marcello che fungeva da interprete, siamo andati in uno squallido alberghetto dove il gestore ci ha introdotti in una cameretta dove un trekker indiano, in preda ad un violento dolore al fianco, si contorceva sul lettuccio al lato del quale un compagno non sapeva che pesci prendere. Diagnosticata una colica renale, dopo avere praticato una fiala di “Ketolarac” endovena, la colica si risolse quasi immediatamente e l’indiano non avrebbe mai finito di ringraziarmi con ripetute genuflessioni.

La classica giornata di acclimatamento a Namche la sfruttiamo per andare al gompa di Thame, villaggio divenuto famoso per avere dato i natali allo sherpa Tenzing Norgay che con il neozelandese Hillary fu il primo uomo a raggiungere la vetta del Monte Everest. Il gompa di Thame si trova in un posto meraviglioso al cospetto di una catena di montagne, che segnano il confine con il Tibet, dove lo spirito si integra perfettamente con la natura che lo circonda. Il giovane monaco capo Rimpoche (reincarnato tre volte ) è assente perché a Katmandu. Ci fa da guida il suo maestro che  gentilissimo ci mette ba disposizione alcune monache che, nel frattempo, avevano interrotto il loro lavoro nell’orto. Una bevanda tipo thè medicinale molto gustosa  accompagnata da biscotti, il tutto seduti all’aperto al cospetto di un panorama da urlo. Un posto del genere mi riconduce con la mente all’eremo di Camaldoli, nelle foreste Casentinesi, dove vige l’imperativo “ora et labora“. Tanto lontano ma tanto vicino per certi aspetti a questo luogo.

Ma ecco l’alto Khumbu aprirsi come un album ad offrirci le sue immagini più spettacolari. Dopo una salita fra foreste di conifere e rododendri, con file di yak che stavano scendendo in un nugolo di polvere e che i primi scampanii ci  facevano spostare prudentemente sempre a monte del sentiero perché stando a valle c’era il rischio di essere spinti giù, eccoci arrivare sul pianoro prativo dove si trova Tengboche. Il monastero più grande e attivo ricostruito dopo il disastroso incendio del 1989, che ospita una sessantina di monaci buddisti, alcuni dei quali provenienti dal Tibet dopo l’invasione cinese. Di  questo luogo paradisiaco avevo sempre sentito parlare e finalmente mi si parava davanti agli occhi con l’impressionante dente di roccia e ghiaccio dell’Ama Dablam (Madre degli dei) il 6.000 più spettacolare del Nepal che in prossimità del tramonto si tinge di rosso. E’ seguito dalla cresta del Nuptse, Lotse e per ultimo da sua maestà l’Everest, mentre dietro le spalle il Thamserku ed il Kang Taiga, altri giganti dell’Himalaya erano già in ombra. “ Tengboche è uno dei posti più belli del mondo” queste le parole di John Hunt, capo della celebre spedizione all’ everest del 1953.

Proprio in quell’occasione il monastero di Tengboche, remoto e inaccessibile, fu scoperto dagli occidentali. Ma anche oggi,  malgrado il flusso turistico, è percettibile la malìa del luogo, un  misto di incanto paesaggistico e valori religiosi. Al suo interno una statua di Buddha alta quattro metri, numerose cassette di preghiera, preziosi intarsi lignei e dipinti dai vivaci colori. L’atmosfera è ancora di tipo medioevale con una luce flebile, aria satura del fumo delle lampade votive e impregnata dell’odore del burro che le alimenta mentre i monaci  recitano cadenzati  mantra senza tempo. Essendo tutti i posti sul prato antistante al monastero occupati, andiamo alla località di Deboche, poco distante, dove al mattino successivo abbiamo avuto la sorpresa di trovare tutte le cime intorno imbiancate da una nevicata notturna e tuttavia con un cielo sempre azzurro.

