• Cari soci e cari amici,pubblichiamo l'Annuario 2025 già distribuito ai soci a fine anno scorso. In esso troviamo articoli che rispecchiano la vita e l'attività della Sezione durante lo scorso[...]

Augusto Azzaroli – In memoria

Nato a Bologna il 28 settembre 1911, professore ordinario di Paleontologia presso l’Università degli Studi di Firenze, Socio Nazionale dell’Accademia dei Lincei, Direttore del Museo di Paleontologia dell’Università di Firenze, fondatore della Scuola di Paleontologia dei Vertebrati di Firenze.

Si è iscritto alla Sezione di Firenze nel 1937 insieme al fratello gemello Giulio, che pochi anni dopo sposerà la figlia del Prof. Bruto Caldonazzo ed alla fine degli anni ‘40 si trasferirà con la famiglia a Torino.

Ha sempre svolto un’attività alpinistica di rilievo, inizialmente nelle Dolomiti e poi, dall’immediato  dopoguerra, prevalentemente nelle Alpi Occidentali; un’attività che, considerando la distanza all’epoca effettivamente notevole che separa Firenze dalla Valle d’Aosta, si può definire intensa. Tra le salite di maggior rilievo compiute, dai primi anni ’50, la via del contrafforte centrale sulla parete Ovest del Monte Bianco, la traversata delle Aiguilles du Diable, il Pére Eternél nelle Aiguilles de la Brenva, il Canalone Marinelli al Monte Rosa. Molte anche le salite fatte con la moglie Lalla, come la Cresta Signal, varie volte la traversata dei Lyskamm al Monte Rosa e tante altre, fino a tarda età visto che l’ultima volta che è salito alla Capanna Gnifetti aveva quasi ottant’anni. Augusto e Lalla non si sono fatti neppure mancare un incidente grave, con la caduta di lui mentre salivano la cresta Sud dell’Herbetet nel 1957: frattura del malleolo, tre giorni e tre notti in parete bloccati fino al soccorso operato da Enzino Perruchon e la sua squadra di guide di Cogne.

Nella Sezione di Firenze ha prestato servizio attivo insieme agli amici dell’epoca (Berzi di tutte le generazioni, Paolo Sberna, Enrico Cecioni, Tommaso “Maso” Masini, Remo Romei, Giorgio Sestini, Sergio Serafini, l’indimenticato Giovanni Marchetti, e tanti, tanti altri), in cariche sezionali; è stato anche componente del Comitato Scientifico Centrale del CAI. Per qualche anno, appena andato in pensione, è stato anche corista nel Coro La Martinella. E’ stato certamente un socio che ha illustrato la Sezione di Firenze, che ora lo ricorda con affetto e gratitudine.

“Alessandro era un amico” di Sergio Cecchi

Alessandro era un amico.
Non un grande alpinista, come a volte ci capita di commemorare su queste pagine, era un amico. Non un grande sciatore, era un amico. Di lui non si può fare l’elenco delle cime
conquistate, ma ricordare il modo generoso, affettuoso, disinteressato, con cui si rapportava agli altri.
Nel 1999 Alessandro Sandrelli si iscrisse per la prima volta al corso di sci e da allora è sempre stato un membro dello Sci-CAI; è stato consigliere dal 2004, rieletto nel 2007,
2010, 2013. Intorno all’anno 2009 volle dare una mano anche nel campo dell’escursionismo, attività che aveva iniziato sempre con noi alle settimane estive.
Frequentò il corso e nel 2011 fu nominato ASE. Nel 2013, in primavera, il primo male: ricoverato a Torregalli per l’asportazione del rene. Cure e controlli, è stato benino per
qualche mese, infatti era tornato in montagna nell’estate e anche nell’inverno successivo, l’ultima uscita che ha fatto con noi è stata in Tirolo nel mese di marzo 2014.
Poi sono ricominciati i problemi: trombosi a una gamba, polmonite, ecc. Alla fine del 2014, ancora pochi sapevano della reale gravità del male. All’inizio del 2015 lo stronzo
tumore si era diffuso sempre di più nel corpo di Alessandro. Noi ricordiamo sempre che, quando qualcuno si lamentava un po’ troppo, Ale aveva una sua tipica frase che troncava
ogni discorso inutile: “è un mondo difficile”.

E’ nato il Trikke Trakke Ski Team di Marina Todisco

Conosco Lorenzo e Iacopo grazie ad una passione comune, la roccia, ma si sa che gli amanti della montagna, come tutti noi, sono eclettici nella loro attività: l’importante è esser per monti! Discorrendo fra un allenamento e l’altro, scopro che si parla anche di scialpinismo. “Che passione! Sì, anch’io sono stata in Maiella…Sì, il Bianco con gli sci, ci vorrei riprovare…l’Ortles un bella salita…ma dai? Avete fatto il Mezzalama?! Che sogno nel cassetto! Racconta”. Così mi raccontano un pò di “Trikke ‘e Trakke” e di un’idea.

Quest’idea pian piano si trasforma in progetto e chiacchierando ci accorgiamo che si può’ provare a chiedere, a sentire, a proporre al CAI. Qui da noi a Firenze, insieme a me, il nostro Presidente Roberto Masoni accoglie e sostiene l’intenzione presso il Consiglio Direttivo, così, nel Giugno 2015, nasce il Trikke Trakke Ski Team del CAI Firenze, che accoglie tutti i soci con la vocazione a partecipare alle gare in montagna, dove, cito testualmente dal Regolamento  del gruppo, “gli allenamenti collettivi e la partecipazione alle competizioni siano dei momenti di allegria per godere le nostre montagne e dove si sviluppi un agonismo sano nel rispetto dei valori etici del CAI”. Voglio condividere con Voi qualche ritaglio delle conversazioni con Lorenzo e Iacopo e di come nasce l’idea del Trikke Trakke, così da invogliarvi a partecipare a qualche allenamento insieme…se non a tutti!

Un racconto entusiasmante il vostro Lorenzo e Iacopo! Vien voglia di partecipare non solo alla prossima edizione dell’Adamello Ski Race ma anche a tutte le altre (N.d.A. leggete anche il racconto testimonianza della gara a cui hanno partecipato Lorenzo e Iacopo, in questo numero dell’Alpinismo Fiorentino). Come nasce la vostra  passione per la montagna?

“Mah… questo è meglio chiederlo a Iacopo, io mi sono limitato ad andargli dietro. Da ragazzi condividevamo una passione sfrenata per gli sport marini poi lui mi ha abbandonato e ha cominciato a perdersi per monti. Un giorno eravamo in settimana bianca insieme e mi racconta che di li a pochi giorni avrebbe fatto il “sellaronda” ma senza usare gli impianti di risalita e di notte. Il mio commento fu che uno che usava gli sci “all’incontrario” doveva essersi era fumato il cervello… Il giorno dopo mi si presenta con un paio di strani affari con il tacco che si alzava e della moquette che si appiccicava, me li mette ai piedi e mi trascina in Val Lasties… non ho più smesso”.

Come si relaziona la disciplina dello scialpinismo in montagna con le competizioni di scialpinismo secondo voi?

“Sono un’evoluzione naturale per chi ama questo sport. Un modo appassionante per tenersi allenati (un fattore di sicurezza importante in questo sport) e per andare in posti nuovi con la sicurezza data dall’organizzazione di gara”.

Possiamo dire che siete anche voi due ‘montanari di città’: dove e come vi allenate per queste impegnative competizioni nel quotidiano di Firenze a livello del mare?

“E’ la domanda più frequente che ci viene rivolta quando siamo con i montanari ‘quelli veri’ sui campi di gara. La Toscana è una terra felice, l’Abetone d’inverno la sera durante la settimana è più vicino di quanto si pensi. E  per variante c’è il Falterona che nel periodo freddo  riserva delle incredibili sorprese. Infine per gli allenamenti a “secco” abbiamo colline selvagge a pochi  minuti dalla città nelle quali si possono simulare bene le condizioni di allenamento oltre che godere di ambienti fantastici. Spesso mi dico che sono fortunato a praticare questo sport perché mi porta in posti unici che altrimenti non avrei modo di vedere”.

Quindi da giugno 2015, con la nascita del Trikke Trakke Ski Team del CAI Firenze, non siete più ‘da soli’ ad allenarvi, chi ha avuto l’idea di cercar di riunire gli appassionati agonisti cittadini come voi e come siete riusciti a realizzarla?

“Fino ad oggi per l’attività agonistica ci siamo   appoggiati ad uno sci club alpino Il Lanciotto di Campi Bisenzio che ci ha accolto generosamente e fatto il tifo per noi aiutandoci moltissimo anche “politicamente” e fisicamente, quando abbiamo iscritto il primo team  tutto fiorentino al Trofeo Mezzalama del 2013. Il nostro curriculum di competizioni alpinistiche non era ancora molto solido, era la prima gara del circuito Gran Course alla quale partecipavamo e il nostro sciclub ha messo in gioco il suo prestigio con la Federazione per garantirci un posto al cancello di partenza e poi ci ha anche prestato il furgone per la spedizione che ha una logistica impegnativa. Per fortuna ci siamo fatti onore… puoi capire la pressione al via.  Ma chiaramente avremmo voluto avere una casa che fosse più allineata con la nostra attività e passione, sappiamo che là fuori ci sono tanti amanti della montagna che vorrebbero compiere il passo in più o che sono in cerca di compagnia per poter vivere a pieno la loro passione e abbiamo pensato che creare una nostra realtà dedicata, come già esistono in alta Italia, potesse essere un modo per promuovere questa disciplina e poter raggiungere una massa critica adeguata per portare avanti anche delle istanze con le istituzioni. Per esempio poter avere dei nostri spazi dedicati sulle piste nel comprensorio dell’Abetone. Il CAI ci è sembrata la casa più adatta alle nostre intenzioni. E’ un istituzione prestigiosa con una grande tradizione, valori etici forti nei quali ci identifichiamo. Siamo onorati che il nostro progetto abbia trovato accoglienza e ci impegneremo per promuovere i valori della montagna anche nel campo agonistico dove alle volte la ricerca della prestazione fa perdere di vista lo scopo del perché facciamo quello che facciamo”.

Perchè il nome Trikke Trakke Ski Team?

“A questa risponde Iacopo…. è onomatopeico e chi fa sci d’alpinismo camminando per ore e ore puo’ capire cosa intendo credo”.

Certo che lo capiamo, è il suono tipico dello scialpinismo nell’impegnativo silenzio della salita! E quando la neve si scioglie?

Dopo i primi giorni di sconforto e disorientamento ci buttiamo negli sport che ci permettono di continuare a coltivare la montagna: la mountain bike e soprattutto il trail/sky running. C’è un bellissimo circuito di gare anche senza dover uscire dalla Toscana! E’ un’ottima scusa per andar per boschi, mantenersi in forma e divertirsi moltissimo.

 Pensate di arrivare a ottenere degli sponsor per il gruppo come succede nelle migliori competizioni?

“Non esageriamo…. ma se cominciamo ad essere un bel gruppo magari uno sponsor tecnico per l’abbigliamento potremmo provare a cercarlo”.

Quante donne ci sono nel gruppo?

“Ancora poche ma fortissime!! E’ uno sport ideale per il sesso debole -si fa per dire- perché richiede testa, e stile più che forza bruta. Angelica (detta Lella) moglie di Iacopo è una forte atleta del running -ha appena vinto il trail del Borbotto settimana scorsa- ma sulla neve è inarrestabile e poi c’è Cristina Baglioni compagna di Nicola (il nostro atleta di punta) molto riservata ma eccezionale, anche lei forte corritrice e implacabile sulla neve quest’anno si sono presentati in coppia alla partenza del Sellaronda!”

Come vengono organizzati gli allenamenti di gruppo?

“Ora è tutto molto informale abbiamo il nostro gruppo Wapp e chi decide di fare qualcosa lancia l’amo agli altri…chi abbocca, abbocca. Da ora in poi cercheremo di organizzare degli appuntamenti regolari così chi ha voglia si aggrega con facilità nel rispetto della libertà di ognuno”.

C’è competizione anche all’interno del gruppo?

“Per ora direi di no….perché i valori sono ben delineati: ci sono i fortissimi, i forti e poi il sottoscritto (N.d.A. parla Lorenzo). Inoltre quello che in una gara è il tuo avversario in quella successiva è il tuo compagno di cordata a cui stai legato per ore; non riesci a vederlo come un avversario, ma piuttosto come una persona da emulare. La competizione è più con se stessi e con l’ambiente che con gli avversari, chi prova se ne rende subito conto. Quando sei al cospetto di magnifici scenari montani in ambienti comunque impegnativi prevale lo spirito di fratellanza”.

Vi invitiamo a contattare la redazione presso l’indirizzo email newsletter@caifirenze.it per saperne di più, per avere i contatti per aggregarVi agli allenamenti e per far crescere il gruppo! Passaparola!

Non solo discesa di Lorenzo Targetti

Come sappiamo sulla neve si possono praticare molti sport che esulano dalle classiche discese sulle piste lisciate dai gatti. Tra questi uno che si sta rapidamente affermando è lo sci d’alpinismo dove le prospettive sono semplicemente rovesciate rispetto allo sci classico. Si guarda le montagne dalla base e si salgono, invece di scenderle dalla cima. La fatica non è poca ma il divertimento e la soddisfazione vanno ben oltre lo sforzo. Ascendere una montagna permette di godersi la natura e gli incomparabili paesaggi con un altro ritmo, quello del nostro passo e del nostro respiro, permettendoci di assorbire le tante intense sensazioni che la natura imbiancata offre. In un mondo che ci costringe sempre più in ambiti predefiniti e delimitati da reti, paletti e divieti, dove la velocità sembra essere l’unico valore assoluto con cui misurare il tutto e la superficialità diventa la fedele compagna delle nostre relazioni con gli altri e con il mondo che ci circonda è quanto mai importante ritrovare momenti e spazi dove poter esprimere la nostra libertà e stabilire relazioni di amicizia importanti dove si affida la propria vita e la propria incolumità al compagno. Affrontare un mondo affascinante e anche difficile solo con l’ausilio delle proprie forze per raggiungere l’obiettivo che ci siamo posti, sia che sia un canalino dolomitico con 55° di pendenza o che sia una bella passeggiata tra i boschi dell’appennino con pic nic al bordo di uno dei tanti laghi gelati che impreziosiscono le nostre montagne. Il cellulare non ci puo’ aiutare, il navigatore non indica la via e nessuno può suggerirci la traccia di salita giusta, se non il nostro spirito, la nostra capacità di leggere la natura e vivere in essa. Salire le montagne è una disciplina sportiva di alto livello atletico che coinvolge tutti i muscoli del corpo, può riservare scariche di adrenalina molto intense e sensazioni di pura esaltazione ma è anche un esercizio di introspezione e meditazione che aiuta a ritrovare le radici di se stessi e le radici del mondo, vivendo un rapporto così intimo con la montagna e le energie che la compongono. Anche nella competizione più serrata, nel momento di massima tensione agonistica non si perde il contatto con il paesaggio che ci avvolge e non si dimentica il vero motivo per il quale siamo lì e facciamo quello che facciamo: sentirci intensamente vivi e in unione con il creato.

Uggioso pomeriggio domenicale di metà novembre, le temperature non accennano a calare e la neve per ora è ancora un miraggio lontano, cerco di placare la tensione sfogliando le foto dell’ultimo numero di ski alper ma è peggio che mai. Come faranno tutti questi free raider a essere sempre lanciati in discese mozzafiato con neve polverosa. Alle spalle una lunga estate di corse nei viottoli tracciati dal CAI, metri e metri di dislivello positivo per farsi trovare al meglio della forma al cadere dei primi fiocchi di neve tanta energia pronta ad essere dispiegata al contatto con la tanto amata neve.

Squilla il telefono, il mio amico e compagno di molte avventure Iacopo all’altro capo.

Lorenzo dobbiamo programmare la stagione…..è anno di Mezzalama….facciamo il bis?

Cavolo, avevo promesso alla famiglia che dopo quello del 2013 avrei appeso gli sci da gara al Come glielo spiego un altro inverno a pensare solo ad una gara…. E poi l’altra volta è stata una gran fatica, bello ma duro non so’ se ho voglia di ripetere”.

Sento il mio compagno silenzioso, sta riflettendo sulle mie sagge parole, è andata, quest’anno poca fatica, stiamo diventando vecchi basta gare dure…..faremo le vecchie glorie dello ski alp raccontando ai malcapitati gitanti nei rifugi di quando eroici affrontavamo le vette del Cervino.

Ok Lorenzo hai ragione…. Allora facciamo l’Adamello ski Raid sono solo 43 di sviluppo e 4.000 mt. D+ E’ più duro del Mezzalama ma siamo su uno dei ghiacciai più grandi d’Europa“.

Ma Iacopo questo significa duri allenamenti notturni all’Abetone, gare nei week end in posti sconosciuti, lunghe ore di acclimatamento passate a quote improbabili spersi sulle vette dell’arco alpino…perfetto esattamente ciò che amo facciamo pure l’iscrizione…”.

Mi ero infatti ricordato di aver letto che i matti quando delirano vanno assecondati e poi la gara era a fine aprile, sai quante scuse per non farla potevo E inoltre è a numero chiuso, figuriamoci se avrebbero mai preso noi…..

Domenica 12 aprile, ore 4:00 del mattino, tra poco suonerà la sveglia, non che serva, la tensione pre gara si è già impadronita di me, ripenso al colloquio di quel fine novembre dove ho assecondato il progetto folle del mio compagno…. Oramai non posso più tirarmi indietro, alle 5:30 saremo con gli sci ai piedi alla partenza di una cavalcata che nelle previsioni durerà 11/12 ore se non ci fermano prima ai cancelli orari. Ci sono tutti i big di questa disciplina, visto che l’Adamello Ski Raid vale come tappa di coppa del mondo e come gara del circuito Grand Course e poi ci siamo noi due cittadini infiltrati per sbaglio in mezzo a 350 squadre di veri atleti agguerritissimi. Ripenso con un sorriso ai volti sbigottiti di quelli con cui abbiamo dialogato nei momenti del briefing e del ritiro pettorali quando scoprono che veniamo da Firenze e alla loro domanda ricorrente: e dove cavolo vi allenate…..?

E’ stato un bellissimo inverno, parco di neve ma ricco di belle manifestazioni e allenamenti, tante ore in quota a Livigno, il bellissimo week end passato al rifugio “caduti dell’Adamello” a scoprire il percorso di gara nel maestoso scenario del ghiacciaio. Ripenso alle divertenti gare fatte: La Transcavallo (nome orribile per una bellissima due giorni di neve), il Sellaronda (un appuntamento mondano oltre che agonistico) e altre minori ma non meno pittoresche e intense. Siamo pronti, allenati e forti o almeno così mi dico per farmi coraggio. L’emozione e la tensione è tanta ma anche la voglia di misurarsi e capire se fai parte del gruppo che alla fine taglierà il traguardo. E’ l’ora di alzarsi, Lella anche lei ski alper bravissima e moglie perfetta di Iacopo, sta già preparando il gustoso piatto di spaghetti che divoreremo per colazione se nutrirsi alle 4:00 del mattino con pasta in bianco può definirsi tale. Il tempo sarà magnifico e la temperatura perfetta per una gara di endurance ad alta quota è il momento di indossare zaino e scarponi e andare.

Lo scenario della partenza alla base dell’ovovia dell’Adamello è impressionante: 700 atleti con le loro tute colorate, il pubblico numeroso nonostante l’ora, la musica assordante e la pista di partenza rischiarata da globi luminosi che danno un aura di mistero al tutto. In lontananza l’aurora si sta annunciando. Ci aspetta la prima fatica, una salita costante per i primi 1.400 mt. di dislivello dal Tonale fino al Passo Presena dove ci aspetta il primo cancello orario a 2h10’. Decidiamo di partire legati per non perdersi nella confusione dei primi chilometri e per non disperdere energie nel cercare il passo insieme. Le prime salite presentano subito delle inattese difficoltà, la neve gelata nella notte tiene pochissimo e sono tanti gli atleti che cadono e scivolano ci passa accanto di tutto: sci, bastoni, guanti, persone spalmate a pelle di leopardo. Iacopo è bravissimo nello scegliere le giuste traiettorie siamo al massimo dei giri, il cuore alto ma progrediamo bene e costanti a testa bassa attenti a non sbagliare. Arriviamo al primo cancello in meno di due ore, vedere Lella che ci aspetta con rifornimento di frutta secca e altri generi di conforto è un gran piacere, stiamo bene, concentrati e determinati cominciamo a credere nelle nostre forze anche se ancora siamo a niente. Finalmente si scende, via veloci su un rapido muro con neve dura, mi dimentico di avere gli sci da gara e la giusta prudenza da adottare in discesa su fondo duro, risultato: battezzo il primo muro dell’Adamello con il mio fondoschiena. La scivolata non finisce mai, finalmente mi fermo, rapido controllo agli arti e all’attrezzatura, nessun danno si va!

Al rifugio del Mandrone nuovo cambio di assetto rimettiamo le pelli per andare alla Lobbia Alta. Il Mandrone è un bel rifugio a bordo di un lago ed è un’ottima base di partenza per le escursioni sul  ghiacciaio dell’Adamello, si raggiunge con l’uso degli impianti e una gradevolissima discesa. Dal rifugio si ha un buon accesso a tutti i percorsi, unico difetto che   essendo in valle non ha la vista che si gode dal più noto rifugio dei “caduti” alla Lobbia Alta. Ed è proprio lì che giungiamo in 4h e 30’ dopo essersi goduti in discesa aiutati da corda un canale piuttosto panoramico di discreta pendenza tra rocce verticali, una delle chicche del percorso. Alla cresta del cannone ci aspetta una brutta sorpresa: lo stretto passaggio su roccia deciso nel percorso di questa edizione è molto estetico e ideale per le riprese televisive ma ha creato un tappo di concorrenti infinito. Staremo in vetta sulla cresta per due ore, nonostante sia una giornata di sole con poco vento e che indossiamo tutto quello che abbiamo nello zaino il freddo si impadronisce di noi. E’ comunque una bella occasione per fare amicizia con gli altri atleti in attesa del passaggio, in questo sport lo spirito agonistico fortunatamente non riesce a soffocare lo spirito di solidarietà e amicizia, tutti consapevoli di quanto siamo fortunati a essere in vetta ai monti, a godere della neve e della natura.

Il tempo stringe, con due ore di ritardo il vantaggio accumulato per il terzo cancello svanisce, dall’alto della vetta del cannone osservo la via di casa – vicina – e la strada che ci porta alla prossima vetta, il mitico Adamello, infinitamente lontana. La tentazione è tanta…. arriva il cedimento:

Iacopo torniamo a casa, il cancello oramai non lo passiamo e lì sotto c’è il tè caldo, la crostata, la  birra. E poi, come faremo ad arrivare fino a laggiù e poi così in alto…. manca ancora un’infinità di strada…. Dai inforchiamo gli sci e molliamo questa cosa che è priva di senso e contro ogni logica….”

Il mio compagno, che mi conosce forse meglio di me stesso, mi guarda con espressione serafica e con tutta la serenità e semplicità che solo anni di vette e migliaia di metri percorsi in salita possano dare mi elargisce la sua perla di saggezza:

Lore, e si farà come sempre…. Tricche-tracche-tricche- tracche… un passo alla volta arriviamo in cima che problema c’è ..”

Iacopo….. tricche-tracche-tricche-tracche hai detto? Lo sai che abbiamo 30 minuti al cancello e dobbiamo fare un percorso che avevamo programmato di fare in un’ora e .. dovranno essere dei tricche-tracche parecchio svelti…..”

Dal Cannone in discesa e poi per tutta la traversata del ghiacciaio voliamo, dando tutto quello che abbiamo e passiamo il cancello, niente e nessuno possono più fermarci. Affrontiamo grintosi la vetta dell’Adamello con salita a piedi piuttosto verticale e magnifica discesa sulla dorsale, poi Passo degli Italiani, il lungo traverso fino al Passo Venezia e finalmente la discesa molto divertente per chi ama la sciata un pò tecnica che ci porterà alla linea del traguardo a Ponte di Legno dopo 10 h e 50 min. di gara. Arriveremo 261 esimi felici di non essere gli ultimi, lo spirito con cui si fanno queste gare è quello di vivere a pieno l’esperienza che offrono e non quello della classifica!

“Perché non sali il dilettoso monte che principio e cagion di tutta gioia”

Libera interpretazione di Roberto Masoni

Durante di Alighiero degli Alighieri, conosciuto più comunemente con il nome di Dante, nasce a Firenze nel 1265. Sono passati 750 anni e ancora oggi non sfugge, al mondo intero, il significato della Sua poesia, quel Suo essere riconosciuto il “padre” della lingua italiana.

 Ho sempre avuto un debole per Dante, forse perché membri della stessa famiglia, quella cioè dei Guelfi bianchi, forse perché seguito a considerare la Divina Commedia una delle opere poetiche più alte che siano mai state scritte.

 Ed è fra quei versi che ho cercato, da sempre, la montagna. Anche perché la Divina Commedia è in buona parte un poema di montagna, pareti, dirupi, bivacchi. Ecco il motivo per cui ripropongo un testo, riveduto e corretto, scritto molti anni fa dove è evidente questa ricerca del monte.

 Un modo, anche per noi amici del CAI, di celebrare il grande Poeta.


Scriverò di un viaggio fantastico, un viaggio dove il monte è avventura e sollievo, imprevisto e bellezza. Quel monte che ho a lungo cercato e più volte trovato anche se sempre con forme diverse. Il viaggio di un uomo che come me vuole conoscere e conoscersi. Il viaggio di un uomo che come me, vagabondando fra monti diversi, cerca un limite alla stupidità, compreso la propria, e una ragione qualsiasi che gli consenta di accettare quanto di più inutile possa esistere.

Il viaggio di un uomo (Dante) che con il suo pellegrinare simboleggia la ragione umana e la scienza divina raffigurate nel Maestro al quale affidarsi per superare le proprie paure (Virgilio) e nell’amata (Beatrice, la scienza divina) che appare quasi d’incanto, nel momento in cui il Maestro volutamente si oscura e della quale il nostro protagonista ne cerca, con rara intensità, il sorriso e la voce ben sapendo di non essere ricambiato nei sentimenti. Il racconto di un’avventura che ha nel suo significato più autentico l’illuminazione del pensiero attraverso la rinuncia alle passioni terrene per trovare, alfine e grazie all’amore, coscienza e salvezza.

L’impatto col monte non tarda. Per quanto figurato, è subito nel primo canto che fa la sua apparizione per voce di Virgilio:

“Ma tu perché ritorni a tanta noia
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?” 

La noia è quella umana e il monte si materializza come strumento d’ascesa personale per avere accesso alla felicità dell’altezza. Quella agognata con l’amata Beatrice che proprio nel cantico successivo fa il suo ingresso. Una Beatrice descritta dagli occhi lucenti come una stella e dalla voce angelica. Una Beatrice che appare a Virgilio per rincuorare Dante e incoraggiarlo ad andare avanti nonostante le sue paure e nonostante ciò che la “diserta piaggia” può riservargli:

“venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno […]
E venni a te così com’ella volse;
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse”

 Virgilio, con le lacrime agli occhi, esorta Dante a proseguire, a superare le sue paure, anche quella di una lupa che gli sbarra il cammino. Trova conforto nelle parole del maestro e riparte verso il monte dove lo aspetta un sentiero “alto e silvestro”, arduo e selvaggio. Per trovare tracce di monti dobbiamo andare al canto XII dove si fa clamorosamente cenno all’Adige ed a Trento:

“Era lo loco ov’a scender la riva
Venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco
Tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
Qual è quella ruiina che nel fianco
Di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa
ch’alcuna via darebbe a chi su fosse”

Pensate .. Dante e Virgilio si fermano, prima di riprendere poco dopo il cammino, sul bordo del fosso che li divide dal basso Inferno. Si affacciano su una frana, una “ruiina” che a Dante ricorda quella causata da un terremoto in prossimità dell’Adige, vicino a Trento. La caduta della “cima del monte” ha creato la frana ed i fianchi del fiume sono divenuti ripidi e malfermi. Ma ancor più stupefacente è scoprire come, pochi canti dopo (nel XVI), trovi posto nel racconto, seppur velocemente, il Monte Viso, ovvero la montagna simbolo del Club Alpino Italiano:

“Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ‘nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’ acqua tinta,
sì che ‘n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta”

 Quanta poesia. Dante prosegue nella sua discesa all’Inferno, sull’orlo del settimo cerchio trova un grande salto roccioso che lo separa dal cerchio successivo e che genera una rumorosa cascata da lui definita talmente sanguigna da aver l’orecchio dolente. L’associa a quella dell’Acquacheta e fa un riferimento geografico al Monviso. Vi ricorre per indicare la realtà del fiume che scorre fra le sponde dell’Acquacheta. Più curiosa, se la consideriamo reale, è l’immagine di Dante alpinista: il passaggio è controverso, anche fra gli esperti. Virgilio chiede a Dante la corda che porta legata intorno ai fianchi, il caso la richiede per superare indenni il salto, il dirupo. Ma la corda è intesa, dai più, come un freno agli istinti legati alla sessualità tanto che viene formulata in un momento particolare del poema, dopo aver cioè visitato il girone dei sodomiti. Come non dimenticare la figura di Brunetto Latini.

Nonostante l’Inferno ci offra molti altri accenni alla montagna è, indubbiamente, con l’ingresso nel Purgatorio che il concetto di Monte prende fortemente forma. Se l’Inferno è un abisso fatto ad imbuto, il Purgatorio è rappresentato a forma di cono, di montagna, nella quale trovano spazio sette cornici corrispondenti ai sette peccati capitali. Dante è appena uscito dall’Inferno attraverso una “burella”. Davanti a lui, nel mezzo delle acque, s’innalza la montagna. Sulla spiaggia del Purgatorio l’alba è luminosa, l’aria limpida, la luce vince le tenebre dalle quali è appena uscito. Il processo di purificazione destinato alle anime del Purgatorio si compie con la salita del monte perché solo con il cammino, e quindi solo con il pellegrinaggio possono sperare nell’espiazione delle proprie colpe e nella redenzione. Leggiamo ..

“Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto”

Un vecchio saggio incita le anime a correre velocemente al monte (tutto il Purgatorio è fondato sul concetto di velocità e lentezza) e ad alleggerirsi dei peccati che non permettono di gustare la grazia divina. Virgilio e Dante giungono intanto … a piè del monte:

“quivi trovammo la roccia sì erta,
che ‘ndarno vi sarien le gambe pronte. […]
Or chi sa da qual man la costa cala,
disse ‘l maestro mio fermando ‘l passo,
«sì che possa salir chi va sanz’ala?»
E mentre ch’e’ tenendo ‘l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso”

 Una parete di roccia sbarra loro la strada. A stento possono pensare di poterla superare con le proprie gambe. Ma è là che si compierà la loro missione, sulla cima del Purgatorio dove si trova il giardino del Paradiso. Virgilio si incarica di trovare la migliore via di salita, Dante guarda in alto, attratto dalla sommità della montagna e volge l’attenzione ad altre cose più in alto, verso il cielo:

“lo ‘ntento rallargò, sì come vaga,
 e diedi ‘l viso mio incontr’al poggio
che ‘nverso ‘l ciel più alto si dislaga”

 E’ rivelatore, lo leggiamo nella terzina seguente, il fatto che la montagna sia interpretata come scuola di spirito. Quanto più l’uomo sale, tanto più è facile comprendere e più leggero proseguire. Concetti straordinariamente attuali dei quali hanno discusso molti grandi dell’alpinismo.

“Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant’om più va sù, e men fa male”

 Come dire … quanto più ti sembrerà facile procedere, tanto più, al termine di un impegnativo sentiero, dovrai fermarti e riposare. Cancellare il tuo affanno:

“Però, quand’ella ti parrà soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
com’a seconda giù andar per nave,
allor sarai al fin d’esto sentiero;
quivi di riposar l’affanno aspetta”

 Tutto alfine si conclude svelandoci i segreti dell’ascensione riuscita:

“Noi salavam per entro ‘l sasso rotto,
e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto. […]
Lo sommo er’ alto che vincea  la vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro
lista. […]
Sì mi spronaron le parole sue,
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che ‘l cinghio sotto i piè mi fue.
A seder ci ponemmo ivi ambedui vòlti
a levante ond’ eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.
Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n’eravam feriti.
Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava”

 Ci alzavamo sulla difficile salita, dice il poeta, allo stremo delle nostre forze, utilizzando sia le mani che i piedi.

L’orizzonte visivo limitato ed il pendio così ripido da sembrare una linea verticale. Dante chiede aiuto al Maestro che con le sue parole lo aiuta a procedere carponi fino al bordo della cima. Raggiuntala si siedono e rivolti a levante osservano il tratto di parete superato.

Dante è stanco, la fatica si fa sentire. Il vento (l’Aquilone) accarezza le sue membra ed egli, alpinista sui generis, si sofferma a studiare l’itinerario appena fatto. Le citazioni sul monte si susseguono. Finalmente, e solo nel XXX canto, appare di nuovo Beatrice, con un velo che le cinge la testa ed incoronata di ulivo, ma lo fa per rimproverare Dante:

“Tutto che ‘l vel che le scendea di
testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer
manifesta,
regalmente ne l’atto ancor
proterva
continüò come colui che
dice
e ‘l più caldo parlar dietro
eserva:

Guardaci ben! Ben son,
ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere
al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?”

 Guardami, gli dice, e scopri chi sono. Sapendo quanto Dante soffra lo accusa di essere indegnamente salito sul monte. Non sai che il monte è luogo per uomini felici? Nella dura voce di Beatrice non c’è nessuna pietà. Ma così come la neve che gela gli alberi dell’Appennino per poi gocciolare allo spirare dei venti (“Sì come neve poi, liquefatta, in sé stessa trapela, pur che la terra che perde ombra spiri”), così Dante resta senza lacrime all’udire il canto degli Angeli.

Accompagnato dall’amata Beatrice, Dante entrerà in Paradiso dove ancora una volta parlerà più volte di monti e di rupi. Ho iniziato dicendo che avrei scritto di un viaggio fantastico, un viaggio di fantasia. Quella fantasia che, per non venir meno allo spirito dantesco, già volge

“il mio disio e ‘l velle
sì come rota
ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e
l’altre stelle”.

Arrampicate d’altri tempi di Leandro Benincasi

Leandro Benincasi – CAI Firenze – Istruttore Nazionale di Alpinismo

Vi propongo un viaggio, un viaggio a ritroso nel tempo. Con un po’ d’immaginazione potrete essere catapultati tra le scoscese pareti delle Alpi Apuane, così come si presentavano un bel po’ di anni fa. E rivivere così l’atmosfera, le aspettative, le impressioni, di quei pochi scalatori, un po’ marziani, che frequentavano quelle montagne. Ma attenzione, perché il salto all’indietro è notevole, un salto di mezzo secolo. Se siete pronti, vi ci accompagnerò io, che proprio in quei tempi muovevo i primi passi … alpinistici. E’ un viaggio in un’epoca nella quale l’alpinismo era un’altra cosa rispetto a quello che viviamo oggi. Non solo per i materiali a disposizione (e non voglio mettermi a fare il solito discorso oramai già sentito e risentito degli scarponi pesanti invece delle scarpette, dei pantaloni di velluto, delle camicie di flanella, dei moschettoni di ferro, ecc.) ma soprattutto per la mentalità e la visione d’assieme. Un’epoca nella quale, quando si parlava di difficoltà estreme, in realtà si stava parlando di sesto grado, che tradotto per i più giovani è semplicemente, banalmente, un 5c, roba da principianti. Un’epoca nella quale anche i più forti alpinisti facevano ampio uso delle staffe. Un’epoca nella quale, quando in parete si trovava un chiodo, non si facevano tanti complimenti e ci si tirava su come se fosse un normale appiglio, e soprattutto senza sentirsi gridare da dietro un “buuu!” di disapprovazione. Ma vi prego, non ridete di tutto ciò. E’ roba di mezzo secolo fa!

Quando ho iniziato ad arrampicare, appunto cinquanta anni fa, le Alpi Apuane erano abbastanza diverse da come oggi le conosciamo, erano un po’ più selvagge e potevano ancora essere considerate come vero terreno d’avventura. Quelli che come me hanno una certa età, ricorderanno certamente che anche l’accesso alle pareti era in generale assai più impegnativo di quanto lo sia oggi. Per fare degli esempi, si ricorderà che per raggiungere i torrioni del Corchia occorreva lasciare la macchina alla galleria del Cipollaio e percorrere un lungo sentiero che portava al Passo di Croce (dove oggi si arriva comodamente in auto) e da qui proseguire fino ai torrioni. Per non parlare della parete nord del Pizzo d’Uccello, il cui unico accesso era quello proveniente da Equi, non esistendo a quei tempi la ferrata di foce Seggiola. Ma la cosa più complessa era costituita dal ritorno: arrivati in vetta, per tornare alla macchina bisognava fare un lungo percorso, di diverse ore, per tutta la cresta di Capradossa, anche se questo era possibile solo se si arrivava in vetta abbastanza presto, altrimenti si doveva scendere e pernottare al Donegani e il giorno dopo farsi riprendere da una macchina o da un taxi per tornare a ritrovare l’auto lasciata sotto l’attacco. Anche il Procinto era montagna vera e propria e non una specie di grande palestra quale è oggi. Infine le pareti erano frequentate da quattro gatti (alpinisti, sto parlando) il cui numero non superava mai, nella giornata, le dita di una mano.

Tutto questo per dire che all’epoca molti itinerari alpinistici erano stati tracciati, ma quasi tutte le pareti presentavano ancora tante opportunità per nuovi percorsi. In particolare, le attenzioni dei più forti alpinisti dell’epoca erano concentrate sui due più importanti monti delle Apuane: il Monte Procinto e il Pizzo d’Uccello. Senza però trascurare altre vette, che attendevano solo di essere affrontate.

Tra i vari protagonisti dell’epoca, che vedeva impegnati alpinisti versiliesi, pisani, livornesi, lucchesi e genovesi, sicuramente un ruolo di primaria importanza lo giocarono gli alpinisti fiorentini, che in quegli anni formarono le più forti cordate in azione sulle Alpi Apuane. Le imprese realizzate in quel periodo, e soprattutto la loro difficoltà e qualità, parlano da sole. Nessun’altra cordata, ideò e realizzò ascensioni paragonabili a quelle effettuate dagli alpinisti fiorentini. Fra questi ultimi si distinse in particolare Mario Verin, il più forte di tutti, ma con lui occorre ricordare anche altri protagonisti, come Giovanni Bertini, Paolo Ponticelli, Umberto Ghiandi e Guido Canciani. Colgo qui l’occasione per spendere due parole su Giovanni Bertini, così spesso trascurato nella strana “storiografia semiufficiale” che in questi anni si sta diffondendo e consolidando. Ebbene, Giovanni è l’autore, con Mario, delle nuove vie al Procinto di cui parlerò in seguito, e soprattutto è lo “scopritore” di nuovi luoghi d’arrampicata, inventando, primo fra tutti, nuovi tracciati sulle torri di Monzone, sul Sasso Rosso e sulla Pania di Corfino. Mi preme inoltre aggiungere che Giovanni non solo è stato un forte alpinista, ma fra tutti noi era quello che riusciva a esprimere, nella progressione, lo stile più bello a vedersi. Diversamente da Mario, che aveva un’arrampicata così asciutta e sobria da non far trasparire il proprio impegno, tanto che non era facile capire se stava procedendo sul 4° grado o sul 6°+, Giovanni poteva anche far vedere lo sforzo, ma sempre con stile elegante e piacevole. Oggi si direbbe che aveva curato il “gesto”.

Breve inciso a proposito di questa neo-storiografia cui ho accennato in precedenza: mi sembra opportuno  mettere in guardia i lettori, e quanti s’interessano di questa materia, circa la veridicità di quanto spesso è raccontato, sentito o letto. Mi sembra talvolta di assistere a un inesorabile progredire di una sorta di “revisionismo storico” sulle vicende alpinistiche quegli anni. Magari la questione meriterebbe un serio approfondimento e una corretta rivisitazione, e soprattutto un ascolto della viva voce dei reali protagonisti dell’epoca, prima che si vada consolidando un “racconto” che niente ha a che fare con la realtà.

Sempre più spesso mi capita di leggere resoconti e ricostruzioni storiche che mi lasciano alquanto interdetto, oltretutto quando questi resoconti sono scritti da persone che non si sono scomodate di sentire i reali protagonisti delle epoche descritte. Considerato che il numero degli alpinisti in azione a quei tempi sulle vie estreme era ridottissimo, non c’è molto da cercare per conoscere la vera storia di quei tempi. Per esempio Giovanni e Umberto possono essere buoni testimoni del periodo e anche il sottoscritto può raccontare qualcosa, visto che in quegli anni ero, assieme a Giovanni, il più assiduo compagno di cordata di Mario Verin.

Riprendiamo però questo viaggio nel passato. Lo riprenderò attraverso il personale racconto di quegli anni, partendo dalle esperienze maturate sui principali monti delle Apuane, il Procinto e il Pizzo d’Uccello.

Monte Procinto

Quando, nel 1966, ho frequentato come allievo il corso di roccia della scuola Tita Piaz (piccolo inciso: in quello stesso corso c’era tra gli allievi anche Aldo Terreni) le vie più importanti allora tracciate sul Procinto erano la via Ceragioli sulla parete ovest, la Dolfi-Melucci sulla nord e infine la già allora mitica Dolfi-Rulli sulla est. Circa l’importanza di tali tracciati, riporto qui fedelmente il commento scritto di Mario Verin in un articolo pubblicato sul Bollettino della Sezione Fiorentina del CAI (n.3 Luglio-Dicembre 1968): “Salite come la Dolfi- Melucci alla parete nord e la Dolfi-Rulli sulla parete est sono delle vere lezioni di alta scuola la prima, e alta tecnica alpinistica la seconda; vere e proprie basi di partenza per  l’esecuzione di nuovi itinerari di alto valore. La prima, sulla parete nord, per la sua ardita concezione e per l’altra concentrazione di difficoltà, è un exploit umano più che tecnico. Questo tracciato … rimane una delle salite in arrampicata libera più difficili di tutte le Alpi Apuane (personalmente la ritengo la più difficile). La seconda, quella sulla parete est, riporta come difficoltà a tutte quelle salite che sono i più grandi itinerari alpinistici delle Alpi“.

Dopo queste notevoli ascensioni (la prima è del 1955 e la seconda è del 1961) fanno seguito anni di scarsa attività, d’infruttuosi tentativi o d’insoddisfacenti realizzazioni. E’ a partire dal 1967 che inizia l’epoca d’oro delle nuove realizzazioni al Procinto. Ad inaugurare il nuovo corso è Mario, in coppia con Giovanni. Il loro obiettivo è di aprire una nuova via sulla parete est, con un percorso più diretto rispetto alla Dolfi-Rulli. Infatti i due attaccano la parete al suo centro (per questo motivo la via sarà chiamata in un primo tempo “direttissima”, poi ribattezzata G.A.M.M., e ora Gamma) e riescono a salire per un lungo tratto, fino ad una grande cengia sotto lo strapiombo finale. La roccia sopra di loro è liscia e priva di fessure, e perciò temono di essere costretti ad un lungo lavoro di perforazione col trapanino a mano. Mario non è tipo che ami questo genere di lavori (“Figuriamoci se mi metto a imbullettare una parete” confidava spesso a noi) e quindi per il momento abbandona ogni interesse per la salita.

L’iniziativa riprende qualche tempo dopo, questa volta insieme ad Agostino Bresciani e Mario Piotti. A loro spetta il lavoro pesante, la perforazione di quei 10 metri di parete liscia e compatta che porta al tetto finale. L’impresa ovviamente riesce, seguono due tiri più semplici e le cordate raggiungono la vetta. Hanno realizzato una via difficilissima, la più difficile delle Apuane.

A settembre l’attività riprende, perché è stata individuata un’altra possibilità, sempre sulla parete est, però decentrata alla sua estremità sinistra con partenza da un caratteristico triangolo roccioso. Anch’io partecipo per la prima volta all’iniziativa. Con Mario facciamo un primo sopralluogo, saliamo fin sulla cuspide dell’avancorpo triangolare ma con disappunto notiamo che i primi metri sono lisci e privi di fessure: anche qui sarà necessario bucare, anche qui Mario delega questo lavoro a dei semplici “manovali”, in questo caso il sottoscritto e Paolo Ponticelli. La settimana successiva infatti i due “operai” si portano in parete e iniziano l’antipatico lavoro. Al termine della giornata Paolo ed io, alternandoci nelle operazioni, riusciamo non solo a superare il primo tratto liscio, ma anche a salire sulla parte superiore più articolata e a giungere ad un punto di sosta. Effettuato questo primo intervento grezzo, ora può intervenire l’artista, cioè Mario. La domenica successiva siamo noi tre all’attacco della parete per finire l’opera. Stiamo per attaccare che ecco vediamo arrivare trafelato un alpinista. Chi potrà essere? Noi non abbiamo avvertito nessuno per la nostra salita. E’ Agostino Bresciani, che ci raggiunge e ci guarda senza dire nulla, ma con scritto in fronte: “Perché non mi invitate a salire con voi?” Mario lo legge perfettamente e siccome è un buono, lo invita. E così anche lui, pur non invitato, farà parte del gruppo. In quella stessa giornata, ed è il 26 novembre, completiamo la salita e giungiamo in vetta largamente in anticipo sull’arrivo delle tenebre. La via verrà chiamata “Gabriela” (con una elle sola, mi raccomando).

L’anno successivo, il 1968, riprende l’attività al Procinto. Di nuovo è Mario, questa volta assieme a Giovanni, che inaugura la stagione alpinistica aprendo un nuovo itinerario sulla parete nord. La via prenderà il nome di “25 Aprile”, e anche in questo caso la salita risulterà di grande difficoltà. Quanto difficile rispetto alle altre? A questo punto si apriva il dibattito: dopo ampie discussioni e ascoltando il parere di tutti, si stabilì che la via presentava i passaggi obbligatori in libera più difficili di tutto il Procinto (e quindi delle Apuane).

A settembre si riparte per una nuova iniziativa, da realizzare sulla parete est, dove abbiamo intravisto una concreta possibilità, un itinerario ancora più diretto rispetto ai precedenti. Il primo assalto vede impegnati il sottoscritto, Mario e Valdo Verin. E’ opera di quest’ultimo, e gran merito, il superamento del bellissimo diedro del secondo tiro, a destra della Dolfi- Rulli. Avanziamo ancora un po’, poi scendiamo e torniamo a casa. La domenica successiva, l’8 settembre, Valdo non c’è, ma a noi si aggiunge, anche questa volta, l’Agostino. Dopo aver risalito il tratto già percorso, ora davanti a noi si apre la parte centrale della parete, quella che dal basso appare la più liscia e ostica, una lavagna scura apparentemente priva di fessure e articolazioni. Temiamo di dover ricorrere di nuovo all’antipatica operazione di perforazione. E invece, con grande sorpresa, la progressione riesce senza dover far uso dei chiodi a pressione. Arriviamo presto sulla cengia e questa volta prevediamo di superare il grande tetto sovrastante sulla sua estremità sinistra. Ora tocca a me progredire, e dopo una breve traversata a sinistra affronto la parete che inizia subito in leggero strapiombo. L’impegno è massimo, perché quel primo tratto si rivela particolarmente complicato, ma più in alto la via si lascia risalire con minori difficoltà. Quando arriviamo in vetta, ci rendiamo conto di aver aperto la più difficile e complessa via del Procinto, cui assegneremo il nome di “Stefania”. Tra l’altro questa via mi era così piaciuta che sono andato a ripeterla qualche mese dopo in prima invernale (come può esserlo al Procinto) e l’anno successivo in prima solitaria.

Anche il 1969 si apre con un nuovo tentativo. Questa volta l’iniziativa parte da me, e con Emilio Dei compio un primo tentativo. La via è individuata sulla parete nord, all’estremità destra, ben oltre l’attacco della via dei Ladri (già ripetuta l’anno precedente). In una mattinata quasi invernale salgo un tiro di corda, incontrando notevoli difficoltà, poi si mette a piovere e dobbiamo battere in ritirata. Torno la settimana seguente, il 23 marzo, questa volta con Valdo Verin e Giovanni. Il secondo tiro spetta al Bertini, che vede a sinistra uno strapiombo e ci si butta a capofitto. Lo supera e torna sulla verticale. Si ferma e ci fa venire su. Poi tocca a me che termino l’arrampicata con un altro tiro di corda. Infine usciamo sul bosco sommitale. In poche ore abbiamo superato un centinaio di metri di forti difficoltà. La via si chiamerà “Orsini”.

Nota: recentemente la via è stata richiodata a spit, con qualche variante e ha preso il nome di “Una via per Andrea”. Non ho niente da recriminare per tale iniziativa, purché si ricordi che si tratta di una ritracciatura di una  via già aperta.

Pizzo d’Uccello

La parete del Pizzo deve avere esercitato un fascino particolare su Mario, tanto è vero che in pochi anni vi effettuerà una serie di prestigiose salite. Ancora giovanissimo, salirà con il fratello Valdo la classica via Oppio, poi la ripeterà in solitaria (inciso: la prima solitaria della via è opera del nostro Giancarlo Dolfi), quindi compirà la prima ripetizione della Biagi-Nerli in cordata con Antonio Pieri, poi di seguito la prima solitaria e la prima invernale. Era il suo campo, quello dell’arrampicata libera. Ovviamente non volle limitarsi alle ripetizioni, pur prestigiose, delle vie altrui, ma volle lasciare il proprio segno anche su questa parete.

Tutto cominciò nel 1967. Mi raccontava che durante la prima ripetizione della Biagi-Nerli, era rimasto spiacevolmente colpito da un tratto molto sfasciato e pericoloso nei primi tiri, prima di entrare nel grande colatoio centrale. Voleva trovare un’altra possibilità, più sicura e piacevole. In un’uggiosa giornata di primavera saliamo ai piedi della parete. Siamo in tre: Mario, Giovanni e il sottoscritto.

Superiamo i primi due tiri della Biagi, poi Mario cerca e trova una possibilità nuova, con un lungo traverso, più basso rispetto al tracciato originario, che aggira la fascia di roccia marcia e strapiombante, fino a raggiungere il sovrastante colatoio. Il traverso, costituito da due, tre tiri, è difficile ma su roccia buona. Sarà la via seguita nelle successive ripetizioni. Fra queste, la ripetizione che io e Mario effettuiamo nel luglio dello stesso anno, percorrendo la via nel tempo record, per una cordata, di quattro ore e¼ (record di quei tempi, beninteso).

Ma questo era solo un piccolo assaggio. Nel 1968 decidiamo di salire la parete nord per un itinerario nuovo. E’ con noi anche Giancarlo Dolfi. L’avventura comincia già nelle fasi iniziali: per non passare dal  basso e poi dover tornare a riprendere la macchina con un lungo giro (ricordo che allora la ferrata non esisteva ancora) saliamo fino a Foce Siggioli e da qui iniziamo a scendere i ripidi pendii erbosi che precipitano fino alla base della parete. Già questo primo aperitivo non era male. Poi iniziamo a salire la parete proprio sotto la verticale calata dalla vetta, una linea diritta che punta al colatoio centrale. Il primo tiro supera una bellissima placca inclinata praticamente improteggibile (un solo chiodino … morale), poi la via prosegue per diedri e paretine verticali che conducono al colatoio centrale. Questo attacco costituirà, da allora, la seconda variante basale per salire la Biagi-Nerli. Ma l’obiettivo di giornata è un altro, perché lasciamo la direttiva di quest’ultima via e prendiamo a salire un’evidentissima rampa camino che ci porta in breve su di un ampio pendio erboso. Più in alto riprendiamo a salire verticalmente fin sotto ad un tratto verticale che si preannuncia difficile. Mario avanza sicuro, ma ad un tratto si mette ad imprecare: ha trovato un chiodo, qualcuno ci ha preceduto. E’ così incavolato che vorrebbe quasi tornare giù! Noi lo dissuadiamo e lo invitiamo a proseguire. Poi ognuno fa la sua parte ed arriviamo in cima.

L’anno successivo, ed è il 1969, siamo nuovamente alle prese con la parete nord, con la volontà di tracciare una via nuova: la direttissima, un percorso tutto nuovo tra la Oppio e la Biagi, che risalga il grande ed evidente camino posto a destra del pilastro terminale. Siamo in tre, io, Mario e Giovanni. Ognuno deciso questa volta a non farsi fregare, come successo l’anno precedente.

La partenza è quella classica della Oppio, ma già dopo il primo tiro Mario abbandona la facile fessura che porta all’inizio del traverso e sale su una liscia placconata. E’ già un Inizio pesante, ma il meglio viene dopo, quando, giunti sulla cengia del traverso, Mario tira dritto per un diedro strapiombante molto difficile. Poi la salita prosegue con un lungo tratto facile che saliamo quasi di conserva. In tutto questo tratto ci alterniamo al comando. Più in alto arriviamo all’altezza della fessura diedrica della Oppio. Qui ci portiamo alla base del lungo camino che caratterizza la parte alta della parete. E’ da qui che inizia la parte più difficile e ardita della salita. Dopo aver superato vari muretti verticali di roccia liscia e talvolta di dubbia stabilità, solo nel tardo pomeriggio arriviamo sotto il tratto finale del camino, che ricordo essere costituito da roccia finalmente buona ma molto difficile, con passaggi atletici quasi strapiombanti. Credo che in quei tratti di camino si siano affrontati passaggi di difficoltà fino al 6a. Ho letto qualche tempo fa che durante la prima ripetizione della via, la cordata ha trovato sulla via degli spit. Se non li hanno messi loro, questo è un po’ un mistero, perché noi certamente, durante la prima, non li abbiamo messi, anche perché a quei tempi gli spit non esistevano. Ma non abbiamo messo neanche chiodi a pressione, avendo usato solo chiodi normali. A parte questo interessante interrogativo, la via tracciata prenderà il nome di “direttissima”, anche se nella Guida dei Monti d’Italia è erroneamente chiamata “via dei fiorentini”.

A tale proposito non posso fare a meno di aprire una doverosa polemica circa le errate denominazioni di certe vie, dovute principalmente agli estensori delle guide. Risulta difficile comprendere le motivazioni con le quali un autore, seppur autorevole, possa arrogarsi il principio di assegnare il nome a certe vie piuttosto che ad altre, oltretutto di sua spontanea volontà e spesso in contraddizione con l’espressa volontà degli apritori. Clamoroso il caso della nostra via al Monte Contrario, di cui parlerò più avanti, che noi dedicammo alla memoria di Günther Messner e con tale nome fu comunicata in occasione della ristampa della nuova edizione della Guida dei Monti d’Italia. Anche in questo caso la via è stata denominata come “dei fiorentini”. Il discorso si può estendere anche ad altre salite. Perché tutte le nostre vie si devono chiamare, se si vuole in maniera indistinta e quasi anonima, “via dei Fiorentini”? Naturalmente essere fiorentini non è un’offesa, ma si sa che gli alpinisti sono degli individualisti incalliti, e ci tengono al rispetto delle loro designazioni.