In successione ecco l’altro monastero di Pangboche dove per due secoli era stato conservato lo scalpo dello yeti, l’abominevole uomo delle nevi, che è risultato poi essere nient’altro che quello di un  orso. Da lì  l’Ama Dablam appare veramente imponente sulle nostre teste, nel momento in cui una cordata di alpinisti francesi come formiche si trovano sul luccicante scivolo di ghiaccio sommitale. Ecco la piana di Periche (mt. 4.240) dove il terreno battuto dai venti del nord appare sempre più desertico. Tutto il gruppo sta abbastanza bene in virtù di una progressione lenta, di un buon acclimatamento e dell’impiego preventivo di  Acetazolamide che combatte l’alcalosi del sangue legata al respiro accelerato. Ciò nonostante non poteva mancare una visita alla piccola clinica gestita dalla Himalayan Rescue Association, utilizzata da trekkers, alpinisti e portatori colpiti da mal di montagna, aperta da maggio a ottobre.

Dopo il campo di Periche ricordo una sosta per un thè,nella località di Duglha (mt. 4.620) in una spartana e fumosa casa tibetana gestita da parenti del nostro sherpa Phurba. Da qui una bella vista sul tozzo Tawoche (mt. 6.540) e il più aguzzo Cholatse (mt. 6.440). Ci inerpichiamo, da qui, sulla morena del Khumbu costellata da monumenti in pietra eretti in ricordo di scalatori caduti, per la maggior parte sherpa. Più avanti dei vecchi rottami di un elicottero e quindi tanti fagiani conosciuti come Danphe “Uccello dai nove colori “ che appunto vivono fra le alte montagne. Infine ecco Lobuche a 5.050 metri di quota, dove nel rifugio all’interno della Piramide del CNR, ideata dall’alpinista bergamasco Agostino Da  Polenza, attiva dal 1990 e autosufficiente, dal punto di vista energetico, grazie a pannelli solari e miniturbine, abbiamo finalmente la possibilità di fare una doccia, mangiare un piatto di spaghetti e patate fritte anzichè il solito riso. Ma anche comunicare con le nostre famiglie grazie a un telefono satellitare e dormire in un ottimo letto.

Gestore della Piramide, che ha ospitato per ricerche scientifiche geologi, medici, fisiologi, glaciologi, psicologi, biologi e studiosi di variazioni climatiche,è la guida Gianpietro Verza, anch’egli di Bergamo ed esperto in telecomunicazioni. Al suo attivo il Pumori e l’Everest. Si dimostra gentilissimo, io ricambio aiutandolo a fare una cernita dei medicinali lasciati dalle varie spedizioni. Gianpietro ci racconta di avere condotto via radio alla salvezza, proprio quella stagione, lo sloveno Tomaz Humar dopo che il compagno Janez Jeglic era stato strappato via da una raffica di vento sulla cima del Nuptse, l’elegante quasi 8.000 dirimpettaio alla  Piramide. Purtroppo  questo fortissimo alpinista sloveno, le cui sfide solitarie sulle pareti Himalaiane facevano trattenere il fiato, è morto nel 2009 durante una scalata del Lantang Lirung, un settemila nepalese vicino allo Shisha Pangma. Gianpietro, pochi giorni prima, aveva anche salvato con il sacco iperbarico una turista nepalese colpita da edema polmonare acuto.

Arriva il fatidico giorno del mio primo 5.000: il Kala Pattar (Pietra Nera ). Percorrendo lentamente il sentiero sulla morena lungo il ghiacciaio del Khumbu, facendo attenzione a non cadervi dentro, con lo sfondo dominato da una delle cime più eleganti del pianeta, il Pumori, presso Gorak Shep dove nel 1953 Tenzing e Hillary avevano posto il campo base, ho potuto toccare con mano la solidarietà che vige fra i portatori di una stessa etnia. Ho visto un portatore, fortunatamente “small”, portato a valle nella gerla da un suo compagno. Non era più in grado di camminare né tantomeno di portare dei carichi, un bell’esempio di portatore portato.

Giunti tutti finalmente sulla vetta della Pietra Nera fra un susseguirsi di abbracci e, non lo nego, un accenno anche a delle lacrimucce, nel bel mezzo di uno sventolio di bandierine di preghiera, ecco davanti agli occhi pararsi da sinistra a destra il triangolo scuro del tetto del mondo, stavolta veramente vicino. Il Colle sud, il Lotse, la vela del Nuptse e in basso il BC dell’Everest affollato di tende ai margini della rischiosissima seraccata del Khumbu detta anche Icefall. Un sogno è diventato realtà.

Dopo un secondo pernottamento confortevole e rigenerante nella Piramide del CNR, è la volta della tappa a Chukung (mt. 4.730). Adesso la fiducia nelle mie possibilità è aumentata, alla luce anche di quanto dettomi da Gianpietro, che avrei sicuramente salito l’Island Peak, visto che sul Kala Pattar non avevo avuto nessun sintomo di mal di montagna. Chukung è un campo stupendo, fra l’imponente sud del Lotse e il versante nord dell’ Ama Dablam che dopo il tramonto una nitida luna piena sembrava fosse andata a rendergli omaggio. Giuseppina, una componente del gruppo, colpita da sindrome febbrile con mal di gola e tosse è costretta a rimanere in uno spartanissimo lodge con uno sherpa, dopo che Le ho fatto prendere aspirina e degli antibiotici. Il giorno successivo arriviamo al BC dell’Island Peak a 5.087 metri. Ci sono molte tende dai più svariati colori e dato si è trattata di una tappa breve, con Alessandro e Manuela siamo saliti sulla morena del Lotse Glacier a fotografare degli stupendi laghetti glaciali sottostanti. Soprattutto la bianca cupola del Cho Polu (mt. 6.700) alla testata della valle, indorata dagli ultimi raggi del sole. Tornati al campo apprendiamo che quattro del gruppo hanno deciso di non salire l’Island Peak, compresa Augustine, che alle salite su ghiaccio preferisce le arrampicate sulle rocce dolomitiche e della sua nativa Bariloche. L’indomani Marcello con Marco e Loris, i più forti, vanno direttamente in vetta posizionando una corda fissa di circa 150 metri sul pendio sommitale a 50°. Il sottoscritto  con Alessandro, Manuela, Bepi, Nicola ed Enere, accompagnati dallo sherpa Phurba che ha al suo attivo due volte l’Everest, saliamo in poco più di un ora al campo intermedio a 5.400 mt. Quattro tende in altrettante quattro piccole piazzole su fondo sassoso sconnesso. C’è tempo sufficiente per riposarsi e migliorare l’acclimatazione. Curiosa la storia raccontataci da Phurba di uno sherpa che avendo salito venti volte l’Everest era venerato come un Dio eppure morto banalmente cadendo e affogando in un torrente vicino a casa di ritorno da una cena dove aveva ecceduto nel bere. Nel pomeriggio si aggiunge a noi Marcello che ha fatto la vetta, mentre Marco e Loris, anch’essi con la vetta nel sacco, scendono al campo base. Dopo avere ingozzato della brodaglia calda, tutti in tenda nel calduccio dei sacchi a pelo all’ora delle galline, pensierosi su come sarebbe andata l’indomani. Quando finalmente giunge, dopo una notte insonne, ci vede dapprima arrancare su sfasciumi in un canalone e dopo avere percorso delle cengie e un lungo crestone roccioso, arrivare finalmente a porre piede sul ghiacciaio a circa 5.900 metri. La quota comincia a farsi sentire ed Enere, uno dei componenti del gruppo, si ferma non più in grado di proseguire. Percorsa una parte del ghiacciaio io, Sandro,Manuela e Bepi guidati da Phurba risaliamo con i Jumar il tratto ripido attrezzato con corde fisse, seguiti da Marcello e Nicola. Arrivati sulla cresta sommitale lasciamo gli zaini nel buco di un grosso crepaccio e la percorriamo fino alla sospirata vetta a

6.188 mt. La nebbia, nel frattempo sopraggiunta, se da un lato ci impedisce di vedere la dirimpettaia sud del Lotse, dall’altro ci nasconde i grandi precipizi ai lati di essa, motivo questo di maggiore tranquillità psicologica.