L’avventura al Pizzo non si ferma quell’anno. L’11 luglio del 1971 siamo di nuovo impegnati su un altro percorso. Questa volta la cordata è formata dal sottoscritto, da Mario e da Paolo Ponticelli. La linea di salita è individuata non sulla parete del Pizzo vera e propria, ma sul contrafforte di sinistra, sotto la costiera di Capradossa. In poche ore riusciamo a risalire la parete con un percorso che si snoda inizialmente su delle belle placche, poi si ferma sotto una zona più verticale, supera un difficile diedrino strapiombante, prosegue su di un facile costone, fino a giungere al tratto finale ertissimo, sotto grandi tetti, che evita a sinistra con un difficile traverso. Prosegue poi in un ripido colatoio fino a raggiungere la sommità. Ne viene fuori una via in arrampicata libera abbastanza severa, con forti difficoltà concentrate in un paio di passaggi, e di una lunghezza di poco inferiore a quella della vicina parete nord.

Qui finisce la storia dell’epoca classica delle cordate fiorentine alla nord del Pizzo, ma per quanto mi riguarda la storia è poi proseguita molti anni dopo con l’apertura di un nuovo percorso situato a destra (scendendo) della ferrata di foce Siggioli, salita effettuata nell’ottobre del 1984 con Carlo Barbolini. Il percorso è di stampo classico, progressione su placche nella prima metà, poi risalita più atletica e delicata nella metà successiva, con slalom ardito tra cassettoni aggettanti, di dubbia stabilità. Come risalire una ripida seraccata, sì ma di roccia.

Monte Altissimo

L’Altissimo deve il suo nome ad un errore prospettico, a una falsa apparenza. Così infatti appare (altissimo appunto) ma solo se osservato dalle spiagge della Versilia. Naturalmente è un’illusione e i monti che lo circondano, alle sue spalle, sono ben più alti ma questo nulla toglie alla sua eleganza e maestosità, soprattutto per quella sua parete sud, illuminata dal sole e solcata da imponenti pilastri. Mi ero innamorato della sua vista già da bambino, quando lo osservavo da Forte dei Marmi, durante le vacanze estive, anche se niente sapevo di alpinismo. Questa passione, ovviamente, crebbe quando cominciai ad arrampicare. La consultazione della Guida delle Apuane mi sorprese non poco: nessuna via diretta solcava quella faccia sud, esistendo solo vie molto decentrate. Fu quindi naturale metterci le mani sopra.

Autunno 1970. Partiamo in due, il sottoscritto e Guido Canciani, soprannominato “l’istruttore volo”. Occorre premettere che io e Guido formavamo una cordata particolare, specializzata in spericolate arrampicate su roccia sfasciata, rotta e insicura. Il nostro terreno di allenamento era la cava di Maiano, dove avevamo tracciato percorsi da mentecatti, risalendo i tratti alti della parete dove questa va ad esaurirsi nel boschetto sovrastante, con salita su blocchi instabili e muretti sbriciolati. Approfittando del nostro scarso peso, della delicatezza nella progressione e di una bella dose d’incoscienza, avevamo immagazzinato una bella esperienza di tecnica di arrampicata su terreno insicuro. Questa esperienza ci fu utilissima sull’Altissimo, così come in altre salite apuane.

Tornando all’Altissimo, il nostro primo contatto fu vera avventura! Dall’inizio alla fine della giornata. Non ero mai stato in zona, quindi mi affidai a quanto riportato nella guida. Progettammo di salire da Seravezza, attraverso la strada che risale la valle del Serra. Per la discesa pensavamo di percorrere il sentiero del Vaso Tondo che ci avrebbe riportato alla macchina, semplice! Non fu così semplice. E’ il 28 ottobre del ’70 e partiamo prestissimo da Firenze, nella previsione di un lungo impegno. Con l’auto (la mitica “500”) risaliamo tutta la strada di fondovalle e ci fermiamo nella cava più alta raggiungibile (allora si poteva). Attacco comodissimo, che ci aveva consentito di superare un notevole

dislivello. Quando sorge il sole, stiamo salendo la marmifera che solca la parete per tutta la sua larghezza, ed in breve siamo all’attacco. Delusione! Ora che siamo sotto, i nostri pilastri non appaiano così pronunciati  come ce li aspettavamo, e su tutto regna tanto paleo. Passato questo primo scoramento, decidiamo di salire il pilastro di sinistra. Non incontriamo particolari difficoltà, se non quelle derivanti dalla mediocre qualità della roccia, che ci impone la massima attenzione. Ma questo, come ho premesso all’inizio, era il nostro ambiente.

Arrivati in vetta, ci apprestiamo a scendere. Terreno sconosciuto. Percorriamo tutta la cresta est ed in breve arriviamo al passo del Vaso Tondo. Da qui sappiamo che occorre scendere in direzione mare, ma con orrore osserviamo il ripido pendio d’erba che scende davanti a noi. Scendiamo con cautela, ma dopo poco il terreno migliora e anzi ci sorprende piacevolmente quando iniziamo il bellissimo sentiero scavato nella roccia, in piena parete, che ci riporta in direzione dell’attacco. Ci sentiamo finalmente tranquilli perché pensiamo di essere alla fine delle peripezie. Giusto in tempo, perché nel mentre è calata l’oscurità. Accendiamo le frontali e continuiamo verso il successivo tratto a noi ignoto. E qui inizia un nuovo stress. Perché ci ritroviamo improvvisamente davanti ad una situazione inaspettata: nel buio più assoluto vedo davanti a me uno strano ballatoio fatto di tavoloni di legno. Mi sporgo nel vuoto e la luce della frontale si perde in un vuoto stomachevole: siamo sospesi nel vuoto! Ci troviamo, senza saperlo, sul famoso sentiero “dei tavoloni”, a quei tempi ancora efficiente. Siamo presi da un vago sconforto, ma è tardi ed occorre tirarsi fuori il più rapidamente possibile. Il percorso sembra abbastanza agevole, ma chi ci assicura della stabilità dell’insieme? Allora ritiriamo fuori dallo zaino corda, imbraco e attrezzi, ci leghiamo e, in cordata, facendoci sicura e mettendo le protezioni, percorriamo tutto il tratto. Alla fine anche questo imprevisto finisce e arriviamo sul sentiero delle cave.

Il sabato successivo, 3 novembre, siamo di nuovo in zona, perché vogliamo risalire il pilastro di centro, che ci era sembrato più bello. Naturalmente, reduci dall’esperienza precedente, vogliamo evitare quel ritorno così stressante, e quindi escogitiamo un altro approccio. Questa volta intendiamo raggiungere la marmifera da nord, salendo al Passo degli Uncini per poi scendere da questo, lato mare. Tutto fila liscio, ma quando scendiamo dal Passo, per ripidi pendii, si sfiora la tragedia. Infatti Guido, che scende davanti a me, ad un tratto scivola e rotola giù. In una frazione di secondo mi rendo conto che è spacciato, a meno che non acchiappi al volo un esile alberello che sta sotto a lui, l’unico nella zona. Il suo angelo custode a questo punto ce la mette tutta, fa gli straordinari e Guido, come per miracolo, si aggrappa a quell’unico salvagente, prima della fine. Con molta calma Guido si rialza, come se niente fosse accaduto, e riprende a scendere. Raggiunta infine la marmifera, siamo di nuovo all’attacco dei pilastri. Da questa prospettiva non ci sembra semplice raggiungere il filo del pilastro centrale. Saliamo dritti al centro dell’invaso che ci sovrasta, poi con un delicato traverso discendente a destra arriviamo sotto il filo. Per raggiungerlo, salgo un difficile muro verticale e raggiunto lo spigolo faccio sosta. Quando Guido mi raggiunge, mi domanda “Ma come hai fatto?”. “Lascia correre, gli rispondo, guarda in alto e riparti”. E infatti sopra di noi i problemi non sembrano finiti. La roccia però è buona, e la salita prosegue su difficoltà classiche. L’unica preoccupazione che abbiamo è per il tempo, che minaccia di piovere. Per fortuna quella che arriva è una pioggerella sottilissima, quasi niente, che non ci ostacolerà la progressione. Quando raggiungiamo la vetta, ci possiamo permettere il più completo rilassamento, perché questa volta la discesa non può presentare alcun problema.

Monte Contrario

Salito il pilastro centrale dell’Altissimo, la sera stessa raggiungiamo il Rifugio Donegani, dove ci attende Paolo Ponticelli, lì giunto per unirsi a noi per il prossimo obiettivo, una via nuova sul Contrario. Il giorno seguente ci portiamo ai piedi della parete sud ovest ed iniziamo a salire con l’intento di tracciare un percorso più diretto della via Bastrenta, che sfrutti la parte centrale della parete. Fatto un primo tratto in comune con la via esistente, iniziamo un traverso ascendente a sinistra che ci porta in breve sotto ad una fascia strapiombante il cui unico punto vulnerabile sembra essere costituito da un marcato diedro. Difatti il diedro rappresenta la soluzione migliore di salita. Tra l’altro mi capita di scoprire, non senza grande sorpresa, la prova evidente dell’esistenza di un precedente tentativo di salita, testimoniato dall’esistenza di una staffa abbandonata in un chiodo infisso in una fessura posta a dieci metri alla mia destra. La fessura però si era dimostrata inutilizzabile, perché aveva termine pochi centimetri sopra, con davanti una placca compatta apparentemente insuperabile. La qual cosa evidentemente aveva vanificato ogni ulteriore tentativo. Superato il diedro, la nostra salita riprende sulla verticale, per poi terminare su uno scomodo terrazzino inclinato dove inutilmente tento, senza successo, di piantare un chiodo. Dopo lunghe e infruttuose ricerche mi vedo costretto a piantare un chiodo a pressione. La salita poi prosegue verso destra e termina più in alto riprendendo l’uscita della Bastrenta. La via sarà dedicata a Günther Messner, fratello del più celebre Reinhold.

Monte Corchia

E’ il settembre del 1970. In quel periodo sono in coppia fissa con il grande Guido Canciani. Dopo aver ripetuto tutte le vie classiche fino allora tracciate in quel settore, ci viene il desiderio di tracciarne una di nostra iniziativa. In particolare siamo attratti da quella bella torre che si erge a destra del pilastrino di Fociomboli, dove Mario Verin aveva a suo tempo tracciato un difficile itinerario. Mentre quest’ultima via risale la parete ovest, noi saliremo sul suo lato destro, orientato a sud. Ne verrà fuori una via breve ma di notevole difficoltà, resa più insidiosa dalla qualità della roccia di tipo “apuanico”, come si dice, e basta la parola.

Qualche anno più tardi, il 4 giugno 1972, ritorno al Corchia, questa volta con Giovanni Breschi. La meta è costituita dal terzo torrione. E’ il torrione più piccolo, ma è anche quello con la roccia migliore. Affascinato da quelle sue placche di calcare chiaro, quasi bianco, decido di salirle per un nuovo itinerario. Ricordo che avanzando sulla grande placca, trovai sempre più difficoltà nel poter piantare un qualche chiodo di protezione. Alla fine dovetti salire con l’ultima protezione oramai lontana, affidandomi totalmente all’aderenza degli scarponi. Oggi su quell’ultimo tratto, prima di arrivare alla sosta, c’è uno spit. Ovviamente non è mio, ma messo in epoca successiva. Dopo la sosta mi detti parecchio da fare per superare lo strapiombo sovrastante. Finalmente riuscii a trovare il posto per un chiodo, il che mi rese più tranquilla la successiva progressione. Alla fine trovai la soluzione salendo a sinistra su buone prese. Via breve, ma divertente.

Pania della Croce

Era il capodanno del 1968 e un allegro gruppetto di fiorentini stava trascorrendo le feste natalizie al Rifugio Del Freo. In quei giorni compimmo diverse ascensioni, fra cui la salita invernale della via “Città di Carrara”, probabilmente con l’apertura di una bella variante finale. La vacanza stava finendo, ma volevamo terminarla con un’altra salita degna di nota. Individuammo una linea sulla parete sud ovest dalla Pania, proprio quella che potevamo contemplare dalle finestre del rifugio. Così io e Umberto Ghiandi, nella fredda mattina del primo dell’anno 1969, ci incamminammo verso la parete. La giornata era bellissima, ma sfortunatamente battuta da un forte vento gelido che ci martellò per tutta la salita, facendoci patire le pene dell’inferno. La via si rivelò un interessante tracciato di neve e di misto, con dei bei passaggi di roccia, che valutammo fino al 5° grado. Naturalmente le nostre piccozze erano di tipo antiquato e nei tratti più impegnativi non ci furono di aiuto. La via comunque risultò interessante, e prese il nome di “Giulietta”.

Pizzo delle Saette

Quando, da ragazzo, sfogliavo la guida delle Apuane (Monti d’Italia ed. 1958) mi sorpresi non poco osservando che la parete nord del Pizzo delle Saette era priva d’itinerari alpinistici di salita. O meglio, non vi era segnato alcun itinerario, se non quello dei fratelli Ceragioli, in verità molto defilato a sinistra. Però stranamente si faceva cenno a presumibili difficoltà di II° e III° grado, presupponendo perciò una qualche via di salita. Ovviamente la faccenda mi incuriosì molto e con alcuni amici decidemmo di salirla, naturalmente in condizioni invernali. Un primo assaggio (impossibile definirlo un tentativo) lo facemmo durante una ingrata giornata invernale del 1969. Eravamo in quattro, con me c’erano Paolo Ponticelli, Umberto Ghiandi e Guido Canciani. Salimmo la conoide centrale per un centinaio di metri, tanto per renderci conto delle possibilità di salita lungo il primo tratto. Poi, tornati a casa, attendemmo inutilmente le condizioni migliori di innevamento, il che ci portò all’inverno del 1971.

Il 6 febbraio Paolo e Valerio Campioni, da soli, ripercorrono il pezzo già salito in precedenza e continuano per altri 50 metri in verticale, poi ridiscendono rientrando al Rifugio, dopo aver lasciato un pezzo di cordino nel tratto più impegnativo. Il giorno seguente, domenica 7 febbraio, io e Guido Canciani li raggiungiamo e tutti insieme risaliamo i ripidi pendii sovrastanti. La notte ci sorprende mentre siamo ancora sulla parete, davanti al tratto più difficile, costituito da una fascia rocciosa ricoperta da un sottile strato di ghiaccio.

Facile sarebbe stato oggi con le picche moderne, ma allora ci si dovette arrangiare con le Grivel, non molto tecniche per la verità, affidandosi in pratica solo sulla tenuta della punta dei ramponi. Usciamo in vetta verso le 10 di sera, e solo allora chi ci stava attendendo al rifugio, alla vista della luce delle nostre frontali, ha la certezza che tutto è andato per il meglio. La via, intitolata a Vasco di Cocco, può considerarsi una grande classica invernale, con un dislivello di 500 mt. e con pendenze fino a 65°. L’unico rimpianto è di non essere riusciti a salire dritti nella parte alta, uscendo direttamente sulla cima. Questa soluzione mi riuscirà solo molti anni dopo, con Mauro Rontini e Franco Falai, con un percorso ideale, tutto al centro della parete, dalla base alla vetta.

Nel 1972 compio, con Paolo Ponticelli e Carla Berardi, un altro tentativo di salita della nord del Pizzo delle Saette, con l’intento di risalire uno stretto canale che conduce direttamente alla croce di Petronio (forse si tratta del canale di Vetriceto), ma la giornata è calda, troppo calda (siamo alla fine di marzo) e con un certo intuito evitiamo di entrare nel canale, risalendo il ripido terreno misto posto alla destra del canale. Felice intuizione,perché dopo qualche ora un’enorme slavina di neve marcia spazza tutto il canale. Fossimo stati lì dentro, non avremmo avuto scampo. Ripresi dallo spavento, continuiamo la salita e arriviamo ad un meraviglioso lenzuolo di neve dura che ci porterà alla croce di Petronio, e da lì alla vetta.

Il viaggio nel passato è finito. Spero non vi siate annoiati. Se invece avete provato tedio e stanchezza, o peggio ancora disgusto, me ne scuso sinceramente. Ma non temete, perché è roba di mezzo secolo fa. Non tornerà più.

Non una qualunque: la Kuffner di Jacopo Baldi

Pensavo fosse uno scherzo quando Nicco mi disse: “ preparati, ci son le condizioni… fra poco si va a fare la Kuffner “. Scoprii ben presto invece che le sue intenzioni erano tutt’altro che scherzose.

Kuffner: un nome importante nel massiccio del Bianco, una classica, se così si può dire, per arrivare in vetta al Mont Maudit. Una sottilissima cresta che tra aerei passaggi su ghiaccio e pareti di roccia, partendo dal famoso bivacco della Fourche porta fin sotto alla spalla del Mont Maudit. Un viaggio più che una gita in cui la mente e il fisico devono essere adeguatamente preparati: l’errore non è concesso e la distrazione non è contemplata.

I giorni prima della partenza sono sempre i più complicati perché bisogna decidere se ci saranno o meno le famose condizioni. Questa volta a prendere la decisione saremo solo in tre: io, Nicco e Carlino… Il gruppo è ristretto! Il tempo non sembra granché, ma l’entusiasmo di Nicco e la positività di uno sconosciuto sito meteorologico ci spingono ad andare lo stesso. La routine è ormai la stessa: partenza a fine università o per i meno fortunati a fine lavoro, pernottamento al campeggio di Courmayeur ai piedi dell’imponente Aiguille Noire e salita a Punta Helbronner con la prima funivia.

Il tempo è come previsto: brutto. Nevischia e tira vento, ma tanto abbiamo da fare solo 500 metri di dislivello per arrivare al bivacco. Indossiamo i cappucci, chiudiamo le zip della giacca a vento fino al mento e ci mettiamo in marcia. Il panorama è sempre lo stesso, sempre avvincente, ma le nuvole questa volta velano le vette delle montagne, solo qualche raggio di sole riesce ogni tanto a penetrarle. Percorriamo rapidamente il ghiacciaio del Cirque du Maudit fino alla base del canale che ci porterà sulla cresta dove è collocato il piccolo bivacco. Qualche facile passaggio di misto, una breve calata lungo una corda fissa e poggiamo i piedi sulla terrazza del bivacco. La nebbia avvolge l’orizzonte e la Kuffner si perde in una spessa coltre di nubi, il vento fischia impetuoso lungo la falda del tetto e la calotta del Bianco si mostra saltuariamente: “Peccato” esclama Nicco “Da qui si poteva vedere tutto… Ma davvero tutto! “. Non immaginavo nemmeno lontanamente che a pochi passi da noi, dietro a quel grigiore, si celasse un panorama da brividi, l’estasi per gli occhi di un alpinista… ma lo scoprirò presto. Il bivacco è molto minimal e confortevole: quattro letti a castello, due panche e un pianale per appoggiare gli zaini. Intelaiatura in legno massello e un ripiano in metallo per cucinare, adeguatamente sagomato dall’Accademico in persona. Manca qualcosa… già, dimenticavo le coperte… Son meglio di quelle di casa. Insomma anche il solo bivacco merita un viaggio! “Via, via che c’ho fame! “. Gli stomaci iniziano a brontolare. Sarà bene mettersi a cucinare: risotto alla milanese, pastina in brodo e un’ottima minestra ai funghi da versare rigorosamente a pioggia, come indicato dalle istruzioni per la cottura. Anche se non abbiamo ben capito come fosse, ma va bene così, tanto la pancia ce la siamo riempita lo stesso. Dopo un’ottima dormita al caldo di quelle fantastiche coperte, apriamo la porta del bivacco e usciamo sulla terrazza. Sbam… una fucilata ci trafigge il petto. Il respiro si ferma per un attimo e gli occhi rimangono impietriti. Le nuvole sono svanite e i raggi del sole inondano l’orizzonte. La calotta del Bianco ci sovrasta dall’alto dei suoi 4.810 mt. Una miriade di vette, guglie e seracchi scandisce l’orizzonte. Sulla sinistra la cresta di Peuterey da cui svettano la tetra piramide dell’Aiguille Noire, la mole dell’Aiguille Blanche

de Peuterey e il Grand Pillier d’Angle. Che emozione deve essere percorrerla. Sulla destra la nostra meta, la famigerata Kuffner con il Mont Maudit in lontananza, sotto di noi invece un deserto di ghiaccio: è la famosa Brenva, chiusa in lontananza dall’omonimo sperone.  Gli occhi mi luccicano dall’emozione e il petto si riempie di gioia, rimango estasiato davanti a tanta bellezza. La macchina fotografica scatta di continuo con la speranza di immortalare questo panorama per poterlo portare a casa. Rimaniamo immobili con gli occhi impietriti per qualche minuto, poi ci mettiamo a scrutare la salita del giorno dopo: i canali nevosi iniziali, il primo risalto roccioso, il traverso fotogenico e l’inconfondibile Androsace che segna poco più della metà della via.

Cenetta abbondante con tanto di dessert offerto da Carlino e poi ci ritiriamo sotto le coperte. La nostra speranza si è avverata: il bivacco è tutto per noi. Una rarità!

Il sonno sembra volermi evitare, troppi pensieri impegnano la mente: e se domani fosse troppo difficile, e se i traversi fossero ghiacciati, e se i tratti di misto fossero troppo impegnativi, e se… Finalmente mi sono addormentato. La notte scorre veloce, anche perché alle tre siamo già in piedi a preparare la colazione. La testa non mi ha dato fastidio e la quota sembra non farsi sentire, mi sento bene. Un po’ di incertezza su come legarci e poi si parte. Nicco guida il gruppo e Carlo lo chiude, io invece sto nel mezzo. Il vento soffia forte e la nebbia domina la visuale ancora una volta. L’oscurità regna intorno a noi e la strada è illuminata dal fioco bagliore delle nostre frontali mentre silenziosi ci facciamo strada sull’esile profilo della cresta. Un tratto iniziale di misto, una rampa rocciosa in discesa e siamo al primo traverso nevoso, il primo vero ostacolo da superare.

Picca, piede, piede, picca… Picca, piede, piede, picca...” Sul movimento ci siamo. Adesso basta non guardare in giù e rimanere concentrati. La neve inconsistente e l’assenza di una traccia ci costringe a percorrere tutto il traverso faccia a monte. Siamo legati a 3 mt. e di protezioni tra di noi non ce ne sono: c’è solo la fiducia nei compagni e la fiducia nella propria concentrazione.

L’errore è bene non prenderlo nemmeno in considerazione. Le punte dei ramponi affondano nella neve inconsistente. La sensazione prodotta è strana: sembra di stare con le ciabatte in bilico su una placca bagnata… “ che terranno o non terranno?”. “Picca, piede, piede, picca “, siamo fuori dal traverso. Continuiamo su per un risalto roccioso ancora imbiancato dalle ultime nevicate. Nicco procede veloce e noi facciamo altrettanto: siamo in perfetto orario con i tempi. Il vento si fa più forte e adesso ha iniziato anche a nevicare: “Ma ‘sto tempo, non dovrebbe migliorare?”. Per ora del sole non si vedono nemmeno gli albori, le uniche luci che si vedono in lontananza sono quelle dei lampi verso il confine svizzero. Mah, speriamo bene. I traversi si susseguono uno dopo l’altro intervallati da brevi tratti rocciosi. Cerco di scacciare via i brutti pensieri e di concentrarmi, ma i dubbi son sempre lì pronti ad assalirmi la mente: “ma se scivolo che succede… E se Nicco mette male un piede… E se… ” troppi ma e troppi se, devo non pensarci.

Finalmente il traverso fotogenico, ma del sole nemmeno l’ombra. La macchina fotografica rimane in tasca.

Qualche dubbio su come procedere e poi Nicco attacca il traverso. Sempre di conserva, sempre senza protezioni intermedie, sempre faccia a monte. Ma questa volta si scende! Data la grossa quantità di neve decidiamo infatti di aggirare l’Androsace scendendo una ventina di metri per andare ad imboccare un canale nevoso. Siamo a 4.107 mt. di quota. La metà è superata, ma la mente inizia ad essere stanca. D’altronde si sa, “la montagna è testa” e in effetti è vero: per fare la Kuffner non servono l’8a da falesista, avambracci alla Popeye o, bicipiti alla Schwarzenegger. Serve una mente d’acciaio e un po’ di banane nelle gambe. Una successione di passaggi su roccia e un tratto di cresta larga. Poi il dubbio: “si passerà di qua o si passerà di là?” il dubbio che tormenta ogni alpinista. Trovare la via è un’arte. Ci vuole occhio ed esperienza. E ovviamente anche una buona dose di quello che inizia per “c”. Di quello però sfortunatamente noi non ne abbiamo e infatti optiamo per l’alternativa sbagliata.

Un diedro di misto inizialmente strapiombante, poi una sessione appoggiata intrisa di neve con pochi appigli e infine un traverso discendente di misto. Attrezziamo una sosta e ci lanciamo nella sfida. Nicco tenta, ma non riesce a passare lo strapiombo: “Carlo siamo nelle tue mani, io di qui non passo”. Qualche tentativo, un azzero su friend, un po’ di coraggio e ce la fa. Mitico Carlino! Ovviamente a tre metri da noi, dietro un pilastrino roccioso, c’era un comodissimo canalino nevoso. Ma va bene così, abbiamo aperto una variante!

Il sole si è finalmente mostrato ai nostri occhi, la nebbia si è dissolta e lo sguardo spazia a 360 gradi, ma il vento ha ripreso a soffiare impetuoso. Un altro canale nevoso chiuso tra due bastionate rocciose, un breve traverso poco esposto e siamo al pendio finale. Mi giro indietro a guardare ciò che abbiamo percorso: la verticalità è impressionante e il bivacco della Fourche altro non è che un minuscolo puntino immerso in un oceano di granito e neve, quasi invisibile ad occhio nudo.

Gli ultimi metri tra maestosi gendarmi di granito e siamo a un colle. Ci abbracciamo felici: ce l’abbiamo fatta! Il viaggio è compiuto, almeno quello d’andata… adesso bisogna scendere. Dopo un breve tentativo di arrivare in cima, Nicco si rende conto dell’ora tarda e decidiamo di iniziare la lunga e infinita discesa rinunciando a malincuore alla vetta. Un lungo pendio a 50 gradi sulla spalla est e siamo al Col du Maudit, percorriamo lentamente la breve risalita alla cresta del Tacul fin quasi sotto la vetta e iniziamo la discesa della sua parete nord, tracciata come d’inverno. La neve marcia e i crepacci minacciosi con cui Carlo ha un incontro molto ravvicinato, rendono la discesa molto più faticosa.

L’Aiguille du Midi sembra così lontana!

Tic-Toc, Tic-Toc, le lancette dell’orologio continuano a scorrere in avanti: non sapendo a che ora chiudano gli ovini per Punta Helbronner dobbiamo correre. Butto la corda nello zaino e inizio la corsa contro il tempo. Testa bassa e passi regolari. Il lungo pianoro e 350 mt. di dislivello ci separano dalla funivia dell’Aiguille du Midi, abbiamo 45 minuti di tempo per percorrerlo se vogliamo prendere gli ovetti per arrivare al Torino.

Stacco Nicco e Carlino un po’ più affaticati arrivando mezzora prima di loro per informarmi sugli orari.

Fortunatamente ci eravamo sbagliati: c’era un’ora in più di tempo! La Kuffner è fatta, non è una cresta qualunque.

Ettore Castiglioni: affascinante scrittore, alpinista, partigiano di Marina Todisco

Chiudo gli occhi e la figura elegante di Ettore Castiglioni si delinea, eterea e al contempo definita, esce e mi viene incontro dalle pagine scritte del suo diario. Per me, è come ritrovare un gemello, più leggo e più mi avvicino alle sue parole come se fossero i miei pensieri inconsci a proclamarsi, celati per anni, d’un tratto subitanei, con voce ferma. Mi atterrisce sentirmi così vicina al suo io, all’attualità e alla ragionevolezza delle sue affermazioni, dove il mio è quasi un riconoscersi continuo, in un affascinamento irriverente che nasce forse da un sentimento audace di sovrastima di cui ho timore e imbarazzo; ma Nino è milanese, elegante, appassionato della montagna, creativo ed esteta in parete, amante delle arti e della musica in città, un romantico idealista capace di realizzare iniziative partigiane antifasciste che hanno salvato molte vite in guerra, un fiume di parole diligentemente indirizzate che ci hanno offerto apprezzate guide e un diario personale che sembra scritto per esser letto da tutti. Come, dunque, non rimanere colpiti e piacevolmente affascinati da Ettore Castiglioni?