Abbracci e foto, come da copione per questo nostro primo seimila, mentre Phurba ci fa notare di esserci stato la prima volta all’età di 18 anni facendo abbassare a tutti la cresta. La temperatura è fortunatamente di soli – 10°. Nella stessa giornata ritorno al campo base, dopo avere recuperato le corde fisse ed Enere che nel frattempo si è ripreso e subito a Chukung. Andiamo a trovare  Giuseppina nel lodge, fortunatamente è sfebbrata e sta molto meglio. Poi tutti in tenda stanchi morti. Giunti dopo due giorni a Namche Bazaar, festeggiamenti d’obbligo con un’ottima torta preparata dal cuoco, mentre sherpa e portatori iniziano a ballare danze nepalesi al ritmo di suoni di percussione su bidoni, tamburi d’occasione, coinvolgendo anche noi. Al mattino successivo una nevicata di trenta cm. ci comprime nelle tende canadesi, se questa nevicata fosse venuta all’andata il discorso sarebbe stato diverso. Prima di abbandonare questa Namche in una veste invernale lascio, come promessogli, tutti i miei medicinali al dottore nepalese responsabile  dell’ospedale e pronto soccorso del vicino Khunde che avevamo avuto occasione di visitare e apprezzare con l’amico Alessandro, tecnico di radiologia.

Nel tornare a Lukla la neve, che nel frattempo si è trasformata in acqua, ci bagna da capo ai piedi. A Lukla un elicottero russo ci riporta a Katmandu. Qui, nel quartiere di Thamel dove alloggiamo, cena d’addio all’Everest Steak House Restaurant. Ricordo altresì di avere fatto il volo di ritorno con la PIA (Pakistan International Airlines ) e di avere alloggiato a Karachi in uno squallido alberghetto nell’area aeroportuale, essendoci stata sconsigliata, per motivi di sicurezza, la visita della città. Erano presenti anche due fortissimi alpinisti Sergio Martini e Fausto De Stefani di ritorno dal Lotse, il loro 13°ottomila.

Ugo Bertocchini – In memoria

Caro Ugo, mi chiedono di scrivere e raccontare chi sei stato. Io mi trovo veramente in difficoltà. Come si fa a raccontare un’amicizia durata una vita?
Come si fa a riassumere tutte le ore passate insieme e tutte le chiacchiere che ci hanno accomunato.

Credo però che non ci sia bisogno di un amico per rammentarti, tutti ti ricordano per quanto hai lavorato e dato alla nostra Sezione e a tutti quelli che chiedevano aiuti e consigli.
Io ho avuto qualche cosa in più, il piacere di esserti amico e di lavorare assieme per la nostra Sezione e so quanto hai dato e fatto, magari ritagliandoti il tempo fra un impegno e l’altro, la mattina presto o la sera tardi. Per quelli che non ti hanno conosciuto dirò che eri uno che andava in montagna, che per starti dietro mi veniva il fiatone, sciavi e facevi parte della scuola trentina assieme a Stenico e ad altri forti rocciatori, eri di casa da Piaz. Poi il lavoro ti costrinse a stare nuovamente a Firenze ma l’amore per i monti e per il CAI non diminuì e appena avevi un pò di tempo ritornavi in Dolomiti.
Caro amico io spero che tu possa essere sereno su altre montagne, assieme ai tanti amici veri che come te hanno dato molto al nostro Club. 
Con affetto
Remo