Alto, slanciato, asciutto, atletico, il fisico di Ettore Castiglioni possedeva un’eleganza innata che promanava da un tratto e da un portamento aristocratici. Falcata ampia, busto e capo eretti, un pizzico di rigidità teutonica nell’incedere e di compitezza nordica nel sorridere appena, tra l’enigmatico e il malizioso, sotto un paio di baffetti sottili, Nino era riconoscibile tra non so quante migliaia nell’inverno, poi che camminava per le vie costantemente privo di cappotto e di cappello, con la giacca semi- aperta cui sottostava il classico panciotto abbottonato, ormai quasi scomparso dalle abitudini borghesi. Egli non soffriva assolutamente il freddo e quel suo vestire in ugual misura nelle diverse stagioni era così naturale che mai ti sarebbe passato per il capo di giudicarlo uno stravagante come è facile quando l’eccentricità colpisce a prima vista”, (da G. De Simoni, 1956).

Ultimo di cinque figli, Ettore Castiglioni, Nino per i familiari, nasce a Ruffrè (TN) il 28 agosto 1908 proprio durante le vacanze estive della sua benestante famiglia milanese. Da ragazzo vive i privilegi della ‘Milano bene’ dei primi del novecento, in un ambiente agiato, fra viaggi in montagna e viaggi di cultura all’estero, oltre alla frequentazione di teatri, musei e sale da concerto. Nella casa paterna in via del Vivaio a Milano c’è anche il pianoforte che lui suona con competenza e libertà d’espressione e che sarà una valvola di sfogo per i suoi momenti di sconforto, come si legge nei suoi diari. ”Sono in un periodo di monotonia e di lavoro quotidiano. Non ch’io mi senta in letargo o abbattuto, anzi sono ricco di vita e di attività. Ma il lavoro metodico per la laurea che mi assorbe quasi interamente, quantunque mi interessi abbastanza, lo senta abbastanza come cosa mia e mi dia una certa soddisfazione, tuttavia mi rende una giornata uguale all’altra e mi distoglie dal pensare ad altre cose. Mi perdo in una banale vita da studente, coi compagni, in scherzi divertimenti tanto stupidi con Rusmini. In fondo è una vita abbastanza povera, ma di una povertà ingiustificata; ciò che è più grave, perché la colpa è soltanto mia. Né bastano a renderla ricca i concerti, il pianoforte (che mi da moltissimo), o la gita a Bergamo domenica scorsa, dove ho vissuto pienamente una giornata di primavera, fra la serenità dell’Amedeo, l’ebbrezza del Tiepolo, e l’incanto della natura che sboccia nelle prime gemme e nei primi fiori”, (Marzo 1931).

Nino si laureerà in breve. Questo riconoscimento dalla facoltà di  Legge di Milano e la conoscenza fluente delle lingue straniere francese e tedesca, lo porteranno ad un duro periodo di permanenza a Londra, dove il padre lo ha introdotto presso i Lloyd’s per avviarlo alla carriera di uomo d’affari, come si confà ad un rampollo di un’antica famiglia della borghesia milanese; ma Nino soffre come un pesce fuor d’acqua in quella città straniera, in un ufficio dove gli sembra di perder tempo e di esser totalmente inutile fra le poche scartoffie che gli vengono raramente affidate. I dubbi lo attanagliano prima di poter fare finalmente la scelta di rientrare in Italia, a cercare la sua vera vocazione: “Sì, ogni rinuncia è una vigliaccheria: tutto questo periodo (N.d.R. a Londra) è stato un periodo di rinunce e di abdicazione a me stesso: quindi un periodo di vigliaccheria e di infedeltà. Gli ultimi giorni a Londra non ho più scritto su questo diario perché la devastazione morale me ne rendeva incapace. La tensione dell’incertezza di non poter sapere nulla fino all’ultimo e la debolezza di non saper volere una decisione e assumermene la responsabilità, mi esaurivano e mi esacerbavano.

D’altra parte sapevo che venendo via voleva dire rinunciare per sempre e definitivamente ad ogni  rapporto con l’ “Italia” e il ritornare  a Milano e ritrovarmi qui senza una occupazione ad un punto assai più indietro di quando ne son partito, mi atterriva almeno quanto il prolungare il soggiorno all’agenzia di Londra. Ora c’è la scusa di andare un po’ in montagna (quantunque  sono così lontano dallo spirito eroico dell’alpinismo, che so benissimo che non ne avrò altro che umiliazioni) per fuggire Milano, ma poi? Il buio e il nulla. A meno che la montagna possa ancora una volta farmi risorgere, restituirmi a me stesso con tutta la mia forza, la mia volontà e  la mia sicurezza ”, (Giugno, Milano 1933).

Ebbene, sarà proprio la montagna e la sua voglia di esplorarla e di descriverla minuziosamente e precisamente nei suoi diari, a dare la svolta alla carriera di Ettore Castiglioni, un impegnativo percorso che lo porterà a pubblicare le famose guide. E’ ormai chiaro che Nino è uno scrittore nato, come un poeta che si esprime quasi meglio per iscritto, sia che si tratti di crode, pareti e nuove vie, sia che si parli dei suoi sentimenti, di critica musicale o di poesia, che lui vede nei quadri dei musei e nei paesaggi della natura, come noi la cogliamo nelle foto che lo ritraggono perso nella contemplazione dell’immensità del paesaggio. “Il vero mare lo senti solo da uno scoglio, a fior d’acqua o da una piccola barca: allora lo contempli, perché troppo ti è vicino, ma lo bevi, lo respiri, a pieni polmoni, ne assorbi tutta la vita con suo eterno rifluire. In tutta l’aria, che spira costante, con quell’acre odore di forza, tu senti l’intensità della vita: intensità che produce una tensione di nervi quasi spasmodica e voluttuosa ad un tempo, che ti scuote, che ti dà vigore e volontà, che ti stanca”.

Nel 1906 nasce il progetto del CAI di intraprendere una descrizione completa delle montagne italiane nella collana ‘Guida dei Monti d’Italia’, che sarà curata negli anni e ancora ai nostri giorni, insieme al Touring Club Italiano. Proprio quest’ultimo, nel 1934, commissionerà a Ettore Castiglioni la guida delle Pale di San Martino, avvenimento che darà una svolta alla vita di Nino. Febbrilmente si dedicherà nei mesi invernali a Milano alla stesura non solo della guida delle Pale, ma a quella Odle- Sella-Marmolada che usciranno complete e ‘best seller’ in soli due anni. Con la sua capacità di annotare meticolosamente, Nino raccoglie miriadi di informazioni nei suoi appunti di viaggio, ogni percorso, ogni ascensione, ogni ricognizione, in vari colori che corrispondono ad una determinata legenda, con ‘segni convenzionali’ che indicano gli spostamenti a piedi, su ghiacciaio, su roccia, con gli sci, a cavallo, in ferrovia, tram, teleferica, bastimento, aeroplano, con l’indicazione dei gradi di difficoltà dei passaggi: giallo I grado, azzurro II grado, viola VI grado, ogni via nuova è riquadrata con il rosso (‘vergine’).

E’ capace di leggere la geomorfologia del paesaggio, legge la roccia, grazie alla frequentazione della montagna che inizia sin da fanciullo con il fratello maggiore Bruno, quest’ultimo già professore di Geografia Fisica presso l’università di Pavia e uno dei maggiori geomorfologi italiani, anch’egli appassionato di montagna, dedito ad un intenso lavoro di rilevamenti scientifici e pubblicazioni relative a lavori geografici. Così nel nome di Ettore Castiglioni vengono suggellate innumerevoli altre guide (Guida Sciistica delle Dolomiti; Guida Sciistica di Madonna di Campiglio, Bondone, Paganella, Gruppo del Brenta, Presanella; Dolomiti di Brenta; Alpi Carniche) e articoli e scritti (Le valanghe. Come si formano, come si possono evitare; Neve e valanghe; Vita di Crode, etc.) che rimangono a noi di grande attualità per il suo modo originale di porsi con il paesaggio montano e l’antropologia dello stesso. “…portavo avanti ricognizioni e interrogatori per la mia guida e sempre più vivo sento l’interesse per questo studio, che ora approfondisco assai di più di quanto sia necessario per una guida. Indagini toponomastiche, studio dei dialetti ladini, storie di guerra, leggende, usi e costumi locali, ogni ramo mi prende così vivamente che vorrei sempre completare l’indagine, giungere a conoscere fino in fondo queste vallate tanto ricche di poesia e di colore. Così che l’alpinismo esce dall’aridità dell’esercizio fisico e della relazione tecnica, per divenirmi fonte di grande interesse culturale.”

Nino racchiude in sé l’escursionista, il rocciatore, l’alpinista, lo sciatore,  tutti ad altissimi livelli. Lo scopriamo in Grigna, in una giornata bigia e umida di inizio stagione a passeggiare sotto i torrioni Magnaghi e a ottobre, da solo, quando la folle scalata alle crode è terminata, a ‘fare trekking’ per giorni dormendo in bivacchi di fortuna, lasciandosi portare dai propri piedi e dall’ispirazione del momento nell’incanto della tranquillità autunnale.Ho peregrinato quattro giorni per monti e per valli, tra pinete e praterie in un vero incanto della natura: dormivo nei fienili, mangiavo in riva a un ruscello e mi nutrivo di lamponi e mirtilli. I boschi già rosseggiavano nello loro ricche vesti invernali, e non incontravo che uccelli grandi e piccini…mi ritrovai in un delizioso vialetto ombroso e solitario: ‘o beata solitudo, o sola beatitudo!’ ho gridato: qui avevo ritrovato la bellezza della vita”. E’ proprio in famiglia che si respira aria di montagna. I fratelli maggiori, Manlio e Bruno, compiono l’ardita traversata delle torri del Vaiolet con il Tita Piaz, quando Bruno ha solo dodici anni e la stessa prova, dieci anni dopo, viene sostenuta dal giovanissimo tredicenne Nino che riutilizza “le stesse pedule che avevano servito” i fratelli maggiori. “…il giorno dopo salutandoci, dice ‘venite un’altra volta; faremo qualche cosa insieme: venite tutti e tre’. Tutti e tre! Anch’io dunque! Anch’io ero stato invitato a far ‘qualche cosa’ con Tita Piaz! Scrutavo il tempo, aspettando che si rimettesse al bello, con l’orgasmo di un bambino che vede prossima la realizzazione di una gioia insperata. Tita Piaz! Proprio io, avrei potuto fare un’arrampicata con Tita Piaz!”.

Naturalmente la prova è superata a pieni voti e Nino, che già si accompagnava con i dotati fratelli rocciatori nelle arrampicate in Dolomiti, arriva in breve a surclassarli. Senza troppa pubblicità, perché “non si arrampica per avere un applauso”, con quel carattere schivo e riservato che rifugge ogni competizione, nel ventennio 1923- 43 della sua carriera alpinistica, apre ben duecento nuove vie di elevato livello di difficoltà su calcare, granito e misto, oltre al tentativo in spedizione al Fitz Roy fino alla Brecha de Los Italianos e alla salita del Cerro Nato (erroneamente indicato come Doblado), “l’unica cima della Cordillera Patagonica, che sia stata finora conquistata dall’uomo”. Il fine non è arrivare in vetta, ma esplorare e fare proprie le pareti, gli spigoli, le creste, in una scalata guidata dalla bellezza geomorfologica di quel camino o di quella fessura, più che ispirata alla complessità del gesto. Pelmetto, Sass da Mur, Moiazza da Ovest, Piz de Sagròn, Crozzon di Brenta, Cima della Busazza, Torre Gilberti, Sass Maor, Spiz della Lastia, Marmolada di Rocca, Biegenkopf Nord, Torrione Graffer, Piz Serauta, Monte Berio sono una selezione di vie  evidenziate dallo stesso Castiglioni nei suoi diari. Le ha percorse con i familiari prima e con gli amici poi. Il compagno di cordata deve essere anzitutto un amico perché durante l’ascensione bisogna esser solidali, anche al di là di ogni sacrificio e rinuncia. “Il bene per l’amico è ciò che appartiene solo all’uomo e che lo eleva al di sopra di ogni legge fisica, di ogni interesse e di ogni egoismo. Forse nessuna cosa come la montagna può creare questo bene: solo l’unione nella più pura delle attività può creare il più puro degli affetti”. Pochi i veri amici in  ogni tappa della sua breve ma intensa vita, primo fra tutti se stesso attraverso il suo diario “C’io possa trovare l’amico in me stesso, e ch’io possa sfogare in queste pagine i miei sentimenti. Di me stesso come amico mi son sempre valso in mancanza d’altri, ma posso io esser il miglior amico per me stesso? Posso io guidarmi, consigliarmi, frenarmi, calmarmi, discutere, confrontarmi e indirizzarmi per la retta via? E può sempre la penna esprimere, e queste carte raccogliere, quanto passa per l’animo mio?”. Gli amici lo lasciano solo: prima Celso Gilberti, poi Silvio Agostini e Giorgio Graffer sono vittime di disgrazie in montagna o di ardimentosa lotta durante la guerra. Gli amici in cuor suo a volte lo tradiscono, dove Vitale Bramani cerca pubblicità per le loro salite e lo feriscono, dove Vinatzer sale da primo di cordata la ‘sua’ parete sud della Marmolada. Anche altri amici continuano a rinnovare la solidarietà che Nino cerca nei propri compagni di cordata, Camillo Battisti, Gino Pisoni e soprattutto Bruno Detassis. “Soprattutto mi ha fatto bene durante tutto questo periodo l’affratellamento con Bruno  Detassis, la sua forza morale, la sua sicurezza, la sua rude e schietta sincerità, il suo affetto e la sua sensibilità, inespressi, ma sempre percepibili. Sulla croda, come al rifugio, dopo la scomparsa di Celso, con nessuno mi son trovato così bene come con lui”. Nino e Bruno formano una cordata indissolubile e sinceramente coesa, di cui ricordiamo un aneddoto famoso dell’agosto del 1936: “Chi avesse incontrato sul sentiero del Passo Ombretta ad ora già tarda del mattino due alpinisti, uno claudicante e munito di un solido bastoncino, l’altro con un aspetto cadaverico per un potente mal di stomaco, non avrebbe certo indovinato che si recavano all’attacco della famosa parete (la Sud della Marmolada)”.

Il 18 Marzo 1936 diventa ‘il giorno delle Mésules’. Come in una folgorante illuminazione religiosa, Ettore Castiglioni, durante un incidente invernale sull’altipiano del Gruppo del Sella, riformula la sua visione dell’alpinismo in un credo di adorazione per i monti e la natura, da cui scomparirà per sempre ogni traccia di alpinismo eroico. La pagina del suo diario narra di avvenimenti fortuiti, che portano alla sua salvezza grazie ad un soccorso a piedi lungo tutta la Val Lasties, fino a Canazei.

Dopo esser rimasto da solo nella neve per ore con una gamba rotta, malgrado la sua gamba sia rimasta più corta e lui claudicante a vita, quelle circostanze sono per Nino un segno del destino. “Vagavo da solo tra le sconfinate candide ondulazioni, con la vista aperta su orizzonti di crode e di ghiacciai. La mia pista, unica traccia di vita nell’immenso silenzio invernale, affondava profonda nella neve soffice e polverosa, si rincorreva dritta di poggio in poggio, fino al valico supremo o alla vetta. Come la mia vita. Ad ogni passo, la punta dello sci avanzava fendendo profondamente la morbida coltre, calpestando l’ostacolo. Pareva mi precedesse aprendomi il passaggio. Ogni tanto mi voltavo e mi piaceva quella pista così lunga, così netta e così decisa che si snodava segnando tutto il cammino percorso. Poi l’ebbrezza della rapida scivolata, l’autorità degli arresti strappati. Sì, anche lo sci ha un senso: non è soltanto il mezzo per portarsi in montagna anche d’inverno, ma è anch’esso un’espressione del proprio essere, della gioia di dominio. […] Perché? Mi son chiesto appena mi son reso conto di essermi fratturato una gamba. Perché? E’ vero? Mi pareva che fosse uno di quei brutti sogni da cui ci si sveglia con la gioia di poter constatare che non è vero. L’avventura era tutta come qualche cosa di irreale, come di sogno: non soffrivo fisicamente o non mi accorgevo di soffrire; non sapevo pigliarla come una disgrazia: ero così felice nell’immensità di quel candore di nevi e nell’azzurro del cielo. L’accidente per se stesso mi pareva un fatterello insignificante, che per me in quel momento aveva il solo valore di darmi un godimento infinito, un’estasi di elevazione mistica e sovrumana. Sulla cima delle Mésules, ho trascorso due ore sublimi: sono volate come in un sogno, ma forse ancor oggi non so rendermi conto della vera realtà”.

Nasce un amore per la montagna che supera ogni possibile manifestazione terrena, anche il sentimento verso una donna. D’altronde Nino ha sempre rifuggito il gentil sesso e forse l’unica che abbia risvegliato in lui un desiderio di avvicinamento al mondo femminile, la Signora Ranieri -ahimè già

sposata- poteva esser solo un fugace appiglio dove non avrebbe potuto aggrapparsi a lungo per salvare se stesso: “Per la sig.ra Ranieri avevo provato qualche cosa di più di una semplice simpatia occasionale, poiché alla bellezza della donna si univa la profonda comprensione di un’anima sensibile, come la Nene (N.d.R. sua cognata), a cui non trovavo strano di dire e di rivelare tutto me stesso. Ma col suo sbarco a Santos, probabilmente anche questo è finito. La sua vicinanza tuttavia non è stata estranea alla viva impressione di luce e di gioia che mi ha lasciato la stupenda baia di Rio e l’incanto delle ultime notti sul mare”.

La seconda guerra mondiale vede Ettore Castiglioni richiamato alle armi. Sin da piccolo Nino è vissuto in una famiglia con un forte orgoglio patriottico repubblicano, in cui i fratelli maggiori e lui stesso si sono riconosciuti. Durante la Grande Guerra, Manlio e Bruno, si sono già distinti nel ’18 al comando delle postazioni sulla Cresta del Maroccaro, a circa 3000m s.l.m. fra la Presanella e l’Adamello, riportando trionfanti a valle la bandiera tricolore.

Ettore contribuisce, durante la seconda guerra mondiale dal ’42 come ufficiale negli Alpini e istruttore della scuola alpinistica, poi dopo l’8 settembre sarà partigiano. L’Alpe del Berio diventa il rifugio, il ‘covo’ dei traffici di contrabbando necessari per portare avanti l’attività partigiana. Ettore con una dozzina di suoi allievi, “la repubblica del Berio”, mette in salvo più di un centinaio di ebrei e perseguitati politici  attraverso il passo montano della Fenetre Durand, fra il monte Avril e il Mont Gelé, dalla Valpelline fino al confine Svizzero.

Anche il futuro presidente della repubblica, Luigi Einaudi passa così il confine alla finestra Durand, quasi sempre sferzata da forti venti a causa dei quali è difficile progredire a piedi anche quando ben attrezzati per un’escursione; e lo dico per esperienza diretta. “L’estate all’alpeggio: in quest’ultimo periodo del Berio però le cose vanno meglio. Ci sentiamo davvero tutti compagni, tutti amici, tutti eguali. Dettando lo statuto di questa nostra piccola repubblica indipendente…”. L’attività illegale di contrabbando conduce Nino una prima volta in prigione in Svizzera, dove si ripromette di non ricapitare, tanto più per il senso di oppressione e di staticità della prigionia, che per le angustie della detenzione stessa. Viene però fermato e trattenuto ancora, durante una quasi innocente traversata con gli sci da Valmalenco a Maloja, dove pare stesse concludendo una missione di spionaggio.

Non sappiamo molto dell’ultimo mese di attività di Castiglioni perché, si immagina per prudenza, aveva smesso di scrivere nel suo diario. Del suo ultimo giorno di vita, sappiamo solo che fu trattenuto dalle guardie di frontiera presso l’Albergo Longhin, chiuso in una camera senza scarpe e vestiti; ma Nino scappa nella notte, dalla finestra, come un eroe romantico, calandosi sulle lenzuola annodate, una coperta per abito e degli stracci ai piedi per scarpe. Gli rimangono i freddi ramponi, che usa sì sul valico del Forno, semplicemente allacciati sopra gli stracci, ma su quel varco una tempesta supera la sua leggendaria resistenza al freddo, stremandolo e addormentandolo per sempre. Il  suo corpo protetto in un balzo della roccia, così come aveva voluto proteggerlo Ettore, appena sotto il valico sul lato italiano, fu ritrovato solo a giugno, al disgelo, dando triste conferma ai presentimenti dei familiari e degli amici.

La morte di Ettore Castiglioni è proprio”da lui’, da romantico e sognatore: così può arrivare a pensare il lettore della sua biografia e dei suoi diari, ma io penso allo spazio prossemico, alla bolla vitale di Nino già corrotta, infranta, soppressa, freddata con la sola detenzione in quella stanzetta d’hotel. La sua vita tutta era la libertà di esser per monti: “E insieme alla musica è tornato anche il sole. Un sole tiepido di primavera, un’aria leggera e trasparente, un vento crudo e vivificante come una brezza montana. Lo aspiravo a pieni polmoni, a grandi sorsate, come per bere quell’aria dei monti. Vorrei tanto poter ritornare tra i monti, per ritrovarmi, per ritrovare tutta la mia energia, il mio spirito d’iniziativa, la mia volontà d’azione, il più vero me stesso”.

La morte di Nino lascia i familiari e gli amici vuoti e nulli, come anch’io mi sento tutt’oggi dopo più di mezzo secolo dalla sua tragica scomparsa. Mi sento come sospesa, in attesa di leggere della sua prossima salita, sulla prossima pagina del suo diario, in quella prosa appassionante che mi sembra poesia; e mi sovviene anche il mio caro zio Dino, con cui dovevo scrivere un romanzo sui nostri avi e sulla nostra famiglia, così incredula rimango, in questo senso di incompiuto.

7 aquilotti nel cielo di Sepp di Alessandro Cidronali

Prologo (al Café de Paris)

Allora, i ragazzi sono sette: Tommaso, Gabriele, Marwan, Guido, Corso, Ruben e Bernardo. Gli accompagnatori siamo io il Neri, Francesco e tu, Alessandro. Io penso ai medicinali, anche se non possiamo dargli nulla, neanche un’aspirina. Al materiale però pensateci voi, portiamo anche dell’abbigliamento in più, in particolare guanti e berretti che tanto non pesano e possono tornare utili, mentre il Neri ha già accordi con i rifugisti. Bene tutto ok, ora vado perché domani mi suona presto la sveglia molto presto; ci vediamo Giovedì all’Ortofrutticolo: partenza alle 10.

-(Sgomento) Ma Flavia, le 10 non è proprio un’ora CAI! A quell’ora dovremmo già avere gli scarponi ai

 –Ale, stai per partire per il trekking estivo del Gruppo dell’Alpinismo Giovanile: secondo ma va bene così.

– Ah già, dimenticavo, si vede che è la prima volta per me

 Giovedì: Cadini di Misurina

Il viaggio in auto è piacevole, allietato da discussioni animate su vari personaggi dei videogiochi cui si aggiungono inquietanti racconti di missioni in territori ostili per il rapimento e l’uccisione di personaggi pubblici odierni (per essere politically-correct è bene non rivelare chi sono gli obiettivi nei giochi dei nostri innocenti e adorati figli). Arrivati al Lago di Misurina, una volta trovato un posteggio no-cost, si comincia con la distribuzione del materiale tra le consuete raccomandazioni di zia-Flavia:

“controllate di aver tutto il necessario”

“non lasciate niente in macchina”

“prendete il materiale e soprattutto non lasciate i sacchetti in giro”.

Ma si sa le raccomandazioni non sono mai abbastanza e soprattutto mai ascoltate. Ci incamminiamo sul sentiero 115 e lento pede per il Pian degli Spiriti in circa un’ora di marcia raggiungiamo il Rifugio Fonda Savio, posto su di una magnifica dorsale che divide l’Auronzo da Misurina, a 2.367 mt. di quota.

Guido preferisce usare le scarpe da ginnastica per salire, ma perché no, il sentiero è comodo e il meteo pare reggere: si sta preparando il primo inconveniente.

Arriviamo al rifugio nel tardo pomeriggio, il rifugio è avvolto nella nebbia e spira un vento umido e teso da Sud. Verso Nord a mala pena scorgiamo il profilo delle guglie e forcelle del Rinbianco, mentre a est scorgiamo il sentiero Durissini che rotola giù dalla Forcella di Torre. Il vento teso e la nebbia rendono tutto meno ospitale ma molto suggestivo; come se le montagne volessero celare un qualche segreto. Poco oltre il rifugio si apre il vallone giù dal quale, il sentiero Bonacossa, l’indomani ci permetterà di attraversare la Forcella de Rinbianco. Ma ora è tempo di preoccuparsi della sistemazione. Il rifugio è accogliente gestito da una gentile signora molto energica e decisamente germanica, ci accoglie in abiti tradizionali. Nonostante l’apparente disponibilità di posti letto, noi siamo nella ‘dependance’; poco più di una rimessa in cui sono state ricavate le nostre cuccette su due livelli. La promiscuità accelera, molto, la fraternizzazione tra tutti, adulti e ragazzi. Prevedo che la notte sarà lunga e c’è chi, più avveduto, si procura una posizione laterale. Giusto il tempo di preparare il giaciglio ed è ora di cena. Siamo accomodati in una stanzina laterale molto accogliente, qui apprezziamo quel vago senso di segregazione misto a emarginazione che ci viene riservato. La cena è molto buona con qualche tentativo di stupirci. Finita la cena, tutti siamo molto rilassati si comincia a respirare un’atmosfera magica, io rivedo negli sguardi dei più grandi i volti di quei loro coetanei che quasi cento anni prima su quelle montagne “prendevano d’assalto il cielo[1] A quel punto sfoglio e leggo le prime pagine.

5 Settembre 1915, Alta Val Fiscalina[2].

Ai primi di Settembre 1915, fra le nuove posizioni occupate dagli italiani in Alta Val Fiscalina c’era anche il torrione roccioso dalla strana forma di teschio, che gli austriaci avevano denominato “Totenkopf” (Testa di morto) e dal quale era possibile dominare alcuni trinceramenti austriaci: era necessario quindi renderla inoffensiva. Seguendo le indicazioni del terreno gli austriaci decisero che bisognava aggirare il torrione dal di sotto, risalirlo di lato in modo da arrivarci sopra di sorpresa e, naturalmente, di notte. Giunse finalmente l’autorizzazione ad effettuare il colpo di mano; quel giorno, un vento gelido spazzava le creste delle Dolomiti. Il comandante entrò nella baracca, chinandosi per passare sotto la bassa porta. Dentro c’erano otto soldati del Leibregiment: giovani solidi, abituati all’alta montagna, visi bruciati dal sole e dal vento, buoni scalatori. ”Stanotte si va, ragazzi, alle 11, siete pronti?” ”Jawohl, Herr Oberleutnant”, disse uno per tutti. Armati soltanto di bombe a mano, le tenevano infilate con i lunghi manici di legno nella cintura. Così, dovendo arrampicarsi, erano liberi nei movimenti. Uno dopo l’altro, ufficiale in testa, scesero sul rovescio della cresta con una lunga corda doppia che si perdeva nell’oscurità del baratro, interrotto soltanto da una larga cengia che girava sotto la cresta, sino a raggiungere la posizione italiana. Il gruppo procedette abbastanza velocemente, in silenzio, seguendo la cengia fin dove, a fiuto, ritennero di trovarsi press’a poco sul fianco del Totenkopf. Il gruppo di testa avanzò sino a trovarsi a pochi metri dalla posizione italiana. Si vedevano in alto sottili lame di luce che filtravano fra le tavole delle baracche e si udivano voci indistinte. “Dietro di me, piano”, disse con un soffio di voce l’ufficiale. In quel mentre, dietro un angolo di roccia, apparve come un’ombra la sagoma di un uomo: l’alpino di sentinella. Egli stava per sollevare il fucile e spianarlo verso gli intrusi, ma non fece in tempo perché l’ufficiale gli si gettò addosso e lottò con lui, a corpo a corpo. Il fucile dell’alpino cadde nel vuoto sbattendo con fracasso sulle rocce sottostanti. Anche l’alpino, colto alla sprovvista, venne spinto nel baratro. Nel precipitare, lanciò un urlo straziante e diede l’allarme. La sorpresa è mancata! ”Nichts zu machen, zurück!” ordinò il tenente ai suoi uomini, ”indietro subito prima che ci scoprano, tanto non c’è più niente da fare”.

Verso l’alba la pattuglia riuscì a tornare, incolume, alla sua base. Dopo qualche tempo il soldato di guardia lo svegliò bruscamente per avvisarlo che sulle rocce del Totenkopf c’era qualcuno che si lamentava: certamente l’alpino caduto nella notte. L’ufficiale rivide, come in un incubo, gli occhi scintillanti e atterriti dell’alpino che, egli stesso, aveva scagliato nell’abisso.  L’ufficiale bavarese non ci pensò due volte ed usci allo scoperto, apprestandosi a portare soccorso al poveretto.

Raggiunto, alla vista del soccorritore, l’alpino socchiuse le labbra riarse e mormorò con un fil di voce: mamma!

L’altro capì che il ferito invocava la sua “mutter”, e pensò — per un attimo — alla sua mamma lontana che, forse, in quel momento stava pregando per lui. Poi lo sollevò e cominciò a risalire la china, con passo deciso e tranquillo, trasportando il dolorante fardello. Finalmente raggiunse la trincea italiana che aveva i cavalli di Frisia aperti e i sacchetti di sabbia rimossi per lasciarlo passare.

L’ufficiale tedesco passò fra gli alpini che lo stavano osservando come un’apparizione miracolosa, e adagiò pian piano il ferito sul terreno, affidandolo alle cure dei compagni. Quando si risollevò, trovò davanti a lui l’ufficiale comandante della posizione, il tenente De  Luca, che tendendogli la mano disse: — Grazie  camerata tedesco! L’altro capì subito che “grazie” voleva dire ”danke” e “camerata” ”kamarad” e strinse la mano che gli veniva tesa. Poi, entrambi, si guardarono senz’odio e si sorrisero. Gli alpini che si trovavano intorno, senza che nessuno l’avesse ordinato, si erano irrigiditi sull’attenti e salutavano con la mano aperta e         ferma sulla larga tesa del cappello. In quei visi legnosi e duri affiorava una commozione profonda: molti avevano gli occhi lucidi e qualche mano tremava per l’emozione. Forse qualcuno avrebbe voluto abbracciare, se lo avesse potuto, il cavalleresco nemico. Nessuno parlava! Il tedesco tenne la sua mano in quella dell’italiano per qualche  secondo, poi retrocesse lentamente.

Venerdì: Val Fiscalina

La notte nel nostro giaciglio trascorre lentamente, il vento sibila all’esterno l’accomodamento non è confortevole ma ci permette di riposare un po’.

All’indomani, di mattina presto, cominciamo a prepararci per la partenza per la Forcella Lavaredo. La prima parte del percorso prevede la discesa per il Sentiero Bonacossa e la risalita per la prima delle nostre ferrate sino alla Forcella Lavaredo. Il primo inconveniente si presenta in tutta la sua drammaticità. E’ sì, perché questi ragazzi a tredici anni hanno dei piedi come quelli di un giocatore del NBA e Guido ha gli scarponi di suo fratello minore nello zaino, circa due taglie più piccoli. Il silenzio cala d’improvviso, ovattato dal vento umido. Tutti noi imprechiamo in silenzio, mentre Flavia minaccia reprimende verso i ragazzi che dovrebbero portarsi dietro il cervello e un po’ anche verso le famiglie che a volte non rendono autosufficienti i loro angioletti. Ma si sa Flavia è mamma da trincea e sa quali sono le difficoltà.

Subito c’è la ricerca di un volontario per riscendere a Misurina, acquistare un paio di scarponi e riprendere la via.

Tutti si girano altrove, chi si prepara lo zaino inserendoci dentro la testa facendo finta di non sentire, in effetti l’idea di ritornare giù non è esaltante ma non ci sono alternative. A questo punto, Francesco compie il suo primo passo verso la beatificazione, si offre volontario. Sospiro di sollievo.

Fortunatamente a qualcuno viene in mente che da Misurina si può risalire al Rigugio Lavaredo con il bus e questo permette al gruppo di partire per poi ritrovarsi tutti assieme.

Giunti a Lavaredo scorgiamo l’enorme albergo che si fregia del nome di rifugio, ma noi siamo diretti al Locatelli. Riaccogliamo Francesco e Guido e via. Da qui inizia una semplice passeggiata all’ombra delle Tre Cime di Lavaredo. Impressionante l’inizio del sentiero, dal quale si domina la Val Marzon e alla fine il Lago di Auronzo. Paesaggisticamente impareggiabile per lo spettacolo delle tre guglie dolomitiche; verso O-NO si possono vedere la Croda dei Toni, Cima Undici e altre cime della zona di Sesto. Passata la Forcella Lavaredo si apre lo splendido panorama della Grava Longa e si possono ammirare il Paterno, il Sasso di Sesto e la Torre di Toblin; Il primo dei quali sarà la nostra meta nei giorni successivi. Passiamo nei pressi del versante S delle Tre Cime dove nel maggio del 1914 si trovavano gli attendamenti italiani e presso i Piani di Lavaredo dove riconosciamo la posizione della caserma degli alpini colpita dall’artiglieria austriaca il 25 maggio 1914.  Proseguiamo verso ovest; ci dirigiamo attraverso il cuore delle Dolomiti di Sesto e la val Fiscalina. Nei pressi dei laghi di Cengia salendo al Passo Fiscalino scorgo qualcosa a un centinaio di metri dalla traccia di salita. Mi attardo, lascio sfilare il gruppo e mi avvicino: si tratta di un cippo commemorativo delimitato da filo spinato da trincea. La lapide è posta in memoria di dodici ragazzi della 68a batteria d’assedio del 10° Reggimento di Artiglieria travolti da una valanga il 25 febbraio 1916.

Subito ripenso alle volte che, nelle splendide giornate primaverili abbiamo risalito e disceso quei valloni stando attenti a non creare distacchi del manto nevoso. Ma quell’inverno fu eccezionalmente nevoso e a loro non era concesso stare al riparo con pericolo valanghe ‘4’. Vento forte, qualche spruzzo ma guadagniamo il Rifugio Zsigmondy-Comici. Bellissima e comoda struttura dove prevediamo di passare una buona serata. Qualcuno si meraviglia anche della doccia calda, salvo poi farsi chiedere di saldare il costo prima della colazione. Il Rifugio si erge in una posizione dominante sulla destra orografica che parte dalla  testata dell’Alta Val Fiscalina.

 

Tutt’attorno si elevano le cime fantastiche della meridiana di Sesto, su tutte la Cima Dodici o Croda dei Toni, che deve il suo nome ai tanti fulmini e saette che si scaricano sulla sua cima come in un enorme parafulmine. “…là si erge il profilo fantastico della Croda dei Toni; il viandante, levato, lo sguardo, si arresta ammutolito[3].

Assonnati ci ritiriamo nella nostra camerata e subito comincia il racconto.

7 Luglio 1915 – Alta Val Fiscalina [4]

Dal Pulpito si ha l’impressione che vi sia un soldato austriaco affacciato ad una finestra del Rifugio Zsigmondy. A un colpo di fucile la figura scompare: è allarme! Viene subito dato l’ordine di sparare una salva di artiglieria e agli alpini di circondare il rifugio. Sono le  17:30 quando quattro granatecentrano il bersaglio. Una ventina, gli austriaci al suo interno, saltano fuori a precipizio alcuni cadono, altri scappano e riescono a salvarsi. I superstiti ingaggiano un violento fuoco dal loro trinceramento nel vallone. Verso sera, quando vengono segnalati altri uomini all’interno del rifugio, viene dato l’ordine di bruciarlo. Cessata la pioggia, alle 1:30 due plotoni di alpini si radunano al Passo Fiscalino, il primo si dirige verso il rifugio attraverso una mulattiera militare austriaca con il compito di distruggerlo, il secondo volge verso nord-est in direzione del Pulpito per attestare un fuoco incrociato di supporto al primo plotone. La Croda dei Toni, illuminata dalla Luna, incombe sugli uomini e domina spettralmente. La prima squadra avanza tra i fili di ferro spinato con grande cautela quando una          scarica di fucile sembra annunciare il loro arrivo, poi il silenzio. Viene appiccato l’incendio e collocate cartucce di gelatina esplosiva, mentre il fuoco divampa le, munizioni lasciate dagli austriaci in fuga scoppiettano con grande fragore”.

Sabato: Lavaredo

La mattina ci svegliamo di buon’ora e subito capiamo che la giornata sarà piuttosto corta: nubi basse e vento ci scoraggiano dall’intraprendere il percorso originale. Quindi piuttosto che scendere in Val Fiscalina e risalire la Valle di Sassovecchio, decidiamo di dirigersi subito per il Rifugio Locatelli. La risalita è piuttosto breve, sotto a una pioggerellina che rende l’atmosfera molto suggestiva ma subito l’idilliaco paesaggio della sera prima lascia spazio ad una orda scomposta di villeggianti che sciamando dalla Forcella Lavaredo, giungono sino al rifugio per gustarsi un sontuoso pranzo ipercalorico al cospetto delle nord delle Tre Cime. Come non comprenderli, da questo versante si ergono veramente imponenti e ammalianti allo stesso tempo. Preso possesso dei posti letto, ecco la prima delusione.

Evidentemente gli italiani chiassosi preferiscono confinarli e come dargli torto il nostro gruppo non si presenta da questo punto di vista con le migliori credenziali, ma a noi va bene dopo tutto abbiamo bisogno del nostro spazio e della nostra intimità: se non fosse per il puzzo di kerosene la ‘dependance’ andrebbe benissimo. Purtroppo piove e il pomeriggio lo lasciamo passare un po’ in ozio e permettendo ai nostri giovani fraternizzare con i turisti (soprattutto quelle più giovani). Finito di piovere ci incamminiamo per i laghetti e il pianoro antistante le nord. Percorriamo il versante della ovest del Paterno su cui ancora si scorgono le aperture nella roccia da cui gli alpini tenevano sotto controllo i loro coetanei austriaci un secolo fa. Si sa, il Rifugio Locatelli non brilla proprio per accoglienza. La sua posizione invidiabile e di facilissimo raggiungimento determina un afflusso smisurato e la nostra stamberga tutto sommato ci garantisce un po’ di intimità e per un attimo ci ricorda che siamo in montagna. Spente le luci, le lancette dell’orologio indietreggiano vorticosamente e per un attimo l’atmosfera torna quella dell’estate del 1915: inizia il racconto.

“Antefatto – Estate 1915; nel comando austriaco è viva la preoccupazione per la presenza degli alpini alla Forcella Passaporto, sulla cima del Paterno e sulla cresta tra Forcella Camoscio e Forcella Pian di Cengia, che minaccia tutto lo schieramento austriaco sull’altopiano di Rienza dinanzi alle Tre Cime. La decisione è controversa e sofferta ma il 30 Giugno il capitano Von Wellen che comanda il battaglione di Landshützen operativo sull’altopiano, decide per la conquista della Cima del Paterno. Certamente fattibile, ma con quale conoscenza delle tecniche alpinistiche e militari? Si ritiene da subito che il coinvolgimento delle guide alpine di Sesto sia indispensabile, in particolare di Sepp Innerkofen. Questi in un primo momento, si dichiarò molto scettico sulla reale fattibilità dell’operazione a causa della difficoltà tecnica della salita resa ancor più difficile dal peso delle armi che sei uomini avrebbero dovuto portare per ingaggiare combattimento con un presidio assai più numero e senza il vantaggio della sorpresa. Il timore di essere considerato un pavido, spinse Sepp ad accettare il comando dell’impresa ma impedì al figlio che sino ad allora era stato sempre al suo fianco, di prendere parte all’attacco: “Che la mamma pianga uno solo di noi!”

La pattuglia di Sepp Innerkofer alle 4 del 4 Luglio 2015 inizio la risalita della cresta nord-est del Paterno, mentre una seconda pattuglia di cui fa parte il fratello Christian punterà direttamente per la Forcella Passaporto.

 Sono in sei, volontari di guerra, quattro più che cinquantenni, guide rinomate della Val di Sesto: tra cui, Sepp Innerkofler, Hans Forcher, Andreas Piller, Benitius Rogger. Hanno ricevuto l’ordine di arrampicarsi sul Paterno e di occuparne la cima; sono armati di moschetto e di granate a mano. Escono da una baracca presso la Dreizinnenhütte devastata dall’incendio. Le Tre Cime si levano spettrali nella notte, inargentate pallidamente dalla luna, stagliate nel cielo terso. Si tuffano nel buio e nel silenzio. I sei e il pattuglione passano presso la Salsiccia (il Frankfurter Wurstel) e imboccano il canalone ghiaioso che scende dalla  Forcella del Camoscio. Procedono furtivi, lenti, per non smuovere sassi che possano destare l’allarme. I sei calzano gli scarponi da croda e attaccano la parete del Paterno. Salgono sicuri nel buio; conoscono perfettamente la via. È quella “Via nord-nord ovest” che lo stesso Sepp nel 1896 ha percorso per primo e ripetuta innumerevoli volte. Salgono da un’ora: sono quasi in cresta. Sopra Cima Undici si diradano sempre più le stelle, spunta e si dilata un pallido chiarore: l’alba.

Giungono sulla cresta. L’alta vetta del Cristallo s’indora. Un rombo e un sibilo alto: è il Monte Rudo che spara. Altri due rombi e due sibili più bassi: è ancora il cannone austriaco che rettifica il tiro. Un quarto rombo e un fragore di roccia colpita e frantumata. Il tiro è aggiustato, subentra di nuovo il silenzio. Ora i sei salgono uno dietro l’altro, per il filo della cresta.

Da Forcella Pian di Cengia gli alpini scorgono le sei sagome nettamente profilantisi nel rosso del cielo. È l’allarme. Mentre i sei escono in parete ovest, si svegliano i pezzi e le mitragliatrici di Lavaredo. Pronte rispondono tutte le mitragliatrici austriache. Sopra il frastuono rombano i cannoni del Monte Rudo, un mortaio del Sasso di Sesto, un pezzo da 80 che sembra appostato nei pressi della Forcella di Toblin, un obice da 105 che dalla Torre dei Scarperi spara insistentemente contro la Forcella Pian di Cengia. E quelli sempre si arrampicano, a scatti, a sbalzi, si appiattano dentro ogni cavo, dietro ogni costola. Una scheggia rimbalza sulla fronte del Sepp; gli si riga la faccia di sangue, gli si offuscano gli occhiali, e continua a salire. Una pietra colpisce Forcher in fronte, sanguina, e continua a salire. Hanno quasi raggiunta la cima. Come ad un segnale d’un tratto, al frastuono, alla raffica ininterrotta di pallottole e schegge, succede un assoluto silenzio. In tutta la valle, su tutte le forcelle, sulle cime, di qua e di là delle trincee, si stende uno stato spasmodico di attesa. Si è scorto là in alto un uomo: è lassù, lento, che ascende. Eccolo, è giunto a dieci passi dalla cima. Si fa il segno della croce e con ampio arco di mano lancia la prima bomba oltre il muretto della vedetta della cima. Lancia la seconda e          poi la terza. D’improvviso appare, dritta, sul muretto della vedetta della cima, la figura di un soldato alpino, — Piero De Luca del battaglione Val Piave

— campeggiante nel tersissimo cielo, alte le mani armate di un masso, rigata la fronte di rosso da una scheggia della prima bomba «Ah! No te vol andar via?». Prende giusto la mira, scaglia con le due mani il masso. Il Sepp alza le braccia al cielo, cade riverso, piomba, s’incastra nel camino Oppel, morto.

 Epilogo – Nel frattempo la compagnia diretta alla forcella Passaporto viene investita da un forte fuoco di fucileria da parte degli alpini e da fuoco amico dall’Alpe dei Piani. Sopra gli attaccanti una parete verticale dall’alto della quale i pochi alpini che presidiano la cima fanno cadere una pioggia di massi. In queste condizioni il gruppo deve ritirarsi e raggiunti dai superstiti dell’attacco al Paterno apprendono che Sepp Innerkofer è morto, Forcher ferito e l’attacco fallito. Poco dopo via telefono giunge l’ordine di sospendere le operazioni e ritirarsi”.

 Domenica: cima del Monte Paterno

La mattina di buon’ora siamo alla volta delle gallerie del Paterno, la vetta si erge dritta dinanzi a noi e subito il dubbio di sempre ci assale: ‘ma siamo proprio sicuri?’. Senza troppa fretta cominciamo i preparativi e si sa, la calma non è mai troppa e finiamo per metterci troppo tempo. Partiamo quasi per ultimi e questo se non altro ci permette di vedere alle prime luci della mattina le nord, in un silenzio mistico raro in queste località in piena estate.

La salita scorre bene, tutti i ragazzi ormai rodati da diversi giorni di roccia dolomitica, s’inerpicano attraverso le gallerie scavate dagli alpini per muoversi in completa insaputa degli austriaci. Di quando in quando si aprono alcune finestre che ci danno il riferimento dell’altezza e qualche vertigine, mentre lo spettacolo sui piani di  Rienza e laghetti dell’Alpe di Piana è veramente suggestivo. Di croda e poi di galleria giungiamo alla Forcella del Camoscio dove numerosi baraccamenti sono ancora visibili. Qui incontriamo un passaggio piuttosto atletico che risulta un po’ complesso per i più giovani cha ancora non hanno le leve della dimensione giusta per afferrare il cavo di protezione e continuare  ad arrampicare ma in qualche modo, magari senza troppa eleganza, passiamo tutti. Dopo poco e con qualche indecisione alcuni di noi si attardano sulla cima, mentre la giornata splende magnifica. Il panorama è mozzafiato, da quassù tutto sembra in perfetta armonia come se un architetto avesse posizionato cime, ripiani, laghi, prati in un perfetto ordine aureo. Al solito le Nord delle Tre Cime fanno la parte delle prime donne e gli sguardi ammirati sono tutti per loro. Volgendo lo sguardo più a nord si vedono  i resti di un muro perimetrale del Rifugio Drei-Zinnen, appartenuto al mitico Sepp che cadde nel tentativo di conquistare la ‘sua’ cima. Condividere questo punto osservazione che ormai un secolo fa ha destato meraviglia e preoccupazione, dilata lo spirito.
Sulla cima è sempre presente un monumento funebre a Sepp, sul luogo dove gli alpini lo seppellirono dopo averlo recuperato sotto il fuoco nemico che non si rendeva conto di qualche gesto di nobiltà ed onore all’eroismo si stava compiendo. Finito il conflitto, la salma fu ricomposta al cimitero di Sesto, dove mi sono recato l’inverno successivo per un deferente quanto dovuto saluto. Con la mente piena di pensieri e lo spirito leggerlo ci incamminiamo tutti verso Forcella Lavaredo e di qui via di corsa verso il pullman che ci riporta a Misurina. Stanchi ma soddisfatti attendiamo con i turisti l’arrivo del pullman, compiaciuti della nostra avventura e orgogliosi di mostrare la nostra totale trasfigurazione.

Epilogo
Dopo aver ripercorso questi fatti, nessuno di noi oserà mai più dire di aver ‘conquistato’ una cima. Conquistare una cima è un’espressione ormai indissolubilmente legata a ciò che veniva comandato tra il 1915 ed il 1917 in Dolomiti, a causa di una sciagurata serie di circostanze, a degli uomini in uniforme in un assalto al cielo che spesso chiedeva in tributo il loro sangue.

Vagare per giorni in questi luoghi, come abbiamo fatto noi con i ragazzi dell’Alpinismo Giovanile, impone invece un sentimento di gratitudine verso la Montagna che ci ha accolto e lasciato salire sino alle sue cime.

 

[1] ‘War and the Future’, H. G. Wells, 1917, www.gutenberg.org/files/1804/1804-h/1804-h.htm

[2] Tratto da ‘Episodio cavalleresco sul Totenkopf’ di H. Hess www.frontedolomitico.it/Fronte/Paesaggi/Popera/ docs/Totenkopf.htm

[3] Emil Zsigmondy, Alpinista – Vienna 11 Agosto 1861, parete S della Meije, Oisans, 6 Agosto 1885

[4] Tratto da: A. Berti, “Guerra in Ampezzo e Cadore 1915-1917”, ed. Mursia, 1982

 

 

“il Giulio” di Giancarlo Dolfi (*)

(*) GIANCARLO DOLFI – CAI Firenze – Istruttore Nazionale di Alpinismo Emerito

Giulio Gabrielli non è stato solo un grande compagno di cordata è stato anche un uomo di una simpatia infinita, un amico sempre disponibile.

Ci siamo conosciuti l’ultimo giorno dell’anno 1957, un giorno passato nella malga Rolle sotto il Cimon della Pala di San Martino di Castrozza, proponendoci di effettuare, nel giorno successivo, la prima invernale della via Andrich alla parete Nord Ovest.

Nei giorni precedenti era nevicato molto e per salire alla malga usammo dei lunghi sci da fondo con vere pelli di foca fissate alla suola con laccini di cuoio con fibbia. In attesa di salutare l’anno vecchio con il tradizionale brindisi, parlammo a lungo delle nostre esperienze approfondendo un pò la nostra breve amicizia. All’alba la giornata si presentava fredda ma con tempo buono, calzammo di nuovo scarponi e sci e iniziammo a salire verso l’attacco della via.

Arrivati sotto la parete lasciammo gli sci e calzammo degli scarponi più leggeri. La parete, nella prima parte più facile, era ricoperta di neve che ostacolava la progressione, nella seconda invece più verticale, era il ghiaccio a creare problemi. I pochi chiodi presenti infissi nelle fessure erano per lo più nascosti dalle incrostazioni di ghiaccio e spesso non  potevamo usarli. Naturalmente le difficoltà aumentavano e rallentavano la salita.

Le giornate d’inverno si sa sono corte e il sole cominciava a tramontare.  La situazione era abbastanza critica, eravamo in piena parete verticale e abbastanza in alto, forse due o tre ore sarebbero bastate per uscire in vetta ma avevamo ormai esaurito tutti i chiodi di scorta che avevamo portato con noi. Sopra di noi, a pochi metri,  una roccia un pò strapiombante formava uno spuntone. Giulio lo raggiunse, ci passò sopra la corda a doppio e ci legammo penzoloni. In quel punto la parete formava un piccolo diedro verticale, Giulio riuscì a sedersi su un sasso incastrato nel fondo, io mi accovacciai sullo spigolo esterno sopra la matassa della seconda corda posata su un una tacca di dieci centimetri. Ci volle più di un’ora per entrare nei pesanti sacchi letto di capoc che ci eravamo trascinati dietro. I movimenti dovevano essere calcolati in maniera che le corde che ci sostenevano fossero sempre in tensione. Se si fossero allentate avremmo potuto scivolare dallo spuntone con gravi conseguenze! Un cordino ai piedi attaccato in vita per sostenere le gambe, un cordino sotto le ascelle e fissato in alto alle corde, per non far cadere il torace in avanti.

Era il primo giorno dell’anno 1958, il sole era già tramontato, le stelle si accendevano da tutte le parti, la luna faceva capolino nascosta dalle cime delle Pale. Più di mille metri sotto s’intravedeva serpeggiare la strada di Passo Rolle. Eravamo veramente sospesi nel vuoto. La stanchezza prese il sopravvento e ci addormentammo, di certo perché ognuno di noi aveva sentito russare l’altro. Il termometro che usavo per scegliere le scioline da usare per gli sci, nelle gare di fondo, era attaccato fuori dal sacco letto; segnava quindici gradi sotto zero. Per fortuna non tirava un soffio di vento.

La mattina presto tutti intirizziti dal freddo e dalla posizione scomoda non riuscivamo a muoverci, finché il tepore emanato da un raggio di sole, ci rianimò.

Calammo in corda doppia fino alla base, ma gli sci non c’erano più. Il Parroco di S. Martino, bravo alpinista e amico di Giulio, come da accordi precedenti, era venuto a prenderli per portarli in cima al Cimone, se avessimo raggiunto la vetta sarebbe stata una bella sciata.

Giulio abitava a Predazzo in una casa caratteristica, un antico maso, suo padre teneva un negozio di articoli sportivi situato sulla via principale del paese. Ogni qual volta andavo in Dolomiti, la prima tappa era la bottega, mi fermavo a salutare il Pa’ di Giulio e a vedere le ultime novità sui materiali alpinistici. Poi in paese a incontrare gli amici che erano in villeggiatura e che, con Giulio, portavamo ad arrampicare al Gardeccia, alle Torri del Vajolet o al Passo Pordoi, su vie classiche come, ad esempio, la Maria.

Il nostro regno erano tuttavia le Pale di San Martino, all’epoca un po’ meno frequentate, dove progettavamo di aprire delle vie nuove. Al ritorno dalle ascensioni in quel Gruppo eravamo obbligati a sostare in Bellamonte, ridente località tra Passo Rolle e Predazzo, per salutare altre amiche di Giulio che tifavano per noi. Per gli allenamenti ci avventuravamo nello vicina Valle del Travignolo, formata da rocce porfiriche, ricche di fessure, camini e diedri lisci come gli specchi. Il motto di Giulio era “dove c’è un appiglio buono l’alpinista bravo passa!“.

Alla fine della stagione alpinistica, ci trovavamo a Trento in casa di altre amiche. Allora si ballavano i balli ”sul mattone” e in seguito anche il famoso twist. Giulio spopolava, aveva un gran successo per la sua espressiva generosità accompagnata sempre da una goccia di spirito. Un giorno in montagna, durante un bivacco, gli chiesi: “Ma come fai con tante ragazze!“, mi rispose: “Ma, sai nel mio cuore c’è sempre un posticino per tutte!“.

Nel dopo guerra l’alpinismo trentino era ricominciato con i giovani, emuli dei grandi del passato. Una corda di canapa, una manciata di chiodi e quattro o cinque moschettoni. L’assicurazione del compagno veniva effettuata in piedi, con la corda passata sulla spalla e sotto l’ascella opposta, o in vita, se seduti con i piedi ben puntati. La discesa: in arrampicata, sulle rocce facili, o in corda doppia se c’era uno spuntone di roccia o un chiodo per ancorare la corda.

Legarsi insieme era un vincolo di vita o di morte. Ci voleva una grande fiducia, parecchia incoscienza e soprattutto molta fortuna! Il nodo più usato è sempre stato il “bulino”o “gassa d’amante”. I movimenti delle dita, delle mani, dei polsi per costruirlo, costituisce, ancora oggi un rituale che presuppone una concentrazione assoluta. Ai corsi di roccia e nelle salite più impegnative avevamo cominciato ad usare, alle soste,  l’autoassicurazione a un ancoraggio come uno spuntone, una clessidra o un chiodo.

Naturalmente con l’uso delle staffe e di parecchi chiodi, per superare i passaggi strapiombanti e poveri di appigli, l’autoassicurazione era da considerarsi quasi automatica. In questi casi si usavano due corde di diametro inferiore, che potevano scorrere meglio nei moschettoni e servire per manovre particolari come i pendoli, traversi, discese. Nella progressione a “forbice” le due corde non passavano nei chiodi accoppiate ma semplici e alternate, formando la figura caratteristica delle forbici aperte. I chiodi per la roccia calcarea erano di ferro più o meno dolce. Quando si conficcavano nelle fessure ne  seguivano l’andamento e in base al suono, che nel battere con il martello si liberava nell’aria, si poteva valutarne l’affidabilità. L’arrampicata è sempre stata un arte, la buona chiodatura la sublimava. Anche i moschettoni erano di ferro, di forma ovale e pesavano assai. In fondo alla valle, percorsa dalla strada che da Predazzo porta al Passo Rolle, si staglia una parete gialla.

Nel 1958 non era ancora stata scalata; è la parete Sud Ovest della cima dei Burelloni. Alla fine di agosto si parte. Viene con noi anche la Vittorina, la ragazza del Campanile Basso. Dalla Capanna Segntini, giù in Val  Venegia, poi per la cengia dei Camosci, grande traversata sotto il Cimon della Pala, la Cima Vezzana, fino alla base della cima tanto agognata.

Si arrampica sulla parte più bassa della parete. Uno zoccolo di 350 metri di terzo e quarto grado, sfruttando le fessure e le strutture più facili. Il recupero dei pesanti zaini è molto laborioso e ci rallenta molto. Raggiunta la comoda cengia sovrastata dalla gialla parete strapiombante, si sistema il materiale e mentre la Vitti prepara un pasto caldo io e Giulio saggiamo il punto migliore per l’attacco. L’ambiente che ci circonda è unico e di indescrivibile bellezza, se ci voltiamo verso la valle che abbiamo percorso per salire si rimane senza fiato dallo stupore. Ci siamo legati con due corde e Giulio, piantando qualche chiodo, è già salito alcuni metri anche se le difficoltà sono notevoli e per proseguire dobbiamo usare le staffe. Il sole è tramontato e un profumino di minestra ci riporta alla realtà.  La giornata è finita, si riprenderà domani.

Ci vuole una mattinata di lavoro per superare il grande strapiombo. “Vieni su a vedere” esclama Giulio “porta tutti i chiodi che ci sono rimasti“. Salgo più velocemente possibile, ma quando arrivo alla sosta fatta da Giulio rimango di stucco.

Un’enorme placca gialla sbarra la via di salita, proviamo a deviare a destra e a sinistra ma non c’è verso di conficcare un chiodo. “Ci vogliono i chiodi a pressione” dico io, ma non li abbiamo. Seduti sulla, cengia si fanno delle ipotesi. “I chiodi a pressione sono stati fabbricati dalla ditta Cassin, proprio quest’anno e forse al negozio del babbo di Giulio qualcosa c’è!” dice la Vitti. Mi viene proposto di ritornare a valle per procurarne un pò ma io non sono d’accordo, ci vogliono molte ore di cammino, ci sono da attraversare due o tre canali ghiacciati e da solo, senza piccozza e ramponi, proprio non me la sento. Intanto s’è rifatto buio, oltre ai chiodi anche il cibo è finito e si decide, con molto dispiacere di interrompere l’ascensione e ritornare tutti giù a Predazzo.

Ormai siamo alla fine di agosto e qui la stagione sta per finire, non potremo più tornarci fino all’anno prossimo e poi Giulio, per quest’anno, non è più disponibile. La Vitti era proprio demoralizzata, le sue ferie stavano per terminare, il sogno di poter aprire una via importante, si era infranto. Il tempo prometteva bene e avendo ancora qualche giorno disponibile decidemmo di andare in Lavaredo per fare qualche salita piacevole: il 3 settembre, scalammo la Cima Grande per la via Dibona-Stùbler, e il 5 la Cima Piccola per la via Comici sullo Spigolo Giallo.

Soddisfatti ci salutammo con la speranza di rivederci l’anno prossimo, insieme a Giulio, per terminare l’impresa. L’8 Settembre stavo per ripartire da Predazzo per Firenze, quando vidi arrivare Giulio.

Aspetta ci sono delle ragazze alle quali avevo promesso di portarle ad arrampicare, aiutami” “D’accordo” risposi e afferrata una corda e un poco di materiale, saltai in macchina. Partimmo in direzione del Passo Pordoi. Le due ragazze sedute dietro venivano dalla Spagna, erano in villeggiatura in val di Fassa, e le avevo conosciute qualche giorno prima. Facemmo due cordate e scalammo la via Piaz al Pilastro Pordoi.

Un’ascensione classica, molto ambita. Fu l’ultima volta che passai una piacevole giornata alpinistica con Giulio. Francesca, la sua fidanzata, trentina molto bella e in gamba, era la segretaria del la “SOSAT”, Gruppo Studentesco della SAT di Trento, che organizzava i Corsi di Roccia e gite in montagna.

Arrivato a Firenze trovai una lettera del Provveditorato agli Studi che mi concedeva l’Incarico per l’insegnamento dell’Educazione Fisica per l’anno scolastico. Accettai con molto entusiasmo, perché era il lavoro che si addiceva di più alle mie attitudini e mi dava la possibilità di non mollare completamente l’attività alpinistica. Giulio, nello stesso periodo, superò brillantemente gli esami di Magistratura e mise in programma una serie di salite da effettuare nell’anno successivo prima di cominciare ad esercitare il lavoro di Magistrato. Così disse e così fece!

L’inverno passò velocemente, il mio nuovo lavoro mi teneva molto impegnato. Le gite scolastiche, gli esami di Stato alle Scuole Medie e Superiori. Nei ritagli di tempo, sulle Alpi Apuane, riprendevo l’attività alpinistica. Finalmente ai primi di Agosto, con la Scuola di Alpinismo “T.Piaz”, al Vajolet, per un Corso di Roccia. Con Guido Ridi aprimmo una via sulla Torre Est del Gruppo, che per l’epoca fece molto scalpore.

Giulio arrampicava con Toni Masè ed era entusiasta per le tante ripetizioni di vie classiche effettuate in Dolomiti, secondo il suo programma, gli era rimasto da scalare la Via Soldà alla Marmolada. Era già Settembre e con Guido avevamo deciso di ripartire per Firenze quando il papà di Giulio ci chiamò. “Non sono ancora ritornati” esclamò “andate a cercarli“.

Ci precipitammo a Predazzo al negozio dove il papà di Giulio aveva preparato delle coperte e dei viveri e caricati gli zaini ci accompagnò a Canazei dove si stava formando una squadra di soccorso. Aggregati al gruppo di quattro guide partimmo immediatamente per il Lago Fedaia e la seggiovia Marmolada. Da ieri pomeriggio e durante la notte il tempo era peggiorato, le alte cime erano imbiancate. A due, a due, salimmo sui “bidoni” e raggiungemmo Pian dei Fiacconi. Un manto di neve alto quaranta centimetri copriva tutto il ghiacciaio. Mentre le guide facevano il conto a chi doveva aprire la traccia per raggiungere la Cima Penia, mi caricai dello zaino e seguito da Guido iniziai a salire. Raggiunta la cresta terminale, le guide ci precedettero e insieme raggiungemmo la capanna in vetta.

Nessun cenno né segno di presenza di qualcuno. La cordata di Giulio non era passata da lì. Ci accomodammo sul tavolato del ricovero, e passammo la notte. All’alba della mattina seguente, dagli ancoraggi della Cima, si calò per circa cento metri una guida per cercare qualche traccia. Niente! Allora si decise di scendere alla base della parete, passando per la ferrata. Alcuni vecchi ancoraggi che spuntavano dal ghiaccio ci servirono per assicurasi nella discesa, la corda fissa non c’era più, sarà stata divelta dalle slavine. Arrivati alla forcella Marmolada ci dirigemmo verso il Rifugio Contrin.

Incontrai Marino Stenico e Settimo Bonvecchio che ci aggiornarono sulla situazione. Guardando la parete con i binocoli si vedeva poco per la nebbia.   Qualcosa tra la cima e la seconda cengia, probabilmente stanno bivaccando? La mattina presto erano partite due cordate: una con Bepi De Francesch e una con Franceschini. E tanti altri alpinisti pronti ad aiutare.

Marino mi chiese di andare con loro per attrezzare le discese in corda doppia, accettai volentieri e rivolto a Guido lo consigliai di andare al Rifugio ad aspettarmi.

Avevano due matasse di corde “Cassin” di 120 metri ciascuna, diametro 12 mm. da installare in parete, ne presi una e ci avviammo verso l’attacco della via.

Superate alcune roccette Stenico si legò e iniziò a salire in direzione della prima cengia. Finita la corda, si spostò sopra un terrazzino e organizzò un punto di sosta.

Settimo ed io lo seguimmo e appena sistemati si rivolse a me dicendo “ora tocca a te, sei il più giovane“. Rimasi stupito e non capivo. Guardai avanti: un rivolo di acqua fredda scendeva dalla parete, erano le undici e mezzo, il ghiacciaio della Marmolada cominciava a sciogliersi. Mi feci coraggio: mi spogliai della camicia e camiciola, le riposi in un anfratto e indossata la giacca vento di cotone pesante, mi legai con la corda e iniziai a salire, arrampicando su roccia buona anche se abbastanza umida. Infatti, dopo una decina di metri cominciai a sentire degli schizzi, il ruscello era vicino, studiai bene il passaggio: la roccia buona, difficoltà sul V. Mi tuffai e in pochi attimi uscii fuori dallo scroscio ma l’acqua gelida che era entrata dalle maniche mi aveva inzuppato completamente. Non avevo tempo da perdere, dovevo percorrere ancora una quarantina di metri e la corda bagnata cominciava a pesare. Non conoscevo la via e dovendo trovare un buon punto di ancoraggio guardavo spesso in alto l’andamento della parete.

Ad un tratto mi sembrò di sentire un lamento e infatti più su, accovacciato su un terrazzo, c’era qualcuno.

Appena mi vide, con una voce flebile e tremolante, disse “sono Franceschini, aiutami, fammi scendere“.

Era quasi assiderato e tremava come una foglia. Partito la mattina presto, aveva cominciato ad arrampicare ma non essendo allenato si era fermato. Il suo compagno, invece, aveva proseguito aggregandosi alla cordata di Bepo De Francesc che li precedeva. Appena raggiunto, controllai l’ancoraggio e installata la corda a doppio, lo feci scendere verso i miei compagni che tenevano i capi della corda, la discesa era in diagonale. Avevo terminato il mio compito, da qui sarebbero scesi tutti quelli, soccorritori e soccorsi, che erano ancora in parete.

Cominciavo ad avere freddo, scesi giù. Passai sotto la cascatella e raggiunsi la sosta dove Marino mi stava aspettando. “Cosa cerchi? I tuoi vestiti l’ha presi Franceschini perché moriva di freddo. Vai, Vai, te li lascia al Rifugio“. Nella cameretta messa a disposizione dal gestore del Rifugio Contrin, ritrovai, tutti ripiegati per benino, i miei indumenti.

Arrivano, arrivano!

Per primo fu fatto scendere Toni Masè, il copagno di cordata di Giulio. Lo vidi alle ultime corde doppie, poi scomparso tra la folla di parenti e amici. Giulio irraggiungibile era rimasto lassù. Anche Cesare Maestri andato con l’elicottero, disse che non si poteva far nulla, troppo vento. Nel frattempo era ripreso a nevischiare e in alto infuriava la bufera. Dopo dieci giorni Cesare tornò con l’elicottero a recuperare la salma.

Dalle parole di Toni:

A causa del tempo incerto avevano aspettato ad attaccare la via. Verso le undici una schiarita; partono! Salgono veloci e in poche ore superano le maggiori difficoltà ma giunti al canalino di uscita comincia a nevicare. Giulio prova varie volte ma viene respinto dalla neve che si accumula e gli scivola addosso.

E’ tardi, bisogna tornare indietro. Giulio pensa di calare Toni sulla cengia, ma è lontana, allora unisce le due corde con un nodo. La parete strapiomba e Toni con un pendolo riesce a posarsi sulla cengia. In teoria le corde, anche se unite, sarebbero state corte ma con l’allungamento provocato dal peso arrivavano precise.

Con le corde tese al massimo Toni non si può muovere, è costretto a sciogliersi. Il capo gli sfugge dalle mani. E’ già buio, Giulio si prepara a scendere col sistema alla “fassana”, cordino piegato ad otto con moschettone all’incrocio e infilato nelle cosce. La corda di discesa veniva fatta passare nel moschettone, poi su una spalla, dietro la schiena e tenuta dalla mano opposta come già descritto sopra. Suppongo che Giulio, sapendo che Toni  è salvo sulla cengia, si sentisse più sollevato e lo potesse raggiungere. Inizia la discesa, la corda che scorre sul corpo gli provoca un senso quasi di piacere e di speranza. E’ un attimo perché nella mano che guida la corda e da velocità alla discesa, arriva il famigerato nodo. Giulio è completamente nel vuoto, cerca di dondolarsi per arrivare alla roccia ma è troppo lontana. Toni intravede la corda che ciondola, circa quindici metri più  in alto, è disperato, ma non può fare altro che incitarlo a non mollare. La mano non tiene più. La corda riprende a scorrere, il nodo che strisciando sulla schiena supera la spalla va a bloccarsi inesorabilmente nel moschettone. Con le ultime forze che gli rimangono cerca di farlo passare ma è proprio il peso del suo corpo a impedirlo. Tutti i tentativi sono inutili, probabilmente non possiede né materiale adatto, né le forze necessarie per tentare una manovra per superare l’ostacolo o perlomeno per sistemarsi per un bivacco di fortuna. Seguono alcune ore di indescrivibile sofferenza. Toni segue i suoi silenzi, i lamenti, poi con voce straziante, mamma, mamma

L’estate successiva, in onore di Giulio, sono andato alla Cima dei Burelloni per cercare di completare la via iniziata con Lui e la Vittorina, sulla parete S.O. Arrivato allo strapiombo giallo, un amara sorpresa… Non c’èrano più chiodi!

Non mi persi d’animo e con molta pazienza, passai tutto il pomeriggio per rinchiodarlo. Le poche fessure buone erano state sciupate per levare i chiodi. Scesi in cengia per bivaccare e la mattina dopo ricominciai la salita.

Avevo portato un cordino lungo sessanta metri e un gancio particolare per recuperare il sacco con il materiale, che si sganciava dal chiodo con la trazione dall’alto della corda. Superato lo strapiombo,dopo qualche metro, mi ritrovai davanti alla placca che ci  aveva fermato al primo tentativo, con la differenza di una fila di chiodi a pressione che mi facilitò molto la progressione.

In poche ore raggiunsi la vetta e giù verso la cengia dei Camosci. Al Passo Rolle mi fermai a salutare il “vecio” Paluselli, che conosceva Giulio fino dall’infanzia, mi guardò negli occhi e capì … Non disse nulla, mi salutò porgendomi la sua mano callosa che strinsi come un abbraccio e me ne andai con gli occhi luccicanti. Avevo effettuato la prima ripetizione e la prima solitaria della via aperta pochi giorni prima, da Quinto Scalet e compagni.

La guerra bianca in Adamello tra Tonale, Corno di Cavento e Carè Alto di Alfio Ciabatti

CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA 1915-2015

Nella zona del Passo del Tonale, ricordato dai più per le assolate piste per lo sci, si nascondono le tracce di un passato non troppo lontano.

Soltanto quando la neve si scioglie, sulle cime che contornano il passo si scoprono ancora le ferite della Grande Guerra iniziata 100 anni fa.

 Una guerra combattuta in mezzo ai paesaggi più belli del mondo. Un teatro di combattimenti particolare, tra cime granitiche, ripidi canaloni e immensi pianori glaciali, con una quota media di 3000 metri. In questi ambienti, tra assalti e lunghe attese dove era determinante la capacità di resistere al freddo, saper arrampicare sulle creste rocciose e attraversare i ghiacciai, i soldati passarono tre anni senza significativi risultati strategici. Alpini e Kaiserjäger si fronteggiarono sotto la minaccia incombente di valanghe e tormente dove più che l’addestramento militare, contò la preparazione alpinistica e la resistenza fisica. Erano nemici ma soprattutto gente di montagna, abituata a obbedire con grande senso del dovere; si affrontarono con onore e senza odio tenendo quasi sempre comportamenti cavallereschi.

Il fronte italo-austriaco nel 1915
Carta-Adamello-Presanella nei primi anni del novecento (https://www.sat.tn.it/dolomiti-in-biblioteca-3-la-grande-guerra/ )

 Alla dichiarazione di guerra, il 24 maggio 1915, i confini nella zona tra lo stato italiano e quello austro- ungarico passavano all’incirca dove oggi sono quelli tra le province di Bolzano e Trento e la Lombardia. Il settore occidentale del fronte, quello che andava dalla bassa valle dell’Adige passando per il lago di Garda fino allo Stelvio, era considerato da ambo le parti di scarsa importanza strategica. Gli elevati massicci tra i quali l’Ortles, il Cevedale e l’Adamello erano considerati barriere invalicabili. Solo  i passi dello Stelvio e del Tonale potevano avere un certo interesse. In particolare, attraverso il Tonale avrebbe potuto avvenire lo sfondamento italiano verso il Tirolo e, in direzione opposta, il  movimento dell’esercito austro- ungarico verso le grandi città della Pianura Padana. Il dispiegamento iniziale delle forze fu quindi molto limitato. Il grosso delle armate di ambedue gli schieramenti era concentrato sul fronte orientale.

La dogana italo austriaca al passo del Tonale

L’idea prevalente era di dislocare le sole forze necessarie al controllo dei confini con limitate azioni offensive. Il controllo dell’area era assegnato al III Corpo d’Armata; in particolare il settore Valtellina-Valcamonica era tenuto dalla 5^ Divisione con i battaglioni Alpini Morbegno, Val d’Intelvi, Edolo e Valcamonica.

Anche gli austriaci avevano limitate forze difensive appartenenti alla milizia territoriale, la 90^ e la 91^ Divisione Landsturm e Standschutzen con reclutamento prevalentemente locale della provincia di Bolzano e Trento.

 Il primo evento bellico avvenuto nella zona del Tonale – emblematica dimostrazione della scarsa conoscenza dei luoghi da parte dello Stato maggiore italiano– si verificò alla vigilia dell’entrata in guerra. Il 23 maggio 1915 il confine tra Italia ed Austria nella zona a sud del Tonale era situato tra Punta del Castellaccio (mt 3029) e la Cresta dei Monticelli (mt 2619) il cui controllo era affidato agli Alpini del battaglione  Morbegno posizionati nei pressi del Passo del Monticello (mt 2685), conosciuto come Passo Paradiso, dove oggi è l’arrivo dell’omonima funivia. Nonostante la segnalazione del comandante del presidio che aveva suggerito anche l’occupazione della conca del Presena, fu ordinato l’abbandono del passo in quanto dichiarato indifendibile. Il passo fu prontamente occupato da reparti austriaci in quanto era un osservatorio importante su tutta la retrovia italiana (e ci vollero tre anni e tanti morti per riconquistarlo … ). Nei mesi successivi fu però occupata la cresta che dal Passo Paradiso passa per la Punta del Castellaccio (mt 3028), Punta del Lagoscuro (mt 3169) e Punta Payer (mt 3069) prontamente rinforzata con camminamenti, gallerie, ricoveri in legno, ardite teleferiche e quant’altro necessario al mantenimento delle posizioni in quota che si riveleranno assai delicate e in condizioni estreme.

Il Sentiero dei Fiori era la linea fortificata italiana (foto Alfio Ciabatti)

Oggi si può visitare la zona percorrendo il “Sentiero dei Fiori”, un sentiero attrezzato tutt’altro che semplice. La linea italiana quindi si attestò dal Passo di Lagoscuro lungo i crinali passanti per la cima del Venerocolo, del Pisgana, del Mandrone fino all’Adamello. Quella austriaca dalla Cresta dei Monticelli, Presena, Lobbia, Crozzon di Lares, al Carè Alto. Tra le due linee si trovava, quale terra di nessuno, la zona dei ghiacciai. L’inverno pose fine ai combattimenti e impose la tregua ad ambedue la parti.

Benché fosse proibito il trasporto di persone sulle teleferiche di servizio, era possibile vedere trasporti del genere (foto dal libro di Luciano Viazzi – I Diavoli dell’Adamello)
Il Crozzon di Lares al centro e a destra il Corno di Cavento dal passo della Lobbia (foto Alfio Ciabatti)
Reticolati sul ghiacciaio del Caré Alto (foto Alfio Ciabatti)

 Le operazioni ripresero nella primavera del 1916 con l’obiettivo della conquista della dorsale della linea Crozzon di Fargorida- Lares- Passo di Cavento. In quest’occasione oltre alla normale artiglieria da montagna, venne trasportato al Passo del Venerocolo il grosso cannone 149G (G sta per ghisa) chiamato dagli Alpini “l’Ippopotamo” per la sua caratteristica forma poco affusolata.

Reticolati italiani nei pressi del passo della Lobbia (foto Alfio Ciabatti)

l trasporto del cannone iniziò il 9 febbraio 1916 in pieno inverno alla stazione ferroviaria di Edolo (BS), in alta Valcamonica dove era arrivato con la ferrovia. Poi il cannone fu trainato da cavalli fino a Temù e Malga Caldea (1584 m) in Val d’Avio; in seguito, smontato e caricato su appositi slittoni e trainato per il resto del percorso. Il peso in assetto di tiro era di 6 tonnellate, la canna pesava più di 3 tonnellate. Per evitare il ribaltamento, il traino doveva avvenire lungo la linea di massima pendenza, inoltre solo di notte o quando condizioni meteorologiche cattive impedivano la visibilità agli aerei del nemico; di giorno le slitte venivano coperte di neve e le loro tracce cancellate. Il trasporto fu anche più volte interrotto e si ebbero vittime tra i soldati a causa delle valanghe. Una di queste investì il cannone trascinandolo per molti metri a valle e occorsero giorni di lavoro per liberarlo. Il 17 aprile si raggiunse il rifugio Garibaldi (2550 m) e il 27 aprile il Passo del Venerocolo (3136 m), dopo aver superato 1552 m di dislivello in 78 giorni. Dal passo entrò subito in funzione appoggiando gli attacchi alla dorsale Folgorida – Passo di Cavento.

Il trasporto del cannone nei pressi del rifugio Garibaldi.
Da Regio Esercito – http://www.it-au-1915-1918.com/body_i_artiglieria_italiana_1.htm

Il 6 giugno 1917 in una sola notte duecento uomini, attraversata la Vedretta del Mandrone, lo issarono sulla selletta poco sopra il passo Croce (passo del Dosson) a 3325 m da dove contribuì alla conquista del Corno di Cavento il 15 giugno successivo e dove ancora oggi si trova.

Il cannone 149 G in posizione a Passo Croce a 3325 metri di altezza.
Da http://www.it-au-1915-1918.com/body_i_artiglieria_italiana_1.htm

Approfondimenti sul cannone https://www.ilcannonedelladamello.it/index.html

Il cannone 149 G al passo Croce (foto Alfio Ciabatti)

Attualmente per raggiungere il cannone, è necessaria una buona pratica alpinistica a testimoniare ancora oggi la complessità dell’impresa. Osservandolo ai nostri giorni non si sa se lodare la sfrontatezza dei comandi o il paziente eroismo degli Alpini, ma certo è che l’avere concepito il trascinamento in alta quota di un cannone di queste dimensioni lascia tuttora sbalorditi. Certamente i ghiacciai cento anni fa erano molto più ampi e raggiungevano altezze molto maggiore di quello che vediamo oggi pertanto i dislivelli da superare furono minori rispetto all’attuale, aspetto che comunque non toglie nulla all’impresa che possiamo definire epica. Ma anche gli austroungarici a loro volta non furono da meno con il trasporto del vecchio obice portato con grandi fatiche su per la Val di Genova fino ai Crozzetti del Mandrone (non più presente) e il trasporto dei cannoni Skoda sulla cresta est del Carè Alto (ancora visibili).

Il cannone Skoda austriaco da 75 mm sulla cresta est del Caré Alto a 2850 metri di quota puntato sul Corno di Cavento nelle ultime fasi della guerra. Sulla destra all’orizzonte il Crozzon di Lares. (foto Alfio Ciabatti)
Cannone austriaco Skoda del 1917 sulla cresta est del Caré Alto puntato verso le linee italiane. In alto la cima del Caré Alto. (foto Alfio Ciabatti)

Imprese oggi neppure immaginabili. Il 149G è l’unico pezzo d’artiglieria italiano della guerra bianca rimasto in posizione ed è stato decretato monumento nazionale.

 Nel 1916 ci fu l’occupazione da parte italiana di tutto il ghiacciaio del Mandrone (con l’attestamento sulla dorsale Fargorita – Crozzon di Lares – Passo di Cavento), avvenuta con un audace colpo di mano di alcune centinaia di Alpini abilmente guidati dal cap. Nino Calvi, comandante del BTG autonomo Garibaldi basato presso l’omonimo rifugio. L’azione fu preceduta da varie ricognizioni su creste e vette principali in condizioni estreme, già di per sé degne di nota sotto il profilo alpinistico, infatti alcune di esse possono esser considerate a tutti gli effetti ‘prime invernali’. Il successo galvanizzò il morale delle truppe ma non poté esser sfruttato ulteriormente sul piano strategico in quanto l’offensiva austriaca Strafexpedition (la spedizione punitiva austriaca in Trentino, sull’altipiano di Asiago) obbligò i generali italiani a sguarnire il fronte camuno per proteggere quello in cui era avvenuto lo sfondamento.

Il cannone 159 G posizionato sul Passo Croce

Nel 1917 ci la conquista del Corno di Cavento (mt 3402), unica azione di particolare rilievo ad opera degli italiani. La cima, posta sulla testata della valle di Borzago, era stata occupata dagli austriaci il 30 aprile 1916, dopo il trinceramento degli italiani fra il Crozzon di Lares e il Passo di Cavento, perché permetteva il controllo delle Vedrette della Lobbia e di Lares ed era diventata il caposaldo avanzato dello schieramento difensivo austriaco nel settore Lares-Carè Alto. Un obiettivo determinante per il Comando di settore Italiano che teoricamente avrebbe potuto permettere la discesa verso la Val Rendena.

Alpini in marcia verso il Corno di Cavento (foto web Esercito Italiano)

 Inizialmente presidiato in modo precario, il Corno era divenuto un formidabile fortino naturale grazie agli interventi voluti dal ten. Felix Hecht von Eleda, comandante della 1^ Compagnia dei Tiroler Kaiserjäger, ivi dislocata dall’11 febbraio 1917. Fra le varie opere fu deciso lo scavo di una caverna per l’alloggiamento dell’artiglieria necessaria per colpire i rifornimenti italiani che transitavano sulla Vedretta della Lobbia. Il 21 febbraio 1917 iniziarono i lavori di mina e in circa tre mesi il ricovero fu terminato. All’interno oltre alle postazioni per due cannoni da 75 mm e tre bombarde con il relativo osservatorio, c’erano alcune postazioni per mitragliatrice e riflettori. Erano state ricavati anche alloggiamenti per i soldati e il comandante. All’esterno erano presenti alcuni baraccamenti e la stazione della teleferica per il collegamento con la retrovie ai Pozzoni, ai limiti del ghiacciaio di Lares.

La cima del Corno di Cavento con il cannoneggiamento da parte degli italiani dalla Lobbia (foto Museo storico di Rovereto

 La conquista del Corno di Cavento fu accuratamente pianificata. Gli austriaci non ebbero nessuna sensazione di ciò che stava accadendo. Alle 4 e 30 della mattina del 15 giugno 1917, dopo un violentissimo bombardamento, circa 1500 Alpini con l’appoggio di 25 bocche da fuoco, sferrarono l’attacco contro l’esiguo presidio  austriaco composto da circa 200 uomini. Le direzioni di attacco furono dalla Vedretta di Lares, dal Passo di Cavento lungo la cresta Nord e dall’inviolato versante ovest. Nonostante la risposta delle batterie austriache della Presanella e del Carè Alto, la posizione fu  conquistata in breve tempo. Una pattuglia di ‘arditi’ comandati dal tenente Nicolò degli Albizzi, di nobile origine fiorentina, guidò l’assalto finale alla cima e nel ricovero rimasero intrappolati una quindicina di difensori di cui solo alcuni si arresero. Molti fuggirono e altri caddero combattendo e con loro il comandante Hecht che fu gettato nella parete sottostante dove giace tuttora insepolto. I superstiti si ritirarono nelle gallerie nel ghiaccio della vedretta di Lares verso le vicine postazioni sotto il monte Folletto.

La postazione del Corno di Cavento fu immediatamente rinforzata secondo le nuove necessità del fronte che si era capovolto.

La teleferica italiana sotto la cima del Corno di Cavento (foto Alfio Ciabatti)

 Sullo scosceso versante nord ovest fu costruita una teleferica verso la Lobbia Alta, furono costruite alcune baracche e fu realizzato il sentiero attrezzato per il collegamento verso il sottostante Passo di Cavento.

Kaiserjaeger sul Corno di Cavento (Wikipedia)

Esattamente un anno dopo, il 15 giugno 1918, gli austro-ungarici rioccuparono il Corno di Cavento. Era diventato un motivo di prestigio oltre che strategico. L’assalto di sorpresa fu condotto utilizzando per l’avvicinamento alcune lunghe gallerie scavate nel ghiaccio che della Vedretta di Lares sbucavano immediatamente sotto le postazioni italiane. Furono fatti vari prigionieri nella galleria di vetta ma il comandante, Fabrizio Battanta, nella confusione riuscì in modo rocambolesco a sfuggire sulla sottostante postazione italiana del Passo di Cavento.

All’interno della caverna del Cavento (foto Alfio Ciabatti)
La baracca degli ufficiali all’interno della caverna
(foto Alfio Ciabatti)

 Questa situazione durò poco, solo trentaquattro giorni: il 19 luglio 1918 il presidio austriaco venne travolto da un massiccio attacco italiano portato da tutti i lati della montagna. Per questa azione furono schierate sulle cime circostanti ben 43 pezzi d’artiglieria oltre alcune bombarde da 240 mm e varie mitragliatrici. In totale gli Alpini erano oltre 2000 a fronte di circa poco più di 200 austro- ungarici.

L’ingresso lato ghiacciaio della caverna del Cavento (foto Alfio Ciabatti)

 L’azione durò meno di quella dell’anno precedente; il comandante della postazione austriaca, il bolzanino Franz Oberrauch morì dilaniato dalle esplosioni nei pressi dell’ingresso della caverna. Molti dei difensori furono fatti prigionieri e solo pochi riuscirono a fuggire passando ancora una volta nelle gallerie nel ghiaccio verso il Folletto  e i Pozzoni. I lavori di  consolidamento della postazione richiesero impegno in quanto gli imperiali avevano distrutto le infrastrutture italiane.

Dopo quest’operazione ci fu una generale stasi. Gli austriaci pur nelle ristrettezze sempre maggiori sia di materiali che di vettovagliamento e nel clima di sfiducia generalizzato che circolava già tra le truppe, con disciplinato senso del dovere provvidero a rinforzare la linea arretrata che dalla val di Borzago passava sul Carè Alto fino alla val di Fumo. Sul Carè Alto in particolare furono realizzate alcune nuove baracche per il presidio della cima e dei crinali limitrofi. Il 3 novembre 1918, gli austro-ungarici iniziarono la discesa a valle nel rispetto della resa. La guerra era finita. Oggi restano solo delle labili tracce di quei momenti a memoria di quanto avvenuto.

La croce sulla cima del Corno di Cavento 3402 metri di altezza (foto Alfio Ciabatti)

Sul Corno di Cavento rimase solo un presidio della 311^ Compagnia Alpini, fino al 9 novembre 1918, poi le cime furono riconsegnate alla solitudine glaciale delle montagne. A diretta testimonianza di questi eventi restano oggi gli arredi pressoché intatti della caverna, tanti residuati bellici e il diario personale del tenente Hecht von Eleda. Un interessante documento solo da pochi anni diffuso tramite una pubblicazione della SAT Caré Alto.

Le solite baracche italiane oggi sotto la cima del Corno di Cavento (foto Alfio Ciabatti)

L’ufficiale, 23 anni, viennese di buona famiglia, che era solito  appuntare non solo il rendiconto giornaliero degli avvenimenti ma anche le sue riflessioni. È particolarmente interessante perché è uno spaccato del fronte visto dall’altra parte. Come è noto ‘la storia’ viene sempre scritta dai vincitori ed è difficile trovare testimonianze dirette dall’altra parte dello schieramento.

Nei pressi della cima del Caré Alto 3465 metri, con le baracche austriache di cui alcune ricostruite. Sullo sfondo la val di Borzago e la val Rendena (foto Alfio Ciabatti)
L’autore dell’articolo a destra all’ingresso della galleria del Cavento con Marco Gramola (SAT) al centro e Neri Baldi a sinistra

 Il diario, di grande valore umano e psicologico, è stato conservato nascosto per quasi cinquanta anni e solo nel 1969 è stato decifrato e tradotto (l’ufficiale usava una stenografia del tutto personale) e poi pubblicato. Vi si leggono i momenti difficili della vita dei soldati austriaci, peraltro molto simili a quelli degli italiani.

 L’autore vive l’angosciosa attesa dell’assalto degli Alpini, per cui nutre grande ammirazione per la combattività tanto che li chiama rispettosamente “le tigri”, frustrato dall’indecisione strategica dei suoi alti comandi. Negli scritti si avverte la sofferenza interiore, incline al pessimismo che tende però a scomparire quando si rimette alla volontà di Dio con un profondo senso di spiritualità. Da grande appassionato della natura anche nella contemplazione della montagna nei suoi infiniti panorami, Felix Hecht esprime una grande sensibilità che gli dà attimi di serena tranquillità fino alla pace eterna trovata su quei ghiacciai che oggi vengono percorsi solo per diletto.

L’incontro commovente 50 anni dopo la battaglia del Cavento fra i comandanti dei rispettivi gruppi
Il rifugio Caré Alto era nel periodo della Guerra il comando di settore austro ungarico (foto Alfio Ciabatti)
Il Corno di Cavento visto da sud nei pressi del Caré Alto
Cordate che si apprestano a salire la parte finale del Corno di Cavento. Sullo sfondo il Caré Alto e a destra i Denti del Folletto (foto Alfio Ciabatti)
L’autore dell’articolo a sinistra con il gestore del rifugio Caré Alto e Neri Baldi a destra
La copertina del libro “Diario di Guerra dal Corno di Cavento” Editrice Rendena realizzato dalla SAT Caré Alto nel 2005

Bibliografia:

  • Cimmino (a cura di), La conquista dell’Adamello – Il diario del capitano Nino Calvi, ed. 2015
  • Gramola , Il Corno di Cavento, Bollettino SAT, 2007, 1
  • Gravino, La guerra bianca, National Geographic Italia, marzo 2014
  • Isnenghi , Rochat G., La Grande Guerra 1914-1915; ed 2008
  • Ongari (a cura di), Il Diario di guerra del Corno di Cavento del primo tenente dei Kaiserjager Felix Hecht von Eleda, ed. 2005
  • TOURING CLUB ITALIANO, Sui campi di battaglia – Il Trentino, Il Pasubio, Gli Altipiani, ed. 1937
  • Ardito Stefano, Alpi di Pace Alpi di Guerra, Corbaccio, 2014

Cavento e dintorni di Neri Baldi

“Alfio, che si fa? Andiamo o anche quest’anno si rimbalza?”.

“Mah … il tempo non è granché, domani pomeriggio dovrebbe piovere, dopo però potrebbe esserci una tregua … ”.

“Bene, allora si va!”.

 E così ci ritroviamo sotto una pioggia fitta e intensa a salire verso il rifugio Dante Ongari, destinazione Corno di Cavento e Carè Alto. Meno male abbiamo inviato su il materiale con la teleferica di servizio; la salita di oltre mille metri è lunga e monotona nella nebbia che ci fa intravedere il rifugio solo quando ormai siamo sulla porta.

È già ora di cena: una bella minestra calda ci rinfranca. Una chiacchierata con Marco Gramola (responsabile SAT per la caverna del Cavento) aumenta poi la nostra curiosità per una gita decisamente diversa dal solito … speriamo in bene per il tempo! Andiamo a letto che piove ancora.

4:30, suona la sveglia: “Alfio è sereno, forza andiamo!”.

A passo svelto percorriamo il sentiero che porta ai Pozzoni, avvallamento glaciale in cui si raccoglie gran parte dell’acqua di fusione della vedretta di Lares; poco dopo aver superato un ponte tibetano giungiamo al colletto e il Corno di Cavento ci appare in tutta la sua maestosità al di sopra del plateau glaciale; attraverso un labirinto di massi granitici giungiamo a ridosso della vedretta; ci leghiamo e in breve siamo a pesticciare il ghiaccio alla Sella di Niscli da cui affiorano resti di baraccamenti in legno e filo spinato, tanto filo spinato: siamo a ridosso della linea difensiva posta dagli austriaci a difesa estrema della valle di Borzago. Di buona lena risaliamo il ghiacciaio, ancora abbondantemente innevato, a differenza del ghiacciaio del Lyskam che la settimana precedente avevo trovato completamente secco. I crepacci – non molti per la verità – sono ancora intasati, salvo uno profondo ma ben visibile e facilmente aggirabile; ci attardiamo a fare fotografie soprattutto in prossimità dei Denti del Folletto e ci ritroviamo ultimi; le altre cordate hanno già raggiunto il Corno di Cavento.

In prossimità della crepaccia terminale è impressionante la quantità di residuati bellici che affiorano dal ghiaccio e dal terreno: proiettili d’artiglieria, filo spinato, una scarpa, bossoli, brandelli di coperte, frammenti di shrapnel … i pensieri si accavallano veloci in testa mentre ci dirigiamo per diletto verso l’ingresso della caverna che fu aspramente contesa; rimugino sull’assurdità della guerra a queste quote, al patimento di Alpini e Kaiserjäger e a quanti caduti abbia accolto il ghiacciaio che al tempo della guerra ricopriva le roccette che stiamo ora risalendo: di certo la montagna custodisce ancora i resti di tanti soldati travolti da una valanga piuttosto che strappati ai loro monti da un proiettile sparato delle linee opposte.

Accendo la frontale, entriamo; l’interno è incredibile, sembra un diorama: il ghiaccio ha immobilizzato la realtà di allora in un per sempre indefinito; sembra di entrare in una foto storica; vedo i pagliericci su cui riposavano i soldati di guarnigione, ci sono ancora paglia e coperte, la stufa, la dispensa, la latrina con la calce, il guscio di una bomba a mano usato come lume a olio, alcune scodelle e poi la branda e il tavolo che furono del tenente Felix Hecht von Eleda; che emozione a ripensare qui alle parole del suo diario: “Cavento! Torre di fedeltà irrigidita nel ghiaccio profondo, a te dintorno bruciano i fuochi selvaggi del fiero nemico. In alto tu stai, Corno di Cavento, grido di monito ai vili!”; mi rimprovero di non essermelo portato dietro, che bello sarebbe stato rileggerne sul posto qualche riga.

L’emozione è tanta e penso al tenente Hecht qui scomparso con la serena consapevolezza di andare incontro al suo destino ineluttabile e al tenente Attilio Calvi con la divisa di un altro colore caduto poco più a nord alla testa dei suoi Alpini che di slancio con un colpo di mano stavano conquistando il passo di Folgorita, ai tanti giovani poco più che ventenni rimasti sul ghiacciaio a un’età in cui oggi poco si fa oltre andare a scuola … e magari si cade in depressione se la ragazza ti lascia, credendo che l’esame per la patente di guida sia un ostacolo insormontabile … non eroi, ma semplicemente Uomini in grado di affrontare la vita a testa alta: non si può scegliere il se del nostro futuro, ma il come è sempre nelle nostre mani. Basta pensieri. Torniamo fuori e aggiriamo la vetta dal versante italiano:  impressionante è lo strapiombo sotto il sentiero attrezzato di collegamento col passo di Cavento … e pensare che era normale per gli Alpini percorrerlo per recarsi ai baraccamenti sotto Punta Calvi; la croce di vetta con due elmetti di foggia diversa ci ricorda – come diceva mio nonno – che i soldati se fanno il loro dovere son tutti uguali, e ancor più lo sono quando son caduti. Una foto di gruppo con Marco Gramola che ci offre un buon caffè con un fornellino da campeggio, poi una stretta di mano; anche lui e il suo amico se ne vanno e rimaniamo soli sul ghiacciaio … strana atmosfera … l’ambiente è superbo e il tempo è buono, ma i pensieri si aggrovigliano in testa; penso che anche per Alfio sia lo stesso … siamo entrambi molto più silenziosi del solito. Non è l’ora migliore per camminare su un ghiacciaio, con questa temperatura poi; sono davanti: “dai, non fare bischerate, guarda bene dove metti i piedi, c’è Alfio legato dietro” … ho ripassato bene i paranchi, ma siamo soli … mi sento però piacevolmente parte della Montagna; ho ancora fiato – grazie a Dio – ma la barba è di un colore che rende evidente come la prestazione atletica e lo slancio per l’avvenire vengano sopraffatti dall’introspezione nella memoria, penso al nonno in grigioverde alla forcella del Cristallo – mai gli ho sentito dire una parola di odio verso gli austriaci – impugno salda la picca che a tratti mi sorprendo a immaginare come un Carcano … e se fossi dovuto venir qui con le stellette sul bavero? che avrei fatto? sarei riuscito a vivere, o almeno a sopravvivere? In silenzio arriviamo al rifugio. Bevendo una buona birra ci godiamo il tramonto verso la cresta est del Caré Alto, prevista per l’indomani, salita non banale – niente di che, intendiamoci! – ma pur sempre con un tiro di III grado, alcuni passi di misto e un filo di cresta davvero affilato. La notte passa in un baleno.

Con due corde e un bel po’ di ferraglia negli zaini (ho preso anche i friends di Jacopo …) ci incamminiamo verso la Bocchetta del cannone dove troviamo i due famosi Skoda (o meglio, ciò che ne resta) ancora in postazione, con tanto di munizioni a fianco: “Alfio, lascia stare, magari l’innesco è ancora buono!” e il pensiero corre veloce ai frammenti di proiettile trovati ieri sul ghiacciaio di Lares, sparati forse proprio da qui … come è diverso – oltre che aleatorio – trovarsi al di qua o al di là dell’otturatore se parli un’altra lingua e vesti un’altra divisa … e nel mezzo il bianco del ghiacciaio, deserto immacolato che rende tutti uguali. Mi dispiace non essere stato Alpino; forse sarei stato un buon soldato … che ne dici capitano Ciabatti?

Indugiamo a lungo a fare foto; la nebbia che comincia a salire dal fondovalle ci coglie mentre vaghiamo fra enormi massi alla ricerca della migliore via per raggiungere la base della cresta Cerana attraverso la piccola vedretta di Conca: “Alfio sono d’accordo, è meglio non insistere e tornare indietro, anche perché per tornare a valle ci sono più di 2000 metri”.

Meglio così tutto sommato, troppe emozioni … la testa è un po’ vuota, siamo appagati, e in montagna – si sa – la testa è mezza salita. Mentre scendiamo verso le nuvole che continuano a venirci incontro mi chiedo se stiamo solo fuggendo da noi stessi o se abbiamo valutato con ponderazione la decisione giusta … e continuo a pensare a quelli che non hanno potuto decidere liberamente e che sulla montagna ci son rimasti, non per loro scelta, per sempre. Alfio, è bello averti compagno di cordata.

Oltre l’ostacolo – Montagnaterapia – Montagna per tutti

Di:

ELEONORA BETTINI – CAI FIRENZE – Massofisioterapista – ASL 11 Empoli

PAOLO CECERE – CAI FIRENZE – Educatore Professionale – ASL 10 Firenze Unità Funzionale  Salute Mentale Adulti

FABRIZIO TINTI – CAI SESTO FIORENTINO

Il 2015 ha visto strutturarsi all’interno della Sezione il gruppo di lavoro per la montagna terapia denominato “Montagna per Tutti”, gruppo che in realtà già operava da tempo per l’accompagnamento di soggetti portatori di handicap a supporto di attività riabilitative dell’azienda sanitaria di Firenze.

L’intento del Gruppo è quello di promuovere e vivere l’ambiente cittadino, collinare o montano nel principio della solidarietà e della cooperazione, mettendo  a disposizione le conoscenze acquisite a seconda delle specialità di provenienza, collaborando con gli operatori all’individuazione di destinazioni e percorsi consoni alle realtà intrinseche di ogni persona, mettendo in atto tutti quegli accorgimenti necessari alla realizzazione delle escursioni. Si tratta di valutare nuovamente ambienti già conosciuti da un altro punto di vista, ponendoli in relazione con le difficoltà di chi viene accompagnato, siano queste mentali, sensoriali o motorie. Ovviamente il nostro intervento, dopo la prima fase progettuale, si attua anche sul campo durante le escursioni a cui si aggiungono momenti di formazione in aula. Negli ultimi mesi è stato inserito nel progetto anche la frequentazione della parete di arrampicata del Mandela di persone non vedenti.

Oltre a essere una realtà eterogenea, questo gruppo ha la caratteristica di non essere chiuso all’interno della sezione, ma di collaborare con altre sezioni, associazioni e cooperative, oltre che con l’ASL10. La sezione di Sesto Fiorentino partecipa con il progetto Oltre l’Ostacolo costituito da Nicola Galeazzo nel 1995. La storia e la capacità dei suoi soci di fare realmente rete nel territorio ha permesso una interazione con altre associazioni in modo da coinvolgere più soggetti e di avere a disposizione spazi e mezzi di trasporto.

Il gruppo è aperto a tutti i soci, non è richiesta nessuna competenza o conoscenza specifica in campo medico- sanitario. L’importante è collaborare insieme: sciatori, alpinisti, speleologici, segna sentieri, escursionisti ognuno con il proprio bagaglio culturale e il proprio amore per la montagna.

Che cosa è la montagnaterapia?

 Con il termine Montagnaterapia “si intende definire un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio-educativo, finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura ed alla riabilitazione di individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità; esso é progettato per svolgersi, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna.

 La Montagnaterapia si attua prevalentemente nella dimensione dei piccoli gruppi (5-15 partecipanti) anche coordinati fra loro; utilizza controllate sessioni di lavoro a carattere psicofisico e psicosociale (con forte valenza relazionale ed emozionale), che mirano a favorire un incremento della salute e del benessere generale e, conseguentemente, un miglioramento della qualità  della vita.

 Le attività di Montagnaterapia richiedono l’utilizzo di comprovate competenze cliniche e l’adozione di appropriate metodologie, che riguardano anche la specifica formazione degli operatori e la verifica degli esiti (Scoppola & coll.).

IN ITALIA LE VARIE ESPERIENZE SONO ORGANIZZATE IN UNA RETE NAZIONALE ARTICOLATA, IN MACROZONE DI PIÙ’ REGIONI, CON LO SCOPO DI FORNIRE CRITERI E SOSTEGNO ALLE VARIE REALTÀ’ CHE VOGLIANO INIZIARE PERCORSI DI MONTAGNATERAPIA.

Per ogni macrozona è stata incaricata una persona che funge da referente, il quale ha il compito di:

  • Mappare i gruppi esistenti sul loro territorio
  • Aiutare i gruppi o persone che sono in fase embrionale
  • Organizzare un evento/incontro per diffondere l’attività
  • Creare formazione presso i gruppi nuovi e

Ma quali sono le dimensioni potenzialmente trasformative dell’attività in montagna all’interno di un contesto riabilitativo-terapeutico?

-La montagna può fare quello che fa a noi:benessere

-La montagna è una ambiente dove ci si può riconoscere e curarsi dallo spaesamento e dall’alienazione

-Ci permette di uscire da contesti molto articolati e supercomplessi, per ritrovare o trovare la naturalità, il silenzio la semplicità che liberano emozioni forti

-Il porsi un obiettivo e raggiungerlo favorisce l’autostima ed il senso di responsabilità

-Solidarietà e sostegno reciproco, condivisione delle difficoltà e delle risorse. Si crea un gruppo di mutuo aiuto naturale che genera empatia, in una società che la sta perdendo

-Vi è l’abbattimento e la riduzione delle barriere relazionali anche se i ruoli sono ben precisi

-Riconoscimento dell’indispensabile e del superfluo

-Fare esperienza attraverso il corpo

-Affidarsi agli altri e scoprire nuove parti di sé

-La gestione dell’ansia e della paura insieme agli altri e scoprire le proprie risorse interne di fronte alle difficoltà incontrate

Senza andare a scomodare la psicoanalisi o quant’altro, la Montagna è un simbolo forte, un archetipo capace di generare forti esperienze e far sperimentare nuove immagini di sé.

Esperienze con la salute mentale

 Da qualche anno, nella zona di Firenze,sono nate delle iniziative promosse da alcune realtà territoriali della Salute Mentale della ASL Fiorentina che hanno deciso di utilizzare le attività in montagna, in particolar modo l’escursionismo, per promuovere percorsi riabilitativi, sia individuali che di gruppo, utilizzando il fondamentale apporto del CAI.

Le iniziative prevedevano delle uscite a cadenza più o meno mensile. Nell’anno passato è però sorta l’esigenza, dopo la partecipazione di alcuni Educatori ASL al convegno nazionale di Cuneo sulla Montagnaterapia, di rendere più omogenea ed organizzata l’attività con i pazienti della salute mentale.

Con la nascita del “Gruppo Montagnaterapia Firenze” e in sede alla Sezione del gruppo ufficiale “Montagna per tutti”, questo obiettivo si può dire realizzato seppur in continuo divenire. Il modello che ci siamo dati prevede due gruppi  di trekking, uno che fa capo al Quartiere 2 di Firenze e uno che fa capo alla zona nord-ovest (Campi Bisenzio,Calenzano) che fanno uscite in autonomia tendenzialmente una volta ogni tre settimane.

In aggiunta, due volte l’anno ( di solito a maggio e a settembre) vengono organizzate dei fine settimana in un rifugio  autogestito, dove si possa sperimentare anche altre dimensioni del vivere la montagna.

Per finire, una volta l’anno viene organizzata una festa che provi a riunire  tutte le realtà sul territorio che operano attraverso la montagnaterapia. Questo anno è stata organizzata il 12 luglio al Rifugio Le Cave nel Parco dell’Acquerino.

Le uscite ovviamente sono calibrate su percorsi di livello medio-facile, e modulabili sul livello psicofisico delle persone che vi partecipano. Per la stagione prossima si conta di fare delle esperienze in collaborazione con il gruppo segnasentieri,  per incominciare a sentirsi soggetti attivi e non solo fruitori di un servizio.

Ancora, vi è l’ipotesi di avvicinare chi lo vorrà alla speleologia, proponendo una prima uscita in una grotta turistica per sfatare alcuni idee sul mondo ipogeo, ed una seconda in una grotta facile ma non turistica. In ultimo, ma non per questo meno importante,  è in itinere una convenzione col Dipartimento della Salute Mentale della ASL 10 per un rimborso delle spese sostenute dalla Sezione per queste iniziative. Rispetto all’efficacia delle esperienze fatte ci piace riportare alcune  considerazioni fatte da due pazienti della salute mentale,da una ragazza non vedente e di uno degli accompagnatori della sezione.

Ernesto dice :” Trovo la montagna un ambiente più adeguato alle esigenze del corpo e della mente. Camminare in montagna è un impegno che sento importante e vero, dove si ottiene il risultato che ci siamo prefissi e questo dà grande soddisfazione e si torna a casa contenti.Il fatto che ci siano accompagnatori del CAI mi fa sentire al sicuro anche facendo percorsi impegnativi“.

E Sabatino riprende: “Quando vado in montagna sto a contatto con la natura che mi crea benessere facendomi scoprire e superare i miei limiti anche dove non lo credevo possibile. E’ come sentirsi il re del bosco. Camminare insieme poi è bello e quando torno mi sento più rilassato perché in montagna trovo anche il silenzio che mi aiuta a riflettere.

Mi piacerebbe andare sulle Alpi per salire ancora più in alto, vorrei anche salire sull’Everest”.

Arrampicare alla parete del Mandela: esperienza di Marianna Z. (Marianna arrampica con altri non vedenti, compresa una bambina,  da qualche mese al Mandela, con alcuni soci di Montagna per Tutti).

Per molto tempo ho evitato di arrampicare, ritenendo questa attività lontana dalle mie capacità psico-fisiche. Poi complice un evento organizzato da CAI e UIC ho provato e ho smesso solo quando la palestra ha chiuso per il periodo estivo. Ora quando parlo di questa esperienza uso termini come: gioia, entusiasmo, interazione. Grazie a questa attività ho vinto la paura di saltare, per me era difficile anche da uno scalino, mi sento più competente e sicura nelle attività quotidiane e adesso so di non aver alcun timore di salire in alto.  

Ma cosa più importante mi sento accettata dagli altri, anch’io salgo le pareti, arrivo alla catena, scendo, faccio sicura al compagno, mi diverto e mi avvicino al mondo della montagna. Quando si ricomincerà, chi volesse venire ad arrampicare con noi ci potrà trovare il martedì o il giovedì, ci riconoscerà dalle ricetrasmittenti che usiamo.”

Stefano Entradi racconta:

La mia esperienza col gruppo di Montagnaterapia inizia a fine 2013 quando, da parte del Consiglio del  GEEO, mi viene richiesta la disponibilità a partecipare come accompagnatore alle uscite di piccoli gruppi di Utenti del Dipartimento SMA della ASF. Disponibilità accordata, ma con l’intimo dubbio di non essere adeguato a svolgere il compito richiesto. A partire dalla prima uscita effettuata a fine marzo 2014, i dubbi si sono pian piano dissipati grazie anche alla costante    presenza e disponibilità degli Educatori che, fra le altre cose, hanno aiutato a individuare limiti e potenzialità dei singoli ragazzi. Oggi, dopo circa un anno e mezzo dall’inizio, posso affermare che, da questa attività, ho senz’altro ricevuto molto più di quel poco che sono stato in grado di dare: vedere la soddisfazione di un ragazzo per il superamento di quello che riteneva un ostacolo insuperabile o per il raggiungimento di un obiettivo prefissato non ha prezzo!

Progetto Oltre l’Ostacolo 1995-2015

 Il progetto Oltre L’Ostacolo è nato all’interno della sezione CAI di Sesto Fiorentino nell’Ottobre del 1995 grazie all’impulso di Nicola Galeazzo, Istruttore di Alpinismo,  con lo scopo di organizzare un tipo di escursionismo aperto anche a persone non autonome sia dal punto di vista motorio che mentale. In quell’occasione Nicola riuscì a coinvolgere alpinisti ed amanti della montagna nella convinzione di poter condurre in ambiente montano coloro che ne erano, generalmente, esclusi. Conseguentemente chiamò a collaborare le associazioni del territorio impegnate nel volontariato sociale e nell’assistenza ed integrazione della disabilità (Assieme di Calenzano, Libellula e UILDM di Sesto Fiorentino).

E’ stata proprio la capacità di “fare rete” di Nicola che il cammino di OLO è proseguito anche dopo il tragico incidente avvenuto nell’estate del 1997 sull’Aguille du Midi, nel Massiccio del Monte Bianco, in cui persero la vita Nicola ed altri due alpinisti della Sezione.

Ormai da molti anni Oltre L’Ostacolo fa organicamente parte del Programma del CAI di Sesto Fiorentino unitamente allo sci, all’arrampicata ed all’escursionismo  etc..

Il programma prevede sei uscite mensili da Aprile ad Ottobre con sosta ad Agosto (e con quella del prossimo 14 Giugno saranno 95!), prevalentemente in Toscana senza escludere puntate in regioni limitrofe, comunque sempre effettuabili nell’arco di una sola giornata (la Domenica), dalla mattina alla sera. Per  gli spostamenti possiamo contare sempre sul mezzo attrezzato dell’Associazione di Volontariato Assieme di Calenzano (il mitico e glorioso “Bubunci”) e, quando disponibili, su mezzi analoghi gentilmente messi a disposizione (autisti compresi) dalla Misericordia di Rifredi e dalla Fratellanza Militare Sede Est (San  Salvi). Stiamo lavorando per allargare il giro delle collaborazioni per ridurre al minimo l’uso di mezzi privati dei singoli volontari.

Le mete delle nostre gite vanno dalla montagna (Apuane, Appennino) al mare (la costa dalla Versilia alla Maremma), passando dalle Colline del Chianti o del Casentino, senza dimenticare i bellissimi paesaggi dietro casa, ovvero il Monte Morello, la Calvana, la Val di Bisenzio o la foresta dell’Acquerino.

Quando possibile cerchiamo mete dove la  passeggiata ci conduca a luoghi simbolo della storia drammatica del nostro territorio (la Linea Gotica, San’Anna di Stazzema), musei artistici e non (Il Centro Pecci di Prato piuttosto che il Museo delle Macchine Tessili di Vernio, ambienti da preservare (il Parco delle Foreste della Montagna Fiorentina) e tante altri siti che in questi vent’anni abbiamo fatto apprezzare a persone per cui non è così facile muoversi sia con le gambe che con la testa.

Nell’Ottobre del 2013, in occasione delle iniziative dedicate ai 150 anni del CAI ed ai 75 della Sezione di Sesto Fiorentino, si è tenuto a Palazzo Medici Riccardi un interessante convegno su “Disabilità e Montagna” organizzato insieme alla Sezione di Firenze. In quell’occasione ci siamo incontrati con altre realtà e questo confronto ha subito cominciato a dare dei risultati molto positivi come la collaborazione con i terapeuti della Montagna Terapia dell’ASL10 di San Salvi o la partecipazione alle nostre uscite di altre associazioni come la ATISB (Associazione Toscana Idrocefalo e Spina Bifida) o la COALA (Coordinamento per le Arti e i Lavori Assistiti) di Sesto Fiorentino.

Si potrebbero scrivere decine e decine di pagine su quanto si è fatto in questi vent’anni e su quanto stiamo pensando di fare in futuro, ma forse il miglior modo per capire chi siamo e cosa facciamo è venire a Sesto Fiorentino, presso la Sede del CAI in Via Veronelli 1/3 in occasione della Festa per i Venti Anni di Oltre L’Ostacolo.

Note informative:

Il gruppo  “Montagnaterapia Fiorentina” si riunisce ogni 2 mesi, di solito un mercoledì, dalle 17.00 alle 19.00 presso la sezione fiorentina del CAI in via del Mezzetta.Vi sono Educatori ASL, istruttori e accompagnatori CAI ma accoglie chiunque sia interessato ad utilizzare le varie attività in montagna con uno scopo terapeutico-riabilitativo.

Contatti: terrenialdo@yahoo.it paolo.cecere@asf.toscana.it e.bettini2@virgilio.it

Per chi fosse interessato ad approfondire la storia e la rete della Montagnaterapia  italiana : www.sopraimille.it

www.montagnaterapia.it www.satrivadelgarda.it

Sorpresa tornano i boschi di Sergio Cecchi

Gloria Riva è una giovane giornalista che nel 2014 pubblicò un bell’articolo sull’Espresso, in cui esponeva come l’abbandono di campi coltivati e di pascoli ha aperto degli spazi al ritorno delle formazioni boschive. Quel servizio sul settimanale mi ha fatto venire l’idea di approfondire l’argomento.

Dal 1990 in poi, è andato aumentando l’interesse della comunità internazionale nei confronti delle risorse forestali; molti accordi fra le nazioni hanno preso in considerazione le foreste, fra i quali la convenzione sulla biodiversità e quella sui cambiamenti climatici. Conoscere le risorse forestali e la loro evoluzione è importante a tutti i livelli, da mondiale a locale, sia in termini di produzione di ossigeno che di fissazione del carbonio.

È sempre più evidente che una politica ambientale seria non può prescindere da una considerazione delle foreste. Esse costituiscono buona parte dei sistemi naturali e semi-naturali presenti sulle terre emerse e hanno un ruolo cruciale per le forme di vita, contribuendo all’equilibrio globale del pianeta Terra. Da un lato, diventa sempre più importante la conoscenza delle superfici boscate; d’altra parte sono disponibili immagini da satelliti oltre che software capaci di interpretarle e gestirle, e ogni giorno di più possiamo avere dati aggiornati e precisi.

In Italia l’unica fonte di informazioni sulle superfici forestali era l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) il quale, dal 1933, pubblicava ogni anno un fascicolo dedicato alle statistiche forestali, in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato (C.F.S.). Bisogna dire però che alcune delle definizioni adottate dall’ISTAT non corrispondono a quelle oggi usate e che, di conseguenza, è difficile confrontare i dati del passato; comunque le statistiche forestali riportavano le superfici boscate, suddivise per tipi di bosco (fustaie o cedui) e per specie legnose (resinose, latifoglie, miste).

Ogni anno, l’ISTAT riportava le superfici, i prezzi di vendita del legname (da lavoro e da ardere) oltre a dati riguardanti gli incendi, i prodotti non legnosi e i vivai forestali. L’espansione del bosco è evidente, superiore al 20%, infatti si passa da

5.500.000 ettari del 1954 a 6.800.000 del 1990 (attenzione: calcolati secondo le definizioni ISTAT – attualmente sono conteggiate come forestali zone più ampie, come vedremo poi). Dal 1985 il C.F.S. svolge, insieme al Consiglio per la ricerca in agricoltura del Ministero (C.R.A.), un importante studio che è l’inventario forestale (I.N.F.C.); questa sigla vuol dire «inventario nazionale forestale e delle riserve di carbonio».

Perché il carbonio

Vorrei aprire una bella parentesi sull’importanza del carbonio, e per fare questo bisogna ricominciare dall’A-B-C della biologia. Il carbonio è parte essenziale della vita sul nostro pianeta, esso gioca un ruolo importante nella struttura di tutte le cellule viventi e nella loro nutrizione. Non ci sarebbe la vita se non ci fosse il carbonio. Esistono gli organismi autotrofi e quelli eterotrofi. Gli autotrofi sono quelli che si producono in proprio i composti organici necessari, usando il biossido di carbonio tratto dall’aria o dall’acqua; quasi tutti usano la radiazione solare come fonte di energia e il processo di produzione si chiama fotosintesi. Gli organismi autotrofi più importanti per il nostro pianeta sono gli alberi delle foreste e il plancton vegetale degli

oceani. Gli organismi eterotrofi, come dice il nome, hanno bisogno di nutrirsi di qualcosa prodotto da altri; per capirsi, gli animali sono eterotrofi ma anche i funghi. Il ciclo del carbonio è quel meccanismo dinamico attraverso il quale avvengono scambi di CO2 fra la geosfera (cioè la crosta terrestre), l’idrosfera (mari e oceani), la biosfera (gli esseri viventi), e l’atmosfera. Tutte queste porzioni della Terra sono a tutti gli effetti delle riserve di carbonio; la crosta terrestre, comprendendo anche i sedimenti e i combustibili fossili, è il maggior magazzino di carbonio presente su questo pianeta. Quando gli organismi eterotrofi si nutrono di altri organismi oppure di loro parti (per esempio frutti oppure foglie) il carbonio si trasferisce nella biosfera. Gran parte del carbonio lascia la biosfera attraverso la respirazione, oppure la combustione, per esempio incendi boschivi. Il carbonio – eccoci al punto – può essere immagazzinato per diverse centinaia di anni negli alberi, o addirittura migliaia di anni nel suolo. Attraverso la deforestazione, si ha l’utilizzo e quindi la diminuzione di questo deposito; la stessa cosa accade con l’estrazione di idrocarburi fossili, che in pratica corrisponde a un taglio netto delle riserve del sottosuolo.

L’inventario forestale

Tornando all’inventario, il progetto fu impostato su criterio statistico, con parametri diversi, includendo nelle foreste anche zone con funzioni di protezione, o paesaggistiche o anche ricreative, mentre prima si considerava solo la finalità di produzione di legname.

L’inventario del 1985, pubblicato ufficialmente due/tre anni dopo, ha fornito queste informazioni principali: superficie occupata dalle foreste italiane 8.675.100 ettari, di cui 3.858.300 boschi cedui, 2.577.600 fustaie, 2.239.200 altre formazioni. Come vedete, la superficie era molto superiore a quella calcolata dall’ISTAT, ma la differenza sostanziale era data proprio dalle “altre” e cioè boschi radi, arbusteti, macchia mediterranea, vegetazione di ripa, boschi rupestri.

L’inventario forestale del 1985 propose quindi uno scenario nuovo, che non smentiva i dati ISTAT ma li integrava con le superfici dei cosiddetti boschi minori. Lo studio del 2015, che è il terzo, è iniziato due anni fa ed è tuttora in corso, ma alcuni risultati sono già stati resi disponibili e pubblicati. Non chiedetemi per quale ragione è stato saltato il 1995, non lo so.

A questo punto, vi risparmio tutta una serie di informazioni tecniche sulle metodologie di rilevamento dell’inventario … basti dire che, in tutte le fasi, grande rilievo ha avuto la tecnologia: fotointerpretazione di cartografia digitale, programmi Web-Gis, sistemi G.P.S., computer palmari, eccetera. La procedura di rilevazione integrava le immagini telerilevate con l’osservazione a terra e con misure dirette.

La ripartizione della superficie secondo la composizione attestava che la maggior parte dei boschi italiani era di latifoglie con circa 80%, seguiva il 16% di conifere e il 4% di misti; invece il dato ISTAT diceva 74% latifoglie e 21% conifere, il che non è molto diverso. Le latifoglie più diffuse sono della famiglia delle querce (roverella, cerro, ecc.) e inoltre il faggio; la conifera più diffusa è l’abete rosso.

A livello nazionale, 71 – 72 % dei boschi si trova a quote inferiori a 1000 metri; fra 1000 e 1500 17 – 18% e oltre i 1500 abbiamo solo 8 – 9%; infine, c’è 1 % di foreste in alta quota (però a livello regionale ci sono alcuni dati notevoli, per esempio in Valle d’Aosta il 13 % delle foreste è sopra i 2000 metri).

La “forma di governo” dei boschi italiani vedeva la prevalenza dei cedui, cosa che fece affermare all’allora direttore generale del C.F.S., Alessandrini, la nota frase «l’Italia è un paese ricco di boschi poveri». Il rapporto, come già detto sopra, era nel 1985 del 44 % contro 30 % di alto fusto, il resto erano “altre”. Questa prevalenza di boschi “poveri” potrebbe essersi mantenuta anche nel rilevamento del 2015.

L’Italia ha una superficie di trentadue milioni di ettari e i boschi ne coprono dieci milioni e mezzo, quindi un terzo del territorio nazionale è occupato dal bosco, con un incremento annuale di poco inferiore all’uno per cento. È una buona notizia, perché

le “nuove” foreste sono un polmone ausiliario che ha permesso all’Italia di superare gli obiettivi posti dal Protocollo di Kyoto sulla riduzione dell’inquinamento. Secondo la Fondazione Sviluppo Sostenibile, l’Italia è riuscita a tagliare il 7 per cento di emissioni nocive in quattro anni; senza costosi interventi, il “bosco ritornato” ha assorbito circa 11 per cento dei «gas serra» e l’Italia ha risparmiato doppiamente, perché non c’è stato bisogno di spendere per ridurre e non è stata sanzionata dal Protocollo di Kyoto, per una cifra complessiva di 200 milioni di euro! D’altra parte, l’Italia ha pagato nel 2015 una multa di quaranta milioni alla comunità europea per non avere messo in sicurezza le discariche, ma questo è un altro discorso e in questa sede non ne parleremo. Questo ritorno dei boschi ha bisogno di una spiegazione, perché è accaduto, diciamo, involontariamente.

Espansione delle foreste italiane

Allora partiamo dalla metà del ventesimo secolo. Le foto aeree del 1954 sono a disposizione degli studiosi presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze (dove ha lavorato mio padre per 35 anni) e si possono confrontare con quelle del 1995 e del 2005. I dati confermano che, dagli oltre otto milioni e mezzo dell’ottantacinque a 10.467.500 ettari del 2005, si è avuta una crescita del 17-18 per cento, e i boschi si sono diffusi su terreni che in precedenza erano pascoli, campi coltivati, frutteti e uliveti. Oggi è stata rilevata la presenza di 10.673.590 ettari di bosco, con un aumento apprezzabile, ma parecchio ridotto.

La cosa buffa è che una delle prime fasi di sviluppo della nostra civiltà si può far coincidere con la trasformazione delle foreste in terreni dissodati, quando gli esseri umani si sono evoluti da cacciatori- raccoglitori a agricoltori. Nel ventesimo secolo abbiamo assistito al fenomeno inverso.

Il primo spopolamento delle campagne si è avuto negli anni ’50 – ’60 e molti lavoratori dell’agricoltura si erano “inurbati” per andare a lavorare nell’industria; però molti avevano mantenuto il terreno in campagna e, nel tempo libero, facevano un po’ di quelle buone pratiche che mantengono i terreni in buone condizioni: per esempio ridurre al minimo il suolo nudo e il drenaggio dei terreni in pendenza, cose che contrastano l’erosione idrica. Aggiungiamo pure che la meccanizzazione delle attività agricole si può applicare solo su terreni pianeggianti e anche di grande superficie, con l’eccezione di coltivazioni di pregio come i vigneti in zone D.O.C. L’agricoltura nei terreni collinari si è così trasformata da attività principale a ausiliaria, nel senso del tempo libero come detto prima, per essere poi abbandonata del tutto.

Dal 1970-75 fino al 1990 – 95, l’abbandono delle campagne e delle colline si è affermato pienamente, con conseguenze in molti settori, sia a livello sociale che ambientale; ma, per quello che riguarda l’argomento di questo scritto, il bosco si è preso un ulteriore 6 per cento dei terreni in vent’anni.

In alcune zone appenniniche dell’Italia centrale, per esempio in Abruzzo, le formazioni boschive occupano oltre la metà dell’intero territorio regionale, con un aumento dell’undici per cento negli ultimi vent’anni. Si tratta in gran parte di terreni “difficili” che erano stati i primi a essere abbandonati e che i boschi hanno subito colonizzato; per terreni difficili, intendo appezzamenti situati in quota, oppure molto pendenti, o anche molto lontani dalle strade.

Per spiegare meglio, voglio fare due esempi recenti:

  1. La gelata memorabile del mese di gennaio del 1985, quando a Peretola il termometro scese a meno 23 (e io feci una camminata sull’Arno ghiacciato insieme a mia figlia che allora aveva 4 anni) aveva danneggiato tutti gli ulivi; non ne rimase uno sano. Tutti i terreni fino ai 400 metri di altezza avevano subito la gelata. Nell’anno successivo, fu necessaria un’opera di risanamento e sostituzione: alcune ceppaie erano rimaste viventi al di sotto della pianta uccisa dal gelo e allora fu eseguito un taglio drastico, all’altezza del suolo, in attesa che l’albero gettasse di nuovo; le altre piante, che erano irrecuperabili, furono sradicate e sostituite con piante nuove. Bene, in Toscana tutti o quasi i coltivatori di ulivi si misero all’opera nel modo che ho detto; ma negli uliveti in cui questo non è stato fatto, nel corso degli anni al posto degli ulivi sono cresciuti carpini, frassini, lecci, roverelle e altri alberi che si trovavano lì accanto e che hanno disseminato.
  2. Nella valle del Sestaione, gli impianti sciistici che almeno fino al 1994 erano ancora in funzione sono stati abbandonati. In seguito, è stata fatta un’opera di naturalizzazione del comprensorio, gli impianti sono stati smantellati e anche il rifugio di Campolino; furono portati via piloni, cavi, pietre, mattoni e tutto quanto. Provate a risalire a piedi la famosa pista «rossa» che scendeva dalle Tre Potenze in mezzo alla faggeta: già dai primi anni era colonizzata da piante giovani e adesso, se guardate da Selletta, quasi non si distingue più il percorso della pista in mezzo al bosco.

Ma ora è necessario entrare nel merito della composizione di queste foreste e quindi vi ammorberò con alcune definizioni.

Per superficie boscata si intende: «tutte le superfici coperte da alberi o arbusti forestali, a condizione che non siano utilizzate principalmente a fini agricoli o ad altri fini non forestali»; sono comprese anche le aree che svolgono prevalentemente una funzione protettiva o ricreativa, e anche le barriere frangivento e i filari di alberi all’esterno dei boschi; sono addirittura comprese nella superficie forestale le strade di servizio, i viali parafuoco e i depositi di legname! Bene, vi rendete conto che è definita «boscata» un sacco di roba … in pratica si fa prima a dire cosa non lo è: intanto le aree inferiori a 0,20 ettari (nel resto d’Europa il limite è 0,50), le superfici boscate che hanno una densità inferiore al 20 %, i frutteti, gli alberi isolati, i noceti e i castagneti da frutto, i singoli filari da alberi lungo corsi d’acqua e strade, i parchi, i giardini, ecco, questi no.

Vediamo un po’ le regioni italiane più boscose.

Il 34,7 % del territorio della penisola è ricoperto di verde. Le regioni più densamente «boscate» in proporzione sono la Liguria e il Trentino-Alto Adige, con percentuali di copertura rispettivamente del 62,6 % e del 60,6 %. In termini assoluti invece, la Toscana è la regione che contribuisce di più, con una massa arborea di 108 milioni di tonnellate di legno, che corrisponde a un «carbon stock» di 54 milioni di tonnellate; in questa graduatoria, seguono il Piemonte e la Lombardia. Abbiamo visto, all’inizio, che l’inventario forestale si occupa anche di quantificare le riserve di carbonio immagazzinate sulla superficie nazionale; la F.A.O., l’organismo internazionale che si occupa della nutrizione, è stata fra le prime a svolgere la sua indagine a livello mondiale e anche questa si occupa di rilevare quanto la massa degli alberi, delle radici, delle foglie, ecc. contribuisce alla riserva di carbonio. Le prime indagini della F.A.O., però, riguardavano soprattutto la produzione di legname; le altre funzioni delle foreste, e in particolare gli aspetti ambientali, sono state considerate a partire dal 1980.

Oltre al punto di vista naturalistico e di «riserva di carbonio» e quindi di vantaggio per l’umanità, c’è anche l’assetto del territorio: su base nazionale, nella categoria «bosco» la gran parte del soprassuolo non è interessata da fenomeni di dissesto idrogeologico; il 77%. Per quanto riguarda invece le situazioni di rischio, l’elemento più diffuso risulta essere la caduta di pietre con il 6%, seguito dagli eventi alluvionali (4,3%) e frane e smottamenti (3,3%).

Questi dati fanno capire che, nei terreni boscati, c’è molta più sicurezza.

La situazione in Toscana

La nostra è una regione ricca di boschi e questo l’ho già scritto sopra: il 47 % della superficie è infatti boscato, per un totale di oltre un milione di ettari, secondo i dati dell’inventario forestale regionale. Questa superficie mette la Toscana in testa alla classifica nostra regione in termini di superficie boscata assoluta, mentre in termini percentuali sono più boscate le regioni piccole come Liguria e Trentino … ma anche la Toscana è una regione «ricca di boschi poveri» con prevalenza di cedui e specialmente di selve invecchiate. La maggior parte di questo patrimonio è di proprietà privata per la precisione l’ 87 % e per lo più suddiviso in aziende medio-piccole, quasi tutte le aziende possiedono superfici forestali di dimensioni inferiori ai dieci ettari. Sul totale di 1.197.000, il patrimonio demaniale regionale ammonta a 111.572 ettari (suddivisi in 52 complessi forestali) ai quali vanno aggiunti 6.150 di proprietà di altri enti.

Le regioni del nord

Un’altra regione di cui voglio parlare è la Liguria; abbiamo detto che quasi due terzi del territorio sono boscosi, però bisogna distinguere. Foreste di cedui, che erano state sempre utilizzate per ricavare legna da ardere, con una costante manutenzione dovuta proprio all’utilizzo, sono da quarantanni abbandonate e si sono sviluppate eccessivamente; si è formato così un bosco fittissimo ma questa non è una cosa positiva, perché si possono avere cedimenti di vecchi alberi che crollano per il loro stesso peso. Quando gli alberi rovinano a terra, strappano le loro radici dal suolo e questo può innescare dei fenomeni di erosione; questi crolli di alberi si sono avuti anche in occasione della bufera di vento del 5 marzo. Inoltre il bosco impenetrabile e pieno di rami secchi fa aumentare il rischio di incendi; terza complicazione, diventa difficile la fruizione turistica di queste macchie intricate.

Il bosco ha bisogno di cure, in particolare di diradamenti, e dato che non esiste più un’attività remunerativa legata al legname, questa manutenzione non si fa più. Un tempo, le spese sostenute (per il taglio e specialmente per il trasporto al mercato della legna) erano compensate dal ricavato della vendita; da qualche decina di anni, questo rapporto costi/ricavi è diventato sfavorevole e i proprietari di boschi si occupano sempre meno del taglio e della raccolta del legname. Per la verità, un’attività di prelievo della legna da ardere esiste ancora ma a livello locale oppure privato.

Il legname da lavoro ha ancora un suo mercato, ma bisogna organizzare il trasporto alle strade, chiamare delle ditte specializzate con le macchine. Le aziende che operano nel settore forestale si attrezzano con macchinari sempre più all’avanguardia per velocizzare il taglio, la preparazione e l’esbosco e restare così sul mercato. Pure le aree da tagliare sono scelte in funzione dell’efficienza, per cui può capitare che si operi il taglio solo nelle parti di foresta vicine alla rete stradale. Visto che oggi non è più molto redditizio andare nel bosco a prelevare il legname, altre attività in grado di dare qualche guadagno potrebbero essere:

  • sfruttamento del legname per alimentare delle centrali a biomassa, in cui si produce calore per tutte le abitazioni di un paese, attività che sta per diventare rilevante in alcune regioni come l’Alto Adige;
  • impianto di specie che producano legname di pregio, con utilizzo ben preciso;
  • valorizzazione di altre caratteristiche, come i prodotti del sottobosco, funghi, tartufi, ribes ecc.

Allora si potrebbe verificare che le foreste siano trattate e tenute pulite dai rami secchi, che sono pericolosi per il rischio incendi come ho detto prima. Ma io di questa gestione economica dei prodotti pregiati del sottobosco non me ne intendo, conosco soltanto qualcosa per sentito dire e allora passo ad altro.

Ho accennato all’Alto Adige; ecco, questa è unica regione d’Italia in cui la manutenzione dei boschi è ancora attuata e di conseguenza non si verifica, se non in percentuali minime, l’aumento di superficie forestale. In questa regione, la Provincia autonoma di Bolzano integra con un finanziamento economico il reddito degli agricoltori che scelgono di continuare a occuparsi dei «masi» di montagna e quindi anche della manutenzione dei pascoli. Se le malghe e gli alpeggi rimangono in attività, è possibile preservare il paesaggio con un’opera continua di cure colturali. La pastorizia è un’attività che rende pochissimo; la pratica dello spostamento delle mandrie in quota migliora il prodotto, perché le mucche che si sono nutrite con le erbe di montagna danno latte più genuino; però questo non ha un riconoscimento da parte del mercato, cioè il latte e il formaggio sono venduti agli stessi prezzi. Ecco l’opportunità di un intervento da parte delle istituzioni per impedire quello che accade nel resto della catena alpina, cioè l’abbandono dei pascoli più alti. Su questo finanziamento, io esprimo un parere positivo, perché così si tutela il paesaggio, si salva la biodiversità di queste zone e delle razze animali e si porta, in conclusione, anche beneficio all’attività turistica.

Esempio invece sfavorevole riguarda due grandi regioni del nord: in Lombardia e in Veneto la superficie boscata non è aumentata in pianura, ma solo nelle zone montuose e di percentuali minime. La realtà delle zone vicine alle città di queste due regioni è sotto gli occhi di tutti, basta passare in automobile per le strade della piana di Belluno per accorgersene: da un lato, incessante cementificazione delle periferie e dall’altro aumento dell’agricoltura intensiva, che sommati insieme si prendono dodici ettari di terreno al giorno! L’ente regionale che gestisce le foreste lombarde e l’assessorato all’agricoltura della regione Veneto danno un contributo per sostenere le associazioni locali che cercano di arginare questi due fenomeni, sui quali il mio personale pensiero è negativo. La conclusione è comunque in chiaroscuro, ma con una prospettiva positiva: la natura, a piccoli passi, continuerà a conquistare tutto quello che l’uomo abbandonerà, anche in queste due regioni, anche se a un ritmo magari inferiore rispetto alle altre.

Gli animali

Nella zona del Salviatino, a due chilometri dalla nostra sede, di notte passeggiano i cinghiali … un giorno di luglio un capriolo è entrato in un negozio in piazza Antonelli! Sull’Appennino tosco-emiliano più volte sono state avvistate le aquile reali … un lupo si avvicinava alle case di Maresca. Questa è l’altra avanzata, lenta ma costante, che si affianca al ritorno del bosco, di cui si può dire con certezza essere una conseguenza diretta. È stato confermato il ritorno degli animali nelle zone verdi, ma a volte anche nelle periferie dei centri abitati: soprattutto cinghiali, ma anche daini e volpi. Il ritorno degli animali selvatici, scacciati dai loro habitat secoli fa, è un risultato importante dal punto di vista della biodiversità, che è un valore da difendere. Ogni specie ha un suo ruolo nel sistema ambiente; nei secoli, la scomparsa dei grandi carnivori ha portato a uno sbilanciamento della catena alimentare e a un aumento delle popolazioni degli erbivori. Rispetto a molti altri paesi, l’Italia va in controtendenza, con questo incremento che mai si era verificato negli ultimi cento anni; in particolare è la grande fauna che cresce di numero, come per esempio orsi, lupi, avvoltoi e persino le linci. Non tutte le specie animali sono in crescita, ci sono anche dei piccoli animali come il piviere e le varie specie di salamandre che invece rischiano l’estinzione.

Resta il problema di come far convivere l’uomo con gli animali, specialmente con i grandi carnivori; in Trentino, l’anno scorso fu eliminata l’orsa Daniza che disturbava la popolazione (ebbene sì, io penso che la morte dell’orsa non sia stata del tutto involontaria), quest’anno un podista che si allenava nel bosco è stato aggredito da un orso e si è salvato per miracolo. La scienza dispone degli strumenti per studiare questa convivenza e trovare il modo di far convivere l’uomo e gli animali selvatici, senza allarmismi inutili.

Scienza ai confini del mondo di Andrea Tozzi

ACQUA

Parlare dell’acqua è sempre molto rischioso per chi si occupa di ricerca: l’acqua è un pò il Santo Graal della scienza e da sempre si è tentato di comprenderne la struttura e il funzionamento, sia da un punto di vista chimico che fisico e di capirne gli effetti evolutivi e comportamentali sugli essere viventi. Il perché di questo interesse è invece presto detto: è evidente a tutti che l’acqua è, dopo l’ossigeno, la molecola più importante per la nostra sopravvivenza e di moltissimi essere viventi che condividono con noi il pianeta Terra. Anche quegli esseri che paiono non averne bisogno alla fine in qualche modo, diretto o indiretto, ne sono dipendenti: basta per esempio guardare i Tartigradi, piccoli animaletti (non spore o batteri!) di pochi decimi di millimetro che possono resistere per lungo tempo a temperature attorno i -200°C o in totale assenza di acqua per oltre un secolo. Ma per potersi moltiplicare hanno bisogno di ritrovare condizioni ambientali più regolari e presenza di acqua, anche se solo di un velo spesso pochi decimi di millimetro su di un sasso nel deserto del Sahara che non ha visto l’acqua dalla prima guerra mondiale ad oggi.

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